“Il verso del moto” di Narda FATTORI. Nota di lettura.

Aprendo “Il verso del moto”, settima raccolta poetica di Narda Fattori, e scorrendone le pagine, si ha subito l’impressione, poi confermata, di un libro ben strutturato e curato sotto l’aspetto grafico: settanta componimenti senza titolo suddivisi in quattro sezioni – primo , secondo e terzo movimento, e movimento finale. “Una loro circolarità musicale”, indica il prefatore, “ è riconoscibile nel moto a spirale che dall’io poetico delineato nel primo movimento, carta d’identità con foto e storia personale, al plurale del secondo tra gli elementi e la parola, all’intersezione dei diversi piani del terzo, volto a sintetizzare i precedenti movimenti, muove nel quarto al ritorno al sé proiettato, tuttavia, nella sua dimensione ultima con l’acquisto di una cifra simbolica che eleva liricamente in crescendo tutta la raccolta. Movimenti che nascono dell’esperienza della vita elaborata in parola…”
“Dal grembo materno/si nasce una volta sola/così l’uomo muore e rinasce/per certificazioni di eventi/di incontri e di pene/e fa dei giorni una ricorrenza/di crepuscoli”. La prima poesia del libro preannuncia  una tensione e una postura, nel vigile e composto interrogarsi sul senso dell’esistere, di cui la raccolta esprime le varie declinazioni: “Siamo un accidente che il tempo/ha sostanziato in forma/con qualche differenza di genere”; “Siamo buchi di stringhe/e annodiamo il tempo/ a miriadi di eventi”; “E saremo la ciurma/su navate scivolose//e l’onda alta l’onda grande/ci strapperà l’urlo”; “Dentro pensieri pesanti/o calcaree concrezioni/siamo rimasti chiusi in antri/mentre vanno per fiere/musici e giullari/in marcia rasoterra/a coprire l’intero territorio”. Meditazione che si affida spesso alla natura, generatrice di metafore nel suo multiforme definirsi: “nel silenzio del tronco/a cui fida mi appoggio/scorgo fra le radici/l’intrico di parole ammonticchiate/non una logica di filamenti/che riporti al centro/mi manca il filo/per tessere il domani “. Del moto-movimento la letteratura è stimolo e viatico: “Sulla scrivania i libri restano/dissennate grafie/sapienze di menti che allenano/al dolore a questo dolore/nei giorni che hanno scialato/il sole e si affidano ai caloriferi”; “da margine a margine/sulla dirittura delle lancette/puntuto e puntuale/cerco il segreto delle parole/il luogo dove si incontrano/tutti i luoghi/e spalanco le braccia/per abbracciare insieme/tutte le nostre lame”; “mi suonano in gola sillabe e parole/cardellino sul cappello rattoppato/dello spaventapasseri.”; “le parole erano/un caldo cappotto/nel freddo residuale di un giorno/su cui hanno galoppato tempeste”; “Agire con le parole/è tornare a un’infanzia di grilli/ e le lucciole sull’aia di giugno…”. Le parole, dunque. Parole che evocano e richiamano luoghi reali e inventati, panorami dell’anima o quadri preordinati al discorso per metafore. Si disvela un Io poetico (“Donna mi stringo la bimba/la metto al riparo dal troppo/e non ho alcun desiderio/di altri orizzonti”; “Nei giorni parole d’amore e di fiamma/la bambina appoggiata al muro/ascoltava in silenzio ascoltava/e i suoi pensieri non facevano rumore.//Si modellò testarda e impaziente/crebbe in rivolta come una zolla/alla semina pronta/crebbe pietosa e fraterna/aveva un mannello di spighe/una passione mai spenta”) tra atmosfere occidue (“L’ombra degli assenti/nella penombra della sera/proietta forme scure/contro il soffitto bianco.” ; “All’orizzonte della mia sera/si sfilacciano bianchi cirri/strade senza meta/porte che restano chiuse…”; “I crepuscoli d’ottobre scendono/rapidi e scavano voragini/sotto le mura dove ridevano i ragazzi”) o di tenui, filtrate luci di paesaggi spesso emotivi (“Il gelo prende il sopravvento/e resto/un bagliore incistato nella notte/che giunge sopra vento/e mi sorprende senza fiamma.”; “Fuori la luce torva dei lampioni/non invita alla sosta”; “e amo questo cielo grigio/che promette acqua/contro l’arsura/delle mie bisacce vuote”); le atmosfere non di rado si fanno cupe (“il cielo è mal’aria/sopratraccia/particelle cancerose/maleficio di raggi bruni/un grande epitelioma/metastatico/nelle nuvole chiare.”; “All’altro capo del giorno/ronzano in gallerie oscure/a sciami le ore/e annodano le coronarie/in lacciòli per prede.”).
Dalla fitta tramatura delle liriche, dai versi tesi e controllati, il discorso poetico assume toni sommessamente interroganti, sapendo la dirompenza dei giorni e degli eventi, tra fede e disillusione, sogno di bellezza (“Non so dire che cosa/mi rincuori se il bocciolo/del pesco o un canto di mamma/cosa rincuori il mio cuore/se questa nuova preghiera/se questo amore che tace/e mi mette intorno la pace/la pace tutt’intorno.”; “Ho le mani gremite di preghiere/cadono se apro le dita/non voglio romperle dimenticarle/ma non le so dire/non a chi rivolgerle/se non al sole al miracolo/di una fioritura di pesco/alle api che sanno fare il miele”; “Ho cucinato e usato le mani/chissà, forse ho pregato.”), attraverso una parola che scandaglia mondi, fa “tornare a un’infanzia di grilli/e di lucciole sull’aia di giugno”. Ma a caratterizzare fortemente questa raccolta è anche uno sguardo acuto e partecipe sul nostro tempo, sulle miserie e le ansie di ogni giorno che ci allontano e, nel contempo, ci riavvicinano – attraverso la poesia – alla memoria o al sogno di un mondo migliore; a cui del resto non potremmo rinunciare (pur) sapendo che “Nessuno ci ha dato risposte/alle domande non poste”/…/”che “siamo a scavare la terra/per tesori che mancano.” (Giovanni Nuscis)

A schiena curva la vecchia Malvina
con le borse della spesa
vorrebbe un giaciglio di pace
e invece Lulù le si scaglia contro
abbaiando dietro il recinto

a casa l’aspetta il silenzio
dei morti per i requiem da dire
tutti in fila in foto
sulla mensola della credenza
con i bicchieri buoni
stira a suo figlio la camicia
e lui se ne va chissà dove va

e stira Malvina col televisore
acceso dove la telecamera
riprende la scena di una guerra qualunque
sul prato il morto ammazzato
nel vicolo la donna violata.

Si annida fra le grinze del volto
una lacrima come da destino
prescritto.

Altre poesie da “Il verso del moto”

*

Narda FATTORI
Il verso del moto
Mobydick (Faenza 2009)
Prefazione di Anna Maria Tamburini

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