POESIE INEDITE…

L’invisibile poltrona

 

Cerchi l’invisibile poltrona

e intanto ti assopisci

mentre mani anonime e sfuggenti

ti fanno incedere

anche appisolato.

Dormi e cammini

sospinto come un santo

in una processione invisibile.

Ma per te che riposi da giusto

mille si affannano.

Per te che sorridi ben nutrito

mille dimagrano e s’adirano.

E bruci infine incredulo capro

del malessere diffuso

compianto e maledetto.

 

*

 

Dove non volevamo essere

 

Siamo

dove non volevamo essere

o appena discosti e pur lontani

dal mobile incrocio del qui e ora.

Tirati per un braccio o attratti

da forze che è inutile cercare

nell’intrico di variabili

o a ritroso nei caratteri degli avi.

Inutile parlare di destino

a cose fatte.

Sbatte la vita in un impasto

denso e indistricabile.

Il sorriso è d’obbligo

mentre si cade o si scompare

in una forma sconosciuta

che non ci appartiene

non ci somiglia.

 

*

 

Vai leggero

 

I tuoi sforzi non saranno vani

conterà più la postura del risultato.

E a forza di rinunce andrai leggero

più poco del poco che già hai.

Hai visto innalzarsi uomini

con facce di cartone

e gli occhi umidi all’occorrenza

capaci di tutto e temibili.

Pochi ne hai visti cadere

in una resa dei conti,

o nella fine di privilegi

che invece restano.

Non c’è vizio né virtù che si dichiari.

Fragili e incoerenti ma capaci

a volte di negare un sorriso

con poche parole e distanza.

Resistere ed opporsi

aperti e grati del breve fiorire

che precede il finire di ogni cosa.

 

*

 

Stagione

 

La bocca sibila parole

le labbra sono nacchere

la gola voragine dove i sospiri

si trasformano in miele

o in sale che brucia.

Presto i minuti si faranno giorni

anni ed epoca, foto di gruppo

in cui non ti ritrovi.

Nessuno ritoccherà l’immagine

sovrapporrà a essa un’altra

d’inoppugnabile esattezza.

Inutile del resto urlare al mondo

ogni suo limite, estenuandoti

in un grido perenne.

Sempre più cose

accresceranno il tuo affanno

trasformandoti in martire o carogna

col calice brindante o gli occhi spenti

sui dolori che incroci.

La pietà si farà vento sulle foglie,

ripulendo la scena, e terra.

 

*

Cellule

 

La pagina è rimasta ore

bianca

come luce prima

che il mondo nascesse.

Queste parole

sono sparute cellule

nello spazio immenso,

il vagito di qualcosa

che affiora alla vita;

o i primi passi incerti

su gambe malferme.

Sono cammino che si arresta,

punto o parentesi

sul finire del dire

ogni volta.
*

 

Scuola Belvedere

 

Dove c’era una scuola e un asilo

c’è ora un parcheggio.

Poche auto col muso rivolto

alla campagna che digrada

e più a est al porto e al Duomo.

Guardano, i musi silenziosi di lamiera

dove hai guardato per anni.

Sembra ora impossibile che in così

poco spazio vi fossero sei aule

due anditi, i bagni ed il giardino

per centocinquanta bambini.

Pensi alle cose imparate

quasi senza avvedertene,

alle maestre di allora, Andreoli

e Barbarossa, e prima ancora

la signorina Amalia, già anziana,

lenti spesse e camicia bianca

come i capelli raccolti sulla nuca.

Il latte caldo ed annacquato

nei bicchieri, appena si arrivava,

offerto a tutti perché

non fossero diversi, alcuni.

Le buste del patronato

solo per loro, alle elementari

erano un dono che non capivamo.

Ora che tutto è passato

e pochi sono ancora lì a ricordare

– seduti da Gioacchini e da Polenta-

la gioia semplice di un tempo

che andava solo a migliorare,

ti è parso di sentire – tornato lì

coi figli un pomeriggio di giugno –

le voci dei bambini di allora

di vedere i grembiuli i fiocchi

le borse ricomporsi coi visi.

 

*

 

Il mare d’erba

 

Vicino a casa

tra la fila dei palazzi di via Pesaro

e  quella parallela di via Fabriano

c’era un tappeto di terra

che in un dato punto sembrava

un mare d’erba;

alte chiome di zizzania e avena

e altre piante che il vento muoveva.

Lì ci tuffavamo da bambini

a peso morto senza alcuna paura

nuotando e capriolando

come in acqua

tra minute cavallette e farfalle

e qualche barattolo e vecchia scarpa.

Da lì guardavamo il cielo

e più sotto i pini, i peschi e i nespoli,

e le finestre affacciate sul mare

che solo noi vedevamo.

Fino all’arrivo di una falciatrice

che tagliò le onde strappando

il mare alla terra

ma non il suo ricordo acquoreo

che ancora resiste.

 

*

 

I padri

 

Li aspettavamo all’angolo

tra via Genga e via Fabriano

i padri che tornavano

per cena dopo il lavoro.

Stanchi e sereni

scendevano dal filobus

alla fermata di via Ascoli Piceno

di fronte a Rampinello.

Nessuna distinzione di censo

operai poliziotti e impiegati

si conoscevano tutti,

e parlavano nel tragitto

che dal centro portava a Posatora

percorrendo la salita

con leggero affanno.

Noi dall’alto in agguato

li attendevamo

per poi saltargli addosso;

fino a quando cresciuti di peso

rischiavamo di farli cadere.

Rivedere le strade semi vuote

i padri ormai nel tempo eterno

come le grida dei bambini: padri

alcuni ora e forse nonni,

altri scomparsi o scasati chissà dove.

 

*

 

Il Monte [1]

 

Nelle sere d’estate il Monte

era un anfiteatro da cui godevi

in pace lo spettacolo del golfo:

la stazione ferroviaria sotto

e poco oltre il porto e la costa

che da Falconara risale l’Adriatico

verso la Romagna passando

per Marzocca e Senigallia.

L’afa densa e appiccicosa

fondeva a volte il mare con il cielo

Ancona, alla Jugoslavia e all’Asia.

Tra le navi che attraccavano

gli odori di pesce e di alghe secche

il carburante oleoso

luccicante sull’acqua

non una che portasse in Sardegna.

Il sogno si faceva triste

per chi avendo due patrie

si sentiva lontano da entrambe.

Il fiato della terra e dell’erba

saliva umido e sapido

dopo l’arsura del giorno.

Alle spalle stava il Forte

(la fortezza papalina)

le vecchie scritte incise sui mattoni

rossi delle mura sbrecciate:

“Elvira putana”. “Adelfio recchiò”

Le coppiette più sotto

nascoste dai cespugli

o nelle buche delle bombe.

Più sotto ancora le fornaci

a contenere la collina che smottava

inesorabile negli anni.

Il Monte ora cinto da una rete

e invaso dai rifiuti: vecchio

incontinente lasciatosi andare,

la barba incolta di sterpaglia

le visite sempre più rare.

La memoria soprassiede su tutto

come l’amore; palmo a palmo

ritorna e si cala di nuovo

nelle passate stagioni;

ricorda in eguale misura

i fuochi d’artificio a ferragosto,

le veglie gelate dentro l’auto

sobbalzante per il terremoto.


[1] Il nome che si dava alla collina di Posatora, che dominava il golfo del capoluogo marchigiano.

Queste poesie inedite sono state ospitate sul blog NEOBAR

Ringrazio per questo Pasquale Vitagliano e Abele Longo

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