Non morire montisti – Marco Revelli

 

Da Il Manifesto

Forse ce la faremo a portare a casa la pelle in questo agosto complicato. O forse no. Può darsi che l’asse Monti-Draghi, con l’appoggio esterno di Hollande e l’alleanza «interna» con la Confindustria tedesca, riescano ad arginare la voglia dell’alleanza del Nord di spaccare l’Eurozona e di sganciare la zavorra mediterranea dal treno mitteleuropeo. O è possibile che i falchi della Bundesbank riescano ad accelerare ancora la marcia verso un’Armageddon finanziaria, quando si decidano una volta per tutte i sommersi e i salvati, magari nella convinzione che un euro limitato all’area dei paesi optimo iure – dei virtuosi finalmente liberi dalla cicale del sud – sia più adatto ad affrontare il prossimo big one, quando esploderà la grana dell’immenso debito americano.

Comunque vada, è chiaro che i giochi per noi verranno fatti fuori dai nostri confini. I compiti – sempre più impegnativi, sempre più estremi – verranno stabiliti a Berlino, o a Francoforte, non certo «a casa». Per chi crede che la costituzione materiale europea sia scritta una volta per tutte sulle tavole di pietra del dogma neoliberista, e che sia per sua natura immodificabile (lo credono tutte le principali forze politiche italiane, lo crede Monti, lo credono Bersani e Casini, lo crede – forse – Alfano…), la strada per restare nell’euro è segnata. E si fa sempre più ripida.

Sia che si debba sottostare esplicitamente all’accettazione del famigerato Memorandum, o che a ogni riunione dell’Eurogruppo si sia obbligati a portare sul tavolo una nuova offerta sacrificale, è certo che le linee guida nel campo delle politiche sociali nel prossimo quinquennio resteranno quelle seguite dal governo Monti in questo primo squarcio di 2012, con un ulteriore incrudelimento dettato da un’emergenza permanente. D’altra parte c’è già chi, in Europa, dice che la riforma del mercato del lavoro non basta ancora, che la flessibilità in uscita, pur dopo il taglio dell’art. 18, è insufficiente, che le remunerazioni pubbliche e private sono ancora eccessive (anche se stanno al fondo della graduatoria Ocse), che l’occupazione nel pubblico impiego è pletorica. I mercati e i banchieri centrali teutonici ce l’anno ormai insegnato, che «non gli basta mai».

Che su questa strada, dentro questo quadro rigido e immodificabile di compatibilità, i compiti, come gli esami, «non finiscono mai».

Ora è evidente che, se inserite in questo contesto, e se limitate alle attuali forze in campo, le prossime elezioni politiche appaiono in larga misura già segnate. Per certi versi potremmo dire «inutili». Chiunque vinca, tra gli attuali «insiders» – centro-destra o centro-sinistra – si troverà l’agenda già scritta. Qualunque governo scaturisca nell’attuale sistema dei partiti, dovrà seguire una road map che permette pochissimi scarti, e nessuna «svolta» rispetto alla linea seguita finora. Dopo Monti, sembra chiaro, non può che esserci Monti, o la sostanza del «montismo» probabilmente ulteriormente incrudelita, sia che l’ex presidente della Bocconi ascenda al Quirinale, o che rimanga alla guida del governo per un nuovo accordo bipatisan da stipulare prima o più probabilmente dopo le elezioni o, ancora, che conservi un qualche ruolo di garante grazie a un qualche nuovo espediente istituzionale a cui siamo ormai abituati.

E d’altra parte – se la politica volesse davvero «fare un passo avanti» oltre il governo dei tecnici – ve lo immaginate voi un governo di centro-sinistra con Bersani in giro per il mondo – come ha fatto il «professore» in questi mesi – a tranquillizzare i guru di Wall Street o gli scettici finlandesi o i tecnocrati della Buba con il suo linguaggio da Crozza e un partito diviso su tutto? O, nel caso improbabile di una vittoria del centro-destra, un nuovo governo Berlusconi con lo spread a 2500 fin dalla prima settimana?

È per tutte queste ragioni che mi è apparsa del tutto dissennata, e in fondo suicida, la decisione di Nichi Vendola di riunirsi a coorte con il Pd. E di legare le proprie sorti ai risultati di consultazioni primarie in cui, bene che vada, potrà contendere il secondo posto a un qualche Renzi, e dopo le quali si troverà vincolato al programma del vincitore: lo stesso che ha approvato la riforma Fornero con art. 18 incluso (su cui non mi pare che Vendola fosse d’accordo), la riorganizzazione del sistema pensionistico con esodati annessi, la modifica dell’art. 81 della Costituzione, con la messa fuori legge delle politiche keynesiane, la spending review… ecc. ecc. E che per questa ragione non potrà che farsi garante della continuità con quelle politiche.

Questo è lo scenario, se ci si ferma al «mondo sparito» (come lo chiama Ilvo Diamanti) su cui ragiona la politica ufficiale: se si continuano a consultare «le vecchie mappe» di un’Italia che non c’è più. Se però solo si sposta un po’ più in là lo sguardo, sul mondo reale che viene avanti, il quadro cambia radicalmente. I partiti su cui sono incentrate tutte le ipotesi di governo del dopo-elezioni tutti insieme, Pdl e Udc, Pd e Sel, non superano il 60% dei potenziali elettori (elettori, non «aventi diritto al voto»). Cioè, supposto che non subiscano ancora ulteriori emorragie, stanno poco al di sopra della metà di quel meno di due terzi di cittadini ancora disposti a votare.

Fuori dal loro cerchio magico c’è un popolo esteso, in potenziale espansione, che in quelle sigle, in quelle facce, in quei linguaggi non ci crede più. E che probabilmente non ci sta a rassegnarsi all’alternativa tra morire subito di default o entrare in una lunga agonia sociale in cui la fine del tunnel non solo non si vede ma viene via via allontanata dalle misure di «risanamento» subìte. Intuisce che occorre un’alternativa di modello allo stato di cose presente: uno scarto, o uno scatto d’immaginazione e di progettazione, che ci porti fuori dall’impasse. In parte si posteggia nelle liste del Movimento 5 stelle. Segna, urlando, la propria demarcazione rispetto al «mondo sparito» in cui non crede più. In parte cerca conforto in ipotetiche liste civiche, nei Sindaci che hanno dato segnali di diversità, nelle pieghe del «locale» dove la fiducia negli uomini tenta di compensare la sfiducia negli apparati. Ma è e resta «in attesa».

A loro bisognerà dare una risposta in avanti. Pensando in grande: a un’altra Europa, in primo luogo. Un’altra politica estera che ipotizzi la strutturazione di un’area mediterranea in grado di negoziare da posizioni di parità con il centro berlinese e l’area dei «virtuosi» e di contrastarne i dogmi falliti. E poi un’altra politica sociale, che metta al centro i diritti del lavoro, e il lavoro in quanto tale, come entità reale, contro la virtualità del «finanz-capitalismo» e dei suoi circuiti astratti. Un’altra politica economica, fondata su quei processi di riorganizzazione capillare del sistema produttivo intorno a una generale messa in sicurezza delle nostre vite e del nostro ambiente di cui ha scritto su questo giornale Guido Viale. Un altro stile di «far politica», che restituisca dignità e parola ai cittadini e ai territori. C’è uno spazio immenso, per una galassia che sappia riconoscersi e condensarsi intorno a pochi, semplici punti da non negoziare, senza gli esercizi bizantini del vecchio Arcobaleno, senza bilancini e intergruppi, senza estenuanti mediazioni. Semplicemente per un atto di riconoscimento del «reale».

Può sembrare banale. Ma «se non ora, quando»?

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