Archive for ottobre 2011

Anna CASCELLA LUCIANI – Poesie

rain in the mountains of Anthony Benton Gude

Poesia versicolare, frammentata da una crescente interpunzione, sempre abitata dalla rima, spesso dedicata in calce al testo, raccolta sotto titoli per lo più enfatici (Le tese braccia, Migrazioni, Discendenze, Luna mutante, Amate assenze, Le aperte stanze, Vaganti stelle, Solo l’amore, Dalla finestra del cielo); paiono difetti, invece è una poesia che arriva come poche altre, che mantiene una disperata fedeltà alla vita, che riesce ad essere diario rimanendo poesia.

Ogni tanto affiora l’eco di altri poeti: l’ironia della Lamarque (Tu vedi in me l’eguale/ e io il diverso:/ per favore,/ potremmo amarci adesso?; non lo conosco/ e non lo conoscerò:/ questo è rassicurante – / non lo perderò; ritrovo intatto/ il vocabolario/ d’amore: mi viene/ da ridere/ di tutto cuore), la speculazione di Caproni (Se l’anima stanca/ si raccoglie, e ancora/ stanca, ancora/ stanca sceglie, è allora/ che passate le soglie,/ avremo diritto a/ Perfezione; il mio interlocutore/ è solo/ l’assoluto,/ solo con lui io fotto/ solo con lui/ mi illudo) e poi, immanenti o dedicatarii, Franco Fortini, Giovanni Giudici, Sandro Penna, Dario Bellezza e le amiche Luciana Frezza, Amelia Rosselli e Giovanna Sicari, ‘ tre “compagne di poesia”…icone e muse silenziose ’, come annota Massimo Onofri nella sua accurata e intensa introduzione. Sono però moltissimi, in quest’opera omnia, i testi che brillano di luce propria, specialmente quelli amorosi e quelli del disincanto. (Antonio Fiori)

*

caro ho bisogno

dei tuoi ostacoli

dei tuoi tragitti

a ritroso dei tuoi

labirinti secolari,

troppo in fretta

da sola arriverei

fino al fondo. Caro

ho bisogno

dei tuoi passaggi

umettati dall’aurea

ammissione del bordo,

dei tuoi fraintendimenti

dei tuoi spaventi serrati,

troppo in fretta da sola

traverserei l’acre mondo

***

deve essere bello oggi

in montagna

qui piove

è l’ultimo giorno di marzo

alzo lo sguardo

a fianco del tetto

e la getto la palla dorata

che mima lo scettro, ci fosse

per caso un bosco di lato.

***

c’era un cielo di tulle

dietro villa Borghese,

era dicembre, la spesa

delle feste il cielo la

faceva lancinante, celeste.

***

Stringimi.

Al tuo petto io darò

corona.

Ti amerò per sempre.

Sprona il mio giudizio

al tuo.

Sei l’unico.

Tacendo, livelli

ogni diverso.

In te trovo parole

in te converso.

***

Mi piace questo baciarci

come bambini – questo

stare stretti

vicini –di nuovo

l’albero è verdino –

il pesco è in rosa –

il velame dei petali

coincide con le labbra –

chiedi una mano –

non sento patimenti –

la carità si sposa

ai nostri eventi –

***

torna prima

della morte

raccoglimi

di nuovo –

ti abbraccerò

più forte

ti convincerò

di quel che provo –

***

dorso scintilla

solidificata

meraviglia – briglia

tesa e resa – pietra

scavata in forma

di fontana – anima

non illesa – barlume

cigno sul fiume

– albergo – rifugio –

incavo cessazione –

ombra pianeta

nuova ripetuta

formazione – creta

argilla movimento –

suono – conto

fino a cento (cento

e cinquanta la gallina

canta – animala vagula

blandula – passa e scola

l’orto di un’infanzia)

***

(vita)

mi conquistano le date

migratorie – quel partire

in volo degli uccelli –

quei viaggi celesti –

sortilegio resistente –

istintivo – sapiente

del dirigersi – andare

quel venirci a trovare

pur senza conoscerci –

miracolata specie – immune

dalla certezza fatale

del tracciato –

*

Anna CASCELLA LUCIANI

Tutte le poesie

Gaffi, 2011

Introduzione di Massimo Onofri

*

Anna Cascella Luciani è nata a Roma nel 1941 

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Fabio PUSTERLA – Le terre emerse

E poi qualcuno va, tutto è più vuoto.

Se ci ritroveremo, sarà per non conoscerci,

diversi nei millenni, nella storia

faticosa di tutti; e intanto arretrano

i ghiacciai, s’inghiotte il mare

lo stretto, ed il passaggio

è già troppo profondo, impronunciabile,

sepolto nel passato il tuo viaggio. Se ci ritroveremo

non ci sarà memoria per me, insetto,

per te, fatto farfalla tropicale.

D’altra parte, lo sai, non ci vedremo

più. Nessun colombo verrà, nessuna pista

a ricucire lo strappo, la deriva

di morte.

*

Al castello

Dentro le case, al nocciolo dei giorni,

tira un vento impetuoso. Sulle pietre

lise della cucina scorre l’acqua, nella casa

scricchiola il legno, l’ora;

fuori, la notte, un uomo che non vedi

strascina il proprio sacco di fatica:

foglie secche. Ci osservano le cose, il loro immobile

resistere a quel vento. Alari, mensole.

Una scintilla pazza

imbocca la sua gola di camino

e poi scompare.

*

Le terre emerse

Là, dove nidificheranno molti uccelli.

Insisti nello scrutare a lungo il mare

diffidando del tuo sguardo disabile.

No, niente di maestoso, per fortuna.

Piuttosto una nuova calma, una diversa

geometria della spuma.

Si vorrebbe raggiungerle

proprio nei giorni peggiori, quando le onde

sembrano ghiaccio azzurro, il cielo pesa

più grigio, e unico scampo

rimane l’improbabile.

Se ci sono,

se brillano sotto il pelo

dell’acqua, inconosciute

eppure attese, fuori vista,

saranno lastre verdi di sasso,

lievemente inclinate.

L’emersione

si addebita alle forze

e alle frizioni che sconvolgono in assenza

di ogni altra possibilità.

Un lunghissimo periodo di mestizia

si può considerare inevitabile.

Avranno freddo anche loro, intirizzite,

e forse pioverà, ci sarà il vento.

dovremo accoglierle bene, riconoscerle,

scostare adagio il buio dai loro brividi,

convincerle dolcemente a rimanere.

La geografia e tutte le coordinate

cambieranno da sole, senza fretta;

ci vorrà un po’ di tempo per capire.

E poi non devi illuderti: vedremo

al massimo l’inizio,

la timida colonia dei molluschi, un po’ di bava

d’alga bagnata nelle scanalature,

la sosta di un gabbiano, un grido roco

che sembra senza senso o troppo fragile,

eppure si propaga si moltiplica.

I fiori, l’erba e le altre cose bellissime

verranno forse dopo, ma ci basta.

*

Arte della fuga

Resisti a tutto, fuggi. Fallo in nome

di niente. Lascia i nomi

ai nuovi costruttori di bandiere.

Dai, topolino: è ora.

Guarda: questo è un bosco, e questa

una lattina di carne. Questo è un fiume.

Dal ponte vedi una città bianchissima,

una polla di sangue raggrumato. E gli anni,

gli anni sui loro cavalli neri. La città

è fatta di calce e gesso, di silenzio.

Il passo è qui, la fuga un’altra strada.

*

A quelli che verranno

Allora voi, che volgerete

lo sguardo verso di noi dalle vette

dei vostri tempi splendidi, come chi scruta una valle

che non ricorda neppure di avere percorsa:

non ci vedrete, dietro lo schermo di nebbie.

Ma eravamo qui, a custodire la voce.

Non ogni giorno e non in ogni ora

del giorno; qualche volta, soltanto,

quando sembrava possibile

raccogliere un po’ di forza.

Ci chiudevamo la porta

dietro le spalle, abbandonando

le nostre case sontuose

e riprendevamo il cammino, senza meta.

*

Lettera da Nikolajevka

Sento urlare in tutti di dialetti, è un urlo solo

Nuto Revelli

Se c’è stata una colpa, credo,

dico di noi fuscelli,

è stata l’ignoranza. Il non potere,

il non voler capire. Trascinati

da un vento troppo forte, e ogni domanda

era domanda d’ansia: ci bastava

un urlo di risposta, un po’ di caldo.

Non solo allora, sempre, chi ne è uscito:

l’abitudine

a chinare la testa, o a rialzarla

solo in un moto d’ira rovinoso. Ma voi, adesso,

siete molto diversi? Te lo chiedo

davvero, te lo chiedo

sapendo già che non potrai rispondere,

che non vorrai rispondere temendo

di sbagliare, o di ferirmi

ancora. Ma è questa

l’unica nostra speranza, brucia e insiste

qui, sotto neve e fango, sola brace.

Altri capirono, forse, non noi: colpa e condanna,

ecco l’eredità. Questa manciata

di terra magra e povera, un passato

di fumo. Raccoglietelo nel palmo di una mano,

fate fiorire qualcosa di non guasto,

se può crescere ancora. Diffidate

d’ogni risposta. Con fiducia e sospetto

riscattateci. Capite anche per noi, se lo potete.

Fabio PUSTERLA

LE TERRE EMERSE

POESIE SCELTE 1985-2008

Einaudi, 2009

Stato di necessità

potere-politico-politica-partiti-politici-riunioni-politiche-elezioni

Sì, ci dichiariamo democratici e contro la violenza, ma se giungesse la notizia che il premier e i suoi ministri sono usciti dalla scena in malo modo, quanti si strapperebbero i capelli per il dispiacere? Qual è il sentimento e il desiderio autentico degli italiani? Perché è quello che conta, più che le dichiarazioni opportune, più dell’ipocrisia o della pacatezza normalizzante dei tigì che rendono ovvio l’inaccettabile. Il punto è questo: non vi è rappresentanza senza comunanza di intenti tra rappresentato e rappresentante. Un avvocato, un mandatario, un consiglio di amministrazione, un delegato a vario titolo assumono l’obbligazione di rispettare quanto ad essi demandato dal titolare del diritto (che in politica è la comunità quanto quanto il singolo). E quando questo non avviene, per incapacità personale o perchè gli atti sono difformi dalla volontà del rappresentato, dette figure perdono la legittimazione a rappresentare. Questo non avviene in politica; o, meglio, in quella italiana. Ho sperato e continuo a sperare che l’ignobile consorteria – dove s’intreccia politica, sesso, affari privati e compravendita di voti e di nomine pubbliche – se ne vada con le proprie gambe, come chiede la maggior parte dei cittadini e i partiti dell’opposizione. Sappiamo però che, con ogni probabilità, questo non avverrà.

E allora? Continueremo ad urlare il nostro diritto di essere ben rappresentati e rispettati, invocando principi e regole sempre più lontani dai comportamenti politici reali?

C’è scontentezza persino nella base dei partiti della maggioranza, per le incoerenze dei loro leader. Il permanere alla guida del Paese, anche se contestati ormai dalla maggior parte degli italiani, viene resa possibile non da un reale principio democratico, ma da una tragica carenza ordinamentale, che non prevede forme di dimissionamento per situazioni come quella, drammatica, che stiamo vivendo.

Vale però la pena ricordare che “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.” La passività di fronte a questo stato di cose non è dunque consentita. Cosa resta da fare, allora, ai cittadini? La crescente contrazione del diritto alla sopravvivenza (“La Repubblica tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività…”) – di questo si tratta, per i giovani e i milioni di indigenti – restando così le cose, potrebbe portare ad una sorta di “stato di necessità” innescante, a sua volta, un pericoloso meccanismo di autotutela. Diverso, dunque, dalla violenza vista a Roma nei giorni scorsi, ma ancora più esteso e, a questo punto, incontrollabile. 

INTERVISTA

UNA MIA INTERVISTA E' PUBBLICATA SU MARGO

IL BLOG DI MAURO GERMANI,

CHE RINGRAZIO

Pietro PANCAMO – Poesie

Midnight-Sun-Norway-II

Da: «Manto di vita» (LietoColle)

Spiegazione di un giorno

Il giorno che saltella

lungo le impronte delle mie scarpe;

il giorno che saluta frantumato,

quasi appostato

fra le dita.

Ogni minuto è fluido di rumori:

sbattono le ali

contro pannelli d’aria. L’impatto

vibra di scherno:

è un lazzo di sdegno

voluto dalla mia notte.

*

Confronto

S’alza al mattino

un fumo di tigri

dalle iridi aperte,

in campagna;

un’espressione grinzosa

rimbocca la faccia

dei contadini.

E mentre il fiume

s’accalca ai loro piedi,

si spulciano gli occhi

scrupolosamente

trovandovi affogate

zampette di ragno.

Io invece,

montanaro del cuore che batte,

m’inerpico per un letto castano

di mie pietruzze in salita.

Poi, di sera,

– tornando a zonzo verso casa –

sembro un fantasma nero che,

appuntito come un ago,

viaggio sui trampoli del buio.

*

Da: “Gli intercalari del silenzio” – silloge inedita in quattro parti-

Filosofia

Parole e frasi sono gli intercalari del silenzio

che smette, ogni tanto,

di pronunciare il vuoto.

Allora qualche indizio di materia

deforma l’aria,

descrivendo le pause del nulla

prima che il silenzio

si richiuda.

(Le mani s’infrangono

contro un gesto incompiuto)

*

Il nulla

I miei sogni leggeri, scanalati

fra ombre creole di tenera luce

e foglie di facciata

(ovvero blande

come ballerine

morse dal vento).

E quando l’incubo arriva

il nulla esce dal suo fuori

per annuire agli occhi del presente;

«io sono» – dice –

«un barbaglio di notti camuse

e la pioggia di quel che verrà:

del futuro mi rivelo

l’unica, insomma,

l(’)abile traccia!».

*

Nausea

Morbido silenzio, soffice

come una preghiera del sonno.

Il buio che adora fruscii e parole:

il buio, affannato dal mio respiro,

può solo accarezzare la

nausea di questa vita.

Nel giorno,

sputo della notte,

fiori freddi

come steli di pioggia.

Un’orma di luce

imbavaglia lo spazio.

*

Da: “I sottomultipli delle ore” -silloge inedita-

Trattatello

PREFAZIONE :

le parole seguenti

sono un fango di cellule nervose,

tenute insieme dal silenzio.

Il silenzio è un’isteria di solitudine

che genera e accumula:

prodotti temporali,

energie cinetiche,

reazioni di gesti a catena.

I sogni, inseriti nella rassegnazione

come in un programma di noia pianificata,

sono gli arti di questo silenzio;

o, se preferiamo,

gli organuli ciechi del silenzio

che lavorano a tastoni

dentro il suo liquido citoplasmico.

Il silenzio può anche essere

la cellula monocorde

di un sentimento spaventato,

di un amore rappreso,

di un guanto scucito:

in tal caso

trasforma la solitudine

nella raggiera cerimoniosa

d’una nausea che procede,

maestosa,

con moto uniformemente accelerato.

(Si registra un’accelerazione a sbalzi

solo quando

un’effervescente disperazione

s’intromette con scatti sismici

a deviare il corso

dell’accelerazione stessa).

Per concludere,

l’evoluzione della nausea

può secernere un vuoto,

avente più o meno

le caratteristiche della morte;

o germogliare per gemmazione

quella strana forma di vita

identificata col nome di indifferenza,

la quale risulta essere (da approfondite supposizioni)

il chiasmo di paura e odio.

POSTFAZIONE:

le parole precedenti

sono un fango di cellule nervose,

tenute insieme dal silenzio.

Ogni allusione

a sentimenti e/o fatti reali

è voluta

silenziosamente.

*

Pietro Pancamo (1972) coordina il portale «L(’)abile traccia» (citato in un volume della Zanichelli); è redattore del blog collettivo «Viadellebelledonne», nonché direttore editoriale e conduttore di un programma che, intitolato Poesia, l(’)abile traccia dell’universo, va in onda ogni giovedì alle 22:30 su Pulsante Radio Web, emittente digitale di Milano.

È autore di Manto di vita (LietoColle, 2005), una silloge di versi che ha suscitato l’interesse di Giancarlo Pontiggia. Compare nelle antologie Poetando. L’uomo della notte (Aliberti editore, 2009) e Mentre un’altra pagina si volta (Giulio Perrone Editore, 2010) curate rispettivamente da Maurizio Costanzo e Walter Mauro.

Fra le riviste da cui è stato pubblicato, talora in inglese, o recensito figurano «La poesia e lo spirito», «Tuttolibri» (inserto de «La Stampa»), «Poesia» (Crocetti Editore), «Poesia» (blog del canale televisivo Rai News), «Scriptamanent» (Rubbettino Editore), «Gradiva», «Atelier», «La Mosca di Milano», «Stilos», «El Ghibli», «Corpo12», «Lettera.com», «Subway Letteratura», «Sagarana», «Il Paradiso degli Orchi», «BooksBrothers», «TerraNullius», «Progetto Babele», «Tangram», «InFonòpoli», «Filling Station» (quadrimestrale canadese) e «Snow Monkey» (periodico statunitense).

Recensioni a sua firma sono uscite sia nel sito della rivista «L’Indice dei libri del mese», che in quello dell’edizione fiorentina del «Corriere della Sera». 

Intervista a Mario CAPANNA – di Michael Pontrelli

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Per Mario Capanna, uno dei principali leader del movimento giovanile del Sessantotto “è evidente che siamo di fronte ad un mondo sbagliato” in cui “la politica è stata relegata ad un ruolo servile nei confronti del potere economico e finanziario”. I giovani Indignati “hanno capito che se non cambiano questo stato di cose sono destinati a un futuro di disoccupazione e precarietà”. Secondo Capanna “un nuovo modello economico più giusto del capitalismo esiste già: produzione e commercio equo solidali basati su un sistema di microcredito” in cui “il principio del profitto viene sostituito da quello del giusto guadagno”.

Gli Indignati sono ormai diventati un fenomeno globale, possiamo parlare di un nuovo ’68 ?

“No, perché la storia non si ripete. Però è certo che se questo movimento regge nel tempo e non si dissolve rapidamente, come capitato ad altri movimenti negli anni scorsi, può essere una pagina importante di cambiamento”.

Cosa è cambiato rispetto a 43 anni fa?

“Le condizioni interne ed esterne sono diverse. Per esempio oggi il web è uno strumento di comunicazione a disposizione molto importante, come la primavera araba ha dimostrato. Noi ovviamente non avevamo la rete per comunicare ma quel ‘maledetto’ ciclostile che sputava inchiostro da tutte le parti e si rompeva nei momenti più importanti”.

Cosa le piace degli Indignati?

“Mi piace il fatto che partono da un livello di consapevolezza molto alto. Hanno individuato nel profitto capitalistico, finanziario e speculativo il nodo centrale del problema e questo è assolutamente vero ma non perché lo dico io o lo dicono loro ma perché lo dicono dati di fonte Onu: il 2% dell’umanità possiede circa il 50% delle ricchezze mondiali, il 10% dell’umanità possiede circa l’85% delle ricchezze planetarie. In occidente nella fascia di giovani tra i 15 e i 25 anni il suicidio è la prima causa di morte. E’ evidente che siamo di fronte ad un mondo sbagliato e i giovani che protestano hanno capito che se non cambiano questo stato di cose, riportando al centro l’umanità al posto del profitto, sono destinati ad un futuro di disoccupazione e precarietà a vita”.

Cosa si sente di suggerire al movimento sulla base della sua esperienza?

“Per la prima volta dal 68 un movimento di protesta ha una ampiezza e una simultaneità planetaria. I giovani Indignati protestano a Wall Street, nelle principali capitali europee e perfino in Israele. Tuttavia, come l’esperienza del 68 ha dimostrato, è molto importante anche il radicamento locale. Noi facevamo grandi cortei a Roma e Milano ma anche a Torino, Palermo, Cagliari e via dicendo. Diffondere localmente la partecipazione significa costruire una forza irresistibile di cambiamento”.

Il potere finanziario è uno degli obiettivi principali della contestazione degli indignati. Perché secondo lei le banche hanno accresciuto in questo modo spaventoso il loro potere?

“La risposta è semplicissima: perché il potere economico e finanziario, soprattutto quello speculativo, ha relegato la politica a un ruolo servile nei suoi confronti. La politica segue ed esegue i suoi voleri e i suoi diktat. E’ assurdo che la politica non chieda di mettere in galera i banchieri speculatori e chieda invece di salvare banchieri e banche attraverso una ricapitalizzazione con il denaro dei cittadini. Quando i giovani Indignati mettono il dito su questa piaga dicono una grande verità”.

Cosa fare per superare questo stato di cose?

“E’ necessario che la politica, nel senso nobile del termine, torni ad avere un ruolo preminente. Devono essere i cittadini con la partecipazione e quindi la politica con la p maiuscola a dire come vanno impiegate le risorse del pianeta affinché ci sia più equità e giustizia. Mentre noi stiamo parlando 4 miliardi di esseri umani non hanno energia elettrica, non hanno assistenza sanitaria, sono analfabeti, non hanno acqua potabile. E’ mai pensabile che il mondo possa andare avanti in questo modo?”

Torniamo un attimo alle banche, la richiesta di farle fallire potrebbe far precipitare l’economia mondiale in una depressione come quella del 1929. Non c’è il rischio che chiedere la loro rovina diventi per i cittadini un boomerang?

“Il problema non è sbarazzarsi delle banche ma far si che svolgano un ruolo socialmente utile. Oggi le banche servono per incamerare al massimo livello il profitto. Anche qui cito dati Onu: delle migliaia di migliaia di dollari ed euro movimentanti ogni giorno per via telematica nel mondo ben il 95% sono destinati ad operazioni di speculazione. Soltanto il 5% viene impiegato per transazioni economiche reali come l’acquisto di derrate alimentari, materie energetiche, macchinari, medicinali. Questo dato dice in modo evidente che il sistema bancario finanziario speculativo è intrinsecamente malato. Bisogna dire basta al profitto selvaggio ovvero basta a questo turbo capitalismo che sta devastando il mondo e che sta distruggendo immense energie produttive ed umane. Bisogna dire invece si all’onesto guadagno che è un concetto diverso che non implica la speculazione e lo sfruttamento. I modelli alternativi esistono già come per esempio il microcredito inventato da Yunus che ha vinto il premio Nobel per questo”.

L’egoismo dell’uomo è il limite invalicabile per tutte le aspirazioni di cambiamento del mondo?

“Il concetto secondo cui gli uomini sarebbero per loro natura egoisti ha radici antichissime però non è fondato. Quella che noi chiamiamo natura umana è frutto di una costruzione storica. Non è vero che il mondo è sempre andato avanti come oggi. La natura umana non è un dato fisso rispetto alla quale non possiamo fare nulla. Dipende dalla possibilità di costruire un altro modo di vedere le cose. Per esempio i giovani Indignati partono dai propri bisogni ma si battono per tutta la società e questo è un elemento che contraddice la presunta natura umana egoistica e mostra invece il lato solidaristico e anche altruistico della natura umana”.

Il sistema capitalistico oltre che la ricerca del profitto esalta anche l’individualismo e la competitività a danno della solidarietà. Per avere un mondo più giusto bisognerebbe superare il modello capitalistico, ma questo è davvero possibile?

“Il problema non è strapparsi i capelli per escogitare un nuovo modello perché lo abbiamo già davanti agli occhi: la produzione e il commercio equi e solidali dove non viene applicato il principio del profitto ma quello del giusto guadagno. Non sono una favola, non sono una poesia. E’ l’unico settore in crescita nel mondo. Anche in Italia, quindi in un paese sviluppato, cresce tra l’8 e il 15% l’anno. E’ l’unico settore che non è in recessione. Questo modello economico coinvolge nel mondo milioni di persone ed è evidente che è fumo negli occhi per quella minoranza che controlla la maggior parte delle ricchezze del pianeta”.

Però tutti i tentativi fatti fino ad ora per superare il capitalismo sono stati fallimentari e chi ci prova viene spesso accusato di inseguire una utopia.

“Anche noi del ’68 siamo stati bollati come coloro che ‘diedero l’assalto al cielo’. Io però dico che questa etichetta è sbagliata. Noi non demmo nessun assalto al cielo, noi ci limitammo ad indicare il cielo agli esseri umani affinché lo guardassero e quando davvero gli uomini incominciarono a guardarlo scoprirono che si poteva cambiare. Da allora con quello sguardo al cielo le cose della terra sono state guardate in modo diverso e spero che oggi, con il movimento degli Indignati, avvenga qualcosa di analogo. Il microcredito, la produzione e il commercio equo solidali sono la dimostrazione che un nuovo mondo è possibile”.

Per concludere, che messaggio si sente di lanciare ai giovani Indignati?

“Una frase brevissima che a me è rimasta molto impressa e che ha influenzato la ma vita: contestate e create, vale a dire: dite ciò che vedete e cambiate il brutto e l’ingiusto di ciò che vedete”.

14 ottobre 2011

Da Tiscali Notizie