Archive for settembre 2010

Un diritto che nessuno può toglierci

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. (Art. 21 Cost.)

La parola è suono, la parola è ritmo, la parola è sguardo, la parola è storia, la parola è stato d’animo, e può esprimere verità o menzogna, bellezza o abbrutimento, nobiltà o volgarità, originalità o omologazione, intelligenza o stupidità. La parola sancisce l’unicità e l’irripetibilità di una vita. E’ un diritto che nessuno può toglierci, perché è voce che esce dal grembo della terra, dal diaframma del nulla, è, insomma, diritto stesso alla vita; né può accettarsi che venga tolta, la parola, a chi assume il compito di informarci a rischio talvolta della propria esistenza, del posto di lavoro, del buio di verità per tutti coloro che non possono andare a cercarsele da soli, le informazioni; specie quando non nascono da curiosità, ma dalla necessità di fare scelte che condizioneranno fortemente la loro esistenza come singoli e come membri di una comunità. La parola che si trasforma in informazione è come il bastone per il cieco, come gli occhi dell’accompagnatore che gli permettono di muoversi nel mondo senza sfracellarsi in un burrone o sotto un treno.
Ma la parola può essere anche menzogna o assenza, può essere ipertrofica e invadente per schiacciarne o nasconderne delle altre, per l’interesse di pochi, o affinché il mediocre utile al potere appaia un genio a scapito del genio, per celare, contenere o banalizzare verità, per sfalsare priorità e valori; in modo che il flirt di una velina, ad esempio, appaia più importante degli intrecci politico-affaristici che condizionano pesantemente l’economia e il destino di milioni di lavoratori. Il diritto di esprimersi liberamente deve allora accompagnarsi a quello di essere informati correttamente soprattutto dagli organi di informazione pubblica, che i cittadini sostengono con un canone e in cui ripongono la loro fiducia. Si aspettano da essa non solo notizie, ma giuste proporzioni e adeguati spazi di trattazione delle stesse, in modo obiettivo e senza sconti e favori per nessuno, specie nella situazione attuale, nella quale chi è al potere detiene il più grande impero editoriale e mediatico della storia, in concorrenza (o in sinergia o in interscambio, ormai?) alla stessa informazione pubblica; specie quando decine di milioni di cittadini, sempre più affannati dai problemi quotidiani e da una crisi senza precedenti, non hanno denaro né tempo per leggere quotidiani di varia tendenza, e traggono le informazioni solo da essa. (gn)

“La casa viola” di Marco SCALABRINO

la-casa-viola-copertina

Marco Scalabrino è poeta e studioso del dialetto siciliano e della poesia siciliana, nonché traduttore in siciliano e in italiano di autori stranieri contemporanei. Attività che svolge da anni con serietà e dedizione ammirevoli, come testimoniano i numerosi saggi pubblicati su riviste cartacee e in rete. Scegliere di scrivere in un dialetto che, come tutti i dialetti, e non solo, è sempre più confinato dalla lingua italiana e da quelle straniere, attesta un forte sentimento di appartenenza etnica e culturale che, in tempi di fagocitante globalizzazione, è atto di resistenza. Come nelle precedenti raccolte (Tempu palori aschi e maravigghi e Canzuna), la poesia di Marco Scalabrino ri-crea un mondo dopo averlo accolto e metabolizzato nei suoni, nei colori, nelle espressioni; un mondo peculiare, unico, nel quale è possibile riconoscersi in ciò che di più profondo esso sa trasmettere, in ogni tempo e luogo, emotivamente e razionalmente. Ambendo questa poesia, come tutta la buona letteratura, all’universalità dell’ascolto, confermata qui anche dalla traduzione delle poesie nelle lingue più parlate (inglese, francese, spagnolo, brasiliano, scozzese e corso).

Con riferimento a quanto già scritto sulle precedenti raccolte (QUI e QUI), le poesie, anche in questo nuovo lavoro, sono strutturate con versi di pochi sintagmi, con parole soppesate che addensano suoni, sensi e umori del mondo evocato e restituito a sé stesso, e a sguardi altri, nel respiro di spazi interlineari in cui cogliamo una sommessa ironia e arguzia. Queste poesie sembrano comporsi partendo dalla musica, che l’orecchio fine del poeta capta calandosi nell’ascolto di quel mondo, vagliandolo e rianimandolo in brevi partiture che disegnano paesaggi inediti eppure familiari, nello spirito del luogo. Descrizioni spesso minime ma sapide, concentrate (ti facisti un pileri/lu pizzu/l’aricchinu.//E mi jisanti li manu.), che riassumono come in questo testo (Pileri) ricordo personale, condizione socio-ambientale e tratto antropologico; con registro ora lirico (Frivaru, che ci ricorda l’Ungaretti de L’Allegria), ora metafisico (Battaria); ora, marcatamente civile (C’è), a dimostrazione della duttilità del dialetto a dare voce a tutte le voci, là dove il silenzio è d’oro ma a vantaggio dei soliti noti; là dove i problemi e le difficoltà del vivere sono la piena di un fiume che esonda fino ai nostri piedi, e sembra mancarci l’aria, i movimenti: C’è catervi di cazzi di scardari/-droga travagghiu paci libirtà/giustizia malatia puvirtà… Un grido, quello del poeta, che può far male, o guastare il nostro equilibrio faticosamente raggiunto, o apparirci inutile, consunto; un grido senza il quale, però, sembrerebbe scontato il dolore, la sua condivisione lenitiva più, talvolta, del (l’im-) possibile rimedio. (GN)

*

Figghi

Aju dui figghi.

Una, di carni

sangu

lingua…

l’autra, di pezza

pezza..

Aju dui figghi

E basta.

(Figlie Ho due figlie.//Una, di carne/sangue/lingua…//l’altra, di pezza/pezza.//Ho due figlie/e basta. – Trad. Maria Pia Virgilio)

*

Pileri

Ti canuscivi

gnocculu

cu li causi curti.

Scola Ottanta

scola e strata

strata Novanta

ti facisti un pileri

lu pizzu

l’aricchinu.

E mi jisanti li manu.

(MarcantonioTi ho conosciuto/moccioso/con i calzoni corti.//Scuola Ottanta/scuola e strada/strada Novanta//sei diventato un marcantonio/col pizzo/e l’orecchino.//E mi hai messo le mani addosso. Trad. Maria Pia Virgilio)

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C’è …

C’è tanfu di morti e scrusciu di guerra.

C’è in giru arrè pi st’Europa lasca

crozzi abbirmati cu li manu a l’aria.

C’è surci di cunnuttu assimpicati

chi abbentanu, ogni notti di cristallu,

li picca l’esuli l’emarginati.

C’è forbici ammulati di straforu

chi tagghianu di nettu niuru e biancu

lu sud lu nord lu pregiu lu difettu.

C’è vucchi allattariati di murvusi

chi masticanu vavi di sintenzi

cu ciati amari chiù di trizzi d’agghia.

C’è svastichi c’è fasci c’è banneri

chi approntanu li furni a camiatura

cu faiddi di libra e di pinzeri.

C’è culi ariani beddi e prufumati

chi strunzianu fora di li cessi.

C’è di quartiarisi; c’è di ncugnari.

C’è catervi di cazzi di scardari

-droga travagghiu paci libirtà

giustizia malatia puvirtà…

E c’è na razza sula: chidda umana

(C’èC’è lezzo di morte e brontolio di guerra.//C’è ancora in quest’Europa lacerata/scheletriche braccia/le falangi contorte alzate al cielo,/le orbite ridotte vermicaio.//C’è topi di fogna assatanati/che azzannano/in notti di cristallo rosso-voce.//C’è subdole forbici affilate/che separano senza pietà/il bianco e il nero, il sud e il nord/chi ha diritto di vivere e chi può morire.//C’è bocche ributtanti/che vomitano sentenze dal fiato greve/più di spicchi d’aglio.//C’è svastiche c’è fasci c’è bandiere:/divampano i forni assassini/e ottuse lingue di fuoco/divorano sapere e civiltà.//C’è culi ariani lisci e profumati/che stanno facendo del mondo una latrina./C’è da stare alla larga;/c’è da tenerci stretti e far barricate.//C’è cataste di rogne da grattare/- droga, lavoro, pace, libertà/giustizia, malattia, povertà…//e c’è una razza sola: quella umana. – Trad. Flora Restivo)

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Scarpi

Specialista di supratacchi e punti

patreternu di lazza e cirotti

smurfu

li cristiani

di li scarpi

Chi fini ficinu

li tochi di trentacinc’anni fa?

(ScarpeSpecialista di sopratacchi e punte/signore di stringhe e lucidi//decifro/gli altri/dalle scarpe.//Che fine hanno fatto/quei brillanti giovani/di trentacinque anni fa? – Trad. Maria Pia Virgilio)

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Frivaru

Suli-pigghialu

di Frivaru.

Nta na seggia di juncu

a stenniri

l’arma mia

agghimmata.

(Febbraio – Sole incerto/di Febbraio.//Su una sedia di giunco/è stesa/l’anima mia/ingobbita. – Trad Maria Pia Virgilio

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Battaria

(A Flora Restivo)

Avissivu a sentiri battaria stanotti

è sulu l’universu

nna tuttu lu so pisu

chi di ncapu a li mei spaddi

cu tramusciu d’ossa

e sangu e lastimi

paru paru

jusu jusu

nzina a li pedi

scinni

e nesci

e munciuniatu

di li visciri di la terra

subissa

nun vi spagnati.

(FrastuonoSe doveste sentire frastuono stanotte//è solamente l’universo/in tutto il suo peso/che attraverso me/con sconquasso di ossa/e sangue e spasmi/per intero/giù giù/sino ai miei piedi/scende/ed erompe/e sprofonda/sgretolato/nelle viscere/della terra//non state a preoccuparvi. Trad. Maria Pia Virgilio

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La birritta

(Da L. Pirandello)

Nesciu!

Aju a sturnari di sta scorcia vili

virtuali

finuta.

Nesciu!

Vaju a ‘ttrappari dda fruntera lustra

viritera

aperta.

Nesciu!

Vogghiu azziccari la risposta giusta

salutiva

eterna.

Nesciu

-pi nun trasiri chiù –

cu la birritta.

(La berretta Esco!/Voglio lasciare questa pelle gretta/finta/finita.//Esco!/Ghermirò aperta/verità/di frontiera.//Esco!/Indovinerò la risposta giusta/salvifica/eterna.//Esco/-per non rientrare più-/nella berretta. – Trad. Enzo Bonventre)

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Marco SCALABRINO

La casa viola

Edizioni del Calatino (Castel di Judica, 2010)

Prefazione di Flora Restivo Cugurullo

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Altri interventi, nei blog

Rebstein

Blanc de ta nuque