Il cammello dei saggi

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Il Paese, anche se il termine può non piacere, è commissariato da un anno e mezzo, un tempo enorme rispetto ai gravi problemi economici e sociali e alla “ragionevole durata” della vacanza democratica.  Una scelta che se anche ha ridato credibilità al Governo italiano, all’estero, si è però rivelata nefasta per l’economia e per i diritti individuali violati, non diversamente dalle precedenti politiche del centro destra;  scelta che però allora non si poteva evitare, tanto che la decisione di Napolitano era stata salutata come una sorta di Liberazione, festeggiata come tale da milioni di italiani estenuati dagli scandalosi governi Berlusconi.

Ora le cose sono diverse,  l’elettorato ha potuto votare  scegliendo tra desiderio di conservazione / conquista di ricchezze e privilegi, e volontà di cambiamento, in vario modo e misura. I risultati elettorali hanno infine lasciato ipotizzare un possibile governo di centro sinistra (coalizione vincente) col sostegno vigile del Movimento 5 Stelle. Il rifiuto di quest’ultimo, e quello, successivamente, del centro sinistra di formare un governo col centro destra ha indotto giorni fa il Quirinale – impossibilitato, in scadenza di mandato, a sciogliere le camere – ad un scelta discutibile, non ostante le rassicurazioni. Quella di protrarre il Governo Monti creando inoltre le premesse, attraverso la nomina di dieci saggi incaricati di delineare un programma condivisibile dalle forze politiche, per la costituzione di un futuro governo  di scopo. Tale scelta pone però diverse domande: 1) è corretto demandare, fuori dalle prerogative costituzionali,  a dieci persone non elette l’individuazione dei contenuti politici ed economici del prossimo Governo? 2) è possibile legittimare una premiership diversa da quelle proposte agli elettori? 3) è corretto  protrarre la vacanza democratica per un tempo ulteriore e indefinito, non ostante le recenti elezioni? 4) la continuazione di un Governo (Monti) non eletto, al di là della sua legittimazione, può condizionare col suo operato (di ordinaria amministrazione)  le politiche di cambiamento volute in particolare dagli elettori del centro sinistra e del Movimento 5 Stelle?

Nel cercare una risposta a queste domande, non possiamo non considerare che:

  • l’unico soggetto politico in grado – per programma e per intenti dichiarati e per esito elettorale – di imporre un cambiamento reale nel governo del Paese era il Movimento 5 Stelle, che ha però rifiutato questa possibilità ritenendo inaccettabile un qualunque accordo coi partiti, con le motivazioni che sappiamo;  non vi è dubbio che si sia così perduta un’occasione di proporre/imporre al Centrosinistra (quale contropartita della fiducia, ovviamente condizionata) misure dirompenti  in campo giuridico ed economico;
  • il Movimento 5 Stelle, con ogni probabilità, avrà a questo punto un potere d’incidenza limitato nelle scelte che i saggi andranno a formulare a breve, in merito ai punti di programma del prossimo Governo di scopo;  potranno, certo, controllare e contestare, ma senza una maggioranza alla Camera e al Senato poco potranno fare;
  • non ostante le perplessità e i malumori, la scelta del Quirinale determinerà la presa in consegna dei desiderata, in particolare, del centro destra e del centro sinistra, nella logica del compromesso rispetto ai programmi elettorali;
  • tolti i punti comuni ai diversi programmi (riduzione del numero dei parlamentari, nuova legge elettorale etc.) difficile immaginare qualcosa di particolarmente incisivo rispetto agli interessi delle parti politiche più forti (legge sul conflitto di interessi, più efficaci norme anticorruzione, sul falso in bilancio etc), ai nostri vincoli con l’Europa (rinegoziazione del fiscal compact), supponendosi  già da ora, all’insegna del compromesso, scelte mirate al rispetto dell’agenda europea.

Al di là delle giuste reazioni a quest’ennesimo papocchio, permanendo il quadro delineato, l’augurio che possiamo farci è che si colga, finalmente, la necessità di una nuova forza politica realmente democratica (nei contenuti di programma e nella forma delle decisioni) e convincente, in termini elettorali, chiudendo per sempre con l’esperienza fallimentare dei partiti e dei movimenti in cui gli interessi personali o la volontà megalomane dei loro leader ha finito per soppiantare il bene comune.

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