Sebastiano AGLIECO “Radici delle isole” – I libri in forma di racconto

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“Vorrei che questo libro fosse letto come un racconto dell’attenzione e della cura, non come un saggio letterario. Non si discute alcuna teoria. Si indica, piuttosto, un compito: il racconto dei libri, degli incontri che li hanno preceduti e accompagnati, come ci cercano e ci accompagnano le presenze nel corso dei nostri anni”. “(Il libro) è dedicato al lettore: un lettore responsabile, che sa leggere con libertà, che costruisce le sue parole intorno ad altre parole, alimentandole della fiducia del senso e riportandole al duro cemento.”

Radici delle isole di Sebastiano Aglieco (La Vita Felice, Milano 2009) è dunque ben più di una raccolta di scritti – saggi, recensioni, note di lettura; è una riflessione ininterrotta sulla scrittura, sulla vita, sui libri letti, con l’impiego d’una prosa intensa e poetica. Ed è questa la ragione della sua attualità, a distanza di due anni dalla sua uscita, della sua probabile tenuta nel tempo. Un libro profondamente etico: “Meglio un poeta in meno se egli si fa servo del mondo, dei suoi riti millenari di morte e asservimento.” “Scrivere è, per me, una specie di esercizio spirituale. Cerco di scrivere tutte le mattine, con la stessa regolarità con cui si pronunciano le preghiere.” “Spezzare i legami coi padri e coi fratelli. Essere autenticamente liberi. E’ l’unico modo per fondare un giudizio che non debba più niente a nessuno.” Anche se “Siamo tutti fatti di ciò che ci donano gli altri.”, dice Tzvetan Todorov richiamato dall’autore.

Emerge da questo libro una fisionomia del poeta: “Noi non siamo i tappeti della modernità. Siamo una stanza, una piccola stanza grigia e spoglia, con una sedia. Noi offriamo il silenzio necessario che la modernità rifiuta.” La poesia, però, “non è il mondo e non deve coincidere col mondo. Il mondo è il suo campo di battaglia, non può allearsi col mondo. Poesia è coscienza del mondo. E’ il mondo che si pensa. E’ il grande Narciso pensante e senziente che la modernità ha cancellato, riducendo il suo sguardo a moncherino, a protesi di se stesso. Se questo sguardo coincidesse con il mondo, totalmente, sarebbe condannato ad annegare come il Narciso moderno.” Perché “alla poesia compete il rischio necessario del dichiarare, che è cosa diversa da ricostruire dei fatti.” Anche se “La parola è condannata a tornare ai suoi ranghi, alla preghiera quotidiana. Gli occhi ciechi devono guardare, percepire con prepotenza i pochi lacerti di luce se non vogliono annegare nell’illusione che il mondo è solo ciò che si vede. Perché non può esserci distanza tra le parole e le cose.” “Vorrei parlare dell’ombra come del luogo in cui le cose si formano; ma anche del luogo in cui le cose, le parole, decidono di abitare per ritegno, in onore della sottrazione. /…/ Una poesia che si espone alla piena luce è condannata a bruciarsi. /…/ e quando si compie il passaggio necessario del mostrarsi, del venire avanti, al poeta non spetta più il giudizio; al poeta è dato solo il tempo del morire un poco. Ogni poeta, è vero, conosce una solitudine tutta particolare che gli deriva dalla convinzione di avere creato qualcosa di assoluto; assoluto per sé, prima che per gli altri, quindi autenticamente tragico; esposto, nudo. E’ questo atto inaudito della creazione che ci autorizza a chiedere il pegno dell’attenzione. Prima del rientrare, prima dell’esporsi nuovamente all’ombra, questa attenzione da parte degli altri è dovuta.”

Si parla di poesia, che mai prescinde dalla dimensione umana e terragna dello scrivere, e cosmica, del vivere: “Scrivere è un peso, non un passatempo. E’ duro scontro con la pietra viva delle nostre ossa. Quando un poeta muore ci consegna il dono dell’incompletezza. Sta a noi proseguire da dove egli si è fermato. […] Un elenco telefonico di nomi che mai si leggeranno, persi nell’indifferenza e nel silenzio, sacrificati per uno solo di loro, in nome di un atto antico come il mondo: occorre che tanti muoiano perché uno sia salvato. Piccole afasie, sviste, slittamenti, dimenticanze: sono gli atti di chi legge: omertà della Storia, vigliaccheria della Storia.” Cosa è in fondo la grandezza? “I grandi sono dei gran bastardi. Prendono senza dire. Hanno bisogno di fagocitare per diritto a esistere. In questo modo noi santifichiamo la violenza del mondo, autorizziamo il metodo, le epurazioni della Storia. I veri grandi si spogliano, rimangono nudi e si fanno guardare: “Sono tutto qui. Mi vuoi?” Il compito della poesia allora è anche: “essere nel tempo, all’altezza del tempo, pena il silenzio. Essere luogo e fiato. Lacerarsi nell’impoetico. Accettando il tempo, accetto di morire, accetto di essere divorato con tutte le mie parole. Accetto di non essere potente.” Allo stesso tempo “scrivere poesie presuppone il gesto della consegna, che è dono nella gratuità, e investe il lettore di un compito. […] La scrittura è ancora atto del graffiare sulla materia sensibile, dello sporcarsi le mani nei segni e disegni incisi nel grande libro dove la foglia, il foglio e il figlio sono la stessa cosa. La scrittura è transeunte: permette il passaggio e non rimane, ma rivive, nell’urgenza del nostro tempo, del nostro essere qui, ora.” Un gesto della consegna non isolato, ma dentro un percorso infinito di dono e restituzione: “Io chiamo te, lettore, nella trama della mia storia che può esistere solo perché un altro lettore ha aperto la porta, ha permesso che io entrassi. Il testo, quindi, ci chiama al compito di rievocare – nel tempo presente che infinitamente si ripete e chiede senso – un nome.”

Sebastiano Aglieco è un maestro, un maestro vero, e speciale, per sensibilità e cultura, la cui didattica non potrà mai trovarsi in un programma ministeriale: “Ciò che si ottiene, insegnando, non è certamente quello che i professori pretendono e prevedono. Insegnare vuol dire leggere nell’altro la propria sete, la propria perdita. Insegnare, oggi, vuol dire abitare lo stato di precarietà insito nel divario tra la richiesta di una prestazione sociale – il contratto che l’insegnante firma davanti alla comunità – e il viaggio solitario negli abissi dell’anima. Senza reti di protezione e senza conforti. Anzi, assumendo spesso il ruolo di un guerriero compassionevole. Perché solo il guaritore ferito può guarire.”

Il libro racconta le opere di novantuno autori italiani contemporanei, un lavoro ragguardevole ma senza azzardo di antologizzazione; che non vuol essere neppure “la stesura di un catalogo di giudizi”; bensì il tentativo di “una mano gentile e acuta che conduca i poeti e la poesia verso la propria chiarezza.”: per “l’obolo che dobbiamo quando qualcuno ci parla”.

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Sebastiano AGLIECO

RADICI DELLE ISOLE

I libri in forma di racconto

La vita felice (Milano, 2009)

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