Stato di necessità

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Sì, ci dichiariamo democratici e contro la violenza, ma se giungesse la notizia che il premier e i suoi ministri sono usciti dalla scena in malo modo, quanti si strapperebbero i capelli per il dispiacere? Qual è il sentimento e il desiderio autentico degli italiani? Perché è quello che conta, più che le dichiarazioni opportune, più dell’ipocrisia o della pacatezza normalizzante dei tigì che rendono ovvio l’inaccettabile. Il punto è questo: non vi è rappresentanza senza comunanza di intenti tra rappresentato e rappresentante. Un avvocato, un mandatario, un consiglio di amministrazione, un delegato a vario titolo assumono l’obbligazione di rispettare quanto ad essi demandato dal titolare del diritto (che in politica è la comunità quanto quanto il singolo). E quando questo non avviene, per incapacità personale o perchè gli atti sono difformi dalla volontà del rappresentato, dette figure perdono la legittimazione a rappresentare. Questo non avviene in politica; o, meglio, in quella italiana. Ho sperato e continuo a sperare che l’ignobile consorteria – dove s’intreccia politica, sesso, affari privati e compravendita di voti e di nomine pubbliche – se ne vada con le proprie gambe, come chiede la maggior parte dei cittadini e i partiti dell’opposizione. Sappiamo però che, con ogni probabilità, questo non avverrà.

E allora? Continueremo ad urlare il nostro diritto di essere ben rappresentati e rispettati, invocando principi e regole sempre più lontani dai comportamenti politici reali?

C’è scontentezza persino nella base dei partiti della maggioranza, per le incoerenze dei loro leader. Il permanere alla guida del Paese, anche se contestati ormai dalla maggior parte degli italiani, viene resa possibile non da un reale principio democratico, ma da una tragica carenza ordinamentale, che non prevede forme di dimissionamento per situazioni come quella, drammatica, che stiamo vivendo.

Vale però la pena ricordare che “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.” La passività di fronte a questo stato di cose non è dunque consentita. Cosa resta da fare, allora, ai cittadini? La crescente contrazione del diritto alla sopravvivenza (“La Repubblica tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività…”) – di questo si tratta, per i giovani e i milioni di indigenti – restando così le cose, potrebbe portare ad una sorta di “stato di necessità” innescante, a sua volta, un pericoloso meccanismo di autotutela. Diverso, dunque, dalla violenza vista a Roma nei giorni scorsi, ma ancora più esteso e, a questo punto, incontrollabile. 

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