Questione di fiducia

“Ora dovrò metterci la faccia“: della serie, come continuare a difendere l’indifendibile. Leggi ad personam, attacchi alle istituzioni (Capo dello Stato, Magistratura, Corte costituzionale, CSM,  Pubblica amministrazione), abuso di decretazione d’urgenza con svilimento del ruolo del Parlamento (la cui imprescindibile dialettica interna, per trenta provvedimenti  sui quali è stata posta la fiducia, è stata impedita), emorragie di denaro pubblico a vantaggio di una ristretta élite di imprenditori e di categorie sociali, scelte politiche ed economiche fortemente contestate da una parte considerevole di cittadini (su scuola, giustizia, energie alternative, lavoro, emigrazione, ordine pubblico e sicurezza), schiacciante controllo sull’informazione privata (essendo il premier proprietario, direttamente o indirettamente, di emittenti televisive e testate giornalistiche) e pubblica, ridotta a una funzione di normalizzazione e giustificazione dell’inaudito. E da ultimo, il decreto di interpretazione autentica di una norma elettorale a esclusivo vantaggio della coalizione governativa. E’ vero: tutti i cittadini devono potersi riferire, nel loro diritto di voto, a un partito e a candidati in cui si riconoscano. Ci si chiede però se anche i governi precedenti abbiano licenziato provvedimenti simili utili solo alle rispettive coalizioni; se abbiano avuto la stessa condotta di questo governo. La risposta è no. Nessun governo di centro e di centro-sinistra è mai arrivato a tanto. Hanno incarnato anch’essi, certo, chi più chi meno, i vizi e i difetti di questa società ma senza mai esondare negli abusi e negli arbitri anzidetti.

Come elettori non ancora rassegnati a questo stato di cose, ci si chiede come uscire civilmente da un incubo che dura anni, evitando tragedie o lo sfascio totale. Il patto di fiducia e di rappresentanza reale tra la comunità e chi la governa è saltato, è stato tradito, non vi è dubbio; e ne fanno le spese anche coloro che avevano creduto nell’attuale coalizione. Ma va detto che un uomo solo nulla avrebbe potuto e potrebbe senza l’azione congiunta di centinaia di parlamentari e di decine di ministri, e di una classe dirigente ambiziosa e pronta a tutto, per ottenere e conservare privilegi: costoro, che difendono ora a spada tratta la condotta pubblica e privata del premier, giureranno di averlo fatto in buona fede, di averci creduto,  o di esserci stati costretti, intanto che s’apprestano a saltare sul carro di un nuovo leader.   Ci piacerebbe vedere almeno una prova di decenza da parte loro: iniziando a negare il proprio voto o il proprio sostegno alle  iniziative largamente contestate, quelle che feriscono il senso di giustizia dei cittadini. Anche se il peggio è stato fatto. In questo modo, le istituzioni potrebbero non essere più l’azienda con l’amministratore delegato a cui rispondere, ricordando che: ”Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione (da intendersi nella sua interezza, non solo rappresentata da una  parte politica) ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” (Art. 67 Cost).

Cinque anni sono una misura equa per consentire a un governo di imprimere un’efficace azione riformatrice e gestionale, coerente con le aspettative della comunità e nella cornice degli alti principi vigenti al momento del suo insediamento. Cinque anni diventano però un tempo insostenibilmente lungo quando i bisogni di milioni di cittadini vengono palesemente ignorati a vantaggio di quelli personali del premier e di coloro che lo sostengono. Quei cinque anni sono un pezzo di vita che non torna, e a cui nessuno vorrebbe rinunciare. Sempre meno ci si limita a sperare che finisca l’incubo, quanto prima, e si riprenda a lavorare per un cambiamento reale a beneficio di tutti.  Un sentimento di rabbia e di ribellione sta prendendo sempre più consistenza; e malgrado il soffocamento dell’informazione televisiva – quella, ahinoi, di più immediata fruizione, di cui si nutre la maggior parte degli elettori – le notizie circolano e si propagano nella rete a grande velocità; nei blog, nei siti, nei social networks  nascono gruppi che polarizzano migliaia di persone, a difesa dei propri diritti o aderendo ad appelli o a forme di protesta; si discute, ci si confronta, si pensano nuove e più efficaci strategie di incidenza sociale e politica. Un fenomeno destinato a crescere in misure e forme imprevedibili. Nell’ombra, sotto la superficie della realtà conosciuta, un altro mondo si si sta organizzando e potenziando, e potrebbe esplodere su quello sovrastante, inghiottendolo e sostituendolo. Come già detto in altre occasioni, è necessario lavorare subito a grandi progetti di cambiamento, se si vuole evitare che dal caos i mediocri ritornino e sopravanzino, drammaticamente, di nuovo.

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4 responses to this post.

  1. Posted by PannychisXI on 13 marzo 2010 at 7:28 pm

    Eppure a me pare d'essere una gallina che batte le ali, ancora, inconsapevole d'essere già morta, decapitata.
    Condivido tanto il tuo intervento, parola per parola. Ma ho paura.
    Mi manchi.

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  2. Posted by anonimo on 14 marzo 2010 at 8:05 pm

    La speranza è d'obbligo cara Savina, il gramsciano ottimismo della volontà che deve spingerci ad esserci, in qualche modo, prendendo posizione nella misura e nel modo che ci è possibile. E tu ci sei, sempre.
    Gianni

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  3. Posted by accipicchia on 23 marzo 2010 at 3:04 pm

    Un'analisi equilibrata ma giustamente dura questa tua, Gianni.  Certo che, con tutto ciò che succede intorno a noi ormai da anni, è facile cadere nella rassegnazione, nella chiusura in se stessi, ma è proprio ciò che non dobbiamo fare, come in diverse occasioni hai detto tu, perché lo sconforto porta all'inattività, al torpore, alla rinuncia. Anch'io invece sono convinta che in modo meno palese molte persone stiano già dando il loro contributo per un cambiamento, magari con minor  vendita di parole, senza arroganza e presunzione. Io voglio credere in un cambiamento perché senza fiducia non c'è soluzione. Grazie. Piera

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  4. Posted by 1Nuscis on 23 marzo 2010 at 9:18 pm

    Sono anch'io convinto, Piera, che molti stiano iniziando a capire, dopo le molte bastonate prese, in quale paese ci troviamo a vivere. Molti altri invece continuano a nutrirsi delle baggianate raccontate dai media di regime; convinti per davvero che contro il premier sia stato ordito ingiustamente un complotto da parte dei pubblici ministeri; che il loro leader sia un perseguitato a cui non viene consentito di governare non ostante l'investitura popolare.Un caro salutoGianni 

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