Transiti (Quaderno di Poiein a cura di Gianmario Lucini – Puntoacapo 2010)

Giovanni Nuscis

TRANSITI (Quaderno di Poiein a cura di Gianmario Lucini – puntoacapo 2010)

Interventi critici

MARCO SCALABRINO

Un fausto incontro quello fra Giammario Lucini, avveduto editore valtellinese, e Gianni Nuscis, talentuoso autore sardo. Tanto che Lucini ha scelto Nuscis, che “mi ha sorpreso per rigore stilistico e spessore tematico”, e lo ha inserito nel novero dei primi cinque autori da pubblicare nella collana a sua cura denominata I QUADERNI di POIEIN: Arnaldo De Vos, Annamaria Ferramosca, Valeria Serofilli, Daniela Raimondi e Gianni Nuscis appunto. “L’obiettivo della collana – illustra Lucini – non è di presentare dei nomi particolarmente importanti fra i poeti di oggi ma piuttosto di avanzare delle considerazioni peculiari sulla poesia attraverso aspetti che un poeta contemporaneo rende evidenti nella sua opera”; aspetti che ogni quaderno, “oltre a fornire alcuni elementi interpretativi della poetica degli autori, cerca di tematizzare”.

Transiti è la raccolta inedita di Gianni Nuscis, la sua quarta raccolta, inclusa nella monografia numero 4 de I QUADERNI.

La scelta del titolo del volume, Giovanni Nuscis la parola e lo spessore, non è casuale. Su entrambi i termini costituenti il dettato del Nostro, parola e spessore, così intrinsecamente legati, sia Lucini che lo stesso Nuscis si soffermano con convincenti esposizioni. Afferma Lucini: “Si dice che un’opera ha spessore quando la sua lettura provoca, nel lettore, una reazione duratura nel ricordo e significativa per la sua sensibilità. Lo spessore dell’opera d’arte consiste nel redimere le visioni della realtà banalizzate o comunque lise dalla frequentazione culturale, presentandole in una veste originale, da altre prospettive, per mezzo di invenzioni capaci di liberarle dalle incrostazioni delle interpretazioni sedimentatesi nel tempo, per restituirle cariche di ulteriori significati. Questa diversità dello sguardo è la cifra, la forza dell’opera d’arte, il suo spessore, e tanto più essa investe gli aspetti più convenzionali della cultura, tanto più il suo spessore è rilevante; non in argomentazioni oggettive ma nella sua capacità di tradurre in un linguaggio appropriato un mondo diverso, vero per sé stesso e non per dimostrazione logica. Nel pensiero poetico [difatti] il ragionamento non viene esplicitato perché il poeta non ha bisogno di dimostrare nulla, ma soltanto di alludere alla verità soggettiva che egli sente. Nuscis è uno che riflette molto e questo suo tratto è ben visibile nel suo lavoro. La tensione etica che si rileva nei suoi testi è frutto di questa sua riflessione, di questo confronto interiore e sofferto con il mondo, di questo dialogo problematico fra emozioni, sentimento, sensazioni, pulsioni e razionalità. Il ribollire di Nuscis è a fuoco lento, è segnato dall’osservazione, dall’interrogazione, da una calma più disciplinare che caratteriale. La sua scrittura sembra lasciar trasparire questa tensione fra energia creativa ed esigenza della misura, dell’equilibrio e anche del trovare la forma appropriata ad esprimere un verso armonizzato col senso del messaggio poetico.”

E Gianni Nuscis puntualizza: “Credo nella centralità della parola, nella sua capacità di addensare significati e suoni, di rappresentare o evocare mondi fisici e interiori, chiaroscuri di senso e silenzio, visione e assenza. Il lavoro sulla singola parola è fondamentale, assieme a quello sul verso, in una concatenazione armoniosa di musica e senso; valutando innanzitutto la sua necessità, le sue implicazioni semantiche e foniche. Nella parola e per la parola, in poesia, ci si gioca tutto. Leggo e rileggo fino a quando non mi convinco della loro adeguatezza e insostituibilità. La poesia nasce dal quotidiano, originata da incontri, letture di giornali e di libri, fatti e situazioni personali o collettive; nasce dalla parola, dalla sua musica combinata con quelle di altre parole; nasce nell’abbandono, nella libertà di spaziare nei paesaggi della fantasia seguendo un susseguirsi di visioni, un ritmo, una melodia che le attraversa. Ciò che ne deriva, rompendo percorsi fono-sintattici convenzionali, ha talvolta una bellezza, una verità e un’originalità inaspettate, rivelando un volto inedito del mondo e di noi stessi”.
E veniamo infine allo specifico di Transiti. Gianmario Lucini asserisce: “Giovanni Nuscis è uno abituato a chiedersi la ragione della sua scrittura (attento ossia alla deontologia del suo essere poeta). La poetica di Transiti, il suo messaggio ideale, è duplice: da una parte la riflessione sul passaggio (“transito”, appunto) dall’età del protagonismo e della esuberanza, all’età della consapevolezza e della maturità segnata dal disincanto, dall’altra di nuovo una riflessione sul tempo e il senso del tempo, come passaggio da senso a senso dell’uomo nel mondo. Lo stile appare svincolato da qualsiasi forma e sembra cercare più una consonanza emozionale con il contenuto che con una qualche forma di abbellimento estetico. La parola è sempre affilata e talvolta secca e dura ma non cerca mai di arruolare artifici retorici per accreditarsi più valida e più incisiva. Siamo di fronte a una poesia scarna, sobria, asciutta, preoccupata, quasi con orgoglio, più della qualità dei suoi indumenti che delle trine e dei merletti: stoffa buona, più che fronzoli”.

Quanto esposto mi pare sufficientemente emblematico della poesia di Gianni Nuscis, ne dà un quadro abbastanza esauriente, definito, e pertanto non ritengo di dovervi aggiungere alcunché. Tuttavia, partendo dalle centrate osservazioni sopra esposte, giusto per avvalorarne la bontà, desidero riportarne talune delle formulazioni, delle invenzioni liriche, degli esiti più felici.
Transiti consta di soli trentuno brevi componimenti. E nondimeno sono parecchie le esemplificazioni convenienti, in ognuna delle quali sta a noi rinvenire le attinenze relative alla esperienza individuale, i rimandi alla attualità sociale, la visione del mondo del nostro autore: puntare / al chiarore che giunge dai vetri; si andava per caldaie / d’ospedale … mangiatori di patate e laureandi / tra i chiaroscuri di un ventre / pulsante e reietto … in quel misto di unto, discorsi / cambi di turno; ci fermiamo o incespichiamo / ovunque con una smorfia … nessuno più è maestro per sempre; l’autunno coi baffi nevicati … disarcionati spesso al primo tuono; occhi che s’incrociano / dalle tribune precarie di due corpi; violenza garbata siede / ora sui troni di parole … animale impalpabile e concreto … fintamente dimesso / gigiona minaccioso tra i sondaggi; voli col tuo sogno di polline / e il corpo niveo resta immobile / ad accogliere la cesoia dall’alto … una farfalla si posa / e ti si annuncia come un angelo; vedo dai tuoi occhi / il mio salto di rana sugli anni; vecchie girandole / che sembrano nuove / dove a cambiare / è solo il fiato / che le fa andare; molte le braccia intorno / setole di scopa a mondargli / umore e coscienza. / Sui bordi della piazza / nei volti smagriti degli astanti / il piacere di predirgli una fine / non diversa dagli altri … parole / come coriandoli di terra / che ci seppelliranno; tutto torna / nella gabbia sfondata del tempo … e tu ricordi certo mani / che ti cullavano / la voce che ti accompagnava / credendo / che non t’avrebbe abbandonato; arrivano gli altri, tanti, / scollati dalle sue tivù / per trascinarsi in stampelle / fino a Piazza del popolo … “per la sua fede certa / per gli ideali alti / avrà un posto / di ministro o senatore”; la bocca del vento / bacia i nostri passi; gli aghi del maestrale / sul viso smunto dell’inverno; tovaglia scossa dopo il pasto / e poi rimessa / per nuovi clienti; quindici rami dove / cantavano molti uccelli / dalle mete imprevedibili; ali d’aquila sono / le bianche camicie dei padri / sospese nell’aria … e s’impennano gli sguardi / cercando la ragione del salire / della molta fatica richiesta.

In chiusura, ben meritevole, a mio avviso, di essere riportato per intero è il testo a pagina 33 Matrioske: Vi tengo tutti dentro / con amore e rispetto voi / che col mio nome / vi siete divisi il mio sangue / il mio tempo. / Vecchi ormai vi incrocio, / e ad ascoltarvi mi fermo curioso / e commosso dai racconti che mi fate / di voi di me dell’estraneo che divento / poco a poco. (Marco Scalabrino)

*

ANNA MARIA CURCI (Su Poetarum Silvae)

Giovanni Nuscis. La parola e lo spessore

Ri-flette il tempo, specchio e, insieme, parola soppesata, la poesia di Giovanni Nuscis, che si snoda nel n. 4 de I Quaderni di Poiein, in un originale contrappunto tra i versi dalle raccolte pubblicate e da quelle inedite e le letture di numerose altre voci: a partire dalle note critiche di Gianmario Lucini, che introducono e affiancano l’intero percorso del Quaderno, gli interventi di Roberto Rossi Testa, Marco Scalabrino, Antonio Fiori, Giovanni Campus, Gian Ruggero Manzoni, Stefano Guglielmin.
Ne Lo specchio è lo stesso Giovanni Nuscis a consegnarci la sua ‘professione di fede’ e a dar conto del suo procedimento compositivo, così come della ‘necessità’ che lo anima: “Credo nella parola, nella capacità di addensare significati molteplici e suoni, di rappresentare o evocare mondi fisici o interiori, chiaroscuri di senso e silenzi, visione e assenza. Il lavoro sulla singola parola è dunque fondamentale, assieme a quello sul verso, in una concatenazione armoniosa di musica e senso, valutando innanzitutto la sua necessità, le sue implicazioni semantiche e foniche. Leggo e rileggo fino a quando non mi convinco della loro adeguatezza e insostituibilità. Nella parola e per la parola, in poesia, ci si gioca tutto, o quasi.” (p. 9)
Leggo, nel dialogo con il tempo, un procedere coerente e “sorgivo” (Gianmario Lucini), il manifestarsi di uno sguardo diverso e divergente, ma non per questo meno autentico; ascolto la voce pacata e ferma di una “tensione etica” che non si esaurisce nello sfogo del momento, ma resta sempre vigile, pur nella consapevolezza che la veglia comporta dolore.
Riconosco un filo conduttore che collega questi componimenti scritti in tempi diversi […]

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FABRIZIO CENTOFANTI (Su La Poesia e lo spirito)

Dice bene Lucini parlando di durata, di opere che restano perché continuano a provocare una reazione non solo estetica, ma anche esistenziale. Cosa ti ho dato di buono / Non lo so: sta qui la grandezza della poesia, che non arriva a essere cosciente del dono inestimabile, non quantificabile, capace di cambiare il corso di una storia personale e universale. Così sono le poesie di Fortini, o Pasolini, o Betocchi; così sono le tue, tracce invisibili che scavano nel cuore, lasciando domande, questioni in sospeso, che perdurano in un loro lavorio sotterraneo: Vita non è solo quella che vedi, Ce n’è un’altra nascosta; uno spessore, appunto, attingibile solo da chi ha una vocazione di speleologo, di minatore umile e pronto a un eroismo non riconosciuto e non pagato. In fondo il poeta ha il compito di cogliere tutto ciò che la folla ignora e trascura come inutile: Calvino ha insegnato valori – la leggerezza – che vanno in direzioni cui tu riesci a dare un sigillo convincente: Ci sentiamo leggeri avvertendo / il respiro che si ferma / si pensa e si riprende / dove e quando non sapremo. La poesia ha una vocazione difficile a indicare un vuoto, una mancanza, a denunciare l’incapacità di una cultura menzognera di nutrire l’anima: Fame siamo / e briciole che restano del pasto. Mai come oggi, scrivere versi è politica, mostrare che il re è nudo, oltre la cortina della sarabanda mediatica e pubblicitaria: Molte parole e poche azioni/ incomprensibili. E ancora parole / come coriandoli di terra / che ci seppelliranno. Politica è anche riconoscere l’impermanenza del potere, la discontinuità dei passaggi di coscienza e di maturità, che suggeriscono di mettere ogni volta in discussione le certezze granitiche e patetiche nello stesso tempo: Vecchi ormai vi incrocio, / e ad ascoltarvi mi fermo curioso, / e commosso dai racconti che mi fate / di voi di me dell’estraneo che divento / poco a poco. Salvo scoprire che la massa si arrende supinamente alla legge del più forte, rischiando di cancellare la speranza: Se fossimo uniti / i pochi condomini che siamo / sarebbe una battaglia vinta. / Ma non c’è grido che si somiglia. Eppure, dallo scacco e dal dolore è possibile che nasca un mondo nuovo, l’utopia necessaria, che gronda necessariamente del sangue che ogni speranza comporta, altrimenti non sarebbe tale, in faccia al mondo: Il tempo è appeso alla tua gola / le lancette del quadrante / vi si figgono e ritrovi / dell’ora più ferita / sulla carta una parola. La tua parola di poeta lacerato e redento dal futuro che ti scava senza fare sconti, senza mentire, rivelando lo spessore di una storia e, Dio lo voglia, di ogni storia.

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NARDA FATTORI

Questo libretto intende proporsi come analisi critica di tutta l’opera fin qui prodotta da Giovanni Nuscis; la cura è di Gianmario Lucini, attento critico e fine poeta egli stesso.
L’opera vuole dunque fissare un punto di vista analitico ed esaustivo sulla poetica nel suo affinarsi nel tempo e, contemporaneamente, restare incompiuta così come deve restare per un poeta parco di opere ma ancora giovane e con una voce fertile in grado ogni volta di ri-generarsi.
La sua struttura articolata vede il critico prendere in esame le opere edite da Nuscis sotto vari aspetti ma soffermandosi in particolare sulla parola e lo spessore che acquista nei versi, parola mai superflua, mai compiaciuta, al contrario parca, vigilata, necessaria al messaggio, alla completezza e alla coesione di ogni singola poesia. A riprova di quanto va affermando Lucini inserisce, fra i vari paragrafi critici, alcune poesie che sono anche come testimonianza del percorso compiuto dal poeta dalla prima pubblicazione “ Il tempo invisibile” del 2003 all’ultima raccolta che troviamo qui edita per la prima volta “Transiti”; nell’intervallo temporale sono state edite le opere “Il tempo invisibile”, “In terza persona” e “La parola data”.
L’attenzione che pone Lucini alle tematiche proprie del poeta si intersecano con quelle della poetica più in generale; tuttavia, screditato ogni canone fisso, il critico deve utilizzare dei principi saldi e certi entro i quali operare la sua analisi. Questa operazione è compiuta con chiarezza, cura e scelte precise: analisi del contenuto, del dettato, della prosodia, della versificazione, del lessico.
Nuscis viene da lontano e comunque come tutti viene dalla sua esperienza e dalla sua sensibilità; si sa che minore è l’età e meno certo è il dettato; anche in questo caso vediamo una poesia che addenta il proprio tempo e ne coglie gli angoli scuri, le ombre che poi ombre non sono ma si fanno paesaggio umano, desolato spesso, sempre meno dono per l’uomo, ma in potere dell’uomo che dimentica la precarietà del suo esistere e anziché affratellarsi si pone in opposizione al fratello, perché Caino non è mai morto e costruisce il mondo.
E tuttavia mi pare che mai la poesia di Nuscis si erga a giudice severo, punti il dito indicando; egli censisce in poche visioni e /o riflessioni, non orfiche o misteriche, ma esemplarmente reali uno stato delle cose, che non è un buono stato, salubre e salutare. La sua poesia denuncia, quindi, seppure con sobrietà di linguaggio, di scelte metriche e lessicali, di contenuti ma anche indica un’oltranza riconoscibile e riconducibile all’essere uomo: “ Vita non è solo quella che vedi/ Ce n’è un’altra nascosta/ Pudica / Talvolta a fatica, o per gusto/ Situata tra il pube e il cuore./ ….. e ancora : “ Là, dove origlia il vento, si raccoglie/ Il tempo: presto o tardi, cosa importa?” Accanto a questi versi che ci conducono ad un’accorata speranza, nella stessa opera “Il tempo invisibile” leggiamo anche : “Quale bestia/ Dall’antro catodico/ Ci parla/ Bevendo i nostri occhi? /( ………………)/ Ah, le fiere di una volta / E le nuove / con l’imbonitore che ti offre/ la magica pozione/ O la pignatta./….”
Ma ancora nella raccolta successiva “In terza persona”, Nuscis osserva e interpreta il presente; la sua poesia immalinconisce, si disincanta ma resta ancora incernierata sul quotidiano io-noi-esistere: “ …./ Un camion della spazzatura precede/ un’interminabile fila che/ pazienta ogni notte, senza suonare/ senza svegliare chi dorme./La tivù è spenta…)
Potrebbero questi pochi versi esprimere un “correlato oggettivo” alla Eliot o alla Montale?
Potrebbero, certo, ma Nuscis, a mio parere, è poeta borderline: oscilla fra una tensione etica e sociale riconoscibilissima e un personale senso di insufficienza dell’esistente così come lo si incontra e lo li vive. Sottostante si riconosce quella tensione all’oltranza più esplicita nella prima opera dove anche la lettera iniziale di ogni verso era maiuscola. Dal maiuscolo il poeta è passato ad una sintassi regolata e rispettosa, e anche questo sostanzia un senso di delusione e di impotenza di fronte all’immane peso e all’immane dolore che abita l’uomo e ammorba l’aria che respiriamo.
Nuscis non lo esplicita se non per fugaci cenni eppure il dolore personale e civile è perfettamente inscritto nei suoi versi.
Ma esaminiamo la nuova opera “Transiti”; silloge parca per numero di poesie ma intensa, coesa, ormai perfettamente conquistata dalla scelta tematica di un qui pur “Sapendo che l’istante in cui siamo/ è già passato e non torna indietro.”

*

PASQUALE VITAGLIANO (Su Neobar)

Tutto torna/ nella gabbia sfondata del tempo/ lineare, senza preveggenza.// Occhi di corvo trapassano/ il gelo dei millenni.// Piedi affondano senza radicare/ su terra che muta e non cambia. La poesia di Giovanni Nuscis, prima ancora che civile, è un poesia etica, in quanto intensamente tesa a ri-stabilire un rapporto diretto e più autentico tra l’individuo e la dimensione deontica dell’esistenza umana. Più che scandagliare il contesto che lega ciascun uomo ad un comunità civile determinata, vengono portati alla luce – con la pazienza e il rigore dello scavo archeologico – le fonti originarie dell’agire umano, la libertà e la necessità, il tempo e lo spazio. Come una mosca puntare/ al chiarore che giunge dai vetri/ infilata tra tenda e finestra/ in attesa che s’apra,/ o d’una pietra/ di un becco impazzito/ per il volo magari/ tardivo di un metro.
E’ una poesia che mette al centro il senso. Scrive Gianmario Lucini, “credo che la scelta di questo modo di scrivere abbia una sua ragione nella ricerca di una verità (…), nel senso che la poesia deve trovare in se stessa la forza di proporsi/imporsi come situazione poetica , come poesia in sé a prescindere dal linguaggio e prima del linguaggio”. Ed Antonio Fiori, “leggendo queste poesie mi pare di intuire che l’autore proprio non ha alcun interesse per l’aspetto della fonoprosodia. (…) A me sembra che la sua ricerca, molto attenta sul versante del senso, chieda al verso la decenza prosodica con sobrietà, senza impegnarsi nel ricercare effetti particolari (…)”. Ti scopri in uno specchio/ lontano come dalla luna.// Un brivido quegli occhi che s’incrociano/ dalle tribune precarie di due corpi:/ una più dell’altra.// Un corpo tracciato da solchi/ dove la vita s’imbotra/ e scoppia il cuore,/ bengala nella notte;/ l’altro senza tempo/ che si ribella, guarda severo/ s’allontana.
Il titolo della monografia, La parola e lo spessore, pubblicata da Puntoacapo, ne I quaderni di Poiein, e curata da Gianmario Lucini, rende bene la lettura che si è voluta dare di questa opera poetica. La poesia di Nuscis è fatta di parole “riflessive” che ricercano significati, si interrogano sul senso, acquisendo in questo modo lo “spessore” di una visione inedita del mondo. Che violenza garbata siede/ ora su troni di parole,/ che animale impalpabile e concreto:/ grasso della nostra carne peggiore.// (…) Uomo comune/ pasoliniano mostro a cui/ senza più occhi strizzi l’occhio. Questa poetica viene scomposta lungo le tre raccolte edite, Il tempo invisibile, In terza persona e La parola data, per essere, in conclusione, ricondotte ad unità con l’inedita Transiti.
Le poesie di questa piccola silloge segnalano un passaggio, intimo e collettivo. Il mondo privato sembra ritirarsi, schermirsi dietro e dentro la luce di un lume nel buio, mentre la storia trasmette un senso di caduta. Sdegno e disincanto definiscono una cesura, che annuncia il transito verso nuovi mondi, nuovi significati, tutti ancora da definire. Siamo di fronte, lo si sente materialmente, ad un punto di frontiera nella vita e nella poetica di Giovanni Nuscis. Pieno di incognite, eppure gravido di possibilità. Il giallo del tuo cuore/ è la tosse del vicino che ti espelle;// dal buio dietro le persiane/ i suoi occhi ti rotolano dentro/ quando passi serbando le parole/ oscure della tua gioia dolente.
Eppure lo stile non è secondario nella poesia di Nuscis. L’estetica dialoga con l’etica senza alcun cedimento alla retorica o all’enfasi. Nella sua formazione, la poesia di ferma a metà strada tra la parola e il verso della tradizione novecentesca. Ma non si tratta di incertezza stilistica. Al contrario, siamo di fronte ad una poesia “nascente”, che si colloca sulla soglia tra passato e inedite possibilità future. Senza alcuna velleità, i versi di Nuscis hanno uno spessore essenziale che rimanda alle esili ma taglienti figure in transito di Alberto Giacometti. Come gatti sul muro/ del millennio. Saltare/ avanti o indietro/ o stare in bilico tra/ un futuro indefinito. La parola di Nuscis, ha scritto Fabrizio Centofanti, è quella del “poeta lacerato e redento dal futuro che ti scava senza fare sconti, senza mentire, rivelando lo spessore di una storia e, Dio lo voglia, di ogni storia”. Non fughe dalla radice/ le primavere che passano/ senza arrivare, d’estate/ le foglie tossiscono il fumo/ di un corpo mai nato.// Fame siamo/ e briciole che restano del pasto.
Al di là di ogni considerazione critica, per me resta la forza materna delle parole di Nuscis. I suoi versi, piantati nella tradizione ma alti al cielo come alberi, sono compiuti come sassi o grani, da portarsi in tasca. Un sasso nell’una, un grano nell’altra. Come in una sua magnifica poesia. Vivremo nella fede scanzonata/ del giorno dopo giorno/ mai troppo leggeri:/ la morte in una tasca/ la vita nell’altra. Lo sguardo oltre lo specchio.
La parola che dà il titolo alla raccolta esplicita il contenuto: transiti sono passaggi: di eventi e persone, di stati dell’animo e di condizione, sono minutaglie dell’esistenza che ugualmente l’hanno qualificata. Qui il tempo non ha scansioni sebbene sia il protagonista, ovvero i transiti avvengono sempre in un tempo e in un luogo, che tuttavia sono indifferenti rispetto agli esiti prodotti.
Fu un transito anche una esperienza di lavoro giovanile, rude e scherzosa, densa di senso oggi riscoperto se può affermare: “ Mi segno mentalmente/ ogni volta che passo davanti/ a quella chiesa dismessa / senza ministranti e fedeli/ di una qualunque fede.” Si abbia presente che quella chiesa dismessa era il locale caldaie di un ospedale dove un gruppo di giovani lavoravano e sudavano e si guadagnavano chi il pane chi il salario per gli studi; ma il lavoro nobilita, diventa sacro quando è comitale. Ma la vita che ha operato dismissioni di ideali, che si è appiattita su un desolante paesaggio umano, ritrova un brivido adrenalinico quanto riconosce il nemico. Eppure c’è una bellissima lirica titolata “Matrioske” di conoscenza, di smarrimento e di sperdimento perché i vecchi che restano a raccontare trasformano la curiosità dell’ascoltatore nella percezione “di voi di me dell’estraneo che divento/ poco a poco.” Estraneo a chi? E che cosa? E perché? Fa male sentirsi sempre all’interno delle situazioni in atteggiamento compulsivamente attivo, ma fa male anche assentarsi all’esterno, estraniarsi da se stessi, percepirsi altro da quanto si era immaginato.
Ho parlato di poesia lirica, ed è tale quella di Nuscis, ma il lirismo è così contenuto, così lontano da ogni compiacimento che ci si stupisce quando, rarissimamente, si incontra un’assonanza, un’interna rima; è lirica perche il dettato fluisce per immagini e visioni pur essendo poesia, e convengo in parte con Lucini, riflessiva intendendo con tale termine l’accuratezza e la sorveglianza del dettato e del contenuto, e riflessiva anche perché non si abbandona né al canto né al lamento, anzi si ritrae da ogni eccesso: è il pensiero che si fa visione, pensiero agito anche linguisticamente per restare nell’ambito del comunicabile. Naturalmente la scelta di un linguaggio alto per cultura ma non ostico, ambiguo, appartiene anche alle scelte etiche che opera l’autore nell’ambito del possibile.
Infatti ci dice Nuscis in “Lama di luce”, titolo che contiene un universo di significati se seguito dai versi che intitola: “ Tutto torna/nella gabbia sfondata del tempo/ lineare, senza preveggenza./ ( ……..) / E tu ricordi certo mani / che ti cullavano / la voce che ti accompagnava / credendo/ che non t’avrebbe mai abbandonato.”
La fragilità è confessata senza pudori, no, egli non ha imparato a dissolversi, come la neve, senza farsi male, senza dissolversi; e anche la miseria dell’uomo non poteva essere meglio detta che da questo distico di suprema significazione: “ Fame siamo/ e briciole che restano del pasto.”
Tutte le poesie che compongono l’opera si muovono dentro questa aura di vinto senza colpe all’interno di un destino che è deciso altrove, forse, che qui ci lascia insaziati, al buio: “L’amore minuto/ nei minuti che giungono/ e cadono rapidi/ nella notte senza fondo.

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