Pret(re) à porter di Fabrizio CENTOFANTI

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Fino in fondo

Credi che non abbia dubbi? Che non sia angosciato dall’idea che tutto finirà, che questo corpo, come il tuo, sarà corrotto lentamente dal tempo spietato, che l’affetto, i sogni, l’infinita catena della gioia e del dolore, e tutto quanto ci ha tenuti sul filo del rasoio nella tenace speranza di un riposo, ogni risata, ogni pianto, ogni fiato sospeso, siano destinati a spegnersi in un silenzio senza volto, finita la felice e terribile avventura che chiamiamo coscienza? Eppure so, e stamattina l’ho ripetuto a bassa voce mentre il mondo si svegliava pigramente intorno, eppure so che in qualche luogo, in qualche modo, riprenderemo il filo, sorrideremo come allora e ci diremo l’un l’altro: Lo sapevamo, hai visto? Qualcosa, contro tutto, ci prometteva questo, e la vita, anche piangendo e bestemmiando, mantiene le promesse fino in fondo.

(Da Pret(re) à porter)

*

In un crinale di follia, nella minestra serale d’una vecchia, nel fiato mancante d’una corsa, nella sontuosità d’un letto di cartoni… Ecco, lo scrittore può avere questa capacità, di comprendere tutto sapendo essere tutto, e ovunque: uomo, animale, pianta, minerale. Ciò nelle espressioni più alte non può non sancire una maggiore prossimità al Dio o all’Assoluto a cui ci si rivolge da millenni, alla sua perfezione ideale, alla sua ubiquità e onniscienza, alla sua creatività incessante e imperitura; lo scrittore, naturalmente, coi suoi limiti, la sua fragilità e finitezza. Verità, giustizia, bellezza: le prime due che sono anche la terza, ché un’umanità giusta, saggia, consapevole e altruista è anche bella, così come brutta ci appare spesso quella attuale, responsabile o corriva delle molte ingiustizie compiute da piccoli e grandi (pre)potenti.

Quando poi la prossimità a Dio è anche imitatio Christi, come nel caso di Fabrizio Centofanti, scrittore e sacerdote, sulla pagina è dato cogliere una tensione particolare. “Ogni atto di bene è una luce che si accende sulla tenebra nel caos originario. Collaboriamo a un’opera preziosa: perché perdere tempo? Il peccato è negare che, gesto dopo gesto, assecondando l’energia che Dio ha donato al tutto, possiamo costruire il paradiso che vedevamo all’inizio della storia, ma che ora scorgiamo profilarsi all’estremo limite di essa, come sbocco finale di una tensione verso ciò che non è più imperfetto. Amo questo mondo che ha fatto di me una persona responsabile. Amo chi mi ha graziato con offerte di vita, rendendomi persona libera. Libero è solo chi ha ricevuto doni, senza che si chiedesse un contraccambio. Libero è chi lascia spazio al Bello, al Bene, al Vero.” (Evoluzione).

Ci domandiamo allora con Riccardo Ferrazzi, nella sua postfazione a Pret(re) à porter, edito da Effatà, “Che senso avrebbe incapsulare Fabrizio Centofanti e il suo ultimo libro negli schemi di una scuola critica…” Perché l’aspetto distintivo rispetto a tanti altri libri “non è una cifra stilistica, ma un atteggiamento: l’autore si schiera. Entra nella testa e nel cuore delle vittime, legge il mondo con i loro occhi, senza pretese di obiettività, senza dare spazio alle ragioni degli altri.” “Fabrizio Centofanti” scrive Tiziano Scarpa nella sua introduzione “ è uno scrittore cristiano, o meglio, è un cristiano scrittore, e dunque è un genere speciale di cristiano.” E “…La scrittura è la zona di affondo nell’impasto di vita e eternità, è la sua zona isterica.” Perché “beati i miti”, certo, ma per esprimere la propria umanità, la propria vocazione e il proprio destino fino in fondo – con le sue istanze talvolta gravosissime, nel dono quotidiano di sé, nella coerente rappresentazione sulla pagina del mondo veduto e percepito, nell’affermazione e difesa dei propri valori e della propria fede, come nel caso di Fabrizio – bisogna portare la “spada” dei combattenti (“La verità è nel combattimento logorante, quello che Giacobbe sostenne una notte intera sulle rive dello Jabbok. La sorpresa è che l’angelo ti lascia vincere…” – Al centro del mondo). Non solo raccoglimento, dunque, ma esposizione, confronto, lotta, guardandosi intorno senza pregiudizi, con sguardo vigile e libero al contempo, proponendo apertura dove c’è chiusura, contenimento e regola là dove il dilatarsi incontrollato comporterebbe perdita di sé.

Questo libro di centoventisei racconti è dedicato a don Mario Torregrossa, sacerdote, maestro e amico insostituibile di Fabrizio, scomparso circa due anni fa. Il villaggio in cui/da cui si vive e si osserva il più vasto mondo è la parrocchia di S. Carlo di Sezze alla periferia di Roma: ventimila anime e punto di riferimento per giovani, extracomunitari e poveri. Un’umanità varia, pulsante, in continuo cambiamento al pari delle attese; quelle rivolte in particolare ai curatori di anime, a cui si chiede spesso l’impossibile, vale a dire, sostegno morale e materiale in massima misura; i giorni si fanno così vortici risucchianti e imprevedibili in cui, per sopravvivere, è necessario rompere barriere e schemi precostituiti, in una sfida continua: “Cerchiamo inconsciamente le sorprese, perché sappiamo che la vita è rompere gli schemi, uscire dai binari che l’abitudine dei giorni trasformerebbe in fossili muti se il vento dello Ionio non spalancasse le porte e facesse irrompere la novità che non ti aspetti..” (Al posto mio). Un compito gravoso e spiazzante, in cui ci si ritrova spesso soli e scarsamente compresi: “…quelli che dovrebbero aiutarti sono in giro per il mondo, in posti ameni. L’idea stessa ti solleva: ‘Stiamo riposando per voi’. Anche questo è solidarietà. Il problema vero è quando tornano: rigenerati, pieni di energie, pronti a notare ogni mancanza, mentre tu stai esalando l’ultimo respiro. Però non muori mai, sarebbe troppo semplice. E’ il bello del prete.” (Rose) “…Sento gli sguardi che mi sfiorano per le ragioni più diverse: chi si preoccupa per me, chi cerca spazi inaspettati, chi fiuta l’aria per capire cosa possa cambiare; io continuo a dare, come ho sempre fatto, ma mi accorgo che le forze a volte scemano, qualcuno potrebbe approfittarsene, e non c’è più il mio amico [don Mario] a discernere con certezza la sincerità dalla furbizia.” (Solo una promessa)

Questi racconti non sono però soltanto diario personale, ma narrazione di fatti reali o inventati (Io sono Obama, America, Sono un Rom, Mineo, Una serata diversa, etc.), riferiti per lo più alla cronaca; dove si sta nel mondo sapendo di essere di questo mondo, pur sognandolo migliore, pur sognandovi il ritorno di un Gesù redivivo: “Che bella sorpresa: Gesù è tornato, è venuto a vedere come procedono le cose. Deve adattarsi alle tecnologie, ai ritmi inediti, al tempo concentrato di comunicazioni e spostamenti rapidissimi…” (E’ come se ci fosse sempre stato). La vita è suzione di vita, amore che si riceve e che si rende (“Mi hanno detto che vivere è restituire l’amore ricevuto…” – Per ora); senza credersi dalla parte giusta, onnipotenti (“…se avverti un senso di’incertezza perenne, vieni con noi, fragile amico, qui c’è posto per te.” – Campo giovani); e senza ipocrisia: “Certi poveri fanno paura: gente dell’est dalla faccia affilata che ti ha visto aiutare gli altri e viene a chiedere soldi con aria inconfondibile…” (Da tanto lontano).

A lettura ultimata, resta di queste storie ricche di umanità e saggezza un senso profondo di gratitudine e ammirazione verso il suo autore, messosi in gioco fino in fondo con rigore e autenticità, con amore smisurato verso i propri simili, maledettamente imperfetti come lui. GN

*

Fabrizio CENTOFANTI

Pret(re) à porter

EFFATA’ EDITRICE (2010)

Prefazione di Tiziano Scarpa

Postfazione di Riccardo Ferrazzi

Anche sul blog La poesia e lo spirito 

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