Archive for novembre 2011

Transito senza catene si trasferisce

A DECORRERE DAL 31 GENNAIO 2012

SPLINDER CESSERA' IL SUO SERVIZIO

TRANSITO SENZA CATENE

DAL 22 NOVEMBRE 2011

SI E' TRASFERITO AL SEGUENTE INDIRIZZO:

www.giovanninuscis.wordpress.com

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Transiti (Quaderno di Poiein a cura di Gianmario Lucini – Puntoacapo 2010)

Giovanni Nuscis

TRANSITI (Quaderno di Poiein a cura di Gianmario Lucini – puntoacapo 2010)

Interventi critici Continua a leggere

In terza persona

Recensioni

Antonio Strinna (Italia Libri – 18 settembre 2006)

C’è uno snodo naturale, una sorta di centralità del destino, uno snodo che sussiste dentro la dimensione della coscienza umana, proprio perchè di continuo chiama, simmetricamente, alla consapevolezza. Chiama, puntualmente, alla costruzione del proprio destino, se non alla sua precisa Destino salvifico o dannato, in qualche modo, sul filo di un orizzonte da conquistare e prima ancora nel respiro di un ‘sé’ che si affaccia sulla soglia di una possibilità e insieme di una risposta. Snodo del destino, in definitiva, traguardato da Giovanni Nuscis con la sua ultima opera In terza persona, pubblicato da Manni editori, che segue Il tempo invisibile, Book editore. Continua a leggere

……1994 ?! 2011/……

berlusconi-di-spalle

Il governo Berlusconi è finito. E’ ciò che in tanti, e da tempo, desideravamo, stanchi delle leggi ad personam, della pessima condotta istituzionale e privata del premier, delle scelte e delle non scelte sciagurate di questo governo, in tutti i settori, dalla scuola all’economia. Il peggior governo che si ricordi. Stava iniziando una stagione di violenza, fermata forse per tempo, anche grazie all’impegno infaticabile di un capo dello Stato che ricorderemo a lungo, con gratitudine e affetto.

Chiunque sarà chiamato a governarci, a breve, e per breve tempo, lo farà senza investitura popolare, considerata la gravità di una situazione economica sminuita fino all’ultimo, è bene ricordarlo, dal capo del governo uscente. Non per questo, però, il premier subentrante sarà meno responsabile nei confronti dei cittadini dei quali dovrà tutelare, primariamente, gli interessi; soprattutto di quelli che nulla hanno, o ai quali molto è stato tolto. Vogliamo infatti ritenere infondato il timore che invece, more solito, si andrà a tutelare gli interessi dei soliti noti, ma anche quelli di soggetti finanziari e politici oltre frontiera, sotto le mentite spoglie (ma non più di tanto) di atti formali delle istituzioni europee.

Ciò che si vuole e ci si aspetta – assunti i provvedimenti indilazionabili che è giusto far gravare sui reali responsabili della crisi, sulla casta politica ed economica e sulle categorie sociali più abbienti – è che si creino le condizioni per una reale rinascita del paese, ridando speranza alle tante persone che l’hanno perduta, in questi anni. Valorizzando al meglio le straordinarie risorse della penisola, il suo ingegno millenario nell’arte, nella ricerca, nella produzione, nel commercio, nell’artigianato, nel turismo.

Siamo stati per diciassette anni in balia degli interessi, dei capricci e dei piaceri di un uomo e della sua estesa e famelica corte, che ha difeso fino all’ultimo l’indifendibile, per servilismo e tornaconto personale; lo hanno fatto con tale arroganza e malafede da non poter essere perdonati. Non può essere la politica l’approdo di questa becera categoria antropologica. Dopo avere tanto sofferto e rinunciato non siamo più disposti a vederci rappresentati da persone indegne. Attendiamo dunque con fiducia il corso concitato di questi ultimi eventi, ma vigili, come sempre.  

Paolo MESSINA (Palermo 1923 – 2011). Nel ricordo di Flora Restivo

Due parole su Paolo Messina

Di più non le avrebbe gradite.

 

Domenica è mancato il poeta, drammaturgo, saggista, uomo di cultura ad amplissimo raggio, Paolo Messina. Non me l’aspettavo, non ce l’aspettiamo mai dai grandi personaggi, li si vorrebbe eterni, ma non è così che funziona.

Non era malato, se non di quella immensa malinconia che era impastata col suo essere, tuttavia, non c’è più ed io ne sentirò la mancanza.

Persona non facile, sincero fino all’osso, talvolta scontroso, forse anche duro, ma talmente grande che il tempo trascorso ad ascoltarlo, sembrava sempre poco.

Ti strabiliava con la sua cultura, mai esibita, ti destabilizzava con quell’amarezza che traspariva, malgrado il suo “aplomb” da gentiluomo d’altri tempi, da frasi, parole, accenti.

Non farò un “coccodrillo”, non amo questo genere di omaggi e, sono certa che lui ne riderebbe, parlerò dell’uomo, con cui ho tante volte conversato, della sua grandezza, non abbastanza riconosciuta nella sua terra, ma accreditata altrove, persino all’estero. I suoi lavori teatrali, in specie “Il muro del silenzio” e “Le ricamatrici”, sono state ampiamente rappresentate in tutto il mondo, altre quattro ne ha scritte, fino al 1985, poi si è occupato solo dei suoi studi.

In poesia e parlo di poesia in dialetto, è stato un grande innovatore, sfondando il muro delle ovvietà e delle insulse cantilene che avevano impantanato (e, ahimè, ancora impantanano, cosa che lo faceva imbufalire), l’espressione poetica in siciliano. Non voglio infilarmi in un’indagine sul come, perché, con chi, Messina ha mosso i suoi passi nella direzione in cui li ha diretti e che non mutò mai per tutta la vita, questo, mi auguro che ci saranno altri a farlo.

Io voglio andare al di là di notizie che, con metodo e buona volontà, si possono trovare abbastanza facilmente, e mi richiamo, nella fattispecie, ad un attento saggio che il poeta e sicilianista Marco Scalabrino, ad esempio, gli ha dedicato, non molto tempo fa, desidero, piuttosto, esprimere quanto mi abbia gratificato l’apprezzamento che ha sempre mostrato per i miei scritti e le parole lusinghiere che non mi ha mai fatto mancare, lui, il “babau” di tanti e tanti, i libri che mi ha mandato e dedicato e che io tengo infinitamente, cari.

Era un momento di gioia pura quando, ogni tanto, a sera, squillava il telefono e, al mio “Pronto?” m’arrivava l’inconfondibile voce, con quella particolare cadenza che, poco o nulla, aveva di palermitano. Allora, si parlava di tutto, ma, soprattutto, ascoltavo.

Parlava di sé, della guerra, di quell’esperienza terribile, vissuta in un modo che ricordava il famoso film “Mediterraneo”, degli insulti e critiche feroci che provocò la sua visione della poesia, quasi fosse un iconoclasta, pochissimo del suo privato, solo della moglie tanto amata, di cui si occupava con abnegazione ammirevole, dei soggiorni in Francia (parlava un francese perfetto, oltre al tedesco), della vita di ogni giorno, la sua, la mia.

Non potrò farlo più, ma ciò che ha scritto continuerà a parlare, nei decenni e secoli a venire, ciò che mi ha detto, resterà nel mio cuore, finché avrò vita e mente per ricordare.

Parole semplici, quelle che usiamo per chi ci è veramente caro, così desidero omaggiare un grande e con questa sua poesia, che lui non ha tradotto e che mi permetto di tradurre io, scusandomi se non avrò saputo renderla al meglio, ma l’ho fatto all’impronta.

VERSI PI LA LIBIRTA’

Ammanittati lu ventu

si criditi

ca vi scummina li capiddi

lu ventu ca trasi dintra li casi

pi cunurtari lu chiantu.

Ammanittati lu chiantu

si criditi

di cuitari lu munnu

lu chiantu ca matura ‘ntra li petti

e sdirrubba li mura

e astuta li cannili.

Ammanittati la fami

si criditi

d’addifinnirivi li garruna

ma la fami nun havi vrazza

lu chiantu nun havi affruntu

lu ventu nun sapi sbarri.

Ammanittati l’ummiri

ca di notti vannu pi li jardina

a mettiri banneri supra li petri

e chiamanu a vuci forti li matri

ca nun hannu cchiù sonnu

e vigghianu darreri li porti.

Ammanittati li morti

si criditi.

*

Ammanettate il vento

se pensate

che vi scombini i capelli

il vento che entra nelle case

per consolare il pianto.

Ammanettate il pianto

se vi illudete

di chetare il mondo

il pianto che matura nei petti

e abbatte i muri

e spegne le candele.

Ammanettate la fame

se vi sta a cuore

di proteggervi i polpacci

ma la fame non ha braccia

il pianto non conosce vergogna

il vento non tollera barriere.

Ammanettate le ombre

che di notte vanno per i giardini

a mettere bandiere sulle pietre

e chiamano con voce forte le madri

che senza più sonno

vegliano dietro le porte.

Ammanettate i morti

se ne siete capaci.

1955. Paolo Messina aveva 32 anni.

“Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale…”

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Come non condividere le considerazioni e le proposte contenute in questo recente documento del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, pur consapevoli delle contraddizioni delle gerarchie ecclesiastiche nella gestione dell’enorme patrimonio della Chiesa.  Non si può che auspicare, infatti, la creazione di autorità internazionali capaci di regolare l’economia globale orientandola verso una redistribuzione della ricchezza, ponendo fine o, per lo meno, contenendo la scandalosa povertà sofferta ormai dalla maggior parte della popolazione del pianeta. Un impegno in questa direzione è “una prerogativa e un dovere per tutti”, singoli o soggetti pubblici, a prescindere dal sentimento religioso. Le coalizioni politiche che ambiranno a governarci, in questo e negli altri Paesi, dopo le esperienze drammatiche di questi anni, dovranno necessariamente confrontarsi con tali istanze, da cui dipenderà la nostra sopravvivenza e quella delle generazioni future. gn

[…]La crisi economica e finanziaria che sta attraversando il mondo chiama tutti, persone e popoli, ad un profondo discernimento dei principi e dei valori culturali e morali che sono alla base della convivenza sociale. Ma non solo. La crisi impegna gli operatori privati e le autorità pubbliche competenti a livello nazionale, regionale e internazionale ad una seria riflessione sulle cause e sulle soluzioni di natura politica, economica e tecnica. […]I tempi per concepire istituzioni con competenza universale arrivano quando sono in gioco beni vitali e condivisi dall’intera famiglia umana, che i singoli Stati non sono in grado di promuovere e proteggere da soli. Esistono, quindi, le condizioni per il definitivo superamento di un ordine internazionale « westphaliano », nel quale gli Stati sentono l’esigenza della cooperazione, ma non colgono l’opportunità di un’integrazione delle rispettive sovranità per il bene comune dei popoli. È compito delle generazioni presenti riconoscere e accettare consapevolmente questa nuova dinamica mondiale verso la realizzazione di un bene comune universale. Certo, questa trasformazione si farà al prezzo di un trasferimento graduale ed equilibrato di una parte delle attribuzioni nazionali ad un’Autorità mondiale e alle Autorità regionali, ma questo è necessario in un momento in cui il dinamismo della società umana e dell’economia e il progresso della tecnologia trascendono le frontiere, che nel mondo globalizzato sono di fatto già erose. La concezione di una nuova società, la costruzione di nuove istituzioni dalla vocazione e competenza universali, sono una prerogativa e un dovere per tutti, senza distinzione alcuna. È in gioco il bene comune dell’umanità e il futuro stesso.[…]

Dalla “Nota del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace intitolata “Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale“.

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