Vivalascuola. Non facciamo la “scuola dei nonni”

POST DI Giorgio Morale per la rubrica “Vivalascuola”, curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano. Pubblicato oggi sul blog “LA POESIA E LO SPIRITO

Gli insegnanti sono più esposti a patologie psichiatriche (ed a suicidio) e oncologiche in seguito allo stress-lavoro-correlato della loro helping profession. Il prepensionamento rappresentava per alcuni l’ultima via di fuga per scampare a un destino tutt’altro che felice, e ora non c’è più. (Vittorio Lodolo D’Oria)

Un bambino piccolo ha il diritto ad avere un’insegnante affettuosa e capace, ma piena di energia fisica, di pazienza, che abbia la voglia e la forza di giocare, di sperimentare e di “abbassarsi” al suo livello, di permettergli di crescere. (Franca Valentini)

Un ordine del giorno riapre la partita sulla “riforma delle pensioni“. L’iter della legge non si è ancora concluso: dovrà essere discussa al Senato ed è possibile che il decreto, in scadenza il 27 febbraio, subisca ulteriori modifiche e debba tornare a Montecitorio.

Non possiamo fare la “scuola dei nonni”
di Giovanna Lo Presti

Esistono crimini contro l’umanità non contemplati in nessun codice penale e che determinano uno stato di violenza senza spargimento di sangue, un asservimento di fatto degli esseri umani pur in un apparente stato di libertà. Tre di questi crimini continuano ad essere perpetrati in Italia dalla classe dominante: la rottura del patto tra generazioni (patto che prevedeva una buona trasmissione ereditaria – in tutti i sensi – da una generazione all’altra), la vanificazione della speranza in un futuro migliore, il reiterato ricorso ad argomentazioni evidentemente illogiche, finalizzate a rendere “naturali”, “inevitabili”, “necessari” sia il presunto antagonismo tra generazioni sia il futuro di lacrime e sangue.

Il governo Monti è il punto d’approdo di un lungo percorso, caratterizzato dall’erosione dei diritti conquistati dai lavoratori in lunghi anni di lotta e da una crescente posizione di privilegio da parte del padronato. Il progetto manifesto è quello di ridisegnare i rapporti sociali, sottraendo ulteriori diritti alla gran massa degli individui e confermando, per pochi, spropositati privilegi. Mentre il pianeta rischia la catastrofe ecologica i nostri tecnocrati sproloquiano di aumento del PIL e di sviluppo ed invocano il fantasma dell’Europa e quello della globalizzazione per convincerci che tutto si decide altrove.

Non è vero: tutto si decide qui ed ora. E’ qui ed ora che deve cominciare la riscossa. Nessuna guerra è vinta per sempre – e questo vale anche per i Signori della Borsa. Recuperare il senso del futuro è un’urgenza – e non solo per le giovani generazioni che, giustamente, hanno individuato nei “ladri di futuro” i loro antagonisti. La possibilità di pensare il tempo futuro è la caratteristica che ci rende quel che siamo, e cioè esseri umani. Ma il futuro che ci appartiene è il nostro futuro, non un futuro generico. Inutile pensare sui tempi lunghi, perché, come ci ricordava un economista di statura ben diversa dai nostri Monti e Tremonti, sui tempi lunghi saremo tutti morti.

E’ tempo di giocare il nostro hic et nunc contro l’ hic et nunc di chi ci governa. Il loro è l’hic et nunc della mancanza di memoria storica, dell’appiattimento degli eventi, della trasformazione di decisioni umane in decisioni metafisiche, inappellabili, stoltamente “naturali” ( è il leitmotiv del “si deve fare così, perché così vogliono i mercati”). Il nostro deve essere l’hic et nunc di chi ragiona, si rifiuta di accettare un futuro minaccioso e sente perciò l’urgenza di un cambiamento positivo. Dice Marc Augé:

La paura di diventare poveri, il senso del tempo che passa, l’impazienza dell’adolescente o il pessimismo di chi invecchia, il senso dell’urgenza, per dirla tutta, sono armi terribili che risvegliano la lucidità. L’Illumismo, da questo punto di vista resta il riferimento rivoluzionario più consono, perché aveva puntato sul risveglio delle coscienze individuali che tutto l’apparato politico e religioso dell’Ancien Régime intendeva tenere addormentate. Quella battaglia non è mai stata completamente vinta e continua ancora. L’idea di individuo rimane sovversiva finché significa che il mondo nasce con me e muore con me”.

Dar senso alla nostra finitezza mantenendo vivi i legami sociali è quello che siamo chiamati a fare. Contro il conformismo, contro il futuro-minaccia, contro la prospettiva di una crescita esponenziale della diseguaglianza, contro la morte della speranza dobbiamo giocare la carta del dire “no” a tutto quanto vuol rendere la nostra vita peggiore. E’ questo l’unico modo di batterci anche per i nostri figli. Oggi i padroni di turno stanno togliendo loro l’aspettativa di una vita dignitosa; l’unica, vera eredità che possiamo lasciare alle nuove generazioni è quella della speranza, che si nutre di ragione e che si ribella – sempre – quando la ragionevolezza viene calpestata in nome del privilegio di pochi.

La classe dominante ci vuole indigenti e precari, dalla culla alla tomba. Un’istruzione pessima, un lavoro indecente, gravoso e mal pagato, una pensione da fame, da percepirsi in età avanzata, è tutto quello che ci vogliono offrire. Quando Monti parla di “equità” della sua manovra dice paradossalmente il vero: non solo i precari, ma anche gli stabilizzati devono patire. L’allineamento verso il basso è l’“equità reale” del banchiere Monti. Si tratta di un’aggressione inaccettabile – eppure non c’è ancora stata la risposta sociale che queste provocazioni avrebbero richiesto.

Questo è un appello alla mobilitazione dei lavoratori della scuola, volto ad evitare che, dopo i guasti epocali della “riforma” Gelmini un’altra piaga venga a martoriare la già devastata scuola italiana. Mettiamo tra parentesi tutte le altre superficialità che il nuovo ministro dell’istruzione, Francesco Profumo, è riuscito a dire nelle poche settimane del suo mandato e concentriamoci soltanto su una, quella che ha a che fare con l’acrobatico balzo in avanti dell’età pensionabile proposto dal governo Monti, un balzo così ardito che, in un sol colpo, è riuscito a fare molto, molto più danno di tutte le precedenti “riforme” del sistema pensionistico ed ha fatto apparire come giochi da dilettanti gli interventi di Amato, di Dini e tutte le diatribe su “scaloni” e “scalini” cui abbiamo assistito negli ultimi anni.

Ci sono molti modi per compromettere il buon funzionamento della scuola pubblica. Negli ultimi due decenni governi successivi lo hanno fatto attraverso una continuativa politica di tagli di risorse e di personale, accompagnata da una crescente burocratizzazione del lavoro a scuola, da una messa tra parentesi dei problemi della scuola reale e da un continuo, insopportabile, dilettantesco chiacchiericcio su una scuola virtuale, esistente solo e soltanto per tecnici, politici e, ahimé!, sindacalisti di professione.

Adesso arriva il colpo finale, il “botto” che chiude i tristi fuochi d’artificio del ministero Gelmini, in perfetta continuità con la cialtroneria dilettantesca della ministra dedita a propugnare la meritocrazia per tutti gli altri e il percorso facilitato per se stessa. Il “botto” del governo Monti è quello che ha individuato nell’innalzamento dell’età della pensione una delle riforme strutturali richieste dall’ Europa. Con le belle e illogicissime motivazioni che soltanto così possiamo pensare al futuro dei nostri figli, soltanto così si aumenta l’occupazione (!). bla, bla, bla.

E’ ora di dire basta a questi riti tribali del capitalismo finanziario nella sua fase marcescente; che l’Europa non sia quella dei popoli ma quella del finanzcapitalismo, per usare l’efficace neologismo che ha coniato Luciano Gallino, lo sanno ormai anche i bambini.

Dobbiamo trovare il coraggio di dire un “no” secco ad un’età della pensione spostata sempre più in avanti, con la scusa di un aumento della vita media. Andare in pensione alle soglie dei settant’anni potrà andar bene per qualcuno, ma non per tutti. Non va bene per chi fa un lavoro usurante e faticoso per il fisico, non va bene per chi, ed è il caso degli insegnanti, fa un impegnativo lavoro di relazione, ridotto ormai, sempre più spesso, ad un lavoro di cura. Non mancano gli studi che hanno messo in evidenza il fenomeno del burnout che colpisce gli insegnanti, categoria che nell’immaginario collettivo gode di ingiustificati privilegi, ma che nella vita vera fa un lavoro rischioso per la salute fisica e mentale.

Ecco quanto Vittorio Lodolo D’Oria, il medico milanese che da tempo si interessa del problema, ha scritto, nel novembre 2011, quando in realtà la questione riguardava “soltanto” l’impedimento ad andare in pensione prima dei quarant’anni di servizio:

“La questione di fondo […] riguarda la salute del cittadino-lavoratore. L’art. 32 della nostra Costituzione afferma che la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. In aggiunta il nuovo T.U. sulla tutela della salute dei lavoratori (D.L. 81/08) specifica che il datore di lavoro effettua la valutazione di tutti i rischi da stress lavoro correlato, inclusi quelli connessi alle differenze di genere ed età (art. 28) ed ancora che i rischi specifici cui il lavoratore è esposto in base all’attività svolta (stress-lavoro-correlato per i docenti), una volta individuati, devono essere enunciati nel Documento di Valutazione dei Rischi, indicando le contromisure atte a contrastarli (art.17). Più volte e con toni accesi abbiamo segnalato attraverso pubblicazioni scientifiche italiane, europee e di altri Paesi (USA, Giappone) che gli insegnanti sono più esposti a patologie psichiatriche (ed a suicidio) e oncologiche in seguito allo stress-lavoro-correlato della loro helping profession. Il prepensionamento rappresentava per alcuni l’ultima via di fuga per scampare a un destino tutt’altro che felice, e ora non c’è più”.

Questo prima della “riforma” Monti – figuriamoci adesso.

Non possiamo avere la “scuola dei nonni; già ora entrare in una sala insegnanti stringe il cuore. L’età media è altissima (si veda l’ultimo rapporto della Fondazione Agnelli sulla secondaria di primo grado, in cui si sottolinea come l’età media dei docenti sia ben oltre i cinquant’anni e come, anzi, lo scaglione più consistente si attesti attorno ai 58 anni di età), la distanza anagrafica dai propri studenti enorme, drammatica, soprattutto se guardiamo alle scuole materne e alla primaria. Inoltre i giovani docenti non esistono, se non in modo accidentale, vorremmo dire residuale. Gli stessi precari hanno un’età media alta (attorno ai quarant’anni; basti guardare i dati relativi alle rare immissioni in ruolo). La scuola italiana ha perso una, forse due, generazioni di insegnanti – chi è vessato dal precariato non può svolgere con serenità il proprio lavoro, costretto com’è a saltabeccare da un posto di lavoro ad un altro, a fare i conti con una retribuzione esigua e discontinua, a non poter vedere i frutti del proprio lavoro, a non essere in condizione di costruire relazioni stabili e confronto reale con i colleghi più anziani.

Al dramma del precariato (e senza precari, ricordiamolo, la scuola italiana non potrebbe funzionare) si aggiunge adesso il dramma di insegnanti trattenuti al lavoro ben oltre i 35 anni di servizio. Aggiungiamo che la forte femminilizzazione della categoria rende questo provvedimento ancora più ingiusto e cruento. La massiccia presenza di donne docenti è un dato patologico che meriterebbe un approfondimento; in questa sede basti ricordare che, in un Paese che brilla per l’assenza di sostegno alle famiglie, quelle donne docenti hanno dovuto, quasi sempre, conciliare, con fatica, lavoro e accudimento familiare. Dalla cura dei figli sono spesso passate, nel giro di pochi anni, alla cura degli anziani genitori – ma non hanno smesso di fare il loro mestiere. E, se la scuola italiana si regge ancora in piedi, questo avviene a causa della buona volontà e dell’impegno dei singoli che provvedono alle carenze del sistema con impegno e buona volontà.

In questo momento persone che hanno iniziato a lavorare tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, accettando un patto che, a fronte di retribuzioni modeste, garantiva un lavoro con una forte vocazione sociale e culturale, un impegno orario limitato nella giornata e la possibilità di ritirarsi in pensione in un’età non avanzata, si ritrovano a fare un lavoro svilito dal punto di vista culturale, sempre più gravoso, diventato, in termini di orario giornaliero, quasi a tempo pieno; anche se, fuori dalla scuola, nessuno se n’è accorto. E le retribuzione sono ancor più modeste e l’età per andare in pensione è diventata spropositatamente alta.

Da troppo tempo si è rotto il patto sociale, da troppo tempo i privilegi di quel dieci per cento che detiene metà della ricchezza nazionale sono diventati diritti mentre, parallelamente, i diritti di chi lavora sono divenuti privilegi.

E’ ora di rivendicare i nostri diritti con energia; se i sindacati maggiori tacciono, più o meno sgomenti, facciamo sentire comunque la nostra voce. Facciamo girare il presente appello, raccogliamo firme per sostenere:

  • il ritiro della “riforma” pensionistica varata da Monti;
  • il ripristino dei trentacinque anni come come soglia per aver accesso alla pensione; e che questa sia una pensione dignitosa, non con indebite penalizzaioni;
  • un piano di immissione in ruolo che affronti, finalmente, il problema del precariato; la scuola non può massacrare altre generazioni di insegnanti.

Frattanto pretendiamo, nelle nostre scuole che lo stress-lavoro-correlato per i docenti venga individuato e denunciato nel Documento di Valutazione dei Rischi e che si mettano a punto le misure per arginarlo; sarà ben difficile individuare tali misure, ma rientra tra gli obblighi del dirigente. Per noi docenti questo è comunque un modo di far affiorare un problema sommerso e che va portato, con più decisione, a conoscenza dell’opinione pubblica.

A chi ci dovesse accusarci di irrealismo rispondiamo che irrealista è chi, contro ogni evidenza, ci racconta che andare in pensione più tardi favorisce la creazione di nuovi posti di lavoro e che far entrare un paese in recessione è la via necessaria per lo sviluppo.

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Cerchiamo di farli riflettere
di Franca Valentini

Sono un’insegnante di Scuola dell’Infanzia e scrivo a nome mio e di tante nella mia stessa condizione: avrò 58 anni di età ad aprile ed ho maturato 36 anni di contributi il 31 dicembre 2011. Il problema che vorrei sottoporvi, in questo momento dove molti faticano a trovare il pane quotidiano, se prima di quest’ultima riforma delle pensioni era serio ed importante, ora è altamente preoccupante per noi insegnanti e per i bambini che ci verranno affidati.

Il problema che sollevo è questo: IL LAVORO DI EDUCATRICE DI NIDI E DI INSEGNANTE DI SCUOLA DELL’INFANZIA E’ DA CONSIDERARARSI USURANTE (ma lo è anche, per altri motivi, quello dell’insegnante in genere). La manovra che il nuovo governo (cambiamento tanto atteso) ha promulgato non solo alzerà per tutti l’età pensionabile, non garantendo più nemmeno i 40 anni di contributi, ma costringe molte come me a lavorare ben 43 anni arrivando, nel mio caso, a 64 anni di età.

Se avrete la pazienza di leggere quanto seguirà, capirete perché sono MOLTO preoccupata per la dignità dei miei alunni e della mia salute mentale e fisica (una cosa è fare l’impiegata, altro è fare l’insegnante di scuola dell’Infanzia!).

Voglio solo ricordarvi le affermazioni fatte da alcuni a proposito dell’età pensionabile, dei cosiddetti privilegi di cui le donne non debbano usufruire e della assurdità di inserire il lavoro di insegnanti tra quelli usuranti.
Non tutti sanno, anzi lo sanno in pochi, cosa vuol dire fare l’insegnante ed in particolare di Scuola dell’Infanzia.

Ho 36 anni di servizio e solo 57 di età e sono rimasta a lavorare in questo tipo di scuola perché ci credevo, perché insieme ad altre pioniere abbiamo trasformato un servizio che era pura assistenza e sorveglianza in una vera scuola (che tutti ci invidiano): abbiamo studiato, sperimentato, imparato a leggere i bisogni, a dare risposte, a progettare, a rapportarci con i genitori ed il territorio. E’ stato difficilissimo e faticoso, ma di grande soddisfazione ma ero certa (così erano le regole) che quando non ce l’avrei fatta più a garantire tutto ciò sarei potuta andare in pensione con 35 anni di servizio. Quello non era un patto tra lo stato e me? Se avessi saputo che lo stato avrebbe cambiato i termini, avrei cambiato scuola, o meglio mansione.

Nel frattempo la società e quindi i bambini sono cambiati: 28 individualità per sezione (ora 29!) per 8 ore al giorno. Sì, dico 29 bambini dai 3 ai 5 anni che passano a scuola molto più tempo che con la loro famiglia: chiedono di star bene, “pretendono“, manifestano bisogni che devi soddisfare. Mai si può riproporre il percorso che era andato bene un anno prima: c’è il diversamente abile, ci sono almeno 10 bambini stranieri da “includere“, ci sono diversità che aspettano risposte.

Ma c’è anche l’età (la mia e quella del bambino): un bambino così piccolo ha il DIRITTO ad avere un’insegnante affettuosa e capace, ma piena di energia fisica, di pazienza, che abbia la voglia e la forza di giocare, di sperimentare e di “abbassarsi” al suo livello, di permettergli di crescere.

Io dentro la scuola ci sto bene e ho fatto di tutto per renderla migliore: sono stata per anni Funzione Obiettivo responsabile dell’Offerta Formativa, sono collaboratrice di un dirigente reggente, ho sempre partecipato agli organi collegiali, ho acquisito competenza e professionalità e mi ritengo una buona insegnante, ma alle 4 del pomeriggio quando riesco ad uscire dopo 6 ore di scuola sono sfinita. Mi accorgo che con il tempo non sarò più in grado di svolgere il mio lavoro con DIGNITA’, che i bambini hanno bisogno di forze fresche, di figure più giovani e piacevoli (e non di un gruppo di nonne o peggio ancora di streghe sfinite!). Le forze fisiche, dopo anni di questo tipo di lavoro, stanno scemando (molte di noi hanno problemi alle corde vocali, alla schiena) e la mente perde elasticità, memoria, prontezza: non lavoriamo con delle pratiche ma con bambini molto piccoli e una dimenticanza può risultare fatale.

Nel frattempo sono stata moglie (ora vedova), madre, figlia, nuora e casalinga: non credete che dopo 36 anni di lavoro (e sono certa di non rubare la pensioni ai giovani che hanno il diritto di lavorare e costruirsela!) sia giusto che riesca ad andare in pensione?

Ma ho “solo” 57 anni e si pretende di farmi lavorare altri 7 anni!
Non posso andare in pensione? Se pensate che questo non sia più fattibile (ma se non vado con 36 anni di servizio, quando lavoreranno le mie figlie?), vorrei avere almeno la possibilità di restare nella scuola (fino ai 40 anni) per supportare i giovani che entreranno: fare il tutor, dare la mia competenza per la progettazione, per lo svolgimento dell’attività didattica… ma essere esonerata, al bisogno, dal lavoro con i bambini.

Se non verrà prevista questa possibilità, molte di noi per problemi fisici e mentali dovranno ricorrere alle Commissioni mediche per essere esonerate dal servizio: “non più idonea a svolgere il lavoro frontale con gli alunni“.

Dopo anni ed anni nella scuola affrontati con passione, professionalità, spendendo forze poco riconosciute dall’opinione pubblica ma apprezzate da bambini e famiglie, ci chiuderanno in un ufficio, occuperemo i posti degli Amministativi senza averne le competenze: non ci possono fare questo anche se senza dubbio è da preferire all’alternativa di fare del male ai nostri alunni.

Vorrei aggiungere, se si pensa in coscienza, che renderci uguali nell’età pensionabile sia giusto se uguali, uomini e donne, specialmente in Italia, non lo siamo stati mai. Sicura che leggerete con attenzione la mia lettera e ve ne ricorderete nel momento dei confronti e delle decisioni.
Distinti saluti a mio nome e di tutte quelle nella mia condizione.

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La settimana scolastica

I salari crescono, ma cresce il doppio l’inflazione. Diminuisce, quindi, il potere d’acquisto delle famiglie italiane. Lo dice l’Istat, che ha rilevato come nel 2011 le retribuzioni contrattuali orarie sono aumentate dell’1,4%, mentre i prezzi sono cresciuti del 3,3%. Una differenza pari a 1,9 punti percentuali, la più alta rilevata dall’agosto del 1995.

Aumenti significativamente superiori alla media si registrano per i comparti militari-difesa (+3,3%), forze dell’ordine (+3,1%), gomma, plastica e lavorazioni minerali non metalliferi (+3,0%). Mentre le variazioni più contenute interessano ministeri e scuola (per entrambi l’aumento è dello 0,2%), regioni e autonomie locali e servizio sanitario nazionale (0,3% in ambedue i casi).

D’altra parte lo dice anche un’indagine Ocse: le disuguaglianze sociali in Italia sono in crescita. La disuguaglianza dei redditi in Italia è superiore alla media dei Paesi OCSE. Nel 2008, il reddito medio del 10% più ricco degli italiani era di 49.300 euro, dieci volte superiore al reddito medio del 10% più povero (4.877 euro) indicando un aumento della disuguaglianza rispetto al rapporto di 8 a 1 di metà degli anni Ottanta.

Per diminuire le disuguaglianze – segnala l’Ocse – occorrerebbe una riforma delle politiche fiscali e previdenziali, che costituisce lo strumento diretto per accrescere gli effetti redistributivi. Ma avviene il contrario: la redistribuzione reddituale attraverso i servizi pubblici è diminuita dal 2000 a oggi. La sanità, l’istruzione e i servizi destinati alla salute – che da sempre contribuiscono ad evitare che si accentui il divario tra i più e i meno abbienti – sono di fatto incapaci di ridurre le disuguaglianza perché la spesa pubblica in questi anni è fortemente diminuita.

Non sono un’eccezione allora situazioni come questa di Adelmo Monachese:

Ho 28 anni e ancora non mi sono laureato. Vivo a Foggia e stavo cercando di laurearmi a Bari in Scienze della comunicazione mantenendomi con vari ed eventuali lavori…. sono: studente fuori corso, pendolare, lavoratore saltuario, sottopagato e a nero. Sto mollando l’Università (mi mancano quattro esami e ho una media del 28/29, di preciso non la ricordo ma non è inferiore a quanto vi ho indicato) perché da quando mi sono iscritto le tasse, le tariffe dei treni e i prezzi dei libri sono solo aumentate. Le borse di studio? Non ne parliamo: sono un traffico così oscuro…

Invece il viceministro al Lavoro e alle Politiche sociali, Michel Martone, parlando alla “Giornata sull’apprendistato” organizzata dalla Regione Lazio, al fine di dare “messaggi chiari ai giovani” gli ha dato dello “sfigato“:

“Dobbiamo dire ai nostri giovani che se a 28 anni non sei ancora laureato sei uno sfigato, se decidi di fare un istituto tecnico professionale sei bravo. Essere secchione è bello, almeno hai fatto qualcosa”.

C’è chi dice che Martone ha sbagliato solo nello “stile e che, è vero, l’età della laurea in Europa non arriva a 24 anni, mentre gli studenti italiani si laureano in media a 23,9 anni con la triennale, mentre per i laureati specialistici biennali l’età si contrae fino a 25,1 anni, tendendo presente chi si iscrive all’università nei termini previsti (età inferiore a 20 anni).

Però “Non tutti coloro che s’iscrivono all’università sono figli di papà replica di Pietro De Leo di Gioventù e Libertà. “Indignata” l’Unione degli Universitari, che ricorda che gli investimenti per il diritto allo studio in Italia sono i più bassi d’Europa, a fronte delle terze tasse universitarie più alte in Europa: logico che il 40% degli studenti universitari faccia un lavoro, anche in nero, per mantenersi gli studi. La Rete degli studenti chiede le scuse immediate da parte del viceministro. Disgustato si dice Claudio Riccio, portavoce della Rete della Conoscenza: “E’ vergognoso che il componente più giovane del governo Monti sia anche colui che più offende la nostra dignità di giovani“. Per Andrea Pomella

Il “messaggio culturale” di Martone è un’ingiuria, una grettezza ereditata direttamente dagli anni del berlusconismo, dalla politica del linguaggio sboccato, una volgarità gratuita… Quello che Martone non sa è che lui stesso rappresenta un messaggio culturale… Lui, il figlio di papà, il privilegiato, il beneficiario della fortuna che insulta quelli che la fortuna non ce l’hanno (e quindi magari sono costretti a lavorare e rallentare gli studi per pagarsi la retta all’università), lui che dovrebbe occuparsi di politiche sociali, ossia della prevenzione e riduzione delle condizioni di bisogno e disagio.

A conferma dell’essere “figlio di papà” di Michel Martone la Rete dei ricercatori ne ricostruisce la carriera da “raccomandato. Anche Susanna Turco ne evidenzia il percorso: è figlio di un potente amico di Previti e raccomandato da Sacconi, Brunetta e Montezemolo.

Un’altra discussione è stata innescata dall’intenzione del governo di abolire il valore legale della laurea, sostenuto soprattutto da Confindustria.

Cosa vorrebbe dire abolire il valore legale della laurea? Ad esempio che

chi bandirà concorsi pubblici – dagli albi ai ministeri – potrà chiedere titoli diversi dalla mera laurea: master, specializzazioni, corsi post-laurea, dottorati, l’aver superato certi esami e non altri. Di più: la richiesta di un «congruo numero di crediti formativi» significa far valere il diploma di una certa università più di un altro… l’accesso ad un concorso per avvocato permesso perfino ad un laureato in economia, purché avesse i «crediti formativi necessari» (vedi qui).

Il mondo universitario, rettori compresi, ha manifestato subito la sua contrarietà, già espressa in occasione delle audizioni per l’indagine conoscitiva lanciata dal Senato nei mesi scorsi. Anche sindacati e associazioni professionali hanno detto no.

Abolirne il valore legale, come ha avuto modo di dire a Palazzo Madama il presidente della Crui – la conferenza dei rettori – Enrico Decleva, “potrebbe significare liberalizzare la formazione universitaria, lasciando che chiunque possa istituire una ‘università‘ e che il mercato faccia da regolatore del valore – sostanziale e non formale – dei titoli rilasciati“. Per Guido Fabiani, docente di Politica economica e Rettore dell’università Roma Tre, “Con l’idea di abolire il valore legale si trasmette un messaggio di ingiustizia sociale”.

Sulle stesse posizioni gli studenti. Così commenta Michele Orezzi, coordinatore dell’Udu (Unione degli universitari):

“Vogliamo denunciare il grave rischio che implica la mancata valutazione del voto di laurea nei concorsi pubblici. Più che colpire le cosiddette ‘fabbriche di titoli‘ sembra che questo governo voglia incentivarle inviando un messaggio molto grave agli studenti: non importa quanto impegno si ripone nel proprio percorso formativo, l’importante è ottenere una laurea. Questo rischia anche una deresponsabilizzazione da parte delle stesse università, creando un vortice che non pone più al centro la conoscenza e l’apprendimento, ma solo il traguardo finale”.

Così Link-Coordinamento Universitario Nazionale:

Con l’abolizione del valore legale si incentiverà la nascita di atenei di serie A e atenei di serie B e si favoriranno solo quegli studenti che possono permettersi costosissimi master e decine di corsi di specializzazione post-laurea, a discapito di chi con fatica e sacrifici è riuscito a terminare gli studi universitari, nonostante le enormi lacune del sistema di diritto allo studio.”

Ed è partito un appello “In difesa dell’università pubblica” in cui leggiamo fra l’altro:

Date le posizioni di partenza degli atenei, diseguali e caratterizzate da sottofinanziamento, l’unica concorrenza che scatterebbe fra Università sarebbe appunto per le risorse, con conseguente vantaggio dei gruppi di potere accademico, politico ed economico consolidati che invece, si suppone, dovrebbero essere il bersaglio delle politiche di liberalizzazione nel loro spirito più nobile. Il ‘valore legale’ tenderebbe semplicemente ad essere sostituito dal valore monetario necessario per conseguire il titolo di studio. Le due misure associate produrrebbero un effetto micidiale di stratificazione per censo delle Università, acuendo i già presenti dislivelli territoriali che caratterizzano il nostro sistema universitario nazionale.

Il governo per ora dice di aver rinviato l’intervento sul tema. Però è cosa fatta che il valore del titolo di studio non sarà più determinante grazie a una norma inserita nel decreto semplificazioni, che per la partecipazione ai concorsi pubblici prevede all’articolo 9 «l’equiparazione dei titoli di studio e professionali nei casi in cui non sia intervenuta una disciplina di livello comunitario». A parte alcuni casi come la laurea in medicina, dove esiste appunto una disciplina comunitaria, la laurea perderà peso nelle selezioni per la pubblica amministrazione. Non ci saranno punti in più a seconda del tipo di laurea e neanche in base al voto.

C’è anche chi si domanda che senso abbia laurearsi, visto che un italiano su quattro è a rischio povertà, in Italia la metà della ricchezza è in mano al 10% delle famiglie, il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) ha superato la soglia del 30%, un milione e mezzo di disoccupati sono scoraggiati tanto da non cercare più il lavoro.

E’ anche per questo che all’inaugurazione del XX anno accademico dell’Università Roma Tre gli studenti hanno contestato il ministro Profumo accusandolo di muoversi in continuità con il ministro Gelmini ed esponendo cartelli con scritto: “C’è Profumo di vecchio”; “Le nostre lauree diventeranno carta straccia”; “Prestito d’onore uguale regalo alle banche”.

Lo stesso decreto “semplificazioni” comprende altri interventi per la scuola: l’elaborazione di un Piano nazionale dell’edilizia scolastica; “un organico funzionale all’ordinaria attività e un organico di rete che andranno a completare l’organico dell’autonomia dei singoli istituti“; le iscrizioni all’università si effettueranno esclusivamente per via telematica. Il ministero curerà presto un portale unico su tutte le possibilità offerte dagli atenei italiani, con dati e informazioni per una scelta consapevole del percorso di studi da intraprendere. Sarà informatizzata la verbalizzazione e registrazione degli esiti degli esami di profitto e di laurea. Sarà più snello l’iter di approvazione dei progetti di ricerca nazionali e internazionali.

E poi c’è un articolo nel decreto destinato a fare molto discutere, quello espressamente dedicato al presunto “Potenziamento del sistema nazionale di valutazione“, che attribuisce alle scuole tutta la gestione delle prove Invalsi, quale attività ordinaria. E’ un modo per aggirare il rifiuto di tali prove da parte di docenti e famiglie, ma con una soluzione assolutamente impropria nell’assegnare ai docenti la responsabilità di gestire la valutazione esterna che deve spettare – per essere seria e credibile – ad un organismo esterno. Proteste da parte di Gilda degli insegnanti e Flc-Cgil.

Un’altra discussione si è svolta in settimana su “Se a scuola internet rende stupidi“, a partire da un articolo del linguista Raffaele De Simone.

Ma ci sono problemi urgenti che richiedono pronta soluzione, come quello della cittadinanza italiana ai figli degli immigrati nati in Italia. Quello dei 300.000 precari della scuola che aspirano a buon diritto a un posto fisso iscritti alle graduatorie ad esaurimento. E c’è un tema che ogni tanto ritorna: gli albi regionali dei precari e la chiamata diretta dei docenti.

Poi c’è il problema dei fondi destinati all’autonomia scolastica. A questo proposito è bene chiarire: se si dice che 11 milioni di euro andranno direttamente alle scuole per realizzare i progetti del Piano dell’offerta formativa, 11 milioni possono sembrare una grossa cifra. Se ne coglie la vera dimensione se si pensa che vogliono dire 1 euro e mezzo a studente e che in 10 anni tali finanziamenti si sono ridotti del 93%.

Mentre i problemi del concorso per dirigenti scolastici eredità dell’ex ministro Gelmini non accennano a finire. Il Consiglio di Stato ha confermato il provvedimento monocratico che ha consentito l’ammissione alla prova scritta del 14 e 15 dicembre di candidati che nella prova preselettiva di ottobre avevano totalizzato fino a 5 punti di meno di quanto previsto per essere ammessi allo scritto, a causa degli errori presenti nei test ministeriali. La regolarità dell’intera procedura concorsuale è in forse.

Un problema, per concludere, ce l’ha anche il ministro Profumo: il doppio incarico di ministro dell’Istruzione e di presidente del Cnr, mentre per legge un ministro non può «ricoprire cariche o uffici pubblici diversi dal mandato parlamentare e di amministratore di enti locali».

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Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative estive del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Il decreto Brunetta qui e il vademecun della CGIL sulle sanzioni disciplinari qui.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

Altre guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Manuali di resistenza alla scuola della Gelmini qui e qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Gilda, Cub.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

2 responses to this post.

  1. Completo, articolato, documentato, pienamente condiviso, da me e da tanti colleghi insegnanti.Esiste anche un problema di cultura giovanile, fatta di linguaggi e comportamenti lontanissima da quella degli insegnanti cinquantenni e mina la possibilità di dialogo.
    Ahimè, … si è ormai definitivamente smantellata la scuola pubblica.
    Narda

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    • Cara Narda, vi sono sintonie, lunghezze d’onda ormai impossibili tra generazioni: per la vorticosità dei cambiamenti del mondo, della vita, degli stili di vita, delle aspettative, col sempre più mal digerito da parte dei giovani e giovanissimi di un certo modello di formazione (il nostro), risucchiati come sono da un immane e intrigante presente che li pervade interamente o quasi, ignari e apatici verso un passato prossimo non meno che remoto. Il rimedio – un fittizio giovanilismo ad usum delphini – può essere più deleterio del problema. Mi chiedo, però, se il turn over degli insegnanti più attempati con quelli trenta-quarantenni sia davvero la soluzione al problema. Una cosa mi pare certa: l’impossibile protrarsi del servizio oltre i sessant’anni. Giovanni

      .—-Messaggio originale—-

      Rispondi

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