Archive for dicembre 2009

Viedellapovertà 6

Noi che tendiamo le orecchie e sgraniamo gli occhi
ogni giorno non al mondo com’è ma a parole
e immagini strappate come foglie da un paesaggio
per farne poi altra cosa per noi,
solo per noi, continuando a chiamarla il “paesaggio”,
invece che puzzle ingannevole;
noi che sediamo fiduciosi davanti
a un trompe l’oeil brulicante di pulci
senza domandarci cosa non va
oltre le pareti in cui viviamo,
se si può fare di meglio e come, a iniziare da noi,
come comportarci se chi governa
lo fa per suo interesse e di chi lo sostiene
senza guardare regole e saggezza
costate sangue e fatiche di millenni.
In nome dei padri sepolti e dei figli che verranno
ci è impossibile accettare che
gli interessi di uno o di pochi
prevalgano rispetto ai più alti principi
voluti da tutti per il bene di tutti;
diamo dunque fiducia soltanto
a chi dimostra coerenza e rispetto,
a chi paga sulla propria pelle
scelte che non gli hanno dato
potere, privilegio o impunità;
giriamo le spalle a chi vorrebbe
imporci il proprio credo incurante del nostro,
a chi è disposto a demolire istituzioni
trascinandoci nel caos e nell’odio
dello scontro sociale.
Se non siamo anche noi
nei lunghi elenchi dei privilegiati
chiudiamo gli occhi, ogni tanto
per vedere meglio e sognare,
per non abituarci allo sfacelo.

*

Le vostre aureole nere fuse
nella ghisa di nubi che incombono.
Vorremmo vivere senza avvertirle,
ogni momento. La vita
è più grande delle singole vite,
più di una tragedia personale.
Però si è perso il conto dei feriti
ci sono stragi e stragi sul lavoro,
la vostra è per alzata di mano,
e a questo non ci rassegniamo.
Ogni vita che avete sospeso a un filo
non sarà libera, certo, ma nemmeno
la schiava che credevate.
Molti l’hanno ormai capito
e questo non l’avevate calcolato;
da un liberismo furbo e bieco
cantate ora le lodi di un lavoro sicuro,
sorridete alla clemenza delle banche, non
senza interesse, per l’indigenza che dilaga.
Tremano forse le vostre poltrone,
o piangono più forte quelli
che avete sempre tollerato,
e finanziato? Dare una casa a tutti,
spingere le aziende ad assumere
a tempo indefinito darebbe forse
la stabilità tanto sognata
e denaro da spendere,
invece che profitto per pochi,
la precarietà diffusa.
Avete inceppato la macchina
invece di adattarla per una lunga salita.
E noi, pure andando a piedi, si continua
a pagare pedaggi e carburante,
nascostamente, a sperare.

*

Il mondo si fa piccolo
oltre il corpo che invecchia.
Nani, i giganti di un tempo.
Le montagne, poco più che pianura.
Ma ciò che sembrava scontato
cresce di giorno in giorno.
La strada è lunga
prima che si contengano le attese
prima che siano lievi le rinunce,
senza peso i pensieri che una luce
buona attraversa, fino alla pelle
bianca in dissolvenza fino
a nuove ali di terra.

Annunci

In memoriam David…

Copia di CCI00002

In memoriam David”. Ricordo di David Maria Turoldo e della sua poesia
 
Il 15 ottobre p.v., a Sassari, si svolgerà una giornata dedicata ad una delle più alte personalità del mondo religioso e letterario. La mattina, alle 11,15, nell’aula magna del Liceo Azuni, si terrà un incontro con gli studenti che prevede letture e commenti di testi turoldiani, con la partecipazione di Valerio dalle Grave, sindacalista e amico personale di Turoldo, e Gianmario Lucini, Giovanni Nuscis e Luisella Pisottu; coordinerà l’incontro la prof.ssa Angelica Solinas. La sera, alle 20,45 nella chiesa di Santa Caterina, è prevista la lettura del poemetto “La grande notte” con la partecipazione dei poeti sassaresi del “Premio nazionale di poesia D. M. Turoldo” Antonio Fiori, Luca Mingioni, Giovanni Nuscis e Luisella Pisottu, e di Valerio dalla Grave e Gianmario Lucini.
A presenziare ai due incontri è invitata l’intera cittadinanza  
Collaborano all’iniziativa il Liceo Ginnasio D.A. Azuni e le Associazioni Poiein e Verba Manent, con la sponsorizzazione del Banco di Sardegna.  

Gianmario Lucini su “La parola data”

laparoladata Ringrazio Gianmario Lucini per il suo intervento su "La parola data", pubblicato oggi su POIEN

            

Di non facile lettura questo importante lavoro del sassarese Gianni Nuscis, che segna a mio avviso un balzo in avanti molto forte nella sua poetica e nel suo stile.

Lo stile prima di tutto: asciutto ma senza mai perdere una intrinseca caratteristica dialogica, lirico ma molto sorvegliato e mai abbandonato a larghe melomanie alla Rachmaninoff – tanto per capirci.  Alto ma non inaccessibile a chiunque abbia un po’ di dimestichezza con il linguaggio alto della poesia.  E parte di questa altezza, che appare anche severa in taluni passaggi, deriva appunto dalla ricerca di quella asciuttezza stilistica che gli fa omettere tutto quanto sia possibile omettere, tutte le parole che non sono da lui considerate essenziali all’economia del senso e del verso.  Il linguaggio è dunque molto curato, molto sentito, risuonato (lo si vede) per molte volte in una lettura mentale e polmonare.  Certo, è uno stile non facile perché necessita di misura: l’eccesso o la mancanza sarebbero una stonatura, così come in una partita per violino di Bach è necessario che l’interprete ricavi da quella scrittura la sua sobria bellezza, la sua linea melodica essenziale capace lei sola di dividere gli spazi sonori con la sicurezza e che il compositore ottiene coniugando la libertà dell’invenzione col il rigore del senso, l’ansia del dire cose nuove con l’empatia per colui che queste cose nuove è disposto ad accogliere in una dimensione di scambio.  Questa ricerca di rigore può essere spiazzante a chi ama la poesia dialogale, che predilige la semplicità formale della lingua e la chiarezza/completezza della linea espositiva.  Ma, come sopra dicevo, gioca in questi due opposti un ruolo importante il senso della misura, non definibile certo in modo oggettivo, ma che ognuno avverte a seconda di una sua particolare sensibilità e che tuttavia può ben ricreare in se stesso se riesce a leggere con un atteggiamento empatico l’ordito poetico tessuto da un certo autore.  La poesia infatti non è un fatto estetico (soltanto).

E dunque c’è dell’altro.  Ancora nel linguaggio, troviamo infatti una sapiente capacità di sintesi che si esprime in immagini e versi densi e insieme folgoranti, che esplodono in una moltitudine di allusioni e di significati veicolati da pochissime parole (ho sotto gli occhi ad esempio, a pagina 37:  "Senza pianto che recrimina / il domani in cui si ride / forte a banda larga".  Tre versi che valgono un intero discorso che non intendo qui sviluppare).  Questa è l’asciuttezza, che poi è rigorosa scelta del modo più efficace e semplice (e quindi elegante, secondo le teorie della comunicazione) per esprimere un pensiero e le sue emozioni.  Suggerirei: un evidente rigore nel creare delle regole per la sua scrittura e nell’osservarle, secondo una poetica ben articolata, creata su inclinazioni estetiche soggettive, ma che si lascia facilmente penetrare e giudicare.  E dunque si lascia criticare su basi in sé oggettive (il problema nella lettura di certi poeti infatti, è proprio quello di una difficoltà nell’argomentare sulla loro poesia a partire da elementi di criticità, proprio perché hanno elaborato una poetica troppo frammentaria e nello stesso tempo non sempre la osservano, non vi sono insomma fedeli: il tutto potrebbe  essere interpretato, esasperando questo atteggiamento, in coincidenza con il suo contrario – e quindi un niente di fatto).

Dietro questo uso del linguaggio devono per forza giocare un ruolo importantissimo alcuni fattori, primo fra tutti la frequentazione della poesia classica e contemporanea (sembrerebbe ovvio, ma giurerei che pochissimi sono i poeti cosiddetti "emergenti" che si degnano di leggere qualche verso che non siano i loro e, soprattutto, che si degnino di riflettervi e magari chiedersi il perché di un certo modo di scrivere piuttosto che un altro, le ragioni, insomma, di quella poesia).  Dunque è sul filo del confronto e della comunicazione che nasce la scelta di questa poetica, dentro un quadro di rigore disciplinare e metodologico – che non inibisce, come in modo facilone alcuni affermano, la manifestazione della propria genuinità, dei propri sentimenti, della propria psicologia, secondo una attesa di verità intersoggettiva che è insita in ogni attesa di comunicazione, ma che anzi la rende nuda e cruda, non nascosta dal velo ambiguo dei luoghi comuni cristallizzati nel linguaggio. Questa è la mia netta impressione.

Del Nuscis che conosciamo già, resta sempre quel fondo di forte eticità che caratterizza le tre pubblicazioni che egli ha dato alle stampe e che si concretizza in una poesia dove l’attenzione al messaggio, e quindi al pensiero poetico, è prioritaria rispetto ad ogni altro elemento formale.  Ma nel Nuscis di questo volume ci pare però di notare anche una forte vena di disincanto, che non è collera o disillusione o tristezza, ma una consapevolezza matura e serena di quanto di problematico egli afferma nei suoi contenuti: l’inadeguatezza della poesia stessa ad essere protagonista di un cambiamento, ad esempio, o la condizione di solitudine dell’essere umano alla quale da solo l’uomo si condanna, o anche la complicità nel convivere con l’ingiustizia su cui si fonda la convivenza civile.  Tutti aspetti che potrebbero indirizzarci nel ricercare una vena civile in questa poesia, che pure esiste e non è labile, ma che a mio avviso è ben integrata con il verso lirico (asciutto ma lirico!) dove l’io, il tu, il noi sono entità come proiettate al di fuori del tempo e dello spazio e della stessa storia.  Il mastice che lega insieme il pensiero poetico di Nuscis è infatti la presa di coscienza soggettiva che viene comunicata ad altre soggettività instaurando un dialogo che riguarda soprattutto la natura dell’uomo, la sua ontologia, non la sua storia.

Un’opera infine, che a mio avviso ha molto di inedito e di personale, che impedisce di accomunare l’autore a una particolare tendenza o fenomeno di massa.  Un’opera originale e ambiziosa che mi induce a ritenere che Gianni Nuscis sia una delle migliori promesse della poesia Sarda e, già da oggi, un poeta completo, molto riconoscibile, di indubbio talento.

                                                                                                                  

Un sogno comune

sogno2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mio padre aveva un sogno comune
condiviso dalla sua generazione…

(Storie di ieri – F. De André)

 

E’ triste pensare che non esista tra i tanti uomini della politica e della cultura un sogno e un progetto sociale capaci di guardare al futuro con rinnovata speranza, lasciando alle spalle storture e macerie; magari non facile da realizzare, che sappia contenere ideali di bellezza e di giustizia, a lungo calpestati, riscattando la rabbia e l’adrenalina versati sulla cronaca miserrima di ogni giorno, con estenuanti discorsi, convegni, tribune, manifestazioni.
E’ forse da ingenui nutrire questa speranza, ma credo che sia ben peggio rinunciarvi. Io non so rinunciare al sogno di una casa comune dove ci si possa ritrovare con la consapevolezza d’appartenere a un luogo dove non si è più costretti a penare per ottenere ciò che spetta; dove sia un ricordo l’imperversare di furbi e squali, di belli addormentati sui cuscini del loro benessere; un luogo in cui la regola non sia l’accumulo di denaro e beni materiali a vantaggio di pochi ma la loro condivisione. Non sappiamo se questo sarà possibile, in che misura, e quando.
Sappiamo solo che è importante continuare la difesa, a oltranza, di regole e principi; ma che questo non basta, non basta urlare disperati, firmare petizioni e appelli.
La strategia in atto, che subiamo, è sfiancare il dissenso, fargli dire che ora mai è tutto inutile. Occorre elaborare e opporre, subito, la forza di un sogno davvero grande e non taroccabile a uso di nuovi imbonitori, che susciti entusiasmo e condivisione, che sappia mettere assieme cervelli ed energie; non è più sufficiente un progetto vagamente alternativo e di sinistra.