20 OTTOBRE 2017. PROGETTO OTTOBRE IN POESIA. SERATA DEDICATA AL RICORDO DI ANGELO MUNDULA. IL MIO INTERVENTO

 

Qualche riflessione sulla poesia e l’opera di Angelo Mundula,
per sottolinearne la grandezza.

Giovanni Nuscis

 

Care amiche e amici, nel porgervi il mio saluto, vi dico subito che con la vostra presenza contribuite oggi a rendete omaggio a uno dei figli più nobili di questa città – la nobiltà dello spirito, naturalmente, e non lo status che deriva dal denaro e dal potere, o dalla rendita di posizione familiare o professionale.
Ciò che mi auguro, è che il mio intervento e quello degli altri relatori sappiano suscitare o rafforzare l’interesse alla lettura e all’approfondimento dell’opera del nostro Angelo Mundula, e con esso l’affetto e la passione contaminanti che merita.
L’esserci ritrovati qui, oggi, nella sobria solennità di questa iniziativa, ci dice una cosa importante, e cioè che i poeti e gli artisti autentici vivono per davvero oltre la loro vita terrena. Ed è bello poterlo constatare soprattutto quando sappiamo che il poeta non ha avuto, proprio nel luogo in cui ha trascorso un’intera vita, l’ascolto e l’attenzione critica che meritava; per congiunture dovute al suo signorile, dignitoso rifiuto di autopromuoversi, certo, ma non soltanto.
Il poeta e l’uomo, è bene ricordarlo, erano un tutt’uno nei valori e nella postura. Vorrei dirvi che uso queste parole non senza rammarico, perché questa città ha un debito grande nei confronti di Angelo Mundula: un debito di attenzione e di comprensione almeno pari al quasi totale silenzio sul suo nome; e non inferiore all’apprezzamento riservatogli, invece, nel corso dei decenni, dai massimi studiosi e critici di livello nazionale, come testimonia la copiosa mole di recensioni e scritti a lui dedicati. Ciò mentre si dà e si continua a dare spazio a più abili ma accattivanti sponsorizzatori di sé stessi. Parlo di debito, ma è forse più corretto parlare di restituzione, perché far parte di una comunità dovrebbe comportare, almeno, il fraterno, minimale riconoscimento di appartenenza ad essa, prima ancora del giusto valore di uomo e di poeta.
Ben venga perciò questo spazio di cui ringraziare gli organizzatori del Progetto Ottobre in Poesia, che proprio quest’anno festeggia il suo decennale, e in particolare il suo direttore artistico Leonardo Onida.
Quando viene a mancare un poeta il dolore è sempre doppio, perché non si limita alla persona fisica; venendo a mancare il suo sguardo sensibile e spesso divergente sul mondo e su di noi; un dolore compensato dal suo restare diversamente vivo attraverso le sue opere; presenza-assenza che talvolta si espande miracolosamente ben oltre i luoghi in cui aveva vissuto, oltre la cerchia degli affetti familiari e quella degli estimatori che lo conobbero e apprezzarono in vita. Questo è il destino che noi ci aspettiamo per Angelo Mundula, che ha lasciato in ogni sua opera doni non deperibili che ci accrescono, ci spiazzano, ci commuovono, se abbiamo solo la pazienza di ascoltare e leggere in profondità. Perché non solo il produrla, l’arte, richiede dedizione e pazienza; in un tempo, il nostro, in cui molti doveri fittizi risucchiano ormai per intero le giornate e le residue energie che ci restano, rubandoci poco a poco lo spazio delle relazioni e degli affetti. Nel suo intervento “Le ragioni del cuore” (Dialoghi) egli scriveva: “Il mondo migliora da noi e ci migliora. La luce che da noi emana illumina gli altri ma, prima ancora, illumina noi stessi. Nel processo di dare –avere che è l’essenza dell’amore, ciò che abbiamo dato ci viene puntualmente restituito.”
Angelo Mundula è nato a Sassari 16 gennaio 1934, città dove ha sempre vissuto svolgendo la professione di avvocato, e ci lasciati il 28 luglio 2015. Riguardo alle sue opere, voglio qui ricordarle, quelle di poesia e quelle in prosa:
• Il colore della verità (1969)
• Un volo di farfalla (1973)
• Dal tempo all’eterno (1979)
• Ma dicendo Fiorenza (1982)
• Picasso fortemente mi ama (1987)
• Il vuoto e il desiderio (1990)
• Per mare (1993)
• (con Giorgio Bàrberi Squarotti e Giuliano Gramigna) La quarta triade (2000)
• Americhe infinite (2001)
• Vita del gatto Romeo detto anche Meo (2005)
• Il Cantiere e altri luoghi (2006).
Prosa
• Tra letteratura e fede (1998)
• L’altra Sardegna (2003).
• Dialoghi (2011).
• L’infinita ricerca – in prosa e poesia alla caccia di Dio (2014).
Angelo Mundula è presente in prestigiose antologie e in numerosi saggi italiani e stranieri.
Tra i tantissimi che hanno scritto sulle sue opere, vanno almeno ricordati: Mario Luzi, Carlo Betocchi, Giuliano Gramigna, Giorgio Bàrberi Squarotti, Dante Maffia, Franco Fresi, Stefano Jacomuzzi, Pietro Civitareale, Franco Loi, Nicola Tanda, Manlio Brigaglia, Renzo Cau, Ferruccio Ulivi, Giacinto Spagnoletti, Achille Serrao, Bruno Rombi, Guido Zavanone, Alberto Cappi, Carmelo Mezzasalma, Oliver Friggeri.
*
Angelo Mundula era un poeta “letteratissimo”, nella sua poesia Del fare scriveva: “Oh se potessi non scrivere /lasciando queste parole in cambio/ di quel che dicono! / Oh se potessi
finalmente trovare il mio vero /esistere votando la mia vita /alla vita dell’altro. Ma sono /un uomo impastoiato dalle parole /di questo antico suono che mi strugge. /Vado cercando vita ove la vita fugge.”
Egli era dunque un lettore onnivoro e appassionato, recensore dei protagonisti della letteratura del secondo novecento, come testimonierà l’immenso epistolario curato per anni dalla moglie Caterina; collaborando con le terze pagine di molti quotidiani nazionali e, per circa vent’anni, con l’Osservatore romano, oltre che con un gran numero di riviste letterarie. Aveva un’attenzione e una curiosità naturali, sia per la letteratura sia per la realtà di ogni tempo e luogo, che ha indubbiamente favorito una sintonia del suo discorso poetico con temi e autori della grande letteratura; un dialogo continuo, a distanza, riscontrabile in molti suoi testi. Una vocazione dunque universale, ma per nulla in contrasto con l’attenzione e l’amore per la sua Isola – paradigma di una condizione e di una identità etnoantropologica, di un dolore atavico – tolstoianamente riconducibili, pur con la specificità dei contesti (in particolare, nelle raccolte poetiche “Per mare”, “Americhe infinite” e “Il Cantiere e altri luoghi”), ad una condizione, appunto, universale dell’uomo. Nulla sarebbe più ingiusto, pertanto, di relegarlo in un perimetro locale, regionale.
Riguardo alla poesia di Angelo Mundula, si coglie fin dalle prime raccolte la profondità di uno sguardo capace di cogliere l’essenziale, il senso stesso dell’esistere. Pietro Citati scriveva di “Una singolare combustione di curiosità metafisica, passione, ironia, fede nella poesia, spessore metaforico, taglio colloquiale”. Non molto diversamente, Giorgio Bàrberi Squarotti lo definiva “un grande poeta metafisico che ricompone l’idea della poesia come discorso dell’essere e del vero…”.
Altro aspetto caratterizzante è la sobrietà e naturalezza di eloquio, la limpidezza adamantina dei contenuti, ben lontani dal furbo e vacuo espressionismo di molta poesia, incapace di arrivare al lettore, che nulla gli lascia. Il suo “strenuo resistenzialismo etico-religioso”, scriveva Pietro Civitareale, gli imponeva infatti un’etica precisa nel rapporto col lettore: un parlare da anima ad anima, seppure con ironia, sempre bonaria. Il risultato è che le sue poesie e suoi scritti non hanno bisogno di interpreti: essi raccontano da soli l’uomo e il poeta Mundula. La chiarezza, va ancora ribadito, è dunque la sua cifra stilistica, come egli stesso scrive, nel suo ultimo libro “L’infinita ricerca: “Amo la chiarezza / nella vita e nel verso / questa doppiezza che / mi fa essere libero e leale / quando penso…”). Una ricerca aperta, profonda e inesausta, come già accennato, sia interiore sia rivolta ad accadimenti e al variegato mondo dell’attualità, della produzione libraria e artistica.
Dobbiamo anche ricordare che AM è stato non soltanto autore e studioso di poesia, ma coerente interprete di un’idea di poesia severa e testimoniale. In un suo intervento, “Quando il verso diventa un’alchimia di parole” (Dialoghi), richiamando le parole di Mario Specchio che afferma che gran parte delle poesie di oggi verrà ricordata anche “per parole vuote, che furono pronunciate per colmare l’assenza e non per testimoniare”, aggiunge “chi scrive non dimentica che la poesia è lettera e spirito, secondo la celebre distinzione di san Paolo, grandissimo scrittore oltre che sommo teologo, e l’una non può, né deve prescindere dall’altro. Per contro, i testi che ci vengono proposti oggi sono perlopiù una ridda di significanti e un’assordante accozzaglia di suoni. Talvolta mere forme vuote, senza contenuto (tantomeno contenuti). La poesia ha perduto l’anima o la sta perdendo. Perciò non comunica più al lettore, se non attraverso forzature pubblicitarie ove la mediocrità viene contrabbandata con grandezza. Vano è ormai parlare dei valori spirituali della poesia, della sua capacità di diffondere un’idea più alta e nobile della vita, di accrescerne la conoscenza, a cominciare da quella conoscenza interiore – la più ardua, la più necessaria – senza la quale non si dà più conoscenza, non si fanno davvero molti passi avanti nella conoscenza dell’altro e del mondo.” E conclude scrivendo “La parola è lo strumento, non il fine della poesia. Il fine è una poesia che parli ancora all’uomo, soprattutto di questi tempi non proprio degni di lui, e lo conforti nel suo essere uomo in mezzo ad altri uomini. Questo è l’alto compito della poesia. Il resto è soltanto la sua deplorevole maschera.”
La poesia di Angelo Mundula è caratterizzata da altri due temi fondanti: la fede e la verità. Egli scrive: “Solo pensando che la poesia sia tutto / che la poesia sia Dio o almeno / per guardare verso una scintilla del divino /solo pensando questo / si può scrivere una poesia / come recitando una preghiera / ogni volta facendo qui / una professione di fede” (Professione di fede – da “L’infinita ricerca”). Ciò vorrebbe dire che se quel “primo verso del poeta è sempre regalato da Dio”, per superare l’impasse che spesso ne segue, e proseguire e completare il testo, allora anche i successivi versi sono ottenuti col soccorso di Dio. Poiché l’uomo”, scrive Mundula, “da solo con le sue sole forze, non è capace di venirne a capo, ha bisogno di Dio…” La poesia, che “nasce da un bisogno di verità, dalla necessità di cercarla e di rappresentarla…” nasce ed è sorretta sempre dalla fede. Nel suo intervento Un silenzio pieno di parole (Dialoghi) egli scrive: “La fede negata (o solo dimenticata nel fondo del cuore) è riemersa nelle immagini, nelle parole della poesia. Che è nata, non dimentichiamolo, come poesia religiosa, come preghiera, appunto. Del resto non c’è quasi poesia che non sia poesia, sia pure latu sensu, “religiosa”, se è vero che ogni poeta che sia tale è chiamato all’ascolto delle ragioni profonde che regolano la nostra vita, la nostra storia e il nostro destino, l’ordine terreno e l’ordine che ci sovrasta.”
Per questa ragione, davanti alla verità e al divino la bellezza viene in secondo piano; o, meglio, la bellezza è costituita proprio dalla verità luminosa e dal divino, dalla sua irrinunciabile ricerca. E non può dunque considerarsi bel verso l’esito di vuota originalità e di asettica sapienza retorica. Il bel verso è perciò altro, secondo Angelo Mundula, “immisurabile col piede lento / dell’uomo col suo incerto passo / qui il verdetto viene dall’alto / e nessuno lo conosce se non il giudice supremo nascosto chissà dove / chissà in quale verso“ (Il bel verso).
La sua poesia, negli ultimi anni, è divenuta ancor più preghiera, consapevole forse della graduale distanza dal mondo quanto più la sua ricerca lo avvicinava alla sua essenza, al suo mistero; quanto più egli volgeva lo sguardo in alto, sempre più in alto, nella calda pace di un abbraccio eterno.

 

Davanti alla tomba del poeta

Quando passerai davanti alla mia tomba
non domandarti mai se la mia opera
durerà ancora per un anno o un secolo
e se il mio verso sia caduto nella fossa
morendo col mio corpo né muoverti
a pietà per quel che resta di me
imprigionato nel marmo di un sepolcro.
Mai sarò così libero come quando
la terra mi accoglierà nel suo grembo
e l’anima mia non ne temerà il gelo
né il suo peso né il tempo che verrà a
cancellare ogni umana impresa.
Essa va leggera ove il tempo si
ferma per sempre e tutto ciò che
da essa è prodotto si offrirà all’uomo
come perpetuo dono indenne della morte
dalla morte fatto più forte
e tanto durerà sopra la terra e in cielo
quanto più risplenderà della sua
celeste sostanza d’amore.
Perciò se di pietà sarai capace
abbi pietà soltanto del poeta
che sia mancato al suo compito
che abbia perduto in vita la sfida con la morte.
Gli anni i secoli i giorni non contano
davanti a una tomba. Assai più
conta quel respiro eccelso che fa
eterno il nostro debole fiato.

Il grande desiderio

Oh se potesse il mio povero verso
salire come un uccello
nel cielo più alto e vedere per me
per un momento il Padre eterno
nella sua eterna attesa.
Lui soltanto può annullare d’un colpo
tutta la nostra colpa e fare spirito
della nostra carne offesa.
Io posso dirvi soltanto ciò che
sente un uomo col suo senso
limitato col suo debole sguardo.
Mentre il cuore reclama
la mente vuole non più parole
ma sempre più Parola.
Come chi abbia visto tutta la terra
ed altra ne cerchi da ogni parte
più degna più salutare. Per
Una salvezza totale.

 

La via breve

Via via che m’incammino verso
l’inevitabile uscita sento
che l’anima si affina per
passare più svelta nell’al di là
e quasi sfuggendo a ogni controllo
(talvolta anche col Padreterno
è lecito scherzare) imboccare
la via più breve per il Regno
passando quasi di soppiatto
tra il tempo e l’eterno ché
l’uno senza l’altro non ha senso
e da sempre lo cerca.

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One response to this post.

  1. Un bel ricordare, con stima, un grande poeta della nostra terra.

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