Archive for marzo 2011

“TRANSITI”. Recensione di Marco SCALABRINO

Nuscisquadernopoien

Ringrazio di cuore l'amico Marco Scalabrino per il suo intervento critico su "Transiti"

 

*

Un fausto incontro quello fra Giammario Lucini, avveduto editore valtellinese, e Gianni Nuscis, talentuoso autore sardo. Tanto che Lucini ha scelto Nuscis, che “mi ha sorpreso per rigore stilistico e spessore tematico”, e lo ha inserito nel novero dei primi cinque autori da pubblicare nella collana a sua cura denominata I QUADERNI di POIEIN: Arnaldo De Vos, Annamaria Ferramosca, Valeria Serofilli, Daniela Raimondi e Gianni Nuscis appunto. “L’obiettivo della collana – illustra Lucini – non è di presentare dei nomi particolarmente importanti fra i poeti di oggi ma piuttosto di avanzare delle considerazioni peculiari sulla poesia attraverso aspetti che un poeta contemporaneo rende evidenti nella sua opera”; aspetti che ogni quaderno, “oltre a fornire alcuni elementi interpretativi della poetica degli autori, cerca di tematizzare”. 

Transiti è la raccolta inedita di Gianni Nuscis, la sua quarta raccolta, inclusa nella monografia numero 4 de I QUADERNI. 

La scelta del titolo del volume, Giovanni Nuscis la parola e lo spessore, non è casuale. Su entrambi i termini costituenti il dettato del Nostro, parola e spessore, così intrinsecamente legati, sia Lucini che lo stesso Nuscis si soffermano con convincenti esposizioni. Afferma Lucini: “Si dice che un’opera ha spessore quando la sua lettura provoca, nel lettore, una reazione duratura nel ricordo e significativa per la sua sensibilità. Lo spessore dell’opera d’arte consiste nel redimere le visioni della realtà banalizzate o comunque lise dalla frequentazione culturale, presentandole in una veste originale, da altre prospettive, per mezzo di invenzioni capaci di liberarle dalle incrostazioni delle interpretazioni sedimentatesi nel tempo, per restituirle cariche di ulteriori significati. Questa diversità dello sguardo è la cifra, la forza dell’opera d’arte, il suo spessore, e tanto più essa investe gli aspetti più convenzionali della cultura, tanto più il suo spessore è rilevante; non in argomentazioni oggettive ma nella sua capacità di tradurre in un linguaggio appropriato un mondo diverso, vero per sé stesso e non per dimostrazione logica. Nel pensiero poetico [difatti] il ragionamento non viene esplicitato perché il poeta non ha bisogno di dimostrare nulla, ma soltanto di alludere alla verità soggettiva che egli sente. Nuscis è uno che riflette molto e questo suo tratto è ben visibile nel suo lavoro. La tensione etica che si rileva nei suoi testi è frutto di questa sua riflessione, di questo confronto interiore e sofferto con il mondo, di questo dialogo problematico fra emozioni, sentimento, sensazioni, pulsioni e razionalità. Il ribollire di Nuscis è a fuoco lento, è segnato dall’osservazione, dall’interrogazione, da una calma più disciplinare che caratteriale. La sua scrittura sembra lasciar trasparire questa tensione fra energia creativa ed esigenza della misura, dell’equilibrio e anche del trovare la forma appropriata ad esprimere un verso armonizzato col senso del messaggio poetico.”

E Gianni Nuscis puntualizza: “Credo nella centralità della parola, nella sua capacità di addensare significati e suoni, di rappresentare o evocare mondi fisici e interiori, chiaroscuri di senso e silenzio, visione e assenza. Il lavoro sulla singola parola è fondamentale, assieme a quello sul verso, in una concatenazione armoniosa di musica e senso; valutando innanzitutto la sua necessità, le sue implicazioni semantiche e foniche. Nella parola e per la parola, in poesia, ci si gioca tutto. Leggo e rileggo fino a quando non mi convinco della loro adeguatezza e insostituibilità. La poesia nasce dal quotidiano, originata da incontri, letture di giornali e di libri, fatti e situazioni personali o collettive; nasce dalla parola, dalla sua musica combinata con quelle di altre parole; nasce nell’abbandono, nella libertà di spaziare nei paesaggi della fantasia seguendo un susseguirsi di visioni, un ritmo, una melodia che le attraversa. Ciò che ne deriva, rompendo percorsi fono-sintattici convenzionali, ha talvolta una bellezza, una verità e un’originalità inaspettate, rivelando un volto inedito del mondo e di noi stessi”.  

E veniamo infine allo specifico di Transiti. Gianmario Lucini asserisce: “Giovanni Nuscis è uno abituato a chiedersi la ragione della sua scrittura (attento ossia alla deontologia del suo essere poeta). La poetica di Transiti, il suo messaggio ideale, è duplice: da una parte la riflessione sul passaggio (“transito”, appunto) dall’età del protagonismo e della esuberanza, all’età della consapevolezza e della maturità segnata dal disincanto, dall’altra di nuovo una riflessione sul tempo e il senso del tempo, come passaggio da senso a senso dell’uomo nel mondo. Lo stile appare svincolato da qualsiasi forma e sembra cercare più una consonanza emozionale con il contenuto che con una qualche forma di abbellimento estetico. La parola è sempre affilata e talvolta secca e dura ma non cerca mai di arruolare artifici retorici per accreditarsi più valida e più incisiva. Siamo di fronte a una poesia scarna, sobria, asciutta, preoccupata, quasi con orgoglio, più della qualità dei suoi indumenti che delle trine e dei merletti: stoffa buona, più che fronzoli”. 

Quanto esposto mi pare sufficientemente emblematico della poesia di Gianni Nuscis, ne dà un quadro abbastanza esauriente, definito, e pertanto non ritengo di dovervi aggiungere alcunché. Tuttavia, partendo dalle centrate osservazioni sopra esposte, giusto per avvalorarne la bontà, desidero riportarne talune delle formulazioni, delle invenzioni liriche, degli esiti più felici. 

Transiti consta di soli trentuno brevi componimenti. E nondimeno sono parecchie le esemplificazioni convenienti, in ognuna delle quali sta a noi rinvenire le attinenze relative alla esperienza individuale, i rimandi alla attualità sociale, la visione del mondo del nostro autore: puntare / al chiarore che giunge dai vetri; si andava per caldaie / d’ospedale … mangiatori di patate e laureandi / tra i chiaroscuri di un ventre / pulsante e reietto … in quel misto di unto, discorsi / cambi di turno; ci fermiamo o incespichiamo / ovunque con una smorfia … nessuno più è maestro per sempre; l’autunno coi baffi nevicati … disarcionati spesso al primo tuono; occhi che s’incrociano / dalle tribune precarie di due corpi; violenza garbata siede / ora sui troni di parole … animale impalpabile e concreto … fintamente dimesso / gigiona minaccioso tra i sondaggi; voli col tuo sogno di polline / e il corpo niveo resta immobile / ad accogliere la cesoia dall’alto … una farfalla si posa / e ti si annuncia come un angelo; vedo dai tuoi occhi / il mio salto di rana sugli anni; vecchie girandole / che sembrano nuove / dove a cambiare / è solo il fiato / che le fa andare; molte le braccia intorno / setole di scopa a mondargli / umore e coscienza. / Sui bordi  della piazza / nei volti smagriti degli astanti / il piacere di predirgli una fine / non diversa dagli altri … parole / come coriandoli di terra / che ci seppelliranno; tutto torna / nella gabbia sfondata del tempo … e tu ricordi certo mani / che ti cullavano / la voce che ti accompagnava / credendo / che non t’avrebbe abbandonato; arrivano gli altri, tanti, / scollati dalle sue tivù / per trascinarsi in stampelle / fino a Piazza del popolo … “per la sua fede certa / per gli ideali alti / avrà un posto / di ministro o senatore”; la bocca del vento / bacia i nostri passi; gli aghi del maestrale / sul viso smunto dell’inverno; tovaglia scossa dopo il pasto / e poi rimessa / per nuovi clienti; quindici rami dove / cantavano molti uccelli / dalle mete imprevedibili; ali d’aquila sono / le bianche camicie dei padri / sospese nell’aria … e s’impennano gli sguardi / cercando la ragione del salire / della molta fatica richiesta. 

In chiusura, ben meritevole, a mio avviso, di essere riportato per intero è il testo a pagina 33 Matrioske: Vi tengo tutti dentro / con amore e rispetto voi / che col mio nome / vi siete divisi il mio sangue / il mio tempo. / Vecchi ormai vi incrocio, / e ad ascoltarvi mi fermo curioso / e commosso dai racconti che mi fate / di voi di me dell’estraneo che divento / poco a poco. (Marco Scalabrino)

TRANSITI

Giovanni Nuscis

puntoacapo 2010  

 

 

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“L’impoetico mafioso”. Sassari, 1° aprile 2011

l

                  LA LIBRERIA DESSI' MONDADORI DI SASSARI

L'ASSOCIAZIONE POIEIN

PRESENTANO L'ANTOLOGIA POETICA

"L'IMPOETICO MAFIOSO"

Lo schiaffo di 105 poeti italiani

   alla cultura mafiosa

Presentazione a Sassari

Venerdì 01.04 alle 18:00

presso la libreria Dessì Mondadori

Largo Cavallotti, 17

Coordinamento: Giovanni Nuscis

Interverrà il poeta Gianmario Lucini,

editore e curatore dell’opera

e alcuni poeti che vi hanno partecipato

Centocinquanta

1195046433

Se ne parlerà per giorni e mesi

intanto che la luce oro sul passato

si farà arancio di nuovo

dopo confronti e sogni

si torna a subire il nemico

di cui sappiamo il nome

il volto e i sodali

che affannano i nostri passi;

nelle loro carte un veleno

che uccide senza clamore;

qualche sorriso nascosto

nei commi e negli incisi.

Noi no, non baionette né sangue

il nemico non ha divisa

si muove sfoca dissolve

solo su uno schermo;

impossibile colpirlo leoni

marini ci diciamo

pazienti sulla riva

sapendo che l’onda

anche noi porterà via.

 

La bilancia in bilico

Non sono “simpatici” i magistrati. Si sostituiscono a Dio giudicando fatti e misfatti, pronunciando i loro giudizi in nome del popolo sovrano che saprebbe lui come decidere, in certi casi, con certa gente. Nessuno in Italia può evitare le loro indagini, anche se la prosecuzione di un procedimento, la pronuncia di una condanna sono tutt’altra faccenda. Una casta di dipendenti dello Stato che guadagna al vertice della carriera cinque, sei volte quello che guadagnano altri dipendenti pubblici: anche se sono sempre meno i laureati che vogliono seguirne l’esempio, non ostante lo status invidiabile e la disoccupazione dilagante. Anche se un barista e un pizzaiolo, a ben vedere, e con tutto il rispetto, possono guadagnare più di lui senza rompersi la testa.

Ora, però, e non solo ora, a questa categoria vitale che svolge un lavoro tra i più complessi, dopo un lungo e rigoroso percorso di studi e un concorso pubblico notoriamente selettivo, il Governo in carica vuole mettere mano radicalmente, con un disegno di legge costituzionale definito dal Premier “epocale”. E’ bene leggerle con attenzione le proposte di modifica della Costituzione, provando poi a rispondere a domande come queste.

1. Quali vantaggi concreti deriveranno ai cittadini da questa riforma sotto il profilo essenziale della tutela dei loro diritti, considerando che non si andrà a incidere né sullo snellimento dei processi (a parte il venir meno della possibilità dell’appello del pubblico ministero in caso di sentenza di assoluzione) né sul pesante arretrato civile e penale, né sulla crescente esiguità delle risorse umane e materiali necessarie per far funzionare i palazzi di giustizia?

2. Considerata la cronaca recente e l’esperienza del ventennio fascista, può ritenersi priva di rischi la scelta di rendere l’azione penale non più obbligatoria ma affidata al “sistema di valori”, alle “priorità” e alle “contingenze” del potere di turno, espressi in forma di “legge”?

3. Come potrebbe lavorare con autonomia e coraggio, soprattutto nelle più gravi imputazioni contro i potenti, un pubblico ministero su cui incomba la minaccia di un’azione disciplinare da parte del nuovo organismo (Corte di disciplina della magistratura requirente) composto per metà da politici, di un ministro della giustizia con potere ispettivo da brandire come una clava, di una responsabilità personale che, in caso di errore, non ostante una copertura assicurativa, potrebbe comportargli un giudizio in sede civile e disciplinare, nonché un blocco della carriera e un trasferimento d’ufficio?

4. Prima di intervenire su meccanismi così delicati, posti a garanzia del corretto esercizio della funzione giurisdizionale, rivelatasi fondamentale e salvifica in molti momenti della nostra storia, sia contro la mafia e il terrorismo sia contro il malaffare politico ed economico, endemico e insidioso come le cronache continuano a confermare, non era forse giusto attendere riforme imprescindibili come quella elettorale e quella sul conflitto di interessi, per non dire degli interventi urgentissimi sull’occupazione e l’economia?

5. Ma è davvero il “popolo sovrano” che ha ritenuto prioritaria e urgente questa riforma, che nella migliore delle ipotesi per nulla inciderebbe sulla migliore tutela dei diritti dei cittadini, o è un solo uomo, per le vicende che tutti conosciamo, a volerla in modo così insistito?

6. E’ accettabile, in un paese normale, che una persona sotto processo intervenga su meccanismi ordinamentali che potrebbero non essere così ininfluenti sulla sua situazione processuale, non ostante le rassicurazioni che non si tratta di norme ad personam e la dichiarata non applicazione della riforma per i procedimenti in corso?

7. Perché parlare di ”apertura e confronto con l’opposizione”, in sede di discussione in Parlamento del disegno di legge, se poi ciò che da ultimo conta è la volontà di una maggioranza accortamente ricompattatasi e contatasi, dopo una “campagna acquisti” di cui i media hanno fornito nel dettaglio i retroscena?

Ognuno si dia le risposte che crede. (gn) 

“Il mondo che rimane” di Antonio PIBIRI

antonio pibiri

Sul raccordo

Il sesso è una continua interruzione

Cesare Viviani

 

non svegliar l’uomo che vola

nel vento che non fa una piaga.

solo osservalo in sezione.

ché la pista d’atterraggio s’intravvede.

di già scende, perde quota.

o si riprende sul tuo corpo

aperto tra lenzuola

il suo miraggio.

*

Tabellina dell’io

domino e regno perché plurioculare

ricalco i confini bagnati dell’isola.

dal centro alto m’irraggio

come stella a torcicollo.

regno e domino dalla rocca

ferita al fianco da un solo loculo.

tengo la conta demografica:

secondo soltanto allo zero.

il mio è Stato sovrano,

mio indivisibile numero.

*

La casa dei fantasmi

In casa tra lenzuoli appesi ai crucci

tutto ciò che uccido prima o poi

torna a rivivere mio malgrado.

così vuole, così

voglio?

scopro di non avere potere di morte,

pollice verso, che non confligga

col suo contrario.

né altro altro potere

se non l’oblio della piaga,

l’oblio del nemico che amichevolmente

mi rende la spada.

*

non posso ascoltarti

da questa ribalta di luce,

facce da una secrezione,

e villose dune come bestie

esauste.

per un attimo vivrei nell’imminenza

dell’acqua che scorre via,

neve di commozione.

una musica si stacca da terra.

il trenino prende a salire

per la curva dei monti

su e giù, fa scalo dove poggia

la matita del bimbo.

*

la formica è un centauro

nel suo mondo di draghi

Ezra Pound

 

mi parli al telefono con la spina

di pesce in gola, o l’affilato osso di pollo.

mi dici che la sabbia si solleva

e prende forme che poi non mantiene.

cade a tappeto e tu la segui

confondendoti nella minuta grana.

in quel franare cerchi

il tuo minuscolo gemello.

*

Romanzo

sei ai piedi di una centrale eolica

gli occhi scalano le torri fino alle pale

e nel campo vicino un bracciante

sistema con cura uva sulle stuoie.

io ti capisco sai, così distante

pensi al tuo cavallo, il drago,

la damigella.

*

Il mondo che rimane

la vista un ristretto di alterni focolai,

calcestruzzi senza sciacquiettio.

un uovo sodo vuoto tant’è pieno

e senza becco

che muova.

fuori allo scoperto la giravolta dei fiori,

bella grafia delle primissime volontà.

la strada per terra riapre

al mondo che muore.

*

Lasciti (proprietà dell’autore)

credo nella resurrezione dei corpi.

troppi ne ho visti uscire da inferni

privati o collettivi, alcuni più cattivi,

deformi lamiere, forse orchi.

altri rinati, ma pochi come dita.

tutt’al più lasciano ai posteri

qualche oscuro canto

a sinistra in colonna.

*

Antonio PIBIRI

Il mondo che rimane

Lampi di stampa (Milano, 2010)

*

Antonio Pibiri è nato a Sassari e risiede ad Alghero. Il mondo che rimane è il suo secondo libro di poesie dopo Di quinta in Quinta (Magnum editore – Sassari, 2007)

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Postfazione di Antonio Fiori

Una poesia, quella di Antonio Pibiri, con tratti sicuramente orfici, eppure capace di versi lucidissimi, una scrittura di rivisitazione del sogno, che attinge spesso dal magma dell’inconscio ma che mai rinuncia al raziocinio, a un tentativo estremo di decodificazione, al giudizio del “tribunale della mia scrivania”. Il poeta si assicura un contatto con l’esterno attraverso gli eserghi, le dediche, le allusioni letterarie ma poi affronta il suo viaggio singolare e visionario. Né può dirsi che lo sguardo sia solo interiore: natura e manufatti, incontri e sentimenti, sono spesso al centro dell’attenzione, risolti però in una sorta di trasfigurazione, anche attraverso il meccanismo del capovolgimento e dell’ironia (“qualcuno cambia i fiori all’acqua”, “madonne che piangono dal ridere”). Nella prima sezione della raccolta l’autore si confronta con le dinamiche più profonde e sfuggenti della comunicazione interpersonale, registra “l’enigma dell’altro”, l’impossibilità di comprendersi interamente (“oh se un Angelo mi fermasse in tempo/per offrirmi ragguagli, per dirmi”). Di questo la poesia è testimone, ma anche costante e inappagabile investigatrice. Attraverso l’alter ego e l’immaginazione cerca poi nuovi indizi, altre risposte. La seconda, “Il mondo che rimane”, sfuma nel rapporto confuso e problematico con la realtà esterna, gli oggetti e la natura. Il poeta insomma muove dall’enigma dell’altro verso l’enigma del mondo: “la strada per terra riapre al mondo che rimane”. Anche se la parola non è la cosa – e anziché avvicinarci alla verità spesso ce ne allontana – essa è strumento irrinunciabile e la chiaroveggenza resta, per Pibiri, una legittima aspirazione: “serve un’altra ugola, un’altra voce”.

I testi sono attraversati da plurime tensioni: il contenimento dei significati apparenti (ottenuto con l’accostamento di aggettivi improbabili), la necessità che la musica d’una rima non snaturi la vocazione antilirica dei testi, il pericolo del nonsense, in questi casi, sempre in agguato. Al tendersi di queste corde la poesia si anima, trova la su fisionomia – o magari la via d’uscita dall’impasse provocato dal suo stesso oggetto (“giuro che ogni ponte mi è d’ostacolo/…/forse meglio senza, procedere nei vuoti/coi piedi che formicolano indizi”). Ma Pibiri sa bene che non riuscirà a sciogliere il nodo, che la poesia è e rimarrà sempre solo ricerca, anelito, preghiera.