DOVE I MILIARDI ABBONDANO, MENTRE LA MISERIA DILAGA. UNA SOLUZIONE PER IL LAVORO?

Un interrogazione parlamentare presentata di recente al Ministro degli interni da alcuni parlamentari sardi conferma, in modo preoccupante, ciò che in parte sapevamo: che mafia e criminalità organizzata non solo non sono morte, ma ingrassano e si espandono anche svolgendo lavori pubblici tramite appalti, sub appalti e tramite chiamata diretta dei lavoratori, in barba alla legge antimafia vigente. L’interrogazione si riferisce ad un imprenditore siciliano che ha svolto per anni importanti lavori in Sardegna. Gli affari della malavita, certo, non si limitano a quello: sono stati confiscati in Italia, a mafia, camorra e ‘ndrangheta, 10.438 beni immobili acquistati con proventi di attività illecite.

Ma sappiamo anche che associazioni malavitose e cricche organizzate aggirando la normativa vigente vincono appalti pubblici anche per il tramite di altre persone, incensurate, poste fittiziamente alla direzione di imprese. Dietro ai lavori e ai servizi pubblici e alle grandi commesse (ricordiamo le centrali nucleari, e i quindici miliardi di euro stanziati per l’acquisto dei cacciabombardieri F-35), che mettono in circolo fiumi di denaro pubblico, c’è un agguerritissimo sottobosco imprenditoriale, e le immancabili connivenze col sistema politico e amministrativo: ben diciotto comuni sono stati commissariati nel 2011. 

Se il ricorso ai privati è in qualche caso necessario, in molti altri questa necessità non sussiste.  Molte opere e servizi  erano infatti un tempo  svolti dai lavoratori pubblici. I costi di questa scelta di esternalizzazione sono altissimi rispetto a quelli che si sostenevano o si sosterebbero avvalendosi dei dipendenti pubblici. Il programma delle infrastrutture strategiche redatto qualche mese fa dal Governo Monti per il triennio 2013-2015 prevede una spesa per le opere pubbliche di 233,9 miliardi, a cui sarà aggiunta l’ulteriore somma di 93,6 miliardi, per compensare i probabili rincari  per effetto della corruzione, come ha denunciato la Corte dei Conti (notizia riportata su La Nuova Sardegna dell’8 luglio 2012).

Una somma enorme che lascia il fiato sospeso, considerando i cruenti tagli di spesa per pochi miliardi di euro. Una riflessione a questo punto è d’obbligo: quei 233,9 miliardi euro consentirebbero di corrispondere a tutti i disoccupati e inoccupati italiani (calcolati in circa cinque milioni) un reddito/salario di ventimila euro annui per tre anni, impiegandoli, dopo adeguata formazione, sia in progetti locali e nazionali (comprese dunque le grandi opere infrastrutturali), sia in aiuto alle imprese più virtuose, mettendo a loro disposizione le professionalità di cui necessitano. Cesserebbe così, col venir meno degli appalti e degli aiuti economici alle imprese, la più grande emorragia di denaro pubblico a vantaggio soprattutto delle grandi lobbies e della malavita. Un piano di autentica rinascita sociale ed economica che avrebbe come risultato immediato la piena occupazione e il venir meno della povertà, e, con esse, l’innalzamento  immediato dei consumi. Col risparmio, ovviamente, dei 93,6 miliardi di rincaro per la corruzione. La proposta si richiama a  quella di Luciano Gallino, tra i primi firmatari del Manifesto di A.L.B.A., (Alleanza per il lavoro, i beni comuni e l’ambiente).

E’ dunque un caso che il lavoro pubblico, da un certo momento in poi, sia stato svalutato e screditato dai  governi neoliberali (ricordiamo le numerose privatizzazioni, le esternalizzazioni di servizi, gli aiuti alle scuole private a scapito di quelle pubbliche), soprattutto negli ultimi vent’anni, mentre quello privato, sebbene più costoso, venga rappresentato come soluzione ottimale? Le forti pressioni della malavita organizzata e delle corporazioni professionali, per il tramite della politica e dei media, hanno indubbiamente fatto la loro parte nel consolidare nei cittadini un’idea negativa del lavoro pubblico e della spesa. Ma gli uffici pubblici (centrali, periferici o territoriali) restano comunque coinvolti pesantemente anche nel lavoro pubblico esternalizzato, essendo chiamati a presidiare migliaia di  procedure amministrative sempre più complesse e dispendiose, per l’affidamento  a ditte ed imprese di opere e servizi  pubblici; con tempi procedurali  (per l’individuazione, affidamento  controllo e liquidazione dei soggetti privati) immancabilmente lunghi e pesanti implicazioni di spesa.

Un esempio per tutti è la nuova strada a quattro corsie che collega Sassari ad Olbia, circa 78 chilometri che andrà a costare 850 milioni di euro.  Si tratta, è bene chiarire,  di un’opera assolutamente necessaria, per la presenza, attualmente, di una strada spesso stretta e pericolosa, dove muoiono d’incidente ogni anno molte persone; la sola alternativa è una linea ferroviaria lenta e inadeguata. Un lotto (n. 9) di appena 2,6 chilometri avrà però il costo di 37,125 milioni di euro; opera da eseguirsi in 720 giorni.

Non può non osservarsi che il costo per quei  2,6 km equivale alla retribuzione (20.000 annui lordi) di 1800 persone per due anni. Mentre l’intero costo della strada (850 milioni) garantirebbe il lavoro per due anni a più di 21.000 persone, sulle 94.000 in cerca di occupazione in Sardegna (dato Istat al 2 aprile 2012)! Questo è solo un esempio tra i tanti.

Difficile dunque non pensare che dietro il disprezzo dichiarato del lavoro pubblico da parte di politici, professionisti, imprenditori non si nascondano in realtà interessi enormi. Ma il lavoro pubblico, è bene dirlo a chiare lettere, al pari della spesa pubblica non può ritenersi di per sé un disvalore, quando produce benessere per tutti o per la gran parte della comunità. Sempre di più, però, esso costituisce un terreno di scontro tra classi sociali, proprio per la quantità di denaro in gioco e gli egoismi che questo scatena. La contrapposizione tra il lavoro pubblico e privato è solo apparente; quella reale è tra l’interesse generale della comunità e gli interessi economici e finanziari di una ristretta oligarchia, che i governi neoliberali, rappresentativi di tali interessi, si accaniscono a difendere con efferatezza di mezzi mai usata fino ad ora, destinandole fiumi di denaro e di patrimonio pubblico.

In forza del neoliberismo – coi suoi assiomi del libero mercato, del “poco Stato” e della sua doverosa non ingerenza nell’economia – si pratica dunque un sacrificio immane di risorse a danno della maggior parte dei cittadini e dei loro diritti. Le parole “ripresa”, “sviluppo” e “crescita” dell’economia suonano per questo  fredde e marziane, perché non vi è la minima garanzia che certi investimenti produrranno poi vantaggi economici per tutti, invece che per i pochi privilegiati. Prima della “ripresa”, dello “sviluppo” e della “crescita” c’è l’uomo, con la sua dignità e il suo diritto di esistere e di realizzare il “pieno sviluppo della persona” (art. 2 Costituzione). Egli è la prima cellula della comunità (Stato, impresa, famiglia…) che, se non la si tiene in vita, non può certo farsi anello e coautore della  “ripresa” e dello “sviluppo”.  Ma per i governi neoliberali questo poco conta, altre sono le preoccupazioni, così importanti e prioritarie da lasciare in secondo piano il lavoro. Dopo la riduzione dell’uomo a consumatore, come aveva profetizzato Pierpaolo Pasolini, ora che le imprese si spengono e i grandi interessi si indirizzano – dopo l’orgia di finanza speculativa – sul denaro e il patrimonio pubblico degli stati, assistiamo alla riduzione dell’uomo a debitore sempiterno (gli italiani dovrebbero pagare 45 miliardi all’anno per venti anni, per l’eliminazione del debito pubblico; che in realtà dovrebbero essere quaranta dato che il debito pubblico sfiora di duemila miliardi), spogliato dei diritti elementari e del salario, della pensione, dei beni comuni a partire dall’acqua, dalla terra, dai litorali marini…  Ora il ministro Grillo propone la vendita di beni pubblici per circa 20 miliardi, beni acquistati coi sacrifici nostri e di chi ci ha preceduto, all’unico scopo di fare cassa. Magari per riacquistarli da qui a qualche anno a prezzo raddoppiato, sempre a nostre spese. Questi beni potrebbero per ipotesi non essere utili, socialmente, ma è il modo di decidere la dismissione che non si può condividere: di beni che appartengono alla comunità non si dovrebbe poter disporre, se non, eventualmente, consultandola, la comunità.

Ogni posto di lavoro che viene a mancare, ogni attività economica costretta a chiudere, ogni bene comune che viene svenduto o dato in gestione a privati è un danno per la società presente e futura, una lacerazione del tessuto sociale ed economico, e, inevitabilmente, un dramma personale e familiare, che genera la morte della fiducia e della speranza che ci aveva fin qui sostenuto. Bisogna dunque ripartire dalle persone, una per una, nome per nome, come punti di una trama che dev’essere pazientemente ricostruita.  gn

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