Viola AMARELLI – Le nudecrude cose e altre faccende. Nota di lettura di Antonio Fiori

Con Viola Amarelli non c’è bisogno di ricostruire ragioni, decifrare poetiche nascoste. In questa silloge ad esempio lei stessa – a latere – dichiara: “Si presta voce a un mondo… ci si illude, perché il mondo resta tutto…  E’ la scrittura spugna, materia che respira: quello che hai ridai. Per questo ogni poesia è sempre, dannatamente, anche nolente, politica.”
La raccolta si propone in una partizione musicale: apre con un ‘grave’ (Convivenze), prosegue con ‘andante’ (Cure), quindi sommuove un ‘presto’ (Strabismi) e infine chiude con una ‘suite’ (Congedi). E’ forse un tentativo di dare ordine e armonia laddove dominano incendi occidentali, minimalia, amnesie e un’estrema solitudine. Il verso libero si disarticola e si ricompone in un controllato alternarsi di testi; vira talvolta sulla prosa, sul dialogo, sul frammento. Le poesie più riuscite sono forse quelle che creano un’oasi di meditazione, provano un respiro più lungo dentro la brevità del testo: dove, identità, e me ne vado, tempo, ancora. Meritano però una citazione particolare la suggestiva Giacomo a Fontanelle, la solidale patrie, i frammenti antropologici di atlante e le conclusive riflessioni su le nudecrude cose. In un commento a caldo su alcune poesie scelte da questa silloge scrivevo: ‘Viola tiene sempre accesa la telecamera, registra giorno e notte, poi – ormai nauseata dai pixel video – riversa su carta la memoria’. Ma se è vero, come ci ricorda Viola, che il poeta restituisce solo quel che ha dentro, è anche vero che la poesia può diventare testimonianza, denuncia, indignazione restando poesia, grido che rimane. E’ questa la legittima ambizione della ricerca poetica di Viola Amarelli, che mai disgiunge il lavoro sulla parola dal lavoro sulla realtà, dal pavesiano mestiere di vivere. (Antonio Fiori)

*

(dove)

Il fuori oggi è come il dentro
torpido, persino le budella abbandonate,
dove la lancia aguzza, il falco pellegrino
e la pianura colma di turchese
dove
– sul muro piatto e
lo schermo al quarzo,
dove dove,
negli occhi di una cagna
sapiente che ti affianca
– compassione.

*

(e me ne vado)

e me ne vado sai pei cazzi miei
quelli dei gatti e delle ortiche
e del geranio rosso un po’ sboccato,
dei cani assonnacchiati sotto il sole,
né vi conosco a meno che
non chiediate aiuto, allora
correrò rapida freccia per darvi
come posso quiete e porto.

*

(tempo)

era l’ora del loop della saudade
dello tsunami del tempo che schiantava
gonfio di mastocisti e di fibromi.
Era l’ora di lotte logorate
vittorie trasmutate in agro sale
battaglie di ceneri e lapilli,
il mondo a reclamare a piena voce
ragioni antagoniste e sanguinarie
sul corpo dilaniato alla deriva,
l’ora delle passioni e del deliquio,
del gelo che essiccava anema e core.
Era l’ora in cui andava bene un marchettaro
uno qualunque, il primo che passava.
L’ora che anche lui si rifiutava.

*

Da (le nudecrude cose)

r. Le nudecrude cose. Una punta, un dente di pettine d’osso, l’ansa di un vaso. E’ il suo
mestiere. Necrofora. Si sta meglio coi morti millenari. Aleggiano pacifici, da un pezzo
diventati potassi e magnesio. E’ un’amicizia tacita tra lei e le crete e le arenarie. Si
annusano a vicenda. Il cane arriva randagio e forestico. Gli operai lo scacciano. Non
hanno capito che è lui la guida, guaisce tra un’orma e le tracce.
s. I picchetti, le foto e i setacci. Gli strati. Ha la cazzuola, la spazzola e i secchi. Nulla
d’importante, povera gente, terracotte e fibule. Questo al massimo resta.

*

Viola Amarelli
Le nudecrude cose e altre faccende
L’Arcolaio, 2011

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3 responses to this post.

  1. grazie infinite della lettura Antonio, che riassume nitidamente il libro, e un abbraccio a Giovanni per l’ospitalità, Viola

    Rispondi

  2. Cara Viola, auguri per la raccolta, che conto di leggere quanto prima.
    Un abbraccio. Giovanni

    Rispondi

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