Adrienne RICH – Da: Lo spacco alla radice. Nota di Nadia Agustoni

 

Adrienne Rich, poesia e rabbia.

di Nadia Agustoni

 

La morte di Adrienne Rich, poeta, saggista e femminista americana, come quella di altre figure simbolo dell’intellighenzia radical (Paley, Sontag, Wittig) mancate nell’ultimo decennio, segna la fine di un’epoca; fine che arriva frammentata e in un vuoto che personalità meno affilate riempiono solo parzialmente, anche perché un certo carisma si afferma per l’integrità personale che solo il tempo rivela. Rich apparteneva alla generazione che negli anni Sessanta partecipò alla contestazione dello status quo, e lei madre quarantenne di tre figli rimise allora in gioco l’intera sua vita, sposò le cause del femminismo e dell’antirazzismo, si mobilitò contro la guerra in Vietnam e visse apertamente il suo legame d’amore con una donna, Michele Cliff. I saggi  che pubblicò negli anni Settanta e Ottanta (Nato di donna, Segreti silenzi bugie, Eterosessualità obbligatoria ed esistenza lesbica) molto fecero discutere e vennero tradotti in diverse lingue. Le scelte di Rich destarono scalpore in parte perché il suo background famigliare e scolastico la collocava nell’élite intellettuale delle università più prestigiose. A lei come a Grace Paley, l’altra madre dei movimenti di sinistra negli States, si addiceva la parola fedeltà, non nell’accezione che ormai denota i nuovi servilismi, ma fedeltà a una radice comunitaria e a ideali cui corrispose sempre un fare concreto e un testimoniare che non era solo parola. Nel 1997 Adrienne Rich rifiutò la National Medal of Arts sottraendosi a quello che percepiva come un asservimento dell’arte ai potenti:

“Non posso accettare un simile premio dal presidente Clinton o da questa Casa Bianca perché l’autentico significato dell’arte, come io lo intendo, è incompatibile con la cinica politica di questa amministrazione… L’arte non significa niente se serve semplicemente a decorare il tavolo da pranzo del potere che la tiene in ostaggio”.

Nel 2003 oppose uguale rifiuto all’amministrazione Bush declinando l’invito a un simposio, tenuto alla Casa Bianca, su “ Poetry and the American Voice” per protesta contro la guerra in Iraq.

Adrienne Rich era nata a Baltimora nel 1929, figlia di un medico e di una pianista. Nel 1951 la laurea al Radcliffe College e nel 1953 il matrimonio con Alfred Conrad.

Il 27 marzo 2012 è morta nella sua casa di Santa Cruz in California dove dal 1984 viveva.

La sua morte precede di poco quella di Daniel Zamudio, il ragazzo cileno torturato e ucciso dai neonazisti perché gay. Unisco idealmente l’attivista e poeta Rich, la cui rivolta è sempre stata vicina agli umiliati, a questo ragazzo di 24 anni vittima di omofobia. A entrambi dobbiamo un po’ di più che una generica tolleranza, un po’ di più che un generico impegno.

[ Riporto qui alcuni testi estratti da un lungo poema di Adrienne Rich, Sources, pubblicato in italiano nella traduzione di Liana Borghi. Il tema è l’identità dell’autrice divisa tra le proprie radici ebraiche e all’interno di queste tra la memoria del padre e quella del marito e la sua coscienza di donna, femminista e antirazzista. N.A.]

 

 

Da Lo spacco alla radice. Sources

&stro edizioni Firenze 1985

Traduzione di Liana Borghi
 

I

Sedici anni.   Le strade erose, strette dell’interno

quasi uguali.   Le fattorie:   quasi uguali,

un nuovo fienile qui, un nuovo tetto là, una macchina arrugginita,

lo zuccherificio crollato, la roulotte, la giovane moglie

che vorrebbe fare un prato nel cortile,

nomi nuovi, nomi vecchio stampo: Roquette, Desmarais,

Clark, Pierce, Stone.   Gossier.   Non sono nomi miei.

 

La volpe che incontrai al crepuscolo sulla Strada 5

a sud Willoughby:    morta da tempo.   Fu un presagio

per me, lei sopravvissuta a radunare i cuccioli

sulla svolta argentea della strada

nel millenovecentosessantacinque.

 

Forme delle cose:   così uguali

da sembrare forme eterne:    la casa e il fienile

sull’altura sopra a May Pond; la cima di Pisgah;

il volto dell’asclepìade in fiore,

acqua di ruscello increspata sull’obliquo granito,

boleto sotto il pino, la cui pelle è segnata

dagli aghi disfatti spezzati nascendo.

Fiore di carota selvatica, con la sua goccia di sangue.

Silene venata di porpora.

Erba medica multifoglie.

 

II

Mi rifiuto di diventare una che cerca cure.

Niente altro mai

mi è servito se non quello che già

contenevo in me.    Vecchie cose, diffuse, senza nome, premono forti

sopra il mio cuore.

E’ da qui

che mi viene la forza, anche quando mi manca la forza

anche quando mi si rivolta contro

come un padrone violento.

(…)

 

V

Durante tutta la Seconda Guerra Mondiale

mi dissi che avevo uno speciale destino:

doveva esserci una ragione

se non vivevo in una casa bombardata

o in cantina    nascosta tra i topi

 

doveva esserci una ragione

se crescevo al sicuro, americana

con lo zucchero razionato in un barattolo di vetro

 

spaccata alla radice    pelle-bianca cristiana di comodo

né gentile né giudea

 

attraverso l’immenso silenzio

dell’Olocausto

 

non avevo idea di cosa mi era stato risparmiato

 

né tanto meno delle donne e degli uomini mia stirpe

gli ebrei di Vicksburg o Birmingham

per cui la vita era una strategia non meno

che per la volpe della Strada 5

(…)

VIII

Laggiù nel Maryland le stelle

si accendevano liquescenti, diffuse

 

nelle notti oppressive d’estate

le costellazioni si scioglievano

 

pensavo di abbandonare un luogo snervante

dirigendomi al Nord dove l’Orsa Minore

 

sostava fredda e immobile alfine

indicando la via

 

pensavo di seguire un sentiero di libertà

e per un poco così fu

IX

Perché la mia immaginazione si è arrestata

a nord-est fra quelli che restarono

 

Ci sono forse spiriti in me, ossessionati di diaspora

che cercando dimora in qualche dove

 

si aggrapparono ai “nuovi” inglesi in sosta

qui su questo spazio irrefutabile

 

fidando nel loro linguaggio biblico

nella loro rettitudine ostinata?

 

E, a parte me, cosa ha significato per loro

questa improbabile stagione della crescita

 

dopo ogni inverno così avaro, così avaro

questo vincolare lo spirito

 

e i sassi senza fine nel suolo, senza fine

le purificazioni di sé

 

non essendoci distanza né spazio attorno

per sperimentare con la vita?

(…)

 

XV

E’ forse un oltraggio, è all’antica

credere di avere un ”destino”

 

–  pensiero spesso peculiare a chi

possiede privilegi –

 

ma c’è qualcos’altro: la fede

di quelli che disprezzati e in pericolo

 

sanno di non essere la mera somma

dei danni subiti:

 

che al di là della violenza hanno mantenuto la certezza

stampata a disegni regolari come sul kente

 

inaspettati come sul batik

ricorrenti come erbe amare e pane azzimo

 

di formare un anello di congiunzione

in un modo antico e continuato

 

nel porre ordine a fame, tempo, morte, desiderio

e all’avvicinarsi del caos.

(…)

 

XXII

Ho resistito a questo per anni, a scriverti come se tu potessi udirmi. E’ stato diverso con mio padre: fra lui e me c’era sempre una specie di continua retorica, una nostra battaglia, non importava se uno di noi era vivo o morto. Ma tu, ho sempre avuto la sensazione di proteggere la tua esistenza, di non usarla come mero spunto per poesia o per riflessioni tragiche; di lasciarti dimorare nella mente di chi giustamente sente la tua mancanza; a tuo modo, a loro modo, non al mio. I vivi, specie gli scrittori, fanno terribili proiezioni di sé.  Odio il modo in cui usano i morti.

Eppure non posso concludere senza parlare a te, non semplicemente di te. Tu lo sapevi che era rimasto più del cibo e dell’umorismo.   Già quando lo dicesti nel 1953 io lo sapevo che avevi trovato questa formula per interporla fra te e il dolore.   Le crepe profonde del pumpernickel nero sotto il coltello, il burro e le cipolle rosse che mangiavamo sulle fette; salmone e crema di formaggio sui panini alla cipolla freschi; ciotole di panna acida mescolata con ravanelli a fette, cetrioli, scalogne; pomodori verdi e sottaceti all’aneto, kasher, nella carta oleata; questi, dicevi, erano gli scampoli della cultura, insieme alla challah fresca che diventava subito rafferma ma era così bella a vedersi.

 

Ecco perché voglio parlarti ora.   Per dire: chi cerca di assumersi la responsabilità della propria identità non dovrebbe sentirsi solo.   Dobbiamo poterci sedere e piangere fra la gente, e ciò nonostante restare guerrieri. ( Preparo per te questo strano pacchetto di rabbia e lo lego con amore) .   Pensavi, credo, che un posto simile non esistesse per te, e forse allora non c’era, e forse non c’è nemmeno ora; ma dovremo costruircelo, noi che vogliamo una fine della sofferenza, noi che vogliamo cambiare le leggi della storia, se non vogliamo tradire noi stessi.

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2 responses to this post.

  1. Questo breve saggio di Nadia me lo voglio salvare!

    grazie!

    ciao Giovanni, Buona Pasqua!
    iole

    Rispondi

  2. Ne sono lieto, Iole, è un intervento, quello di Nadia, che coglie perfettamente aspetti e ragioni della scrittura della Rich.
    Un saluto caro, con l’augurio di una Pasqua serena.

    Giovanni

    Rispondi

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