UNA TERSA VIA

Mentre i protagonisti caricaturali della politica annunciano di allearsi, di disallearsi e poi di nuovo di compattarsi e di scompattarsi, l’Italia reale, quella delle persone in carne e ossa, precipita nella miseria disperante mai adeguatamente espressa e raccontata dai media; e intanto che si assiste impotenti, ogni giorno, alla caduta degli orridi catafalchi di un teatrino fasullo, fatto di menzogne e ruberie, ci s’indigna, si protesta, si invadono le piazze chiedendo attenzione e risposte.

La notte – infinita, di decenni – non ha però solo da passare, ma deve invece portare scompiglio, oltre che consiglio, intuendosi ormai chiaramente il futuro che ci attende. Alla consapevolezza che occorra arrivare a redistribuire equamente l’enorme ricchezza nazionale e le consistenti entrate pubbliche, in modo da garantire a tutti una vita dignitosa, ripensando i modi del lavoro e il suo ideale raccordo coi bisogni e le aspirazioni effettive della persona e della comunità, sappiamo bene che dovrà conseguire  uno tsunami politico ed etico per divellere radicalmente un sistema sociale ed economico iniquo e dissennato. Sappiamo perfettamente che non sarà un governo di continuità con quelli precedenti – di centro destra o di centro sinistra – a compiere il miracolo del cambiamento. La cartina di tornasole, è la risposta alla domanda se l’una o l’altra forza politica abbiano mai fatto cenno ad interventi di redistribuzione della ricchezza, di partecipazione all’azzeramento del debito pubblico proporzionata alla ricchezza posseduta (ad esempio, imponendo il pagamento del 45% del debito a quel 10% della popolazione che possiede il 45% della ricchezza), di salvaguardia dei beni comuni e del patrimonio pubblico invece di proporne la dismissione, di garantire a tutti i senza lavoro un reddito di cittadinanza, se non un lavoro sociale.

Far credere che la continuità politica coi precedenti governi sia l’unica soluzione possibile, risponde alle esigenze di autoconservazione delle stesse lobbies che, per decenni, hanno risucchiato risorse pubbliche accumulando ricchezze e potere, fiancheggiate dai media pubblici e privati ad esse asservite o incapaci, comunque,  di raccontare con onestà e competenza la realtà. Per la stessa ragione, vengono ignorati o sottovalutati quei movimenti e soggetti politici che lavorano per un’alternativa reale.

Alternativa che può essere, con queste premesse, una soltanto, costituita da una nuova coalizione, a sinistra, che rappresenti le istanze di quei milioni di persone lasciati senza un lavoro e senza più diritti e speranze, e di quelli che, pur con un lavoro e una pensione, sono stati e saranno, in una qualche misura, deprivati delle risorse necessarie per sostentare sé stessi e le loro famiglie.

C’è già chi sta lavorando per tutelare o ripristinare i diritti sottratti o compressi dall’attuale Governo e da quelli precedenti, con mezzi alternativi a quelli propri della politica, che poco o nulla sta facendo in questa direzione, sul piano istituzionale.

Questi strumenti importanti di democrazia, aventi un’incidenza politica dal basso e dal di fuori  delle istituzioni, sono le petizioni, le proposte di legge e i referendum, oltre i ricorsi alle autorità giurisdizionali. Essi permettono di riaffermare diritti disconosciuti o violati e di annullare norme in contrasto con altre norme e principi costituzionali. Il loro utilizzo è contemplato nella stessa Carta agli artt. 71, 2° co. (iniziativa delle leggi)  e 75 Cost. (referendum). In tempi di tenaci politiche neoliberiste – in nome o col pretesto della crisi volte a conservare o spartire le ricchezze nazionali a vantaggio di alcuni e a danno di molti – essi costituiscono un mezzo efficace e civile di lotta.

Un esempio recente è il ricorso alla Corte costituzionale proposto da A.L.B.A. (Alleanza per il lavoro i beni comune e l’ambiente), volto a riconoscere l’acqua (atteso il risultato referendario del 2011) quale bene comune non privatizzabile. La Corte ha dichiarato l’incostituzionalità degli art. 3 e 4 del decreto legge n. 138 del 13 agosto 2011 (Governo Berlusconi) che obbligava alla privatizzazione dei servizi pubblici locali. La sentenza ha inoltre dichiarato l’incostituzionalità delle norme emanate dal governo Monti nel gennaio 2012, che facevano riferimento al decreto legge anzidetto.

Altro importante strumento è la petizione, come quella proposta lo scorso mese dall’associazione ecologista Gruppo di Intervento Giuridico onlus, in Sardegna, contro l’attivazione di una Centrale a biomasse nel Comune di Porto Torres.

Un referendum, recente, è invece quello che ha posto nel nulla, sempre in Sardegna, le quattro inutili province create da una classe politica parassita ma prolifica come un cancro.

Altro referendum – con la campagna che avrà inizio dal 12 ottobre in tutta Italia, promossa da IDV, PDCI, PRC, SEL, A.L.B.A. (Alleanza per il lavoro, i beni comuni e l’ambiente), Articolo 21, Cgil che vogliamo, FIOM, Lavoro e società – restituirà il diritto al lavoro e alla sua conservazione a  milioni di persone, sottratto dai Governi Berlusconi (art. 8 del decreto legge del 13 agosto 2011, numero 138) e Monti  (art. 18 Statuto dei lavoratori).

Proposto da A.L.B.A. partirà inoltre a metà novembre la raccolta delle firme per l’iniziativa popolare costituzionale contro la vendita del patrimonio pubblico.

Particolarmente importante è la proposta di A.L.B.A., a breve, di inserire nel bilancio statale e in quelli degli enti locali l’obbligo di destinare un’adeguata quantità di risorse (il 50% delle entrate) per garantire i diritti sociali. Prenderà dunque il via, in tutta Italia, l’organizzazione per la proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare, ai sensi dell’art. 71 secondo comma Costituzione, per la modifica degli articoli 42, 81 e 119 Costituzione (1).

Cosa ne deriverebbe? Prendendo ad esempio la Sardegna – le cui entrate per il 2012 sono di 8.4 miliardi, e 393.663 sono i suoi inoccupati e i disoccupati – si garantirebbe a tutti un reddito da lavoro o di cittadinanza di circa 900/1000 euro mensili, perfettamente sostenibile col 50% delle risorse stanziate. Naturalmente, “garantire i diritti sociali” non vuol dire solo corrispondere un reddito, ma tutelare la persona in una serie di diritti rilevanti e costituzionalmente garantiti legati alla salute, all’ambiente, alla previdenza, alla formazione e alla cultura. Ambiti nei quali, attraverso progetti fattibili sia nazionali sia locali, far confluire una parte consistente della ricostituita  forza lavoro. Il venir meno della disoccupazione e inoccupazione comporterebbe, in questo modo, anche una maggiore tutela dei diritti negli ambiti anzidetti.

Questa crisi, al di là del male e della sofferenza che sta determinando, costituisce un’opportunità di cambiamento epocale per rifondare le basi di una società più equa e libera, coi suoi diritti irrinunciabili conquistati con millenni di lotte. Siamo dunque giunti a un bivio e sta solo a noi decidere se continuare nella caduta, sostenendo ancora politiche egoistiche e suicide, o cambiare coraggiosamente percorso e strategie, interpretando il disagio e le speranze di milioni di persone.

Giovanni Nuscis

(1)   Dopo il secondo comma dell’art. 81 C. è inserito il seguente: «Lo Stato destina non meno del cinquanta per cento delle proprie entrate alla garanzia dei diritti sociali nel rispetto dell’art. 3 C., dell’art. 117, comma 2, lett. m), Cost., dell’art. 119 , comma 4 Cost.

Art. 2

Il terzo comma dell’art. 119 C. è sostituito dal seguente: «Lo Stato istituisce un fondo perequativo vincolato alla garanzia dei diritti sociali, per i territori con minore capacità fiscale per abitante.

Al quarto comma dell’art. 119 C. sono aggiunte le seguenti parole: «In ogni caso, Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni destinano il cinquanta per cento di tali risorse al soddisfacimento dei diritti sociali».

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One response to this post.

  1. Posted by eva on 19 ottobre 2012 at 5:21 pm

    Completamente d’accordo. Bravo!

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