Il suono greve della gran Cassa

Secondo l’Osservatorio Cig del dipartimento Settori produttivi della Cgil, da gennaio a giugno 2012 il totale di ore di cassa integrazione è stato pari a 523.761.036. La cassa integrazione, ricordiamolo, è uno strumento necessario che nasce da un diritto ben preciso: “I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.” (Art. 38, co. 2° Costituzione). Senza questo sostegno economico, limitato però nel tempo, il lavoratore licenziato sarebbe privo di mezzi di sussistenza.

Ma si tratta in ogni caso di una quantità enorme di ore che non ha prodotto, però, alcuna utilità sociale e personale. Una persona licenziata è come se avesse le mani mozzate, come bene ha saputo esprimere in versi il poeta Fabio Franzin.  Oltre alla tragedia umana e familiare di ogni  lavoratore, dunque, si è trattata di un’emorragia di lavoro e di denaro pubblico ragguardevole.  Se tante ore fossero state dedicate, ad esempio, alle molte opere infrastrutturali già programmate e fortemente richieste (meglio farle fare, invece, alle solite lobbies per la risibile cifra di 233,9 miliardi!) e agli innumerevoli, possibili progetti migliorativi nei territori, per il rilancio della nostra economia,  i licenziamenti non sarebbero stati cosa vana. Ma così il danno è triplo: la perdita del posto di lavoro, il costo sociale della cassa integrazione, la mancanza delle opere necessarie alla ripresa economica.

Questo Governo, d’intesa con gli enti locali e col coinvolgimento delle popolazioni e dei soggetti economici, politici, sindacali e professionali, avrebbe potuto e dovuto avviare la  programmazione di una rinascita economica e sociale con l’inventività progettuale che non è mai mancata in Italia, impiegando i molti lavoratori cassintegrati, i disoccupati, gli inoccupati – tra i quali i laureati iper specializzati, gli artisti e i creativi. Dalla crisi sarebbe potuto così derivare un cambiamento in positivo, ridando slancio e fiducia soprattutto alle giovani generazioni. Niente di questo è stato fatto. Ascoltare e coinvolgere democraticamente la società nelle scelte importanti di questi anni è evidentemente cosa difficile e inopportuna, quando si devono fare gli interessi dell’oligarchia finanziaria e imprenditoriale che si perpetua, in modo sempre più aggressivo e spiazzante, scegliendo o condizionando parlamenti e governi. gn

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