Archive for novembre 2010

Cose dell’altro mondo. Figli…

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…abbandonati a sé stessi e senza mezzi per iniziare o proseguire gli studi, senza opportunità di lavoro né soldi per avviarlo, il lavoro, che quando c’è lo si sfrutta, senza pietà, o lo si elimina con tagli e licenziamenti;

…senza arte né parte, molti, per fragilità loro e delle famiglie spesso inesistenti; che si fanno balordi, a volte, dal fondo della gabbia d’un sistema prono all’ingordigia di pochi pronti a tutto;

…che credendo nello Stato e nelle regole, nella necessità della loro tutela; o nel gioco mai adulto delle armi e della forza o, più semplicemente, per un lavoro sicuro hanno indossato una divisa, accettando gerarchie e ordini senza poterli discutere; pensando o sperando di stare dalla parte giusta;

…costretti a urlare rabbia e stanchezza sfilando nelle strade, occupando scuole e facoltà, forzando i templi delle istituzioni, salendo sui tetti; non credendo più a nulla se non a una risposta diretta e personale alle ingiustizie; cercando invano sui quotidiani e nei siti di associazioni o partiti, se non il sogno di un mondo più giusto, almeno un progetto che renda possibile il futuro;

…che con le buone e le cattive impediscono di entrare nei palazzi del potere; …teste di rapa, talvolta, che si esaltano e sparano e picchiano anche gli inermi; unici, a volte, certo, a pagare, a portare la croce di scelte politiche inique; che si fanno, a volte, scudo umano di rappresentanti sputtanati del potere, delle loro escort e degli amici; e non gli resta il tempo e la benzina per pattugliare le città, difendere chi è in pericolo;

…che sarebbe bello una volta tanto un abbraccio tra fratelli e compagni di sventura, e spalancate certe sedi mostrare il re nudo al popolo sovrano, senza scorte e portavoci, per capire meglio, così, la misura del consenso, l’esattezza dei loro sondaggi; anche se ciò non è né giusto né possibile, naturalmente, perché siamo in uno stato di diritto;

…senza padre né madre, né Stato che s’occupi di loro; padri persi nel menefreghismo, nelle magagne di ogni giorno; o tirati e in buona forma, eclissati nei paradisi fiscali, nelle pensioni d’oro tra scivoli e bonus, nelle rendite perpetue senza stress né tasse; madri incantate da sorrisi e fandonie dei vincenti di turno, sbavanti in prima fila in tivù e nei comizi; le sorelle veline, i fratelli tronisti;

…figli per i quali poco o nulla è stato fatto, che ci andrebbero tolti affidandoli ad altri; tolti i diritti elettorali da ridare dopo esami che accertino il possesso di cultura minimale, quello pieno delle facoltà mentali.

Nessuno ricorda cos’era il sentimento dell’arte, tutti ormai “sanno scrivere libri” di Marco Lodoli

Era inevitabile che tutto cambiasse anche nel mondo della letteratura, ma ugualmente non mi sono ancora abituato a come oggi vengono presentati scrittori e libri. Il marketing editoriale ha capito che è inutile mettere i libri sui banconi e aspettare che la gente, incuriosita da una recensione, attirata dal parere di un critico o di un amico fidato, si avvicini alla pila, sfogli un volume, leggiucchi qua e là e poi, forse, paghi due monete per entrare in quello spazio magico. La letteratura era un universo a parte: di qua c’era l’utilitarismo, il denaro, l’ingiustizia, la fama e il nulla, la vita così com’è; di là c’erano le parole degli scrittori, i versi dei poeti, acqua che cade lentamente da un cielo misterioso, che impregna piano piano il campo della sensibilità, che fa crescere roba buona per nutrirsi e fiori profumati. Chi scrive sapeva fin dalla prima riga di appartenere a un altro ordine, come lo sa un monaco, un militare, un adolescente, un ladro. Chi scrive si sentiva sbagliato, come si sente ogni persona sensibile, e cercava di porre rimedio, di inventare un luogo e un tempo dove tutto potesse tenersi insieme, dove ogni parola avesse un senso. Sapeva di dover passare ore, giorni, mesi, anni a mettere le frasi una dopo l’altra, come fa il carcerato con le lenzuola, le magliette, gli asciugamani sporchi, legando tutto a tutto per fuggire da quella reclusione, da quella pena. E lo stesso, credo, facevano i musicisti, i pittori, i teatranti: tutti a cercare un’altra vita, via da questa, via da tanta assurdità, via verso una terra promessa che non appare mai, ma che chiama.Ora non è più così, ora quasi nessuno più ricorda cos’era il sentimento dell’arte, di quanto sgomento e quanta speranza fosse fatto, di quanta debolezza e quanta temerarietà. Si partiva con niente, da niente, come fanno i bambini a tavola che costruiscono astronavi con gli stuzzicadenti per volare via dai discorsi inutili e cattivi dei grandi. Oggi tutto è cambiato. Lo scrittore oggi fa parte dello stesso preciso scatolone che contiene politici e calciatori, attori e giornalisti, belle ragazze e bravi intrattenitori, architetti e cantanti. Per tutti c’è un’intervista, buffa o intelligente, in cui dimostrarsi buffi o intelligenti, in cui gridare forte o piano, ma gridare io ci sono, eccomi qui sotto il faro, nel grande tendone, eccomi qui con la mia faccia in copertina, la mia foto sorridente o accigliata, eccomi con il mio nuovo libro.Nessuno vuole più un altro mondo, un’altra vita. Va benissimo quello che c’è: successo, premi, soldi, applausi, omaggi, baci e assegni. Va benissimo, i fari scaldano il narcisismo. Sul palco c’è il politico di grido, il comico che fa spanciare, l’attrice stupenda e quella impegnata, l’opinionista corretto e quello scorretto: non può mancare lo scrittore soddisfatto, mai imbarazzato, mai a disagio per quello che è. Le case editrici lo preparano, lo incoraggiano, gli aprono la strada con la pubblicità e via, giù nell’arena dei leoni di pezza.Lo scrittore è diventato pienamente cittadino dell’unico mondo possibile, questo dove conta solo chi vince, dove chi perde applaude, dove lo spettacolo non smette mai. Eppure io ricordo sempre con emozione quei versi bellissimi di Cristina Campo: “Due mondi/ e io vengo dall’altro”.

22 novembre 2010

Da Tiscali – articoli

“Ti scorpori…”, col brano musicale “A Piece, A Chord” di Bobby Mc Ferrin

“Sapienziali” di Gianmario Lucini. Recensione di Marco Scalabrino

sapienziali

Salgono i barbari come un sole nero.

Tutti compresi nell’Antico Testamento, ci soccorreranno tra virgolette direttamente la Bibbia e i relativi commenti, “i libri sapienziali – detti anche poetici, per la loro forma letteraria, e didattici, perché insegnano in senso generale la sapienza – sono: Proverbi, Giobbe, Qohèlet (o Ecclesiaste), Cantico dei Cantici, Sapienza, Siracide (o Ecclesiastico), e risalgono ai secoli V-I a.C.” Ad essi, ovviamente, si rapporta Gianmario Lucini per le prime sei tracce di questo suo lavoro, sebbene in un ordine appena differente, oltre che, vedremo, a Isaia, il primo (dei Libri) dei Profeti, per le successive tre tracce.

Ma cos’è, in senso biblico, la sapienza?

E quale l’operazione che Lucini si prefigge di condurre?

Quanto al primo quesito, apprendiamo che “in generale la si può descrivere come applicazione della mente ad acquisire conoscenze e a riflettere sull’esperienza umana per ricavarne indicazioni utili a dirigere con rettitudine, correttezza e successo la propria vita.”

Quanto al secondo, interroghiamo lo stesso Autore e riportiamo brevi emblematici stralci da taluni degli interventi che di recente si sono succeduti in RETE.

Il nesso che unisce i nove poemetti – dichiara Gianmario Lucini nella sua nota inclusa a margine dell’opera – nei quali di biblico ci sono soltanto i riferimenti che li hanno generati, va cercato nella suggestione che si vuole trasmettere, nella riflessione sull’ingiustizia (o il nascondimento della giustizia) e la condizione di un mondo dominato dalla boria tecnologica, servita dalla scienza e a sua volta al servizio del potere; un mondo di violenza e di guerre, così diviso fra oppressori e oppressi.

Il libro di Gianmario Lucini – attesta Giorgio Linguaglossa – è un tentativo di scavalcamento all’indietro della modernità ripristinando sia le tematiche “alte” che quelle “basse” del “quotidiano”. La prima parte è formata da nove sequenze, sostanzialmente delle variazioni intorno a delle citazioni (da Giobbe, Qohèlet, Siracide, Isaia); la seconda, invece …

Francesco Aprile asserisce: Una lettura laicizzata della Bibbia che tocca le corde della religione per intrecciarsi col rapporto Stato-condizione sociale. Lucini mette in stretta relazione le condizioni espresse fra le pagine della Bibbia con le situazioni tipiche del reale, attualizzando un concetto che si fa trasposizione di una lettura mitologica delle Sacre Scritture, secondo cui al loro interno è possibile rintracciare verità insite nella natura umana da secoli.

E Rosa Salvia assevera: La mescolanza di precisione oggettiva e di estensione simbolica in un mondo riconoscibile dove il riferimento biblico rappresenta solo una sorta di intrigante, provocatoria, chiave di lettura. È il mondo dell’ingiustizia, del quale il poeta fa il luogo e la dimensione simbolica di un dramma e nel quale, in un gioco dialettico di domande e risposte, tutto acquista dimensioni dilatate, perché gli spettri del luogo coincidono con gli spettri dell’animo.

La combinazione delle precedenti autorevoli e acute osservazioni, che vagliano i contenuti di questo lavoro, ne rilevano la valenza concettuale e costruttiva, ne ravvisano i riferimenti colti e l’originalità, non lascia molto adito a ulteriori disquisizioni.

E allora, preferiamo dotare questo commento di una specifica natura e indirizzarlo alla individuazione e proposizione delle formulazioni, delle invenzioni, degli esiti, i più esplicativi dei quali verranno esposti in corsivo, che Gianmario Lucini ha realizzato nella sua rivisitazione di quei testi, nell’intento – a nostro avviso – di mettere in atto una sorta di veemente testimonianza della perenne attualità dei precetti in quelle Scritture contenuti. A ciò inframmettendo, di volta in volta, quelle notazioni che dovessero risultare più utili al fine di avvalorare l’esposizione.

Nessun libro contiene la parola / ma la parola tutti li contiene.

Torniamo dunque a Giobbe, il cui personaggio è universalmente noto per la proverbiale pazienza.

GIOBBE è il “poema grandioso dell’innocente oppresso dalla sofferenza immeritata ma che non cessa di cercare Dio”; Lucini punta la sua attenzione sul capitolo 40, versetti 4-5.

Troppi uomini saggi hanno svuotato gli oceani / e non abbiamo che baratri.

Fra mondo e mondo ora corre l’abisso.

Dove trovare un altro centro / parole sapide, senso?

PROVERBI. “Libro formato da nove collezioni di proverbi. La prima di esse è una lunga esortazione ad amare e acquisire la sapienza.” Lucini mira al capitolo 1, versetto 28.

Io sono la Sapienza … scintilla / che graffia l’orizzonte.

Io sono la Sapienza … l’orecchio che sente / vibrare nell’abisso altri mondi.

Il sale spezza le labbra ai miei sorrisi.

QOHÈLET. “Raccolta di riflessioni disincantate sull’esistenza umana in cui tutto appare vano e senza senso.” Il richiamo è al capitolo 1, versetto 18: “Dove c’è molta sapienza c’è molta tristezza, se si aumenta la scienza si aumenta il dolore.”

Quello che stava a destra ora sta a sinistra / il sopra cambia nel sotto e cambia / di segno ogni pensiero … Capovolto nel mondo capovolto / se ne va l’uomo cercando direzioni / sprofonda nello zenit, ascende nel nadir / scende salendo e avanzando si ritira, / sguardo rovesciato, parola senza senso … tutto è giustizia e perfidia / tutto è sano e malato.

CANTICO. È un “idillio che sotto forma dell’amore fra due giovani suggerisce il rapporto tra Israele e il suo Dio.” Lucini si sofferma sul capitolo 2, versetto 10.

Amica, cresci un nido nel mio petto … ti offro il mio cielo perché tu vi possa splendere … saranno bastioni i miei fianchi / torri d’avorio i seni.

SAPIENZA. “Riflessioni sul diverso destino di chi segue la vera sapienza e chi la rifiuta: c’è un giudizio di Dio e un’altra vita che attende l’uomo.” Il capitolo 12, versetto 23 è alla ribalta.

Seppellisci parole come un cane il suo osso / tutte le rivuoi per salvarti dalla morte.

Il ghigno del boia … ha il nostro volto, i nostri occhi.

Sono un punto / improbabile su una retta immaginaria.

SIRACIDE. “Insegnamenti e riflessioni, frutto della scuola tenuta dall’autore come maestro di sapienza. Vera sapienza e la Tôrah, la Legge.” Due gli estratti di Lucini: dal capitolo 4, versetto 28: “Lotta per la verità sino alla morte e il Signore Dio combatterà al tuo fianco”, e dal capitolo 7, versetto 3.

Indossa il tuo zaino, allaccialo alla cintola / e segui l’indizio delle stelle: / non ci saranno scorciatoie in questo viaggio.

ISAIA. Il “termine profeta deriva dal greco prophētēs e significa colui che annuncia, che proclama. Nella lingua ebraica il termine, però, ha un significato più vasto e racchiude anche quello di essere chiamato”. Si è soliti distinguere i profeti in maggiori: Isaia, Geremia, Ezechiele e Daniele, e minori: Gioele, Giona, Zaccaria e altri nove.” Lucini, per le tre tracce che ne derivano, si rifà al capitolo 2, versetto 8, al capitolo 29, versetti 11-12 e 13-14, nonché al capitolo 32, versetti 16-17: “Effetto della giustizia sarà la pace.” Ad essi, in questa circostanza, affianca delle citazioni da David Maria Turoldo.

L’uomo vive in angoscia il suo piccolo infinito … questo il suo inferno, il tramonto / irreversibile.

Ogni giorno improvvisiamo / nelle fabbriche nelle campagne / con l’ansia schizoide della normalità … la vera / democrazia misurata a ecoballe / acquedotti funzionali piani energetici / progressi medici e scientifici / stile di vita e senilità felice …

Ci muoviamo a scatti / circospetti guardandoci le spalle / abbiamo soldati bene armati, spie / congegni elettronici occhi dallo spazio / che ci scrutano / viviamo nel terrore protetti / dalla violenza di Stato … viaggiamo blindati, scortati … spendiamo molti averi per proteggere gli averi / sacrifichiamo … terra acqua aria / allo sviluppo del sistema / alimentiamo un fuoco che divora / e a morire sono sempre i poveri, gli ignari / coloro che leggono la vita / con occhi ancora animali / con l’innocenza del cane e la pazienza / del prigioniero.

Ritrovare l’arenile degli antichi Elleni / che qui approdarono e chiamarono bellezza / questa lingua di monti che sorge dal mare. / Qui ritrovo le loro vestigia, le mura / di Locri Epizephiri, i templi, le tombe / coi vasi preziosi.

Gianmario Lucini è di Sondrio. La sua storia – non per caso – lo ha condotto, negli anni 2008 e 2009, in Calabria. Qui ha operato, in qualità di volontario, presso l’Associazione don Milani di Gioiosa Jonica e tale attività lo ha portato a innamorarsi – ma in verità crediamo che dentro di sé lo fosse già – della storia e delle bellezze naturali e artistiche di quel territorio e a compenetrarsi, a commiserare, a schierarsi con quella gente, e a decidere di spendersi, ancor più di quanto avesse in precedenza fatto, con le sole armi di cui dispone: la cultura, la poesia, la parola, in favore di quella popolazione e contro il male che subissa quella regione: la ‘ndrangheta.

Di quel che vedo non v’è traccia sui giornali … soltanto notizie ufficiali / dette nel tono che si conviene.

La seconda parte – prosegue Giorgio Linguaglossa – è formata da trentasei componimenti dai marcati accenti civici e politici. Ne risulta un libro costituito in due stili e due approcci metodologici completamente diversi: tendenzialmente ieratico il primo e tendenzialmente cronachistico il secondo.

Ma, sentiamo lo stesso Lucini: la sezione intitolata Scirocco raccoglie poesie che si ispirano all’ambiente della Calabria e sono segnate dal disgusto per la cultura mafiosa, per la violenza e l’oppressione sociale operata dalla ‘ndrangheta. Le due tematiche, che sembrano così estranee l’una all’altra, sono connesse da una medesima ricerca poetica sui temi della giustizia e della violenza, inquadrati nel contesto della vicenda contemporanea di evidente crisi dell’umanesimo. L’intento del libro non è solo quello della denuncia ma anche di incitare alla ribellione, alla rivolta morale, all’obiezione di coscienza e alla disobbedienza civile, cercando motivi di speranza. Speranza legata alla presenza di persone affatto normali che da sole e con tenacia, con pochi segni di solidarietà da parte di troppo poche realtà italiane e senza quasi sostegno dei politici, ogni giorno con i loro limitati strumenti si oppongono alla ‘ndrangheta rischiando e talvolta pagando di persona un conto che peraltro sarebbe collettivo, non individuale.

Il volto lunare del Sud / è il sorriso d’una vecchia agonizzante … un malessere ubbioso / che mi rende cinico e mi sdoppia: / ma non la sogno io, questa cappa / che piega al basso i sensi e la ragione / ricopre il paesaggio d’una crosta / di polvere e sangue rappreso.

L’esistenza qui pare un beffardo / rifiuto d’ogni decenza / e anche il volto di Dio sembra fuggire / nella luce del mare avvelenato.

La violenza che viene da un passato / che non vuole passare … ci vuole fiaccare da dentro / il desiderio d’essere liberi.

La morte ci succhia come una piattola / e ci rincuora.

Dove sono quelle labbra, quelle voci?

Biancheggia all’arenile / lo sozzura venuta giù con l’amaro / succo delle fiumare / e che risputa il mare quando s’infuria. / Io vi passeggio, catturo immagini / come potesse qualche scatto abradere / questo scempio … Anche l’epoca nostra / lascerà monumenti … grovigli carcasse, plastiche, cemento / e d’ogni veleno e porcheria / per le future leve dell’archeologia … discariche abusive sulla spiaggia … accumulate / per il disgusto collettivo fra i canneti / rifiuti con nomi e cognomi / che nessuno osa pronunciare, / che nessuna forza della Legge / potrebbe mai indagare. /

Sto seppellendo giorni in questa terra … dove … i figli d’uomo imparano mezze parole / gesti e pieghe della bocca / senza domande imparano a campare … si ribellano, a volte, tutti insieme … compiono un supremo / collettivo civico dovere / per continuare a peccare nel privato.

Mi viene incontro il mare … mi vuol parlare di un giorno più nuovo / d’un grande sole che lo ringiovanisce … oltre l’inganno / del riflesso.

GIANMARIO LUCINI

Sapienziali

puntoacapo editrice 2010

“Mia figlia follia” di Savina Dolores MASSA

mia figlia follia

 “Ad essere stupidi si comanda il mondo e conto non se ne dà a nessuno, né di sbagli, né di meriti.” Maddalenina, la protagonista del secondo romanzo di Savina Dolores Massa, edito da Il Maestrale di Nuoro, è una minorata psichica, una reietta dalla comunità in cui vive. “Di bassa statura, vecchia e ossuta, gli occhi a fessura per una miopia che lei non sapeva essere un difetto correggibile della vista, un paio di scarpe deformi quanto chi le calzava” decide al compimento del cinquantesimo compleanno di generare una figlia. Non uno, ma tre coloro che dovrebbero fecondarla: Graziano Lucente, rampollo di una famiglia di notabili locali, Quirico Malannata, agricoltore e allevatore, Rocco delle Spezie, un insegnante. Nessuno dei tre potrà però fecondarla, “non uno che ha perso i genitali per disgrazia, non un ragazzino che ancora non si conosce il membro eretto, non un vecchio omosessuale, che a parte il suo rifiuto per le donne, immagino conservi il proprio contenuto di mutande assieme ad abbondante naftalina”. Ma il ventre di Maddalenina prende però a gonfiarsi; si scoprirà più tardi, per un tumore intestinale, come ne “L’inganno” di Thomas Mann.

La storia si svolge in un tempo e in un luogo indefiniti, ma non del tutto, per chi conosce luoghi e personaggi dei luoghi. Il racconto è percorso da un dialogo costante con Maria Carta, un’anziana guaritrice, muta: dunque, non propriamente un dialogo ma l’interlocuzione con un’alterità che potrebbe definirsi memoria comunitaria, che si dipana lentamente compattando una sorta di tessuto connettivo della storia. O meglio, delle storie, robustamente descritte che s’intrecciano esplodendo, da ultimo, come bengala nella nera notte dell’epilogo imprevisto del romanzo, di cui non diremo.

Una storia, come in Undici – precedente romanzo dell’autrice – che non racconta di un’umanità baciata dalla fortuna e del successo, ma di quella ai margini, miserabile, imperfetta e respingente. Deandreianamente, del resto, è “dal letame (che) nascono i fiori”. Eppure proprio quel fondo creaturale che tutti accomuna, negli istinti (“E’ possibile che l’istinto sia l’unico sentimento sincero, fra i tanti esistenti?”) e nei sentimenti, sa renderci partecipi delle vite e dei destini dei protagonisti, della loro sofferenza e disillusione, dell’immancabile declino della parabola esistenziale.

La scrittura è uno dei punti di forza di questo romanzo, con la sua affabulazione giocosa e godibile, la fluidità del dettato, l’originalità e forza descrittiva; ne avvertiamo la distanza da certo immaginario scontato e prevedibile, dalla povertà sintattica che contraddistingue molta narrativa seriale. Uno stile maturo e sicuro, insomma, anche nell’azzardo inventivo. (gn)

*

“…Mi erano rimaste lenticchie di ieri, e quelle ho mangiato oggi. Poi sono uscita a passeggio, ché la bambina deve abituarsi al brutto tempo e a prendere aria sempre. Quando è uscito in cielo le ho detto, Guarda che bello l’arcobaleno amore di mamma, ma non lo so cosa ha visto perché ho pensato, dopo, Cosa ne sa la bambina chi è un arcobaleno, mi ero dimenticata di indicarlo con il dito. Magari ha visto il cane che mi stava facendo compagnia e ha creduto fosse quello, Arcobaleno. Sono stata bene, in giro, nessuno mi ha detto, Vattene a casa. Non mi piace quando c’è troppa gente e io ho quella speranza che qualcuno non mi dica, Vattene a casa, ma mi dica, E come stai Maddalenina? Vieni a casa a farmi una visita, Maddalenina. Uno di questi giorni passo da te a bere il caffè e a guardare i tuoi celtrini, Maddalenina. Molte persone camminano sempre a due a due, io, quando piove, non ho neanche la mia ombra appresso. Sto bene se mi vedo doppia in qualche vetro, mi passa un po’ il mal di cuore che non ho capito perché mi viene, quando sono in giro, il mal di cuore. Tu credi che dovrei dirglielo al mio dottore, di questo mal di cuore?”

 

Savina Dolores MASSA

Mia figlia follia

Edizioni Il Maestrale (Nuoro, 2010)

*

Savina Dolores Massa, di Oristano, scrive poesie, racconti, romanzi, teatro, canzoni. Finalista al premio letterario A. Gramsci ed. 2006, e al Premio Letterario Calvino 2007 con il romanzo Undici, pubblicato dalla casa editrice Il Maestrale.   Finalista o vincitrice di numerosi premi letterari, tra i quali: Premio La città dei sassi a Matera – sez. Poesia; Premio Marguerite Yourcenar; Premio internazionale di Poesia città di Procida; etc.) . Suoi lavori sono recentemente stati pubblicati nella rivista El Ghibli, rivista online di letteratura della migrazione. Dal mese di settembre 2010 è in libreria il suo ultimo romanzo Mia figlia follia (ed. Il Maestrale).

Fondatrice, assieme al musicista Gianfranco Fedele e all’attore Alessandro Melis, della Compagnia Teatro Jazz Hanife Ana con la quale ha messo in scena numerosi lavori, tra i quali 1+1 (che odore può avere un disegno), tratto dal romanzo Undici; Mi sono visto di spalle che partivo – omaggio alle cattive strade di Fabrizio De Andrè; Ti darò notizie di una rosa – dalle lettere di Antonio Gramsci; il monologo “È nata ‘na creatura”, tratto dal romanzo Mia figlia follia.

Attiva nell’Associazione Culturale pARTIcORali della sua città.

Cura il Blog d’arte Ana la Balena.

Amante della tradizione poetica orale, il suo lavoro sulla voce nasce dall’incontro con i registi Marco Parodi e Mario Faticoni, dei quali è stata allieva negli anni 2004, 2005, 2008.

Del dono della scrittura ringrazia la vita che ha vissuto.

“Un ordinato groviglio” di Piera Maria CHESSA

un ordinato groviglio

     Il titolo ossimorico sembra in effetti corrispondere alle poesie di questa seconda raccolta poetica di Piera Maria Chessa. Osserva Anna Maria Capraro nel suo intervento: “P.M. Chessa indugia su cose e gesti del quotidiano per farli assurgere a profonda meditazione sul senso dell’umano esistere. Non è un caso infatti se il percorso parte dai silenzi della casa, ove l’io può ripiegarsi “per ascoltare/e poi comprendere/…/e scoprire/una ragione plausibile del nostro vivere”. (Dentro il silenzio). La casa come rifugio dal quale trarre forza per immergersi nelle contraddizioni e nella confusione della vita. La casa dove giocano il cane e la gatta, felice sintesi di opposti persino nel genere. E nella casa attimi di gioia, nostalgia del passato e sicurezze fallaci dell’infanzia. Ma basta un’assenza perché una stanza luminosa diventi penombra, mentre nel giardino le foglie secche mimano la danza inesorabile degli anni che fuggono. E sempre nella casa, esorcizzati nel e dal sogno, compaiono incubi spettrali, eco sottile di suggestioni espressionistiche in un’angoscia combattuta ma non sconfitta.”

     La linearità è la caratteristica che subito colpisce di questa scrittura. Una linearità che avvicina molto queste poesie a testi in prosa.  Ma se è vero che la poesia, come genere letterario, è tendenzialmente  caratterizzato dalla concentrazione e dalla polisemia, va però attestata la presenza di molta poesia di qualità che poco si distingue dalla prosa.  La linearità qui perseguita nasce forse da un bisogno interiore di ordine, di chiarezza? Una risposta al caos, alla forza disgregante del presente? La letteratura è anche questo: cura che attenua paure, lenisce dolori, depotenzia forze oscure che agitano l’anima inquieta dell’uomo moderno.  Nei versi, non si notano neppure soluzioni impreviste, spiazzanti. L’ordine regna sovrano, come interni d’appartamento hopperiani lindi  ed essenziali, con atmosfere assorte ma dove qualcosa d’imperscrutabile sembra pur sempre permanere. Un ordine che smussa, rattiene, attutisce: il silenzio del primo mattino/governa ancora la casa(Mattino), Troppo rumore intorno/…/fuori la confusione della vita/…/  Scelta del silenzio (Dentro il silenzio), Parlano piano, indicano qualcosa (Dalla finestra); sei appena partito/ e il silenzio è diventato/signore della casa (Assenza). Oppure:  Nella penombra/mi soffermo un istante accanto al letto (Mattino); Il vecchio si riposa/avvolto dalla calda ombra del giardino (Dalla finestra); Il sole illumina la stanza/ma c’è penombra (Assenza); In questo pomeriggio di primavera,/nella stanza in penombra (Pomeriggio).

    Si avverte nelle poesie di Piera Maria Chessa un equilibrio ponderatissimo di ragione ed emozione che disegna quadri in cui, più che l’azzardo inventivo, il volo espressionistico, l’oscurità e ambiguità delle parole, è la loro precisa e fedele rispondenza ad uno sguardo calmo, alla rappresentazione interiorizzata di accadimenti,  luoghi e stati d’animo; nel tentativo di piegarli o contenerli in un’ideale armonia.  

*

 Mattino

 

I

Mentre il silenzio del primo mattino

governa ancora la casa,

lentamente sposto le lenzuola

per scivolare via.

 

Nella penombra

mi soffermo un istante accanto al letto

ad osservare te che dormi.

 

Il tuo respiro leggero mi rassicura

mentre piano ti volti su un lato

ed insegui nuovi sogni.

 

Apro la porta ed esco adagio

subito avvolta dalla luce del sole.

 

II

La finestra è aperta sulla veranda,

tutto tace,

i pochi indumenti  stesi asciugano

nell’ombra calda.

 

Squilla il telefono

e subito interrompe

il rassicurante silenzio della casa.

 

Rispondo veloce:

è solo la conseguenza di una distrazione,

l’avvio di un nuovo giorno.

 

*

 

Al di là del mare

 

Il prigioniero cammina lento

nella cella

ascoltando la pioggia che batte

sul vetro opaco del lucernaio.

 

Le lenti rotonde non velano

lo sguardo penetrante

che fruga tra i pensieri

pronti a prendere forma

sulle pagine bianche.

 

Un ragno si trascina piano

nell’ombra di un angolo

e interrompe l’intreccio sulla tela

per seguire l’amico taciturno

che lavora.

 

Si ferma il passo, stanco, all’improvviso

per volare oltre le grate,

sperando di incontrare gli occhi chiari

di due figli lontani

ai quali raccontare le storie di un’infanzia

vissuta al di là del mare.

 

*

Il viaggio

 

Lo squillo del telefono

mi porta la notizia del tuo viaggio lontano,

uno sgomento profondo si insinua nel mio animo

e in quello dell’amica che mi chiama.

Da tempo sapevamo, ma non volevamo accettare

che il distacco da te fosse vicino,

neppure quando, pallida e minuta,

accennasti un sorriso, cercando ancora il coraggio

per non cadere.

 

L’alba di questo giorno di luglio

ha deciso che il tempo era concluso,

e il cielo rosa del primo mattino

ha coperto col suo velo leggero

i tuoi occhi ormai stanchi

che incominciavano a perdere la luce.

*

Piera Maria CHESSA

Un ordinato groviglio

Il Filo, 2008

Prefazione di Marina Paola Sambusseti.

La poesia di Piera Maria Chessa: annotazioni. Saggio di Annamaria Capraro

*

Piera Maria Chessa è nata a Pattada il 13 giugno 1949. Laureata in Pedagogia, vive e insegna a Oristano.

Nel 2002 ha pubblicato, per L'Autore Libri di Firenze, la silloge poetica La dea del buio.

Gestisce il blog  www.imuliniavento.splinder.com