Buon 1° maggio! Un proposta per creare nuovo lavoro

Sul lavoro il nuovo Governo, leggendo le anticipazioni del neo premier e del ministro dell’economia, parrebbe accingersi a riproporre vecchie e ingannevoli ricette neoliberiste, che lungi dal creare nuova e valida occupazione (a tempo indeterminato e ragionevolmente risolutiva per i milioni di disoccupati e inoccupati) continueranno a sottrarre risorse pubbliche a vantaggio di imprese e banche. E’ necessario invece rompere con politiche inefficaci, pensando nuove forme di lavoro e con esso un nuovo modello sociale ed economico, nell’ottica di una più equa distribuzione della ricchezza e di un benessere diffuso.

I.     E’ in atto una guerra dura e inapparente per il permanere di un’egemonia economico finanziaria, in Italia come  nella maggior parte del pianeta. La posta in gioco è il denaro pubblico, i beni comuni e quelli personali di milioni di persone. I miliardi di euro, innanzitutto, di tasse ed imposte sempre più stritolanti per la maggior parte della popolazione; e il patrimonio immobiliare degli enti pubblici che si vuole svendere (terre e immobili demaniali, monumenti etc.) col pretesto di ridurre il debito pubblico; beni comuni come l’acqua, l’ambiente, la terra. Ma anche le risorse personali dei privati, che l’eccesso di tassazione, l’aumento incontrollato dei prezzi, il bisogno disperato di liquidità, la schiavitù del gioco d’azzardo, delle droghe, della prostituzione strappano via per andare a incrementare, in buona parte, i conti bancari di potenti lobbies o gruppi malavitosi; in modo spontaneo o attraverso il braccio impietoso degli enti di riscossione, o della giustizia civile.

Questa lotta cruenta ha un bollettino di guerra di cui si conosce il numero delle vittime giunte al gesto estremo (oltre mille persone dal 2011), ma non i milioni di persone spogliate in tutto o in  parte dei beni e della capacità di auto sostentamento. Quanto meno conosciamo le mani che sottraggono subdolamente ricchezza: quelle, ovviamente, dei beneficiari finali. Non basta più limitarsi a capire che chiunque accumuli ricchezza oltre il ragionevole guadagno probabilmente lo  fa a danno di altre persone. E’ necessaria un’azione collettiva e politica, dura quanto è dura l’aggressione che stiamo subendo, conoscendo, prima, i meccanismi che fanno confluire la ricchezza in determinate tasche per interromperli, poi, o riportarli ad una misura accettabile nell’ottica di un’equa ridistribuzione.

Il cambio di paradigma dev’essere totale: prima dello “sviluppo”, della “crescita”, della “ripresa dell’economia”, dell’”obbligo di pareggio di bilancio”, della “messa in sicurezza dei conti pubblici”, parole sentite fino alla nausea da parte dei governi negli ultimi vent’anni, ci sono le persone coi loro diritti: quello di sopravvivere onestamente, innanzitutto, quello di realizzarsi come persone vivendo un’esistenza dignitosa. E’ la stessa Costituzione a dettare questa priorità, incardinandola non a caso nei primi articoli: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…”(art. 3, 2. co Costituzione), “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” (Art. 4, 1° co. Cost). E se è vero che “L’iniziativa economica privata è libera.” essa però “Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.” (Art. 41 Cost). La vera rivoluzione è questa: dare applicazione a questi principi scritti col sangue dei padri, e invocati ogni giorno da una moltitudine senza più tutela e rappresentanza politica.

Le politiche sul lavoro sono consistite, da decenni, nell’erogazione di miliardi alle imprese e al sistema finanziario, ai loro vertici spesso strapagati, senza con ciò evitare il licenziamento o l’esodo dei lavoratori stessi, favorito per giunta, attraverso la modifica dell’art. 18 Statuto dei lavoratori, dall’impossibilità del loro reintegro qualora fosse riconosciuta giudizialmente la mancanza di una giusta causa.

 

II. E’ importante partire dai dati che indicano le risorse finanziarie e i flussi di denaro pubblico e privato, la destinazione e chi se ne avvantaggia spesso ingiustamente; ma anche la misura della denegata ricchezza a beneficio del Paese e dei cittadini. Sappiamo che l’80% dell’Irpef (riferita al 2011) è pagata dai lavoratori dipendenti e dai pensionati; che gli imprenditori hanno guadagnato nel 2011, in media, 18.840 euro a fronte dei 20.020 dichiarati dai lavoratori dipendenti, e dei 42.280 dei lavoratori autonomi. Vanno in particolare evidenziati i 154 miliardi di tasse evase nel 2012, i 255-275 miliardi di economia sommersa, secondo l’Istat, nel 2008; i 266 miliardi di spesa nel 2012 per le pensioni. Più specificamente, i 33 miliardi di euro di trasferimenti alle imprese previsti per il 2013; i 27 miliardi nel 2011 quale controprestazione alle imprese per servizi resi (creazione di opere pubbliche attraverso gli appalti); la previsione di circa 233 miliardi di euro, nel 2012, per la  costruzione di grandi opere (compresa la Tav Torino-Lione). Solo la Fiat ha ricevuto “aiuti”, nel periodo 1977-2009, per 6,7 miliardi di euro  (Sole24ore 18.9.2012).

Ognuno può interpretare come crede questi dati, ma è evidente la loro anomalia e correlazione col crescente impoverimento di milioni di persone. Praticare al più presto una politica di riacquisizione (contro l’evasione fiscale) e di ridistribuzione della ricchezza sarà però cosa difficilissima, per l’aggressività e la scaltrezza dei detentori e acquisitori di ricchezza, per il loro potere sui media e su buona parte dell’attuale classe politica e dirigente. Il presidente della BCE ha rimproverato di recente le banche di non concedere prestiti a tassi ragionevoli, dimenticando di essere proprio la BCE a prestare agli istituti di credito e solo a loro, denaro a tasso bassissimo (1%). La politica del governo Monti e di quelli precedenti a favore di banche e imprese la conosciamo. Si rende pertanto necessaria e urgente un’inversione totale di rotta, dando finalmente centralità alla persona, ai suoi bisogni, al suo valore di cellula basilare di un organismo ferito, incapace di guarire se non viene prima ricomposto e nutrito riportandolo  alla sua armonica funzionalità.

Cosa, più del lavoro, insistiamo a dire, potrebbe ricostituire un tessuto sociale ed economico ridotto a brandelli, restituendo dignità alle persone e nel contempo creando le condizioni per la ripresa? Il lavoro più del reddito di cittadinanza, indubbiamente: diritto sacrosanto che andrebbe limitato ai soli casi di impossibilità a lavorare – oggettiva, per mancanza di lavoro, e temporanea.

 

III.     Quale lavoro? E’ necessario concepire una nuova tipologia di lavoro fuori dalle tradizionali categorie del pubblico (all’interno di una P.A. attraverso il superamento di un concorso) e del privato (autonomo, o dipendente da soggetti privati). Se molte delle principali finalità sociali costituzionalmente previste sono presidiate da strutture pubbliche stabili (sanità, difesa, polizia, giustizia, finanze etc.), altre finalità, anche collaterali o legate alle prime, sono spesso al di fuori delle competenze normate degli enti pubblici, e richiedono pertanto, per essere conseguite, o costose esternalizzazioni o la dilatazione della mano pubblica attraverso una nuova forma di lavoro. Un’attività, dunque, che rappresenti una risposta adeguata sia alle effettive, mutevoli e variegate esigenze sociali ed economiche del Paese, sia ai bisogni individuali poco o nulla tutelati, a cominciare da quello di auto sostentamento e di durevolezza del rapporto di lavoro. Il richiamo storico è quello al New Deal roosveltiano, richiamato di recente sia da Guido Viale che da Luciano Gallino come ricetta per l’Europa e per l’Italia: “Il New Deal fu un grande episodio di creazione diretta di occupazione da parte dello stato e conteneva anche un’altra grande lezione che soprattutto per l’Italia sarebbe importante: le assunzioni erano indirizzate a progetti e interventi ad alta intensità di lavoro che consistevano in una miriade di piccole opere distribuite su tutto il territorio e di grande utilità sociale. Qualche numero: tra il 1933 e il 1943 negli Usa hanno operato tre agenzie, una doveva occuparsi di progetti di conservazione del territorio e di progetti forestali, le altre due di opere pubbliche. Queste tre agenzie nel 1933 hanno occupato 4 milioni di persone in tre mesi, e non concentrati a Washington ma distribuendo l’occupazione su tutto il territorio, tra stati, enti locali, fondazioni. La disoccupazione che allora sfiorava il 25%, è stata fatta scendere di circa 11 punti, alla vigilia della seconda guerra mondiale.

Queste tre agenzie in dieci anni hanno dato lavoro complessivamente a circa 15 milioni di persone. Che cosa hanno fatto? Le due agenzie addette alle infrastrutture civili, costruirono 160.000 km di strade asfaltate e 800.000 km di strade di campagna. 85.000 ponti, 40.000 scuole, migliorato la funzionalità di un migliaio di aeroporti. L’agenzia che si occupava di conservazione di territorio ha assunto circa 2 milioni di giovani soprattutto a bassa scolarità – e quindi a rischio emarginazione, alcolismo, droga – che hanno piantato 3 miliardi di alberi, ha migliorato la dotazione ricettiva dei grandi parchi, ha costruito 16 dighe in uno stato in grande difficoltà come il Tennessee, cambiandone  il volto.

In sintesi, il New Deal è stato soprattutto un insieme di moltissime piccole opere diffuse sul territorio, di immediata e urgente utilità collettiva, ad alta intensità di lavoro, evitando le macchine che fanno il lavoro di 200 persone utilizzandone una sola. È un’esperienza cui ispirarsi e che allude alle necessità inevase del nostro paese. Che ha mille emergenze: il 50% delle nostre scuole non sono a norma per quanto riguarda la sicurezza, con gravi problemi di stabilità degli edifici. I nostri acquedotti perdono il 40% dell’acqua, il dissesto idrogeologico è drammatico e ogni volta che piove ci scappa il morto con migliaia di ettari che vengono compromessi e sottratti all’uso agricolo. La gran parte dei nostri ospedali – il 70% – sono del tutto inadatti alle attuali esigenze mediche e andrebbero ristrutturati. Ci sarebbe un gran bisogno di una politica di risparmio energetico, a partire dall’eliminazione della dispersione termica delle nostre case.” (“Un nuovo piano del lavoro per l’Europa” – 20 marzo 2013 – sul sito www.umbrialeft.it).  

La proposta è condivisa e sostenuta anche da Guido Viale: “Si tratta allora di promuovere in ogni territorio, in ogni città, in ogni quartiere, delle conferenze per mettere a punto progetti e iniziative che nessun governo centrale o regionale sarà mai in grado di definire; ma che è il modo migliore per dare concretezza alla proposta di Luciano Gallino di creare occupazione attraverso un vasto programma di opere pubbliche e di interventi locali. Un programma ambizioso; ma soprattutto una “casa comune” per chi non intende accettare le scelte dell’establishment. E però, come impedire che della casa comune cerchi di appropriarsi qualcuno con le proprie truppe e le proprie bandiere per portarla ancora una volta a fondo?” (il manifesto del 26 aprile 2013)

Il nuovo lavoro dovrebbe  presentare queste caratteristiche:

1.      Sotto l’aspetto sociale ed economico.

 

·         Di fabbisogno reale emergente dagli ambiti locali – comunale, provinciale e regionale – invece che “attribuito” dall’alto;

·         Che derivi da progettazioni e da strategie ampiamente condivise all’interno dei  territori, da parte delle comunità che vi fanno parte, e dalle istituzioni e dai soggetti portatori di competenze e di interessi collettivi;

·         Radicamento nei settori  ritenuti strategici (Ambiente, industria, agricoltura, scuola e formazione, valorizzazione e gestione del patrimonio culturale, infrastrutture, servizi sociali;

·         Tendenziale svolgimento all’interno della comunità di appartenenza;

·         Duttilità, flessibilità e varietà in relazione ai mutevoli fabbisogni dei territori, con impiego diretto dei lavoratori fino alla realizzazione del progetto, garantendo loro una stabilità di rapporto attraverso il loro impiego in ulteriori progetti, salvo che non vengano assunti in imprese private o in enti pubblici.

 

2.      Sotto l’aspetto personale.

 

·         Valorizzazione delle capacità e aspirazioni del lavoratore;

·         Versatilità dei lavoratori all’interno dei diversi settori e progetti, attraverso adeguata formazione e addestramento anche all’estero;

·         Durevolezza del rapporto di lavoro sia permanendo nello status lavorativo in questione, sia attraverso l’assunzione presso un ente pubblico o un’impresa privata con un contratto a tempo indeterminato.

    Per le caratteristiche anzidette, il lavoro in questione si attaglia più di ogni altro alle esigenze di flessibilità che sempre più la società e l’economia richiedono; senza però presentare gli svantaggi di determinate forme contrattuali prive di garanzie per i lavoratori, che creano una condizione  inaccettabile di precarietà (per non dire del lavoro in nero, fuori da qualunque controllo di legalità).

Questa tipologia di lavoro sarebbe una soluzione, oltre che come risposta alla crisi occupazionale:

·         per le ripresa (ragionevole) dei consumi, causa della morìa incessante di ditte, imprese, esercizi commerciali;

·         per supportare l’attività istituzionale degli enti pubblici, come quella di tutela del territorio (bonifiche dei terreni inquinati dai veleni, ripristino dal dissesto idrogeologico, pulizia e creazione di servizi nei litorali), la creazione di infrastrutture, la valorizzazione e la gestione del patrimonio culturale e architettonico, la messa in sicurezza degli edifici scolastici;

·         per il rilancio dell’agricoltura;

·         per sostenere, temporaneamente, le imprese meritevoli in difficoltà attraverso l’inserimento di mano d’opera o di giovani specializzati, nella prospettiva di una loro assunzione a tempo indeterminato;

·         per supportare le industrie inquinanti e i territori nell’attività di riconversione degli impianti;

·         per ridurre al minimo gli appalti pubblici (e, con essi, i fenomeni di corruzione e il consumo esorbitante di risorse) e gli aiuti in denaro alle imprese.

 

IV. L’organizzazione

Le regioni, per competenze e disponibilità di risorse, sono le istituzioni più idonee a gestire questa tipologia di lavoro, attraverso alcune strutture:

1)      Le consulte, tante quanti sono i settori strategici (ambiente, industria e commercio, patrimonio culturale, agricoltura, infrastrutture, scuola e formazione, servizi sociali), su base provinciale, collegate con tutti i comuni, e con un coordinamento regionale. Compito delle consulte sarebbe quello di: 1) favorire e coordinare la progettualità dei territori (dalla rilevazione dei fabbisogni alla verifica dei risultati, interagendo con le comunità) dentro strategie coerenti e migliorative del settore; 2) individuare e quantificare le professionalità sui territori necessarie per supportare i diversi progetti; 3) rilevare i fabbisogni formativi dei lavoratori da coinvolgere nei progetti per avviarli in percorsi anche di alta specializzazione, in Italia e all’estero (struttura da creare ex novo).

Fanno parte delle consulte i sindaci dei paesi, i portatori di competenze (istituzioni, esperti, rappresentanti delle associazioni e dei movimenti attivi nei diversi settori).

2)      L’Agenzia regionale per il lavoro (istituita in Sardegna nel 2005), di cui fa parte anche l’Osservatorio regionale del mercato del lavoro, e i Centri dei servizi per il lavoro (creati nel 2003 su base provinciale e sostitutivi degli uffici per il collocamento), collegati con tutti i comuni.  Strutture da riorganizzare per preordinarle alle nuove finalità.  

 

V. Lo stato giuridico ed economico dei lavoratori

 

Sarebbero coinvolti in questa tipologia di lavoro tutti i residenti nei territori (compresi gli stranieri residenti da almeno 5 anni e in regola col permesso di soggiorno), privilegiando i giovani e i disoccupati.

I lavoratori dipenderebbero giuridicamente dall’Agenzia regionale per il lavoro e funzionalmente dai direttori dei lavori responsabili esecutivi dei progetti territoriali. Contrattualmente, dovrebbero avere i diritti e di doveri dei dipendenti degli enti locali. L’incarico loro conferito dal Centro dei servizi per il lavoro non potrebbe essere rifiutato più di un certo numero di volte. Non dovrebbe  essere rifiutata neanche la formazione – d’ingresso, di carattere generale, e, successivamente,  finalizzata al progetto specifico. La formazione iniziale dovrebbe integrare quanto più possibile le eventuali carenze  culturali dei lavoratori scarsamente scolarizzati. Il contratto di lavoro dovrebbe prevedere un periodo di prova, superato il quale dovrebbe avere una durata di almeno tre anni, nella prospettiva di un’assunzione a tempo indeterminato presso l’Agenzia o presso una delle imprese dove ha prestato servizio. L’orario di lavoro, salvo eccezioni, dovrebbe essere di 6 ore giornaliere escluso il sabato.

Lo stato economico dovrebbe prevedere una retribuzione mensile di 800/1000 euro (al lordo delle trattenute fiscali e previdenziali) a seconda del lavoro da svolgersi e della qualificazione. Per il lavoratori in possesso di un più alto livello di specializzazione, richiesto nei progetti dove andrebbero ad operare,  potrebbe prevedersi un orario ridotto a 4/5 ore al giorno, compatibili con altre attività lavorative che non producano però un reddito superiore ad una data cifra.

 

VI. Le risorse. I numeri.

Non considerando, al momento, le risorse incamerabili attraverso adeguate economie di spesa, la lotta all’evasione fiscale e all’economia sommersa, deve tenersi conto delle risorse presenti nei bilanci regionali.

La Giunta della Regione Sardegna – pur considerando l’ostentata volontà di violare il patto di stabilità  – ha preannunciato una serie di strategie (sette) politico-economiche e le risorse che necessitano, indicative di una potenzialità di spesa (vedi La Nuova Sardegna del 30 marzo 2013). Queste le più significative:

Seconda strategia. (Titolo: “Educazione”)(include le politiche per il lavoro, l’istruzione, il diritto allo studio, il contrasto  alla dispersione scolastica, alla ricerca, e l’innovazione tecnologica)  = 332 milioni;

Terza strategia (Titolo: “Patrimonio culturale”) = 38 milioni di euro

Quarta Strategia (Titolo: “Ambiente e territorio”) = 476 milioni di euro

Quinta strategia (Titolo: “Più vicini al bisogno”)(Riguarda i servizi alla persona) = 3 miliardi e 700 milioni

Sesta strategia (Titolo: “L’economia e lo sviluppo del tessuto isolano”) = 353 milioni di euro

Totale delle risorse previste 4 miliardi 899 milioni di euro.

Si tratta di risorse di notevole consistenza, sulle quali vanno però tenuti presenti non solo i recenti  vincoli di spesa ma anche la presenza, al loro interno, di somme già impegnate per spese fisse. Anche escludendo tali somme, le risorse indicate costituiscono un punto di partenza imprescindibile per una prima valutazione riguardo alla sostenibilità della spesa necessaria per avviare questa nuova tipologia di lavoro.

Il fabbisogno di spesa deve considerare il numero di lavoratori attualmente disoccupati o in cerca di lavoro, che in Sardegna l’Istat quantifica in 112.000. Andrebbero però anche considerati gli inoccupati che presumibilmente sono almeno il doppio di quelli disoccupati (circa 200.000)(considerando i 572.000 occupati e i circa 437.000 pensionati su una popolazione di circa 1 milione e 600 mila residenti), potenzialmente interessati ad un’attività lavorativa o ad un sostegno economico attraverso il reddito di cittadinanza.

La spesa necessaria per immettere nel mondo del lavoro i 112.000 disoccupati sarebbe di 1 miliardo 344 mila euro

Corrispondere un reddito di cittadinanza di 500 euro a 200.000 inoccupati comporterebbe invece una spesa di 1 miliardo e 200 milioni.

Con una spesa totale di 2 miliardi e 544 milioni di euro annuale si garantirebbe così il lavoro e il sostegno economico alla comunità dell’intera isola. Le risorse su indicate parrebbero rendere sostenibile questa spesa.

Sassari, 28 aprile 2013

                                                          Giovanni Nuscis


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