Maria Grazia CALANDRONE – “Sulla bocca di tutti”

Quando non eravamo

 

 

La terra era bellissima, conoscevo ogni appezzamento d’er-

   ba, l’area dei formicai come un soglia

di solitudine prima

del bosco e serpentine di calore terrestre e venti in rota-  

   zione.

Camminavo col passo e col pensiero quando comincia a

   scendere

dalle montagne e avvicina la cronaca domestica ed era alta

la probabilità che avrei ucciso, ora non dubitavo che avrei

   ucciso

per venire da te, nascondendo nel petto un lago sistematico

   di pianto.

 

Qui niente è lieve, siamo larve

dolorose – eppure

alla sventagliata di schegge

segue l’istinto verso la salvezza

della testa. Altrimenti osserviamo che la vita ricolma gli

   abissi

che si sono aperti

nel corpo con filamenti rossi

e con la colla della granulazione:

le proteine fondono e si sdoppiano

in mute cuciture prenatali

tra i bordi di lesioni provocate

da uno sgomento

sproporzionato alla fragilità del corpo.

Ma la natura conserva per noi

tanta dolcezza e tanta

lungimiranza da non avere occhi per il dolore e quasi

pazza d’amore perdutamente incatena

cellula a cellula sopra la circostanza, ogni volta il suo ago

ci ricrea mentre ci trafigge. La vita cresce contro l’imme-

   diata

volontà. Dico dell’anima

e del corpo dico

che quasi niente

uccide e ciascuno comprende la sua soglia.

 

Uomini e donne sono alberi degni di innalzarsi nei boschi

   colpiti da immortali

raggi di sole, ponti d’argento con cifre rosse inclinati in tut-

    te le direzioni e nonostante

l’epidemia delle trincee, sale al colmo calcinato della Viola

   Magna

celeste una lauda

su lontananza, amore e tradimento

perché ognuno porta nel petto la torcia bianca di un nome,

   la meta.

 

Le fiamme consumavano il sottobosco e i simulacri in pie-

   tra. Nessuno

-prima-

aveva nel cuore una parola

per significare guerra, eppure la violenza era l’alfabeto

di tutte le mani: pietra

focaia-acciarino-miccia-gusci di mine.

Depongo stanotte nelle tue mani l’insieme delle mie ossa

come una candela che rimane accesa

sotto la direzione del tuo amore.

 

Alcune venivano per identificare

corpi ai quali avevano consegnato il respiro

dell’unica notte

d’amore e con esso

la bocca da fuoco di tutte le armi.

Sei caduto e cospargi la terra

del bruno che è colato dalle semine

e dalle stimme

addominali. Solo tu

sai che sfioravo il cuore con la bocca, tanto

era fragile il costato sotto la percussione delle parole:

senza neanche essere vicini eravamo il solco

e la frana – il tremito

e la scossa inumana della struttura

sotto un urto che non si può ripetere e adesso

tu non sei più

circonfuso di luce sei freddo

e la macerazione del tuo corpo

ha il suo corrispettivo nel mio cuore che si va spegnendo e

   non

dà quasi più sole e porterà fino alla fine del mondo

la cicatrice immatura del tuo nome

poi che avrò conosciuto con la vita intera

quello che insieme sapevamo.

 

La contrazione e il biancore degli scomparsi, il loro corpo

coperto di lacune con lo sguardo che termina

a valle nella terra vangata. L’ultimo della fila

innalza i muri della casa con un’occhiata

che è quasi terra e sulla soglia

ricorda lei già quasi inginocchiata

per il dolore – e per l’acuto e per il profondo

e a causa dell’altezza

del suo dolore, lei si è avviluppata

come un tralcio a un cuore lontanissimo

dal sedimento molle nel loro petto d’angeli, lontanissima

dai pilastri centrali delle loro ossa

rivolte come assi

verso il centro perfetto

del cielo. Niente andava perduto, nemmeno un petalo ca-

   deva

inosservato, eravamo

Attenzione-e il mondo era bellissimo

e chiaro. E la mia larva adesso

non sa morire, è già terra

e non muore, la carcassa non schianta per lo scherno i suoi

   lombi

sotto i piedi del bosco fatto sangue, nel bosco

azzurro che abbiamo versato dal petto mentre ci chiama-

   vamo.

 

Le armate degli scomparsi hanno passato la frontiera

a est, grattano le pareti delle celle-diseredati

e lievi

con un cuore caldissimo: ora

vediamo con i nostri occhi le nostre case

abitate da altri, vediamo l’arroganza di altre mani

sopra quello  che per eccesso d’amore non osammo nem-

   meno

sfiorare e vi seguiamo, vi seguiamo sempre

sotto forma di un niente senza voce. I nostri corpi

sono evaporazioni del superfluo

dalla cella del mondo e crediamo di essere evidenti

e siamo inafferrabili e invisibili

come un cielo velato che per amore porta le sue lacrime.

 

Roma, 13 febbraio 2008

 

*

cover_sulla_bocca_di_tutti

 

Maria Grazia CALANDRONE

SULLA BOCCA DI TUTTI

Crocetti Editore (Milano, 2010)

 

 

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4 responses to this post.

  1. Posted by anonimo on 1 settembre 2011 at 4:20 am

    Scusate dov'è la poesia?

    Rispondi

  2. Posted by 1Nuscis on 2 settembre 2011 at 5:51 pm

    E' poesia, è poesia:)
    Fidati, anonimo, e rileggi.

    Rispondi

  3. Posted by anonimo on 5 settembre 2011 at 9:09 am

    Chiedo all'anonimo del commento #1 se può spiegare meglio il suo intervento.
    Grazie.
    Maurizio.

    Rispondi

  4. Posted by 1Nuscis on 6 settembre 2011 at 9:19 pm

    Ciao, Maurizio.
    Giovanni

    Rispondi

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