Fabio PUSTERLA – Le terre emerse

E poi qualcuno va, tutto è più vuoto.

Se ci ritroveremo, sarà per non conoscerci,

diversi nei millenni, nella storia

faticosa di tutti; e intanto arretrano

i ghiacciai, s’inghiotte il mare

lo stretto, ed il passaggio

è già troppo profondo, impronunciabile,

sepolto nel passato il tuo viaggio. Se ci ritroveremo

non ci sarà memoria per me, insetto,

per te, fatto farfalla tropicale.

D’altra parte, lo sai, non ci vedremo

più. Nessun colombo verrà, nessuna pista

a ricucire lo strappo, la deriva

di morte.

*

Al castello

Dentro le case, al nocciolo dei giorni,

tira un vento impetuoso. Sulle pietre

lise della cucina scorre l’acqua, nella casa

scricchiola il legno, l’ora;

fuori, la notte, un uomo che non vedi

strascina il proprio sacco di fatica:

foglie secche. Ci osservano le cose, il loro immobile

resistere a quel vento. Alari, mensole.

Una scintilla pazza

imbocca la sua gola di camino

e poi scompare.

*

Le terre emerse

Là, dove nidificheranno molti uccelli.

Insisti nello scrutare a lungo il mare

diffidando del tuo sguardo disabile.

No, niente di maestoso, per fortuna.

Piuttosto una nuova calma, una diversa

geometria della spuma.

Si vorrebbe raggiungerle

proprio nei giorni peggiori, quando le onde

sembrano ghiaccio azzurro, il cielo pesa

più grigio, e unico scampo

rimane l’improbabile.

Se ci sono,

se brillano sotto il pelo

dell’acqua, inconosciute

eppure attese, fuori vista,

saranno lastre verdi di sasso,

lievemente inclinate.

L’emersione

si addebita alle forze

e alle frizioni che sconvolgono in assenza

di ogni altra possibilità.

Un lunghissimo periodo di mestizia

si può considerare inevitabile.

Avranno freddo anche loro, intirizzite,

e forse pioverà, ci sarà il vento.

dovremo accoglierle bene, riconoscerle,

scostare adagio il buio dai loro brividi,

convincerle dolcemente a rimanere.

La geografia e tutte le coordinate

cambieranno da sole, senza fretta;

ci vorrà un po’ di tempo per capire.

E poi non devi illuderti: vedremo

al massimo l’inizio,

la timida colonia dei molluschi, un po’ di bava

d’alga bagnata nelle scanalature,

la sosta di un gabbiano, un grido roco

che sembra senza senso o troppo fragile,

eppure si propaga si moltiplica.

I fiori, l’erba e le altre cose bellissime

verranno forse dopo, ma ci basta.

*

Arte della fuga

Resisti a tutto, fuggi. Fallo in nome

di niente. Lascia i nomi

ai nuovi costruttori di bandiere.

Dai, topolino: è ora.

Guarda: questo è un bosco, e questa

una lattina di carne. Questo è un fiume.

Dal ponte vedi una città bianchissima,

una polla di sangue raggrumato. E gli anni,

gli anni sui loro cavalli neri. La città

è fatta di calce e gesso, di silenzio.

Il passo è qui, la fuga un’altra strada.

*

A quelli che verranno

Allora voi, che volgerete

lo sguardo verso di noi dalle vette

dei vostri tempi splendidi, come chi scruta una valle

che non ricorda neppure di avere percorsa:

non ci vedrete, dietro lo schermo di nebbie.

Ma eravamo qui, a custodire la voce.

Non ogni giorno e non in ogni ora

del giorno; qualche volta, soltanto,

quando sembrava possibile

raccogliere un po’ di forza.

Ci chiudevamo la porta

dietro le spalle, abbandonando

le nostre case sontuose

e riprendevamo il cammino, senza meta.

*

Lettera da Nikolajevka

Sento urlare in tutti di dialetti, è un urlo solo

Nuto Revelli

Se c’è stata una colpa, credo,

dico di noi fuscelli,

è stata l’ignoranza. Il non potere,

il non voler capire. Trascinati

da un vento troppo forte, e ogni domanda

era domanda d’ansia: ci bastava

un urlo di risposta, un po’ di caldo.

Non solo allora, sempre, chi ne è uscito:

l’abitudine

a chinare la testa, o a rialzarla

solo in un moto d’ira rovinoso. Ma voi, adesso,

siete molto diversi? Te lo chiedo

davvero, te lo chiedo

sapendo già che non potrai rispondere,

che non vorrai rispondere temendo

di sbagliare, o di ferirmi

ancora. Ma è questa

l’unica nostra speranza, brucia e insiste

qui, sotto neve e fango, sola brace.

Altri capirono, forse, non noi: colpa e condanna,

ecco l’eredità. Questa manciata

di terra magra e povera, un passato

di fumo. Raccoglietelo nel palmo di una mano,

fate fiorire qualcosa di non guasto,

se può crescere ancora. Diffidate

d’ogni risposta. Con fiducia e sospetto

riscattateci. Capite anche per noi, se lo potete.

Fabio PUSTERLA

LE TERRE EMERSE

POESIE SCELTE 1985-2008

Einaudi, 2009

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