Nadia AGUSTONI – Il peso di pianura

il peso di pianura

Il peso di pianura è il titolo dell’ultima raccolta di Nadia Agustoni (Lietocolle 2011) dopo Taccuino nero (Le voci della luna 2009); ed è anche il titolo della seconda sezione del libro, assieme a Cosa vuoi che dica la polvere. Titoli che paiono assumere un carico di ironica disillusione; associamo infatti l’idea di peso alla salita, piuttosto che alla pianura; una pianura che, del resto, potrebbe intendersi come appiattimento: il peso dell’appiattimento, appunto; una sorta di resa a qualcosa di negativo. Il titolo della prima sezione, Cosa vuoi che dica la polvere, richiama invece quello del romanzo di John Fante Chiedilo alla polvere, storia che ha come protagonista lo scrittore Arturo Bandini col suo sogno, infine deluso, di successo letterario e di rivalsa sociale. I versi “…qui viviamo,/qui moriamo, un dio non ci ha salvato.” concludono il testo di apertura, dal titolo eponimo della sezione, dove i diari dell’olocausto diventano la deriva di un re e di un regno, con l’immagine, forte, di un Edipo ormai vecchio e cieco preso per mano dalla figlia Antigone, entrambi in fuga facendo il vuoto, intorno. Si ripete nella poesia successiva il tema dell’olocausto, che non è flagello né destino, ma ritorno della bestia, e storia che resta sospesa, ma visibile, ancora, a sguardi sensibili (“i bambini di terezin nel silenzio maiuscolo/di nuvole immobili, dove è già accaduto/e accade per sempre mentre guardi, il giorno/vicino alla luce.” (“non avremo più niente). Il tono ricorda quello di una fiaba triste, in cui si narra di qualcosa andato perduto, o trasformato (ridotto a minerale? a vegetale?): “non avremo più niente”,/dal mondo trapassano pietre, le mani//sono corteccia, nomi di betulle il bene:/una volta le parole erano la giubba dei re/ognuno viveva per vivere ognuno/chiedeva perdono molte volte.”)

Il talento affabulatorio dell’autrice, già apprezzato nelle prose pubblicate in rete, trova espressione anche in questa raccolta attraversata da visioni e immagini originali e potenti, col loro carico di archetipi, metafore, rimandi letterari; con sequenze di parole felicemente inusuali (“dev’essere la vita/o un giugno di roghi per sterrati/cagne orfane di corse e tralicci/bambini di pane.//dev’essere nei piedi radice” (dev’essere la vita); “l’animale fuggiasco e lumini-astri/fabbrica-stella appesa al gesto/il buio nel largo del mondo e sghemba ai paesi” (“uomini-foreste”); “fermenterà il dolore/la notte avrà ovili e montagna/e oltre la corsa dei cani viaggeremo/la terra nel sonno midollo di paesi/un mietere fumi” (“mare nostrum”). Questa attenzione linguistica e iconica caratterizza fortemente la scrittura di Nadia Agustoni, e del resto: “una teoria è la casa/di cose fin troppo note/e di altre che filtrano i nostri passaggi:/il salto mortale della lingua/quel bisogno di scalare il buio.” (“labirinto”). Immagini e discorso che zumano talvolta all’unisono sul qui ed ora, alle radici del sentire, alle ragioni della disillusione: “è a nord/l’orfanità precisa di fiumane/musi cavati da utopia/santi-rimbaud appollaiati alle costole/dei veri santi” (“nord”); “io abito in una via di prati/col sole i muri e rifiuti di fabbriche/ed è giusto e ingiusto oscuro e chiaro/essere superflui negli occhi dell’altro” (“io abito in una via di prati”).

La poesia è talvolta calco di orme e transiti, buio raggelante di tunnel, referto di stati d’animo presenti e passati; e alcune parole, in particolare, echeggiano, rimbalzano tra i versi così come nella prima sezione della raccolta: “ho pensato/ che sempre la pianta/è rami e spiragli/e mai risana il proprio dolore/ma coincide,”; “ho avuto l’età che ogni giorno è nuovo/che t’importa e non t’importa del dolore e sai che non altro/c’è da sapere che non un chiarore all’alba…”; “ma a me il male è questo dolore quest’ora/in cui il ragno oscilla tra tela e parete e i muri/fino al soffitto costruiscono ombre”; “i morti aprono il dubbio dei nomi,/anch’io vivo dove l’ombra chiede pazienza”. Ma la poesia è anche apertura al chiarore del sogno: “credo al tempo chiaro delle case/penso che esistono cielo mare elementi/e nuoterò volerò avrò scampo dal vuoto/e in una forma di conchiglia metterò sabbia/vicino al falco – irrevocabile -/abdicherò un regno.”

Essere in questo mondo, ma non di questo mondo; stare oltre la piccola storia, diversa ed in fondo uguale nei millenni; per dirla con Pasternak, “così che alla fine/ci si attiri l’amore degli spazi”:

a finestre

non i vivi mi aspettano a finestre

ma l’abbondanza del tempo

quel disegno senza figure a dirmi

quale parabola di gigli

e uccelli nel campo mi porti.

*

Nadia AGUSTONI

Il peso di pianura

Lietocolle (2011) 

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