Francesco COSSU – CINQUE POESIE

L’anacronista

Poesia? Oggi? No, affatto.
È doverosa omissione,
stupro di sogni.
Catturare un vuoto
che ti respinge.
Il vissuto è svista,
mai calcolo; il verso è trasporto
mai dettato.
Pelle, fibre, muscoli:
son consonanze, non somma.
Poesia: è uno specchio
di cielo sospeso dentro
l’ingombro dell’agire automatico.
Canta il dubbio,
professa l’inarrivabile,
la cornice del testamento.
Una meta che tanta dolcezza
ricopre di vanità.
L’ascolto di alte frequenze
d’amore e annullamento
sterminate.

S’andava a morire la luce

S’andava a morire la luce
vacante di solenne voce
e di estetica del vivere,
quando vedi rottami
di carne e ossa
con in bocca sereni concetti
di pallida libertà;
e quei traffici di pensieri
da mercato dell’usato.

S’andava a espiare la noia
con boccali di livore
di moralisti pantofolai,
e non è agile scavalcare i resti
poco scorrevoli che siamo.
Dividerci è abitudine,
divorando parole meccaniche
chiusi in salotti vuoti.

S’andava a riscattare il cielo
da vetri opachi e sangue debole,
illudendosi di specchi e coscienze
che copriamo di ostile disciplina,
ma nulla ricalca l’impronta,
che siamo, meglio del fluido destino
di sparire come vapore.

L’infinito è finito

Non riconosco più l’infinito
quando scorgo il presente;
l’anima non vola più,
salta senza posa,
esplora un passato
da cortile, un po’ addomesticato.
L’abitudine ripara i graffi,
soffoca le maree,
ricopre i tramonti di monotona
cera. Nasconde i timori
innamorati di rivelarsi,
le miserie del cupo
inconscio stese sul balcone
della sonnolenta apatia.

Non sento più l’assoluta
tirannia del cuore a festa,
trasportato come santo in processione
sull’altare dell’amore.
L’immaginario s’è disconnesso,
cari poeti, mercenari di noi stessi;
la finestra l’han chiusa
i maestri della penna mia.
L’inchiostro di stampa è nuvola
passeggera e mai simile,
perché di fantasia muore la speranza.
Sulle parole è caduto l’incanto
mascherato che riscalda
l’infantile meraviglia. Insistere
è potare rami di malate radici.

Versi anarchici

Destarsi per colmare
i desideri di ieri, i baci solitari
e così toccare il cielo
scivolando tra orgasmi
di silenzio. Sopra, confini
di vibrazioni luminose
ti regalano un sogno.
E sia emicrania, nausea,
acidità il risveglio
se ho attivi testimoni
dello scoperto vivere.
Raccolgo ombre,
guizzi di rime nere
e ostaggio d’una coscienza d’acciaio
rifuggo dall’accattonaggio
di promozioni e offerte-osso.
Mai parte di me stesso
da altri tagliata e confezionata, son stato.
Di estese cuciture, ferite
e rattoppi sono state le mie illusioni,
separate dalle teste coetanee
colme di vuoto, sbucciate e frullate
come frutti acerbi.

Il cerchio dei contrari

Risanati non saremo mai,
una volta tesa la mano
alle prese dell’energia magica
di note fulminee,
ai cantori del sospetto,
ai maestri dell’invisibile,
ai ricercatori dell’istinto.
Trascuro Dio per rispetto
e non confondo la gara
alla benedizione dalla preghiera.
Scanso il filo tecnologico
di un mondo leggibile solo
con i sensi alterati. Ripulisco
dalle trincee dell’orgoglio
il sé che non sono
per ricevere le onde romantiche
e molteplici del pensiero
che rincantano il cuore.
Affondo nelle porte dell’impressione
scoprendo finestre di stabilità
e la tela della sensatezza
che ancora mi sfugge.
Affogo nel dormiveglia
della coscienza senza esigenza,
per raggiungere il cerchio dei contrari.

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2 responses to this post.

  1. Posted by Francesco Pasella on 19 Mag 2012 at 11:52 am

    Riappropriarsi del filo della vita, usando solo la giusta “dose” di tecnologia. Alimentare la rete umana che altera di passione la coscienza collettiva, scansando il delirio tecnocratico che invade le nostre “surrogate” esistenze. Quelle stesse esistenze, che ci stanno inevitabilmente martoriando, nel flagello della fuga dal sentimento. Uniamoci numerosi nel “Cerchio dei contrari” che corre velocissimo e invisibile nell’unico delirio possibile: quello della bellezza.

    Francesco Pasella.

    Rispondi

  2. Grazie caro Francesco, a presto
    Gianni

    Rispondi

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