Filippo DAVOLI – “Come all’origine dell’aria”

filippo davòli

Tre cartoline

1.

Escono la domenica mattina

con le fiammanti utilitarie

e un’andatura di accompagno,

quasi fermi nel sole invernale.

I contadini solidi nel riposo

col cappello che rade la cappotta

sorridendo bruniti

al ciglio deserto della carreggiata,

frenando nelle discese, rallentando

al ticchettio dei contagiri. Vanno

ad una passeggiata con la macchina.

Sono piceni assennati, porosi

nel tratto bianco delle residue mulattiere.

Le donne hanno il vestito buono fiorato,

l’oro di casa le orna come madonne

e le bambine portano le orecchine

con il pendaglio, e un filo di smalto

e le trecce imbrigliate nei fermagli.

Ostentano con garbo un italiano

che l’assedio dei simili tritura.

I fumatori arrochiti parlano basso,

pasteggiano le parole con sobrietà.

Le vecchie si salutano per strada

sollevando la testa e le mani,

beate nel cappotto coi bottoni grandi

e il collo di finto pelo, vanno alla messa

dolci nel passo lento della lucidità.

2.

Quieti palazzi della periferia

che vi ergete a baluardo contro i monti,

che difendete le disperazioni

di chi vi abita. Quieti palazzi domenicali,

dove le donne che piangono

tacciono nel segreto di passi leggeri

trascorsi al fuoco basso della tenacia,

al giusto della pazienza.

Quieti palazzi della periferia

dove i figli sonnecchiano aspettando

di sentire i rumori di cucina

coltivando il riposo

e una luce radente veste i letti

prima dell’abbandono. Adusti salgono

i giovanetti come la mattina.

Fingono nelle loro sicurezze

di non sapere quello che conoscono

nel fondo dei loro muscoli. Guardano

il giorno con apparente tranquillità,

appesi al filo fragile dell’infanzia.

Quieti palazzi indenni

alle usure del sentimento, alle ubbie

dei cani, al graffio ripido dei gatti,

che resistete immobili alle tempeste,

nell’antica saggezza del sopravvivere.

3.

Nelle pozze la pioggia si fa acqua.

Specchio di perla che partorisce il mondo

e simulacro limpido di insetti.

L’aria punge assodante le pupille,

snerva la vista un ritorno di luce.

Dentro il verde dei platani lontani

S’azzitta la città, vanno i bambini

a stuzzicare l’acqua e la vita.

*

Il paese di mia madre ha gli occhi larghi

verdi d’erba e di mare, e il naso d’aquila.

Il paese di mia madre ha i capelli neri

liberi dentro il vento, ma una lacrima breve

chiusa nella memoria.

Il paese la copre fino al tramonto

poi la lascia vibrare nel suo sogno,

disperdersi nelle contrade della campagna.

Il paese di mia madre è svanito con me.

*

Madre, mia prima ed ultima sorella

cui forse ritornerò da polvere schiusa,

se leggi certo capirai chi sono.

Da tanti giorni nei giorni non ti penso

se non nelle preghiere.

Madre, fosti un tumulto

che sprofondava l’anima in delirio.

Poi ritornò la pace, ed eri e sei

la sorella segreta che mi volle

e questo di sicuro non è poco.

Sei il sangue che mi ammala, sei le ossa

che cedono all’usura anticipata.

Sei gli atomi degli occhi, che sono tuoi.

E in tutto questo che tocco mi manchi.

*

Ti ricordava ancora la puerpera

che si ricorda di me quando dormivo

nelle tue sacche incolumi. Scoprivo

la bella tenerezza di chi cerca.

Parlava di una donna innamorata,

giovane bella e sola, maltrattata

da una madre assillata dal buon nome.

Mi avevi conservato nel silenzio

per paura di loro – e quanto avevi

ragione, se al mio dunque si levarono

indifferenti del tuo cuore di madre.

Ma il nome che salvarono è il mio sangue

che vive ancora. E’ il tuo segreto assillo

che viene per parola a dirti grazie.

*

Se ti incontro tutti i giorni non so

se magari ti sfioro e ti saluto

e tu non lo sai che c’è di più.

Non lo so, non lo sai, forse sospetti

oppure no un volto familiare

sperso nel mondo ed invece l’hai qui.

O forse così lontana, così altra

soltanto altrove ti conoscerò. Guarderemo

distrattamente il ticchettio degli astri

e farsi strada la luce, la comprensione

del sangue, ma come in un fiume

sovrumano di tenerissime solitudini.

*

Non ti ho potuta cogliere, ti sperde

una congiura umana di decreti

e forse un’altra vita, un’altra piena

d’acque libere ormai da giorni inquieti.

Ho smesso di cercarti quando l’angelo

a cui ho dato da sempre il tuo affettuoso

nome insostituibile, ha intrapreso

la discesa dei giorni, fino a spegnersi

dopo un Natale in cui non c’era il mondo.

Sono già dodici anni, tra poco.

Uno strappo feroce che ha graffiato

l’unico specchio della mia esistenza,

quello del cuore. Ma il mio volto ha il tuo nome.

Così il pensiero ti tocca a ogni risveglio

e non ti ha più lasciato. Ti sorride.

*

Vorrei che queste parole non fossero parole

ma un piccolo testamento del volere.

Non però assimilabile a un lasciarsi andare,

quanto piuttosto una più piena coscienza.

Come la rondine che sigilla il lascito

in un volo infingibile.

*

Vorrei scivolare dentro l’acqua come il mistero

complice di chi vede e di chi sa,

tornare a quel primo giorno innocente

privo di scorie, senza memoria di altro

che dell’amore. Un amore schiodato.

Io sola carne vestita di luce

che sorrido al mio corpo.

*

Vorrei dunque sparire lievemente

pur continuando a vivere. Restarmene

nel dono dei segreti quotidiani,

dove tutto significa.

*

Filippo DAVOLI

Come all’origine dell’aria

L’Arcolaio di Gianfranco Fabbri (Forlì, 2010)

Introduzione alla lettura di Lucia Tancredi, Gianfranco Fabbri e Andrea Ponso 

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