Savina Dolores MASSA – OGNI MADRE

Dopo i romanzi Undici (2008) e Mia figlia follia (2010) escono di Savina Dolores Massa, scrittrice di narrativa, poesia e testi teatrali, tredici racconti sotto il titolo Ogni madre, sempre per i tipi de Il Maestrale di Nuoro.

Non sono storie di oggi quelle che si raccontano in questo libro, con personaggi calati nei sogni e nei drammi delle attuali generazioni. Qui invece le immagini, le parole, le vicende sono quelle di una comunità perdutasi nella storia recente e meno recente. Ma c’è sempre una ragione, oltre la curiosità, se ci si volta indietro a  cercarle e a ricostruirle a parole, certe storie. Forse che esse, ancora, ci appartengono? O noi, ancora, si appartenga ad esse? Percepiamo chiaramente di aver perduto qualcosa, conquistando cose che non ci hanno reso migliori. E che abbiamo ancora a che fare con quel mondo: nostalgia, affetto, forse una lezione, o più d’una, ancora da chiarire e accogliere. Se questo sguardo a ritroso è possibile lo si deve all’artista, sciamano e istrione che rompe schemi e abita mondi e dimensioni altre.

Ma non è solo questo, a mio parere, all’origine di queste storie che andavano dette, dopo aver premuto nell’autrice dal silenzio oscuro del non-presente.  Un silenzio che è quello di una comunità sconfitta dalla storia e dalla mala sorte; non diversamente che in altri luoghi e in altre epoche. Gente di Sardegna unica eppure uguale ad altra nel comune destino. E l’autrice risale come salmone lungo il torrente della (sua e nostra) storia come il Momik di Vedi alla voce: amore, di David Grossman. Storia di perdenti appena addolcita da lontane epopee come quella nuragica o giudicale, dove le fantasie sormontano a fatica   l’evidenza delle architetture, dei poveri cocci superstiti, dei pochi documenti che hanno resistito al tempo e alle dominazioni  succedutesi. Compresa l’ultima che ci sovrasta: del denaro che mangia pezzo a pezzo l’isola come un cancro, dal cavallo di troia della falsa democrazia piegata agli interessi dei pochi, capaci di muovere fiumi di denaro corrompendo uomini, azzoppandoci con navi e aerei troppo costosi, che ci recludono nel perimetro dell’isola, e ci impoveriscono.

Queste storie di Savina nulla restituiscono se non la messa a fuoco di quanto è stato tolto:  la fisionomia, la postura, la dignità e la tragedia di vite perdute, schiacciate dall’ingiustizia endemica del mondo. Torniamo così a sentirne le voci e le grida (“Quanto alti possono apparire, a volte, gli uomini che hanno ritrovato l’orgoglio. Così li vide il turco: statuari, superbi, minacciosi.” – Ahi, Maria). La scrittura di queste storie –  sempre arguta, giocosa, inventiva –  è innervata da una consapevolezza storica, da un sentimento forte di appartenenza che disvela un’etica e un’istanza forte di giustizia, a riparare torti millenari. Oristano del resto, dove Savina è nata e vive, è stata capitale del regno di Eleonora d’Arborea, giudicessa e promulgatrice con Mariano IV della Carta de Logu, tra i più importanti e duraturi corpi normativi medievali. Non lontani da Ales, luogo natio di Antonio Gramsci, e dall’Armungia di Emilio Lussu. Rassegnazione e ribellione popolano da sempre questa terra.

Vena civile e acutezza di sguardo si colgono, così, in questi racconti non meno che nei romanzi, dove a nulla si indulge, a partire dai vizi di sempre: l’invidia, la gelosia, il rancore, la chiusura. Difficile non assimilare questa scrittura a quella di Sergio Atzeni, grande conoscitore della storia e del carattere dell’Isola. “Noi di dire a un altro sardo, Tu mi devi fare il capo, non ci riusciamo, noi. Chè siamo gelosi e non ci piace di restare sotto a uno che fino al giorno avanti si sputava le mani se doveva mantenere il manico della zappa, vicino a noi.” – Anno Santo; “Si rinchiusero in casa a negare ad altri il privilegio di una vita con miglior sorte: ben ordinata nella valigia che Pissenti portava. L’odore malsano dell’invidia spaccò i vetri delle finestre, ammorbando per giorni l’aria modesta del paese”.  “Qui vogliono bene solamente all’ignoranza, non hanno sogni, nascono rinchiudendosi da soli come terreni segnati a filo spinato!” “…i rancori si celano tra i rami degli alberi, nel belato di una pecora, sotto le pietre bianche e sotto quelle nere. E sotto la crosta di una terra avvezza a guardare tutto dal basso.” (Ogni madre).

Un basso che si sta espandendo mentre l’alto, sempre più alto, si è fatto ormai insopportabile alla vista. Lunga vita a queste storie di Savina Dolores Massa, in attesa di nuove altre. (Giovanni Nuscis)

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SAVINA DOLORES MASSA

OGNI MADRE

IL MAESTRALE (Nuoro, 2012)

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