Archive for agosto 2010

Io, autore Mondadori e lo scandalo “ad aziendam” di Vito MANCUSO

(Pubblicato anche sul blog La poesia e lo spirito)

Da quando ho letto l'articolo di Massimo Giannini 1 giovedì scorso 19 agosto non ho potuto smettere di pensarci. Ho provato a fare altro e a concentrarmi sul mio lavoro, ma dato che in questi giorni esso consiste proprio nella stesura del nuovo libro che a breve dovrei consegnare alla Mondadori, mi è sempre risultato impossibile distogliere dalla mente i pensieri abbastanza cupi che vi si affacciavano. La domanda era sempre quella: come posso adesso, se quello che scrive Giannini corrisponde al vero, continuare a pubblicare con la Mondadori e rimanere a posto con la mia coscienza? Come posso fondare il mio pensiero sul bene e sulla giustizia, e poi contribuire al programma editoriale di un'azienda che a quanto pare, godendo di favori parlamentari ed extra-parlamentari, pagherebbe al fisco solo una minima parte (8,6 milioni versati) di un antico ed enorme debito (350 milioni dovuti)? Come posso fare dell'etica la stella polare della mia teologia e poi pubblicare i miei libri con un'azienda che non solo dell'etica ma anche del diritto mostrerebbe, in questo caso, una concezione alquanto singolare?

Io sono legato da tempo alla Mondadori, era il 1997 quando vi entrai come consulente editoriale della saggistica fondandovi una collana di religione e spiritualità, poi nel 2002 ebbi l'onore di diventarne autore quando il comitato editoriale accettò il mio saggio sull'handicap come problema teologico, onore ripetuto nel 2005 e nel 2009 con altri due libri.

Conosco bene i cinque piani di palazzo Niemeyer a Segrate, gli uffici open-space, i corridoi interminabili dove si incontra chiunque (scrittori, politici, cantanti, calciatori, scienziati, matematici, preti, comici…), la mensa dove per parlare con il vicino spesso bisogna gridare, il ristorantino vip, lo spaccio dove si comprano i libri a metà prezzo, le redazioni dei settimanali e dei femminili, l'auditorium dove presentavo ai venditori i libri in uscita e di recente il libro che sto scrivendo. So dove si trovano le macchinette del caffè, luogo di ritrovi e di battute, e di gara con gli amici a chi mette per primo la monetina. Ecco, gli amici. Impossibile per me parlare della Mondadori e non rivedere i loro volti e non provare ancora una volta ammirazione e stima per la loro professionalità. Perché questo anzitutto la Mondadori è: una grande azienda di brillanti professionisti. Del resto a parlare sono i titoli e i fatturati, sono i lettori italiani che continuano a premiare con le loro scelte il lavoro di un'editrice che va avanti dal 1907. Un lavoro in grado di vincere anche in qualità, basti pensare alla collezione dei Meridiani, ai Meridiani dello Spirito, ai classici greci e latini della Fondazione Valla. E se uno avesse dei dubbi, prenda in mano il catalogo degli Oscar e di sicuro gli passeranno, perché si ritroverà tra le mani una vera e propria enciclopedia della scienza editoriale in compendio.

Per questo il mio dubbio, dopo l'articolo di Giannini, è pesante. Leggendo ho appreso che non si tratta più di accettare una proprietà che può piacere oppure no ma che non ha nulla a che fare con le scelte editoriali, cioè con l'azienda nella sua essenza. Stavolta è la Mondadori in quanto tale a essere coinvolta, non solo il suo proprietario per i soliti motivi che non hanno nulla a che fare con l'editoria libraria. Quindi stavolta come autore non posso più dire a me stesso che l'editrice in quanto tale non c'entra nulla con gli affari politici e giudiziari del suo proprietario, perché ora l'editrice c'entra, eccome se c'entra, se è vero che di 350 milioni dovuti al fisco ne viene a pagare solo 8,6 dopo quasi vent'anni, e senza neppure un euro di interesse per il ritardo, interessi che invece a un normale cittadino nessuno defalca se non paga nei tempi dovuti il bollo auto, il canone tv o uno degli altri bollettini a tutti noti.

Eccomi quindi qui con la coscienza in tempesta: da un lato il poter far parte di un programma editoriale di prima qualità venendo anche ben retribuito, dall'altro il non voler avere nulla a che fare con chi speculerebbe sugli appoggi politici di cui gode. Da un lato un debito di riconoscenza per l'editrice che ha avuto fiducia in me quando ero sconosciuto, dall'altro il dovere civico di contrastare un'inedita legge ad aziendam che si sommerebbe alle 36 leggi ad personam già confezionate per l'attuale primo ministro (riprendo il numero delle leggi dall'articolo di Giannini e mi scuso per il latino ipermaccheronico "ad aziendam", ma ho preso atto che oggi si dice così). A tutto questo si aggiunge lo stupore per il fatto che il Corriere della Sera, gruppo Rizzoli principale concorrente Mondadori, finora abbia dedicato una notizia di poche righe alla questione: come mai?

Nella mia incertezza ho deciso di scrivere questo articolo. Spero infatti che a seguito di esso qualcuno tra i dirigenti della Mondadori possa spiegare pubblicamente cosa c'è che non va nell'articolo di Giannini, perché e in che cosa esagera e non corrisponde a verità. Io sarei il primo a gioirne. Spero inoltre che anche altri autori Mondadori che scrivono su questo giornale possano dire come la pensano e cosa rispondono alla loro coscienza. Sto parlando di firme come Corrado Augias, Pietro Citati, Federico Rampini, Roberto Saviano, Nadia Fusini, Piergiorgio Odifreddi, Michela Marzano… Se poi allarghiamo il tiro alle editrici controllate interamente dalla Mondadori (il che, in questo caso, mi pare oggettivamente doveroso) arriviamo all'Einaudi e a nomi come Eugenio Scalfari, Gustavo Zagrebelsky, Adriano Prosperi… Sono tutte personalità di grande spessore e per questo sarei loro riconoscente se contribuissero a risolvere qualcuno dei dubbi sollevati da questa inedita legge ad aziendam nella coscienza di un autore del Gruppo Mondadori.

Uscito sul quotidiano Repubblica

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“L’Iddio ridente” di Luigi DI RUSCIO. Recensione di Antonio Fiori.

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Irridente ma a suo modo teologica, parateologica, questa poesia squarta parole e simboli consolidati e si appella a una critica radicale dell’uomo – dunque, inevitabilmente, anche dell’uomo che crede. Il poeta dispiega tutte le armi possibili, tutte le varianti della provocazione: dall’ironia al sarcasmo, dalla parodia al neologismo; snocciola testi brevi segnati dalla sola numerazione progressiva, sferza i luoghi comuni della falsa religiosità, smonta la tradizione e la rimonta provocatoriamente in varianti ipotetiche e inaspettate. Siamo di fronte ad una massiccia attività di demistificazione, praticata quasi come un dovere, un “dover dire” etico, assertivo. Ecco, Luigi Di Ruscio è vero poeta del dissenso, capace di un’esposizione integrale, impermeabile al tempo e alle distanze, capace di coerenze ostinate ma anche di affermazioni sorprendenti e ossimoriche.

Una poesia analizzata molto bene da Stefano Verdino nella sua introduzione, che definisce la scrittura “materia verbale incandescente”, ed il poeta come “oltranzista”, “irridente” ma nel contempo “sacro”, deciso a raccontarci la storia della sua inimicizia con Dio (che per lui è “annegato”, “sparito”, “inesistente” ).

Eppure Dio è ben presente in questa raccolta: “…si era intrufolato perfino/ nel cassetto dove tengo le carte ”. C’è, in fondo, l’assidua presenza di un’inesistenza, così che mi sovviene, da un altro universo poetico, l’ormai famoso verso di Bertolucci: “Assenza, più acuta presenza”. Sotto la “materia verbale incandescente” s’agita continuamente, e affiora spesso, la biografia del poeta: il preciso ricordo, le ragioni della passione politica, lo sdegno per una contemporaneità inconciliabile a qualsiasi ideale.

La raccolta si dipana in 308 epigrammi (Verdino li definisce anche ‘iscrizioni’) dove si alternano parodia e gioco verbale, vita vissuta e visionarietà, provocazione e metapoesia. La sensazione, a fine lettura, è di una proficua spossatezza. (Antonio FIORI)

25.

mi alzo alle cinque del mattino
inizia un giorno come niente fosse
continuo a scrivere sino a che tutto è facile
come il raccorciarsi e l’allungarsi delle ombre
i versi si piegano ad tutte le parti
affondano nelle parti più tenebrose
amando tutto moltiplicato per tutto.

36.

cadde anche l’angelo custode
lo trasportammo sopra una scala
pesava come il piombo
il suo volo caduto.

41.

In questo mattino luminoso
è come se lo stesso iddio
venisse a visitarmi
entrando dalla finestra spalancata.

89.

Cristo ha detto di amare i propri nemici
infatti essendo un nemico d’Iddio
io da Dio sono molto amato.

180.

Iddio non esiste
siamo soli e matti
in un nubifragio di carte disperse
i segni delle rinunce e dell’irrinunciabile
resta solo quello che avevo spellato
e mai mi sono sentito
così intensamente vivo
come quando ero così vicino alla morte.

277.

negli ultimi anni sono
stato preso dalle poesie cortissime
a comunicazione rapida
poesie violentissime
a presa diretta senza sotterfugi.

*

Luigi Di Ruscio
L’Iddio ridente
Zona, 2008

POETI MISCONOSCIUTI TRA NOI?” di Thomas MANN”

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(Pubblicato sul blog La poesia e lo spirito)

Poeti misconosciuti: che significa? Vuol forse dire: poeti ingiustamente ignorati? O immeritatamente noti? O poeti noti, ma fraintesi? Poiché gli sconosciuti, almeno, non corrono il pericolo di venire fraintesi. La menzione che Ella fa di Rilke nella Sua lettera (dove dice che, benché ammiratissimo, egli non è stato capito affatto nella sua fase estrema) dimostra che Lei sa benissimo come la probabilità di venire fraintesi aumenti in proporzione alla notorietà. Certamente ricorderà le parole di Hegel sul letto di morte: “ Di tutti i miei discepoli, uno solo mi ha inteso”. Pausa. “E quello mi ha frainteso.” Ma la “gloria” non è di per sé un malinteso, seppure un malinteso altamente dinamico? Non è un’irradiazione diretta con l’essere capiti, che dell’essere capiti non è in alcun modo la conseguenza? Wedekind è stato forse capito? Voleva essere capito? Si capiva lui stesso, quando cercava di farsi capire? Di farsi, per esempio, capire in senso morale? Era possibile capirlo? Non era forse “senza fondo”? La poesia non sarebbe per caso una forza che disorienta l’umanità proprio mentre la innalza? Credo che faremmo bene a rispettare l’irrazionalità della gloria. La vita stessa è una grandezza irrazionale, e lo spirito, come dice Goethe, è “la vita della vita”.
Ella mi risponderà: “Ma qui si tratta della gloria, cioè di quei casi in cui essa manca e non dovrebbe mancare, perché un grande ingegno la esige; si tratta della carenza, sia pur provvisoria, di quella irradiazione naturale che, per nostra vergogna, ci è dato osservare così spesso nel passato”. Mi accuserà di empio ottimismo se le dico che il pericolo di una tale anomalia, nelle condizioni attuali, si è ridotto fin quasi all’inverosimile? L’anarchica curiosità ed eccitabilità del nostro tempo e del nostro mondo ha indubbiamente le sue spesso criticate zone d’ombra, ma credo che escluda quasi del tutto la possibilità del “genio incompreso”. Forse m’inganno, forse ogni età s’è ingannata allo stesso modo, ma il misconosciuto e innovativo che sia, mi sembra oggigiorno impossibile. Abbiamo i casi più curiosi. La fama di narratore di Alfred Doblin è considerevole e quasi da nessuno contestata. E lo è tanto meno in quanto la grande maggioranza dei portatori e dei banditori di questa fama non è in grado di controllarne i titoli di validità, non essendo assolutamente in grado di leggere i libri di questo modernissimo scrittore del tutto privo di ascendenti. Sono pochissime le persone che riescono a leggere fino in fondo i libri di Doblin, ma moltissime li comprano, e tutti, più o meno, riconoscono che Doblin è un grande narratore, anche se devono ammettere che è terribilmente difficile seguirlo. Si può dare un migliore esempio di ciò che ho chiamato l’irrazionalità della gloria?
Ma in generale chi e che cosa non è ben accetto, oggigiorno, purché abbia qualcosa da dire, in qualunque modo e in qualunque senso, a questo tempo così multiforme? Proprio il più nobile, dice Lei? Ma Stefan George è considerato il maggior lirico dei nostri giorni, sebbene intorno al suo nome si faccia poco rumore. Confonde Ella forse la gloria col rumore? Glielo domando, perché cita il caso di Emil Strauss, intorno al quale sarebbe calato il silenzio. Ma il silenzio intorno a un grande talento non significa necessariamente che esso sia misconosciuto: potrebbe anche essere il prodotto della sua natura, della sua volontà. L’amico Hein di Strauss ha destato una profonda impressione; le opere successive un po’ meno, ma è anche vero che, per quanto degnissime, non raggiungevano l’intensità di quel suo primo lavoro. Ma il valore di Strauss è universalmente riconosciuto, e il suo sessantesimo compleanno, dica ciò che vuole, è stato cordialmente festeggiato in tutta la Germania e anche all’estero. Crede forse che Strauss desiderasse una giornata più trionfale? Il silenzio, ripeto, può far parte di un temperamento, e non tutti hanno la bonarietà o l’ingenuo senso del dovere per lasciarsi festeggiare come Hauptmann. Ma un poeta come Strauss, insiste Lei, dovrebbe essere più ricco, più conosciuto, più esteriormente onorato. Certo, sarebbe desiderabile. Ma perché ciò avvenga bisognerebbe o che cambiasse lui, cosa che non possiamo augurarci, o che cambiasse il mondo, cosa che in verità potremmo desiderare per più di un motivo, ma che pure esitiamo a desiderare se pensiamo che di Jakob Wassermann, ad esempio, ha fatto un autore conosciutissimo, ben remunerato e letto con passione fin nelle due Americhe. Ne è responsabile lui? Ne è responsabile altrimenti che per la sua natura, che è tutt’uno con la sua volontà, con il suo talento, con i suoi rapporti col mondo? Non parlo affatto di differenze qualitative nella sfera dello spirito, che o non esistono o possono venir giudicate in modi del tutto opposti fra loro. Ma è indubbio che in Wassermann abbiamo un ingegno di tutt’altra aggressività, un artista ambizioso e di vastissimo raggio, una volontà narrativa di grande stile, un condensatore e raffiguratore di mondi sociali che, nella sua poderosa alacrità percorre l’intera orbita della vita moderna, uno scrittore di enorme capacità che a volte può sconfinare nella pura destrezza, ma che anche allora resta ammirevole e che, in tutti i casi, ha da offrire al mondo attrattive che non appartengono affatto al genio forse più puro ma indubbiamente più provinciale di Strauss, e che questi, anzi, non può nemmeno desiderare di possedere o di sviluppare in se stesso. Ora smetto di riferirmi a Strauss e a Wassermann, ma non è comunque difficile immaginare due ingegni l’uno dei quali è ricco di una bella freschezza naturale, ma ha in sé una certa angustia casalinga che non soddisfa in pieno la vastità di questo nostro mondo democratico; mentre l’altro, forse meno dotato di sorgiva naturalezza, più secco, più letterario, meno denso, attinge col suo vertice un livello europeo. Si ha il diritto di parlare di misconoscimento e di accusare il pubblico internazionale se è il secondo a godere di maggiore fama?
Poiché Ella, ormai, mi avrà giudicato un cinico, voglio confessarLe un’altra cosa: io credo che in fondo ciascuno riceva ciò che, nell’intimo, desidera (non già quel che erroneamente e impropriamente crede di desiderare), poiché è questo l’intimo volere che costituisce il nostro essere, al quale si aggiungono gli elementi reali che a esso convengono. Così la gloria, la risonanza esterna. Riesce Lei a immaginarsi D’Annunzio senza risonanza esterna? Lui stesso non v’è mai riuscito, e perciò gli è toccata in sorte. E’ una qualità che egli ha derivato da Wagner, derivata non in quanto l’abbia conosciuto direttamente, bensì tramite la critica di Nietzsche. Si ricorda di ciò che scrive Nietzsche sull’artista ambizioso, sul suo desiderio di “battere tutte le campane a un tempo”, ad esempio anche quella del proprio paese; ricorda ciò che dice della sua “doppia ottica”, del suo aver di mira i più raffinati e insieme i più rozzi? La gloria, il grande influsso esercitato si possono anche reinterpretare in chiave psicologica. Si dirà allora: “Costui desiderava conquistare anche i più sciocchi”. Ma qui, naturalmente, s’insinua un fattore erotico. Chieda un po’ a Freud o a Jung se il talento non è libido repressa, al pari della nevrosi, e se la massa e l’intensità del desiderio represso non è in preciso rapporto con gli effetti universali del suo equivalente. Pensi solo a Rousseau! Pensi a quel passo del Tristano in cui Wagner accentua musicalmente la parola “mondo” (“Allora io stesso sarò il mondo!”) col tema del desiderio. Chi al “mondo “ collega il tema del desiderio finirà per conquistarlo. Il mondo non lo misconoscerà, si “riconosceranno” l’un l’altro, il mondo lo stringerà tra le sue braccia di Astarte… La gloria è un’orgia, assai indecente tanto in senso borghese quanto in senso cristiano. Salute alla casta vitale del misconosciuto!
Smetto. Le ho già detto abbastanza. Invece di accontentarLa, invece di attenermi alla Sua semplice richiesta, mi sono addentrato in una metafisica della gloria, della cui problematicità sono convinto io per primo. Il diritto di citarLe dei nomi che vorrei vedere più grandi e più stimati, me lo sono ormai giocato, anche se la mia risposta non è stata un gioco ma il tentativo di dire ciò che, al momento, mi sembrava vero. Rileggo queste righe e mi accorgo di essermi fortemente compromesso. Ma non è la prima volta. Se le redazioni sapessero fino a che punto ci angustiano e ci sgomentano con le loro inchieste, certo… Certo le diramerebbero lo stesso.

*

Thomas MANN
Da: Nobiltà dello spirito e altri saggi
Mondadori – I Meridiani
A cura di Andrea Landolfi