A che cosa crede il poeta (1929) – di Hermann Hesse

Nella nostra epoca il poeta, nel quale si incarna il tipo più puro dell’umanità dotata di un’anima, si trova preso in mezzo fra il mondo delle macchine e quello dell’attività intellettuale organizzata come in uno spazio senz’aria dov’è condannato a soffocare: giacché il poeta è appunto rappresentante e paladino di quelle forze e di quelle esigenze dell’uomo alle quali la nostra epoca ha dichiarato la più fanatica delle guerre.
Accusare di ciò la nostra epoca sarebbe una sciocchezza. Essa non è né migliore né peggiore delle altre. Per chi può condividere i suoi obiettivi e i sui ideali è un paradiso; è un inferno per chi, invece, le deve opporre resistenza. Per noi poeti è dunque un inferno. Il poeta, se vuol serbarsi fedele alla propria origine e alla propria vocazione, non può aderire al mondo ebbro di successo che si impadronisce della vita per mezzo dell’industria e dell’organizzazione, e neppure al mondo dell’intellettualità razionalizzata che oggi domina, per esempio, nelle nostre università. E poiché unico dovere del poeta è quello di essere servo, paladino e cavaliere dell’anima, nella fase attuale del mondo egli si vede condannato a una solitudine e a una sofferenza che non sono di tutti. Assai pochi poeti ha oggi l’Europa, e nessuno fra essi è privo di un tratto di tragicità, per non dire di donchisciottismo. Per contro essa brulica di quella sorta di “poeti”, prediletta dai lettori borghesi, che impiegano il loro talento e il loro gusto nell’esaltazione di quegli ideali e di quei valori che figurano appunto nell’agenda del borghese: oggi la guerra, domani il pacifismo, eccetera.
Ma di coloro che possono veramente definirsi “poeti” non pochi periscono, ridotti al silenzio, nello spazio senz’aria di quest’inferno. Altri, per contro, si addossano la sofferenza, vi si riconoscono, si sottomettono al destino e non si ribellano quando vedono che la corona d’alloro in altri tempi imposta ai poeti si è mutata oggi in una corona di spine. A questi poeti va il mio amore, sono essi che onoro, che amo e di cui voglio essere fratello. Noi soffriamo: ma non per protestare né per imprecare. Nell’aria, che per noi è irrespirabile, del mondo delle macchine, e nella barbara indigenza che ci opprime, noi soffochiamo, eppure non ci separiamo dal tutto, accettiamo il soffocare e il soffrire come la parte che dobbiamo prendere ai destini del mondo, come la nostra missione e la nostra prova. Non crediamo a nessuno degl’ideali di quest’epoca, non a quello dei generali né a quello dei bolscevichi o dei professori o degli industriali. Ma crediamo che l’uomo sia immortale, che da ogni deformazione la sua immagine potrà risorgere risanata, da ogni inferno purificata. Non cerchiamo di spiegare la nostra epoca, né di migliorarla né di ammaestrarla, ma di sempre nuovamente schiuderle, svelando il nostro dolore e i nostri sogni, il mondo dell’anima. Quei sogni, in parte, sono tristi sogni d’angoscia, quelle immagini sono in parte visioni terrificanti; ma non possiamo abbellirle, non possiamo truccare la verità. Questo lo fanno a sufficienza i “poeti” che servono a intrattenere i borghesi. Noi non nascondiamo il pericolo che corre l’anima dell’umanità, l’abisso a cui è vicina. Ma neppure possiamo nascondere che crediamo alla sua immortalità.

Hermann Hesse
Una biblioteca della letteratura universale
Adelphi, 1980

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