“TRANSITI”. Recensione di Marco SCALABRINO

Nuscisquadernopoien

Ringrazio di cuore l'amico Marco Scalabrino per il suo intervento critico su "Transiti"

 

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Un fausto incontro quello fra Giammario Lucini, avveduto editore valtellinese, e Gianni Nuscis, talentuoso autore sardo. Tanto che Lucini ha scelto Nuscis, che “mi ha sorpreso per rigore stilistico e spessore tematico”, e lo ha inserito nel novero dei primi cinque autori da pubblicare nella collana a sua cura denominata I QUADERNI di POIEIN: Arnaldo De Vos, Annamaria Ferramosca, Valeria Serofilli, Daniela Raimondi e Gianni Nuscis appunto. “L’obiettivo della collana – illustra Lucini – non è di presentare dei nomi particolarmente importanti fra i poeti di oggi ma piuttosto di avanzare delle considerazioni peculiari sulla poesia attraverso aspetti che un poeta contemporaneo rende evidenti nella sua opera”; aspetti che ogni quaderno, “oltre a fornire alcuni elementi interpretativi della poetica degli autori, cerca di tematizzare”. 

Transiti è la raccolta inedita di Gianni Nuscis, la sua quarta raccolta, inclusa nella monografia numero 4 de I QUADERNI. 

La scelta del titolo del volume, Giovanni Nuscis la parola e lo spessore, non è casuale. Su entrambi i termini costituenti il dettato del Nostro, parola e spessore, così intrinsecamente legati, sia Lucini che lo stesso Nuscis si soffermano con convincenti esposizioni. Afferma Lucini: “Si dice che un’opera ha spessore quando la sua lettura provoca, nel lettore, una reazione duratura nel ricordo e significativa per la sua sensibilità. Lo spessore dell’opera d’arte consiste nel redimere le visioni della realtà banalizzate o comunque lise dalla frequentazione culturale, presentandole in una veste originale, da altre prospettive, per mezzo di invenzioni capaci di liberarle dalle incrostazioni delle interpretazioni sedimentatesi nel tempo, per restituirle cariche di ulteriori significati. Questa diversità dello sguardo è la cifra, la forza dell’opera d’arte, il suo spessore, e tanto più essa investe gli aspetti più convenzionali della cultura, tanto più il suo spessore è rilevante; non in argomentazioni oggettive ma nella sua capacità di tradurre in un linguaggio appropriato un mondo diverso, vero per sé stesso e non per dimostrazione logica. Nel pensiero poetico [difatti] il ragionamento non viene esplicitato perché il poeta non ha bisogno di dimostrare nulla, ma soltanto di alludere alla verità soggettiva che egli sente. Nuscis è uno che riflette molto e questo suo tratto è ben visibile nel suo lavoro. La tensione etica che si rileva nei suoi testi è frutto di questa sua riflessione, di questo confronto interiore e sofferto con il mondo, di questo dialogo problematico fra emozioni, sentimento, sensazioni, pulsioni e razionalità. Il ribollire di Nuscis è a fuoco lento, è segnato dall’osservazione, dall’interrogazione, da una calma più disciplinare che caratteriale. La sua scrittura sembra lasciar trasparire questa tensione fra energia creativa ed esigenza della misura, dell’equilibrio e anche del trovare la forma appropriata ad esprimere un verso armonizzato col senso del messaggio poetico.”

E Gianni Nuscis puntualizza: “Credo nella centralità della parola, nella sua capacità di addensare significati e suoni, di rappresentare o evocare mondi fisici e interiori, chiaroscuri di senso e silenzio, visione e assenza. Il lavoro sulla singola parola è fondamentale, assieme a quello sul verso, in una concatenazione armoniosa di musica e senso; valutando innanzitutto la sua necessità, le sue implicazioni semantiche e foniche. Nella parola e per la parola, in poesia, ci si gioca tutto. Leggo e rileggo fino a quando non mi convinco della loro adeguatezza e insostituibilità. La poesia nasce dal quotidiano, originata da incontri, letture di giornali e di libri, fatti e situazioni personali o collettive; nasce dalla parola, dalla sua musica combinata con quelle di altre parole; nasce nell’abbandono, nella libertà di spaziare nei paesaggi della fantasia seguendo un susseguirsi di visioni, un ritmo, una melodia che le attraversa. Ciò che ne deriva, rompendo percorsi fono-sintattici convenzionali, ha talvolta una bellezza, una verità e un’originalità inaspettate, rivelando un volto inedito del mondo e di noi stessi”.  

E veniamo infine allo specifico di Transiti. Gianmario Lucini asserisce: “Giovanni Nuscis è uno abituato a chiedersi la ragione della sua scrittura (attento ossia alla deontologia del suo essere poeta). La poetica di Transiti, il suo messaggio ideale, è duplice: da una parte la riflessione sul passaggio (“transito”, appunto) dall’età del protagonismo e della esuberanza, all’età della consapevolezza e della maturità segnata dal disincanto, dall’altra di nuovo una riflessione sul tempo e il senso del tempo, come passaggio da senso a senso dell’uomo nel mondo. Lo stile appare svincolato da qualsiasi forma e sembra cercare più una consonanza emozionale con il contenuto che con una qualche forma di abbellimento estetico. La parola è sempre affilata e talvolta secca e dura ma non cerca mai di arruolare artifici retorici per accreditarsi più valida e più incisiva. Siamo di fronte a una poesia scarna, sobria, asciutta, preoccupata, quasi con orgoglio, più della qualità dei suoi indumenti che delle trine e dei merletti: stoffa buona, più che fronzoli”. 

Quanto esposto mi pare sufficientemente emblematico della poesia di Gianni Nuscis, ne dà un quadro abbastanza esauriente, definito, e pertanto non ritengo di dovervi aggiungere alcunché. Tuttavia, partendo dalle centrate osservazioni sopra esposte, giusto per avvalorarne la bontà, desidero riportarne talune delle formulazioni, delle invenzioni liriche, degli esiti più felici. 

Transiti consta di soli trentuno brevi componimenti. E nondimeno sono parecchie le esemplificazioni convenienti, in ognuna delle quali sta a noi rinvenire le attinenze relative alla esperienza individuale, i rimandi alla attualità sociale, la visione del mondo del nostro autore: puntare / al chiarore che giunge dai vetri; si andava per caldaie / d’ospedale … mangiatori di patate e laureandi / tra i chiaroscuri di un ventre / pulsante e reietto … in quel misto di unto, discorsi / cambi di turno; ci fermiamo o incespichiamo / ovunque con una smorfia … nessuno più è maestro per sempre; l’autunno coi baffi nevicati … disarcionati spesso al primo tuono; occhi che s’incrociano / dalle tribune precarie di due corpi; violenza garbata siede / ora sui troni di parole … animale impalpabile e concreto … fintamente dimesso / gigiona minaccioso tra i sondaggi; voli col tuo sogno di polline / e il corpo niveo resta immobile / ad accogliere la cesoia dall’alto … una farfalla si posa / e ti si annuncia come un angelo; vedo dai tuoi occhi / il mio salto di rana sugli anni; vecchie girandole / che sembrano nuove / dove a cambiare / è solo il fiato / che le fa andare; molte le braccia intorno / setole di scopa a mondargli / umore e coscienza. / Sui bordi  della piazza / nei volti smagriti degli astanti / il piacere di predirgli una fine / non diversa dagli altri … parole / come coriandoli di terra / che ci seppelliranno; tutto torna / nella gabbia sfondata del tempo … e tu ricordi certo mani / che ti cullavano / la voce che ti accompagnava / credendo / che non t’avrebbe abbandonato; arrivano gli altri, tanti, / scollati dalle sue tivù / per trascinarsi in stampelle / fino a Piazza del popolo … “per la sua fede certa / per gli ideali alti / avrà un posto / di ministro o senatore”; la bocca del vento / bacia i nostri passi; gli aghi del maestrale / sul viso smunto dell’inverno; tovaglia scossa dopo il pasto / e poi rimessa / per nuovi clienti; quindici rami dove / cantavano molti uccelli / dalle mete imprevedibili; ali d’aquila sono / le bianche camicie dei padri / sospese nell’aria … e s’impennano gli sguardi / cercando la ragione del salire / della molta fatica richiesta. 

In chiusura, ben meritevole, a mio avviso, di essere riportato per intero è il testo a pagina 33 Matrioske: Vi tengo tutti dentro / con amore e rispetto voi / che col mio nome / vi siete divisi il mio sangue / il mio tempo. / Vecchi ormai vi incrocio, / e ad ascoltarvi mi fermo curioso / e commosso dai racconti che mi fate / di voi di me dell’estraneo che divento / poco a poco. (Marco Scalabrino)

TRANSITI

Giovanni Nuscis

puntoacapo 2010  

 

 

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