Stefano Guglielmin su “La parola data”

Ringrazio Stefano Guglielmin per il suo intervento su "La parola data" apparso sul suo blog Blanc de ta nuque

Malgrado La parola data (L’arcolaio 2009), di Giovanni Nuscis, metta in epigrafe, citando Ranchetti, la supplenza del vedere all’esser vivo, sceglie poi la pratica della parola quale decisa viandanza nell’intrico quotidiano del senso, un andare tracciando strade in quell’inquieta penombra che è il presente della comunicazione. La possibilità di vedere, presuppone dunque la necessità di far chiarezza, emergendo da quanto c’impedisce di stare alla luce, di comprendere quanto ci tocca. Questa poesia sembra infatti ripetere, ad sua ogni svolta, l’atto del nascere al senso e al mondo, quel tempo indefinito del venire a patti con l’imponderabile, la cui falce sempre s’impone attraverso la richiesta di decodificazione. La poesia di Nuscis, insomma, racconta l’eventualizzarsi del senso, lo mette in scena l’attimo prima che condensi e s’irrigidisca, salvandolo in quanto possibilità aperta, dopo che lingua della comunicazione ordinaria ha finalmente svelato la propria vocazione all’incomunicabilità. A partire da questa evidenza, certificata dall’intero Novecento, la parola data non solo si rigenera attraverso la funzione poetica, con tutti i suoi artifizi retorici (mai tuttavia fine a se stessi, e comunque sempre modulati con la sordina), ma, come rileva Roberto Rossi Testa nella prefazione, vuole altresì essere un impegno preso dal poeta stesso (dare la parola, mantenere un impegno preso) nei confronti della comunità, evidenziando così di questi versi la loro radice civile ed etica. Resistenza che si svolge, come detto, anzitutto nella lingua. Per questa ragione, egli non può permettersi sbavatura di sorta, anche a costo di risultare talvolta oscuro, come nella migliore poesia che fa i conti con le forze ctonie della vita. Ecco, appunto: ne La parola data siamo di fronte ad una ricerca che, edificando parole, sfocia nel cuore della vita. (Stefano Guglielmin)

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