La politica come dialogo e come autismo. Lettera aperta a Beppe Grillo – di Paolo Flores d’Arcais

DA MICROMEGA 4, 2012
Informazione, giustizia, lavoro: sono tre temi cruciali per il futuro democratico dell’Italia, sui quali il programma del MoVimento 5 Stelle pare ancora molto vago. E anche sulla democrazia interna del M5S ci sarebbe molto da dire. Un invito del direttore di MicroMega al leader Grillo per un confronto pubblico.

*

Caro Beppe Grillo,
sono passati solo sei anni da quando ci incontrammo per mettere a punto la scelta dei tuoi brani da pubblicare sul numero di MicroMega in vista delle elezioni («Summa anthologica», marzo 2006), e appena quattro da quando accettasti di partecipare (in collegamento) alla manifestazione di piazza Navona (8 luglio 2008) organizzata da Furio Colombo, Pancho Pardi e me, dal titolo «Il regime non passerà!». Ma sembra già un’altra epoca. A piazza Navona annunciavi che avresti appoggiato alle successive amministrative «tutte le liste civiche che vorranno occuparsi del loro comune e della loro regione. Io sarò in prima fila». Era il tempo dei meet-up. Oggi il MoVimento 5 Stelle è accreditato di risultati a due cifre per le prossime politiche.

Il filo conduttore di questo travolgente successo sono stati i due «Vaffa-day» e il silenzioso lavoro sul territorio dei «grillini», quasi sempre giovani, quasi sempre vergini di precedenti esperienze politiche. Ma il tono mediatico, quello che ha reso M5S noto alle masse, sono state le tue performance riprese da trasmissioni tv «non allineate», quelle di Santoro in modo particolarissimo. In questo rapidissimo resoconto ci sono già tre motivi delle mie perplessità e critiche nei confronti del movimento di cui sei l’indiscusso leader e guru. Provo ad argomentarle, sperando che per confutarle arrivino contro-argomentazioni, anziché insulti. In democrazia (non nella degenerazione partitocratico-berlusconiana dell’ultimo quarto di secolo, dove contano menzogne, ululati di prepotenza e spurghi emotivi) si usa così.

Parto dal terzo motivo: la tua polemica tout azimut contro le trasmissioni televisive, che mette nello stesso calderone Michele Santoro e Bruno Vespa. Si possono avanzare parecchi motivi per dissentire dalle preferenze di Santoro: dalla scelta degli ospiti (perché sbrodolare sistematicamente lo schermo con i sansonetti e le santanchè, che non hanno nulla da dire ma intasano la trasmissione interrompendone di continuo filo logico e pathos?) alla conduzione di certi dibattiti, corriva verso la «rissa» e la prepotenza di chi non fa parlare gli altri, anziché promotrice di razionalità argomentativa, passando per la suscettibilità ultrapermalosa del conduttore di fronte alla critica (Barbara Spinelli ed io, avendo osato tale «lesa maestà» sulle pagine del Fatto Quotidiano, ci siamo presi da Michele una sventagliata di insulti da far invidia al tuo stile). Ma la differenza tra Santoro e Vespa resta abissale, i loro prodotti sono chimicamente inassimilabili, come l’acqua e l’olio, come l’informazione e il bacio della pantofola. Che tu non lo veda non è solo cecità (che ti impedisce di riconoscere come Santoro sia stato un ingrediente del successo M5S quasi quanto te e Casaleggio), non è solo settarismo (che ti impedisce ogni distinzione nella gamma dei colori, per cui esiste solo un manicheo bianco e nero, dove nero sono tutti gli altri e bianco esclusivamente i tuoi fedeli senza se e senza ma), ma segnala soprattutto la tua incapacità di avere una politica per l’informazione. Se riesci a far confusione tra un editoriale di Travaglio a Servizio pubblico e le sparate di regime dei tanti Minzolini, che razza di politica dell’informazione potrai mai realizzare, qualora M5S andasse al governo, per un pluralismo delle opinioni fondato sulla sovranità delle modeste verità di fatto?

Eppure l’informazione, insieme alla giustizia e al lavoro, costituisce il cuore della tragedia politica italiana. Ma proprio su giustizia e lavoro il programma del tuo movimento, e i tuoi interventi pubblici che «danno la linea», sono particolarmente indigenti. Per quanto riguarda i sindacati, ad esempio, riproduci col pantografo l’assurda amalgama già compiuta su Santoro/Vespa. Alla fine del 2010 la Fiom organizza una straordinaria manifestazione di metalmeccanici in lotta contro le soperchierie di Marchionne (spalleggiato da Confindustria, governo e quasi tutti i media: l’establishment al gran completo, insomma). Attorno ai metalmeccanici riesce a mobilitare vasti settori della società civile, dai comitati per l’acqua e gli altri beni pubblici ai movimenti di opinione contro leggi bavaglio e anti-giudici. Eppure tu te ne esci con un virulento commento in cui contrapponi i lavoratori (cui esprimi solidarietà) a «coloro che erano sul palco» ai «sindacalisti dalle mani morbide», additando insomma proprio i dirigenti Fiom come i più sottili «traditori» dei lavoratori, «presi per i fondelli una volta di più da coloro che li hanno venduti». Eppure, l’unico punto programmatico che esprimi sul lavoro è «un sussidio di disoccupazione dello Stato per vivere in attesa di un lavoro, come avviene in altri paesi europei», che in quelli più avanzati si chiama salario di cittadinanza e che, guarda caso, la Fiom è l’unico sindacato ad aver inserito come rivendicazione qualificante nelle proprie lotte.

Quanto alla giustizia, un elenco ragionato delle misure da prendere per invertire la rotta del ventennio dell’inciucio lo si ascolta assai di rado, anzi per nulla, nelle tue filippiche, giustamente indignate contro l’illegalità dilagante di cui le nomenklature di partito sono responsabili. Eppure, mai come in tema di giustizia l’indignazione non basta, deve farsi proposta inequivoca, dettagliata, cogente per chi si candida al governo. MicroMega ha pubblicato ben due volumi monografici di programma di governo, nove anni fa (MM 1/2003) e lo scorso ottobre (MM 7/2011). Mi piacerebbe davvero poter avviare un confronto che non si fermi agli slogan.

Del tutto encomiabili sono invece molte proposte di trasformazione istituzionale. Che per MicroMega suonano come un invito a nozze, visto che il secondo numero della rivista, in un lontanissimo maggio 1986, quando non pochi degli attuali candidati M5S emettevano i primi vagiti, proponeva una sola Camera, con solo cento parlamentari, un massimo di due legislature e poi a casa, l’incompatibilità tra parlamento, governo e qualsiasi carica locale, e molto altro di doverosamente radicale, contro quella che MicroMega definiva già allora la «gilda» dei politici di professione.

Sui temi programmatici mi fermo qui, benché sono certo che converrai come, presentandosi alle elezioni politiche, bisognerà pur dire in modo chiaro quale linea si intende seguire sulla vastissima tematica della laicità (dalle scuole private ai drammi bioetici imposti dall’oscurantismo della Chiesa gerarchica), sull’istruzione, sulla politica estera. Essere chiari, e anzi all’avanguardia, in tema di ecologia è più che meritorio, ma purtroppo non basta.

Resta infine il punctum dolens per eccellenza: la struttura del tuo movimento, lacerata tra il principio democratico «uno vale uno» e il non-statuto dittatorial-padronale che garantisce a te e Casaleggio un’ultima istanza degna del Minosse dantesco che «giudica e manda seconda ch’avvinghia». Perché nel famoso caso di Valentino Tavolazzi, reo di aver voluto partecipare a una riunione/discussione tra alcuni eletti M5S di diverse città, e per questo da te giudicato e mandato «fuori!», ma sempre attivo nel movimento, anzi fondamentale per l’elezione del sindaco 5 Stelle di Comacchio e infine auspicato dal neo-sindaco di Parma come direttore generale del comune, sei arrivato a usare un linguaggio che non è da trivio perché è puro togliattismo: nei confronti di chi non obbediva perinde ac cadaver il Migliore parlava di «pidocchi», tu di venduti: «Li riconosci come le puttane sui viali, li acquisti a prezzi di saldo». In questo modo, se Pizzarotti confermerà la scelta di Tavolazzi come tecnico di fiducia dovrai gettare l’anatema sul primo sindaco M5S di un capoluogo di provincia, se rinuncerà alla nomina renderà palese che gli eletti non rispondono agli elettori ma a Gianroberto Casaleggio (a cui del resto Pizzarotti aveva comunicato per telefono la volontà di prendere Tavolazzi come direttore generale del comune: a che titolo?).

Mi piacerebbe davvero poter discutere con te pubblicamente di questi temi, e di tutti gli altri che tu riterrai importanti per questi giorni cruciali di trasformazione della vita politica italiana. Che non necessariamente darà luogo a un «meglio», perché abbiamo visto fin troppe volte che al peggio non c’è mai fine, soprattutto se le persone intenzionate a liberare l’Italia dal berlusconismo, dalla partitocrazia, dalle macerie morali, istituzionali, sociali, economiche, culturali cui hanno ridotto il paese, si ingegnano di perpetuare settarismi, personalismi, incoerenze tra dire e fare. Tu il confronto pubblico lo eviti, e penso che sia un errore, perché il confronto argomentato e diretto è il sale della democrazia, chi la vuole davvero rinnovare non lo fugge ma anzi lo cerca. Certo, tu hai tutt’altra statura mediatica e di consensi, rispetto a quella modestissima del direttore di una rivista di nicchia, ma accettare il confronto pubblico che qui pubblicamente ti propongo non sarebbe poi un’eccessiva diminutio capitis: col modestissimo direttore di questa rivista di nicchia ha accettato non molto tempo fa di discutere un signore che poi è diventato papa. Accettare il confronto pubblico magari porta bene.
Da cittadino a cittadino, un caro saluto.

(7 settembre 2012)

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