Archive for febbraio 2011

LA LIBERTA’ FITTIZIA DI UN POPOLO

libia-fosse-comuni

Perché un popolo superato il livello massimo di sopportazione nei confronti di un governo, ritenuto inefficiente e iniquo, non può rimuoverlo subendone, invece, la violenza repressiva o le mille diavolerie dilatorie del leader di turno e della sua corte ruffiana, per tenerlo in vita?

Perché la vita e gli interessi di uno o di pochi devono prevalere su quelli di milioni di altri spacciati per il “bene” dello Stato?

Perché le istituzioni devono prevalere su chi le ha istituite senza piegarsi e adattarsi, invece, prontamente, alle istanze profonde di cambiamento dei cittadini?

Domande che ci si pone e ci si continuerà a porre in ogni tempo e in ogni paese, soprattutto in quelli che hanno visto nascere regimi dittatoriali e liberticidi: come in Nord Africa, di recente.

Premesso che una società civile non può realizzare le sue finalità senza istituzioni solide ed efficienti; premesso che la volontà dei cittadini da considerare non può che riferirsi a una larga parte di essi, superiore alla maggioranza della popolazione votante, mi sembra ora più che mai necessario che ogni paese civile codifichi la possibilità di rimuovere in tempi ristretti e per gravi ragioni un governo in carica attraverso un pronunciamento popolare.

La tutela è duplice, garantendo la comunità sia contro gli abusi e le inefficienze del potere in carica, sia contro la volontà soverchiante di un gruppo ristretto di persone. In alcuni casi potrebbe rendersi necessario un presidio esterno con forze militari di pace, per il corretto svolgimento del referendum e dell’informazione pubblica.

Nel nostro Paese, ad esempio, il referendum è previsto soltanto per ”deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.” (art. 75 Costituzione).

Urge una nuova stagione di politica internazionale, con la previsione pattizia, tra Stati, di un istituto di salvaguardia della democrazia interna. Certo, non solo questo, pensando alle non meno urgenti iniziative di solidarietà e di sostegno ai paesi poveri. Il principio dell’auto determinazione dei popoli, che non consente ingerenze di altri Stati nella politica interna di un paese, dovrebbe dunque anche garantire la concreta libertà e autonomia delle comunità, prioritariamente rispetto a quelle degli organismi che le rappresentano. La sofferenza di un Paese, la sua instabilità politica ed economica sono un danno per l’intera comunità internazionale, legata a esso da rapporti umani (familiari, di lavoro e di emigrazione) prima che commerciali. Non vorremmo più assistere nemmeno da lontano, impotenti, a situazioni raccapriccianti di morte e di follia omicida come quella di questi giorni in Libia.

Se ci fosse stata per la popolazione libica una vera libertà di auto determinazione, la dittatura non sarebbe forse durata quarant’anni, evitandosi stragi e tragedie insanabili.

Una riflessione che non può non estendersi, per alcuni aspetti, anche alla situazione italiana. 

Ti sia lieve la terra, Luigi

di-ruscio

il sottoscritto è fortunato

il passaggio tra la coscienza e il niente sarà brevissimo

non è destinata a noi una lunga e spettacolare agonia

non sarà per noi l'insulto di essere a lungo vivi senza coscienza

i clinici più rinomati non appresteranno a noi lunghe strazianti agonie

la nostra miseria ci salva

dall'insulto di essere vivi senza più lo spirito nostro

ritorneremo tranquillamente nel niente da dove siamo venuti

è già tanto che il miracolo della mia esistenza ci sia stato

riuscendo perfino a testimoniarvi tutti

(Luigi Di Ruscio 1930 – 2011)

17 febbraio 2011. Presentazione del Quaderno di Poiein

  La libreria Dessì Mondadori e l’Associazione “Verba Manent”

 Invitano per il 17 febbraio 2011 alle ore 18,00,

 nella sala superiore della Libreria,

 in Largo Cavallotti 17 a Sassari

alla presentazione del libro monografico

“La parola e lo spessore” curato da

Gianmario LUCINI

e dedicato a 

Giovanni NUSCIS

Nuscisquadernopoien

 contenente la raccolta di poesie inedita “Transiti

edito da Puntoacapo Editrice

Intervengono 

Gianfranco CHIRONI e Antonio FIORI

Luisella PISOTTU “Graffiti”

graffiti di luisella pisottu

 Di Luisella Pisottu, nata e residente a Sassari, esce nel 2010, dopo i libri di poesia In vortice obliquo e Tra spirito e  respiro entrambi editi da Il filo, la raccolta Graffiti, per i tipi di Albatros.

I graffiti sono pitture murali o, in senso figurato, segni lasciati da un civiltà scomparsa. Ma al di là dell’etimologia (graphium=stilo) il termine  evoca anche i graffi lasciati sulla pelle da qualcosa o da qualcuno; è nostro destino di viventi e di artisti riceverne  prima di tracciarne sulla pagina, o su una tela,  su uno spartito? Forme alte di consapevolezza passano infatti spesso attraverso l’esperienza del dolore. A questo riguardo calza a proposito la bella citazione di Walt Whitman a inizio del libro (Lettore, in te palpita la vita, tu fremi d’orgoglio e amore:/sei come me, lettore/Ed io perciò ti dedico i miei canti”). Il poeta non è dunque diverso dal lettore sul piano del sentire.  Il lettore potrebbe anzi “fremere d’orgoglio e d’amore” ben più del poeta.

Il libro è suddiviso in tre sezioni (1° Dee, voci del femminile; 2° Solitudini metropolitane; 3° Terra sarda), la prima, preceduta da tre poesie. Nella prima sezione, diverse sottosezioni sono titolate a deità al femminile: Ishtar, Afrodite, Era,Persefone Kore, Demetra, Artemide, Estia e Atena.

 “Nati per accarezzarci/in pelli di luce, aria salmastra/incunearci nella danza/del respiro pausa respiro./Ritrovare la magia/del sole disteso tra spighe e fiato.” Questi versi ci fanno subito intendere la forza vitale dell’autrice, la sua idea sulla nostra naturale vocazione di umani, che è anche il nostro sogno immarcescibile.  “Frugare dunque nelle tasche della vita/…/come bambino che rapito dal gesto/segua il movimento delle mani”. Un accondiscendere alla vita che va  al di là della ragione, assecondando uno sguardo creaturale sulle cose come fanno i bambini. Quello di Luisella è uno sguardo a tutto tondo; ma anche uno sguardo che si sofferma, che sembra cercare e cercarsi, assumendo talvolta lo stupore e il  linguaggio degli antichi adoratori delle divinità: “Natura, dea dimenticata//rimossa nei giri di ruota del giorno/quotidiano delirio/di mete virtuali…”; il rifiuto pure solo parziale dell’“oggi” può portarci così a rimpiangere quelle che pensiamo essere state le sensazioni di chi ha vissuto in tempi lontani. Ma il ritorno può intendersi non soltanto al passato, ma anche al tempo prossimo e personale della propria infanzia: ”ricordati solo//bambino//Restituisciti libertà/di pulsare vita”.  Un cammino verso ciò che l’esperienza ci rivela, col passare degli anni, essere stato essenziale per noi, tolto il contingente e il superfluo:  “Non aver necessità d’altro/che essere/pienamente, intensamente come/destino chiede/e quasi mai ognuno risponde.”

Restare dunque dentro la natura, non rifuggirla, all’unisono col suo battito impercettibile; serbando memoria di ciò che siamo stati individualmente e collettivamente; ricordando il senso di altre vite e della nostra, per non disancorarci in una alienazione disperante.

Se la storia è maestra, la natura è madre, e dalla madre e nella madre inizia e si conclude il ciclo della vita. Il concepimento, l’attesa e la nascita trovano qui un loro spazio di rappresentazione, specie nella Sottosezione dedicata a Demetra (Madre terra" o forse "Madre dispensatrice", probabilmente dal nome Indoeuropeo della Madre terra *dheghom mather") che nella mitologia greca è la dea del grano e dell'agricoltura, artefice del ciclo delle stagioni, della vita e della morte, protettrice del matrimonio e delle leggi sacre). “Accendo candele per propiziarmi/la dea dell’attesa, del viaggio senza fine/intorno a te che ogni volta si compie.” “Osservo senza esser vista/il ciclo naturale che si compie/così, con la naturalezza di una risata./Donna di pensieri io, assorbo dagli occhi/luce che dono al presente,/mio ventre”. Ancora: “La donna gravida, corpo-mistero/porta dentro/il bene che non può vedere./E’ la domanda,/trepidazione”. E questa poesia toccante: “Mia poesia/mi raggiungi nel sospiro insonne/della notte/buio e sillabe/perduta io nel terrore dell’imprevisto./Ho temuto per la vita/dolce angelo.//Questo spazio è per te, piccolo guerriero/questo stare e crescere insieme/cui mi affido”.

 La sezione Terra sarda, ultima delle tre,è invece dedicata alla Sardegna, a iniziare da Sassari: “Ombra di febbraio scivola discreta/sui muri di via Luzzati, un passante./…/E’ tutta qui raccolta nel suo/centro di palazzotti ermetici/parla il linguaggio della solitudine fiera/prima che mercatini urlanti/ne svendano i sogni.” Ma vengono qui descritti altri luoghi definiti (Monte Oro, il viale dei Pini, dove l’autrice vive, Golfo dell’Asinara, Orosei, Cala Ginepro, la 131-Carlo Felice), o indefiniti ma intuibili, segnati dalle stagioni, a iniziare dall’invernale (e apparente) ritrarsi della vita: “Resistere all’abbandono/tendere mani all’universo/lasciare il campo/quando tutto è compiuto.” Stagioni, quelle descritte, dove da ultimo non sembrano primeggiare le brume, il freddo, ma il risveglio imperituro a nuova vita, dove “la fioritura si fa strada nel silenzio”, dove “Il bocciolo offre il nucleo al tepore./Non sappiamo quale regalo/per chi saremo”.

La scrittura di Luisella Pisottu ha una sintassi lineare, con uso frequente di aggettivazione e di verbi declinati all’infinito, praticando spesso l’elisione degli articoli dai sostantivi. Si nota una ricerca di immagini efficaci attraverso l’impiego di metafore e sinestesie.  Un percorso poetico, quello dell’autrice, fatto innanzitutto di vita e di esperienze, dell’ascolto di sé e del mondo per  una consonanza profonda con esso, per un’esistenza vissuta fino in fondo. GN

*

Luisella PISOTTU

Graffiti

Albatros (2010)

Prefazione di Lucia Antista

*

Incontrarti

quando il mondo perde margini

sospesi sul vassoio di sguardi

a catturare il suono del possibile

la carezza conosciuta

il battito che insiste

quando già e ancora lo penserei disperso.

*

Persefone

Madre

ho visto la morte

era fredda

abbandonata ogni dolcezza

nei tratti

parole di pietra

nei sogni

carezze

usci socchiusi.

I tuoi figli scatole di ventre

pezzi d’occhi lasciati al ricordo

sospesi da un dio che non vediamo.

Le tue iridi

quali campi hanno raccolto?

E se il viso si scompone

in un sorriso

da che parte voltarmi

per vederlo e non sentirmi sasso?

*

So che esiste

il luogo di luce in cui riporre

dilemmi, angosce d’inesistenza.

Carne, ossa, sangue. Vita che amiamo

e ci sgomenta.

Cellule in cerca di pace

su immagini oniriche che ancora stupiscono.

La vita è pianto silenzioso, ingegno

sapere che tutto passa

in un velo, in un battito sospeso.

 

E’ uscito il Quaderno di Poien n. 4

Nuscisquadernopoien

Giovanni NUSCIS

La parola e lo spessore

Puntoacapo Editrice, 2010

I Quaderni di Poiein n. 4

Note critiche di Gianmario Lucini

Con la raccolta inedita “Transiti”

*

Ringrazio Gianmario Lucini per la cura di questo Quaderno generosamente dedicatomi, e Antonio Fiori, che ne ha incoraggiato e sostenuto la pubblicazione. 

Ringrazio inoltre Fabrizio Centofanti per le acute parole sulle mie poesie, recenti e meno recenti, nel post uscito oggi sul blog La poesia e lo Spirito

 

 "Dice bene Lucini parlando di durata, di opere che restano perché continuano a provocare una reazione non solo estetica, ma anche esistenziale. Cosa ti ho dato di buono / Non lo so: la grandezza della poesia è nell’incoscienza di un dono inestimabile, non quantificabile, capace di cambiare il corso della storia personale e universale. Sono così le poesie di Fortini, Betocchi, Pasolini; così le tue, tracce invisibili che scavano nel cuore, lasciando questioni in sospeso che perdurano in un loro lavorio sommerso: Vita non è solo quella che vedi, Ce n’è un’altra nascosta; uno spessore, appunto, attingibile solo da chi ha una vocazione da speleologo, umile e pronto a un eroismo non riconosciuto né rimunerato. In fondo, il poeta ha il compito di cogliere tutto ciò che la folla ignora e trascura come inutile: Calvino ha insegnato valori – la leggerezza, per esempio – che vanno in direzioni cui tu riesci a dare un sigillo convincente: Ci sentiamo leggeri avvertendo / il respiro che si ferma / si pensa e si riprende / dove e quando non sapremo. La poesia ha il dovere di indicare un vuoto, una mancanza, di denunciare l’incapacità di una cultura menzognera di nutrire l’anima: Fame siamo / e briciole che restano del pasto. Mai come oggi fare versi è politica, mostrare che il re è nudo, oltre la cortina della sarabanda mediatica e pubblicitaria: Molte parole e poche azioni/ incomprensibili. E ancora parole / come coriandoli di terra / che ci seppelliranno. Politica autentica è anche riconoscere l’impermanenza del potere, la discontinuità dei passaggi di coscienza e di maturità, che suggeriscono di mettere ogni volta in discussione le certezze granitiche e patetiche: Vecchi ormai vi incrocio, / e ad ascoltarvi mi fermo curioso, / e commosso dai racconti che mi fate / di voi di me dell’estraneo che divento / poco a poco. Salvo scoprire che la massa si arrende alla legge del più forte, rischiando di cancellare ogni orizzonte di luce o di voce: Se fossimo uniti / i pochi condomini che siamo / sarebbe una battaglia vinta. / Ma non c’è grido che si somiglia. Eppure, dallo scacco e dal dolore è possibile che sorga un mondo nuovo, l’utopia necessaria, grondante del sangue che comporta ogni speranza, altrimenti non sarebbe tale, in faccia al mondo: Il tempo è appeso alla tua gola / le lancette del quadrante / vi si figgono e ritrovi / dell’ora più ferita / sulla carta una parola. La parola di poeta lacerato e redento dal futuro che ti scava senza fare sconti, senza mentire, rivelando lo spessore di una storia e, Dio lo voglia, di ogni storia. (Fabrizio Centofanti)"

Daniela RAIMONDI “Diario della luce”

diario della luce

MATTINO

                                                          “Porque toda la noche

                                                           senti pasar las tortola

                                                           me tocaban, limpias,

                                                           que con su ala de espuma.”

                                                               Juana Castro

Questo è per te, che ti siedi e mi ascolti.

Ogni dettaglio è tuo,

fermo da secoli sulle righe del legno.

Il prato è bianco,

la pance delle pecore intrise di brina

e gli uccelli sognano,

la testa piegata sotto l’ala.

Esco dall’acqua della notte.

Vivo insieme a loro questa povertà

fatta di erba e sale

il rigore del cielo

nell’attesa di un tempo più mite.

La vita con il pane, con un poco di bene.

E’ solo a questo che crediamo:

al ruotare magico del tempo

alla raccolta dell’acqua,

alla fede terrena del seme.

*

Da: SAN LORENZO

Il sole delle sette scalda le rocce,

increspa la spuma del mare.

La luce si annida

nella crosta aperta dei sugheri.

Questo attimo di gioia

può folgorare il dolore con il suo candore.

“Pensi a questo azzurro

quando sei lontana?” – mi chiedi.

I campanili di Alghero

fermi su una lingua di terra distante.

La luce si spande sulle nostre ciglia,

sulle braccia intrecciate delle bambine

addormentate sul sedile.

Io guido e la tua voce racconta

degli ultimi giorni insieme a chi hai amato.

La tua voce mi dice che l’amore è più forte.

Più della pena che resta.

Più di ogni morte.

*

Da: DIARIO DELLA LUCE

01:16

La luna è sorta dal suo grembo nerissimo.

Tinge di bianco i rami degli ulivi,

brucia la tenerezza degli oleandri.

Il mio corpo

come un roseto in fiamme.

Dalla terra nasce

un odore di oro e di cenere.

Sono la regina egizia

dagli occhi sempre aperti,

il mio sangue scintilla.

Nella stanza notturna

visi sconosciuti si chinano

ad osservare la mia veglia,

respirano sopra il tumulto del petto.

La fine del rumore inizia qui:

in questo silenzio gotico,

nell’inferno africano del mio fiato.

L’insonnia stanotte è una serra di sospiri,

una fila di piccole morti.

Fuori dura la sete dell’estate.

Nell’aria tintinnano ninnoli cinesi.

*

LA BUFERA

I lampi si aprivano come orchidee mostruose

sul nero fondale del cielo.

I lamenti dell’erba erano grida di bambini

e in fondo a quel buio

spade di arcangeli, le dita ossute delle streghe.

Poi le finestre hanno smesso di tremare,

le fondamenta hanno cessato di gemere.

Un formicolio d’atomi nell’aria

e ogni cosa ha ritrovato il suo posto nel mondo.

E’ rimasta solo l’immobilità degli alberi,

un mormorare di cisterne,

il lento gocciolio delle grondaie.

*

SCIROCCO

Il sonno era un ruscello

sopra una pietra bianca.

Alle tre di mattina,

ho sentito il ruggito del vento:

le persiane sbattevano,

le sedie di giunco

volavano sopra il giardino.

Mi sono alzata.

La stanza era fredda.

Ho camminato scalza fino alla porta,

l’ho spalancata

e ho lasciato alle spalle l’inverno.

Nell’aria soffiava un vento africano

che scaldava le braccia, muoveva i capelli.

Il cielo era grande,

l’estate volava sulla mia pelle.

Immobile,

a piedi nudi nel portico,

ho sentito un tintinnio di monili,

profumo di zenzero e di gelsomino.

Poi, in fondo alla notte,

ho creduto di scorgere dune di sabbia,

donne berbere danzare sotto la luna.

Alghero, 27 febbraio 2010

*

Daniela RAIMONDI

Diario della luce

MobyDick, 2011