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……1994 ?! 2011/……

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Il governo Berlusconi è finito. E’ ciò che in tanti, e da tempo, desideravamo, stanchi delle leggi ad personam, della pessima condotta istituzionale e privata del premier, delle scelte e delle non scelte sciagurate di questo governo, in tutti i settori, dalla scuola all’economia. Il peggior governo che si ricordi. Stava iniziando una stagione di violenza, fermata forse per tempo, anche grazie all’impegno infaticabile di un capo dello Stato che ricorderemo a lungo, con gratitudine e affetto.

Chiunque sarà chiamato a governarci, a breve, e per breve tempo, lo farà senza investitura popolare, considerata la gravità di una situazione economica sminuita fino all’ultimo, è bene ricordarlo, dal capo del governo uscente. Non per questo, però, il premier subentrante sarà meno responsabile nei confronti dei cittadini dei quali dovrà tutelare, primariamente, gli interessi; soprattutto di quelli che nulla hanno, o ai quali molto è stato tolto. Vogliamo infatti ritenere infondato il timore che invece, more solito, si andrà a tutelare gli interessi dei soliti noti, ma anche quelli di soggetti finanziari e politici oltre frontiera, sotto le mentite spoglie (ma non più di tanto) di atti formali delle istituzioni europee.

Ciò che si vuole e ci si aspetta – assunti i provvedimenti indilazionabili che è giusto far gravare sui reali responsabili della crisi, sulla casta politica ed economica e sulle categorie sociali più abbienti – è che si creino le condizioni per una reale rinascita del paese, ridando speranza alle tante persone che l’hanno perduta, in questi anni. Valorizzando al meglio le straordinarie risorse della penisola, il suo ingegno millenario nell’arte, nella ricerca, nella produzione, nel commercio, nell’artigianato, nel turismo.

Siamo stati per diciassette anni in balia degli interessi, dei capricci e dei piaceri di un uomo e della sua estesa e famelica corte, che ha difeso fino all’ultimo l’indifendibile, per servilismo e tornaconto personale; lo hanno fatto con tale arroganza e malafede da non poter essere perdonati. Non può essere la politica l’approdo di questa becera categoria antropologica. Dopo avere tanto sofferto e rinunciato non siamo più disposti a vederci rappresentati da persone indegne. Attendiamo dunque con fiducia il corso concitato di questi ultimi eventi, ma vigili, come sempre.  

Paolo MESSINA (Palermo 1923 – 2011). Nel ricordo di Flora Restivo

Due parole su Paolo Messina

Di più non le avrebbe gradite.

 

Domenica è mancato il poeta, drammaturgo, saggista, uomo di cultura ad amplissimo raggio, Paolo Messina. Non me l’aspettavo, non ce l’aspettiamo mai dai grandi personaggi, li si vorrebbe eterni, ma non è così che funziona.

Non era malato, se non di quella immensa malinconia che era impastata col suo essere, tuttavia, non c’è più ed io ne sentirò la mancanza.

Persona non facile, sincero fino all’osso, talvolta scontroso, forse anche duro, ma talmente grande che il tempo trascorso ad ascoltarlo, sembrava sempre poco.

Ti strabiliava con la sua cultura, mai esibita, ti destabilizzava con quell’amarezza che traspariva, malgrado il suo “aplomb” da gentiluomo d’altri tempi, da frasi, parole, accenti.

Non farò un “coccodrillo”, non amo questo genere di omaggi e, sono certa che lui ne riderebbe, parlerò dell’uomo, con cui ho tante volte conversato, della sua grandezza, non abbastanza riconosciuta nella sua terra, ma accreditata altrove, persino all’estero. I suoi lavori teatrali, in specie “Il muro del silenzio” e “Le ricamatrici”, sono state ampiamente rappresentate in tutto il mondo, altre quattro ne ha scritte, fino al 1985, poi si è occupato solo dei suoi studi.

In poesia e parlo di poesia in dialetto, è stato un grande innovatore, sfondando il muro delle ovvietà e delle insulse cantilene che avevano impantanato (e, ahimè, ancora impantanano, cosa che lo faceva imbufalire), l’espressione poetica in siciliano. Non voglio infilarmi in un’indagine sul come, perché, con chi, Messina ha mosso i suoi passi nella direzione in cui li ha diretti e che non mutò mai per tutta la vita, questo, mi auguro che ci saranno altri a farlo.

Io voglio andare al di là di notizie che, con metodo e buona volontà, si possono trovare abbastanza facilmente, e mi richiamo, nella fattispecie, ad un attento saggio che il poeta e sicilianista Marco Scalabrino, ad esempio, gli ha dedicato, non molto tempo fa, desidero, piuttosto, esprimere quanto mi abbia gratificato l’apprezzamento che ha sempre mostrato per i miei scritti e le parole lusinghiere che non mi ha mai fatto mancare, lui, il “babau” di tanti e tanti, i libri che mi ha mandato e dedicato e che io tengo infinitamente, cari.

Era un momento di gioia pura quando, ogni tanto, a sera, squillava il telefono e, al mio “Pronto?” m’arrivava l’inconfondibile voce, con quella particolare cadenza che, poco o nulla, aveva di palermitano. Allora, si parlava di tutto, ma, soprattutto, ascoltavo.

Parlava di sé, della guerra, di quell’esperienza terribile, vissuta in un modo che ricordava il famoso film “Mediterraneo”, degli insulti e critiche feroci che provocò la sua visione della poesia, quasi fosse un iconoclasta, pochissimo del suo privato, solo della moglie tanto amata, di cui si occupava con abnegazione ammirevole, dei soggiorni in Francia (parlava un francese perfetto, oltre al tedesco), della vita di ogni giorno, la sua, la mia.

Non potrò farlo più, ma ciò che ha scritto continuerà a parlare, nei decenni e secoli a venire, ciò che mi ha detto, resterà nel mio cuore, finché avrò vita e mente per ricordare.

Parole semplici, quelle che usiamo per chi ci è veramente caro, così desidero omaggiare un grande e con questa sua poesia, che lui non ha tradotto e che mi permetto di tradurre io, scusandomi se non avrò saputo renderla al meglio, ma l’ho fatto all’impronta.

VERSI PI LA LIBIRTA’

Ammanittati lu ventu

si criditi

ca vi scummina li capiddi

lu ventu ca trasi dintra li casi

pi cunurtari lu chiantu.

Ammanittati lu chiantu

si criditi

di cuitari lu munnu

lu chiantu ca matura ‘ntra li petti

e sdirrubba li mura

e astuta li cannili.

Ammanittati la fami

si criditi

d’addifinnirivi li garruna

ma la fami nun havi vrazza

lu chiantu nun havi affruntu

lu ventu nun sapi sbarri.

Ammanittati l’ummiri

ca di notti vannu pi li jardina

a mettiri banneri supra li petri

e chiamanu a vuci forti li matri

ca nun hannu cchiù sonnu

e vigghianu darreri li porti.

Ammanittati li morti

si criditi.

*

Ammanettate il vento

se pensate

che vi scombini i capelli

il vento che entra nelle case

per consolare il pianto.

Ammanettate il pianto

se vi illudete

di chetare il mondo

il pianto che matura nei petti

e abbatte i muri

e spegne le candele.

Ammanettate la fame

se vi sta a cuore

di proteggervi i polpacci

ma la fame non ha braccia

il pianto non conosce vergogna

il vento non tollera barriere.

Ammanettate le ombre

che di notte vanno per i giardini

a mettere bandiere sulle pietre

e chiamano con voce forte le madri

che senza più sonno

vegliano dietro le porte.

Ammanettate i morti

se ne siete capaci.

1955. Paolo Messina aveva 32 anni.

Stato di necessità

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Sì, ci dichiariamo democratici e contro la violenza, ma se giungesse la notizia che il premier e i suoi ministri sono usciti dalla scena in malo modo, quanti si strapperebbero i capelli per il dispiacere? Qual è il sentimento e il desiderio autentico degli italiani? Perché è quello che conta, più che le dichiarazioni opportune, più dell’ipocrisia o della pacatezza normalizzante dei tigì che rendono ovvio l’inaccettabile. Il punto è questo: non vi è rappresentanza senza comunanza di intenti tra rappresentato e rappresentante. Un avvocato, un mandatario, un consiglio di amministrazione, un delegato a vario titolo assumono l’obbligazione di rispettare quanto ad essi demandato dal titolare del diritto (che in politica è la comunità quanto quanto il singolo). E quando questo non avviene, per incapacità personale o perchè gli atti sono difformi dalla volontà del rappresentato, dette figure perdono la legittimazione a rappresentare. Questo non avviene in politica; o, meglio, in quella italiana. Ho sperato e continuo a sperare che l’ignobile consorteria – dove s’intreccia politica, sesso, affari privati e compravendita di voti e di nomine pubbliche – se ne vada con le proprie gambe, come chiede la maggior parte dei cittadini e i partiti dell’opposizione. Sappiamo però che, con ogni probabilità, questo non avverrà.

E allora? Continueremo ad urlare il nostro diritto di essere ben rappresentati e rispettati, invocando principi e regole sempre più lontani dai comportamenti politici reali?

C’è scontentezza persino nella base dei partiti della maggioranza, per le incoerenze dei loro leader. Il permanere alla guida del Paese, anche se contestati ormai dalla maggior parte degli italiani, viene resa possibile non da un reale principio democratico, ma da una tragica carenza ordinamentale, che non prevede forme di dimissionamento per situazioni come quella, drammatica, che stiamo vivendo.

Vale però la pena ricordare che “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.” La passività di fronte a questo stato di cose non è dunque consentita. Cosa resta da fare, allora, ai cittadini? La crescente contrazione del diritto alla sopravvivenza (“La Repubblica tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività…”) – di questo si tratta, per i giovani e i milioni di indigenti – restando così le cose, potrebbe portare ad una sorta di “stato di necessità” innescante, a sua volta, un pericoloso meccanismo di autotutela. Diverso, dunque, dalla violenza vista a Roma nei giorni scorsi, ma ancora più esteso e, a questo punto, incontrollabile. 

Non segheranno mai il ramo che li regge

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Alcuni giorni fa la sezione civile della Corte d’appello di Milano ha stabilito che Silvio Berlusconi fu corresponsabile della corruzione del giudice che, nel 1991, consentì alla Fininvest di diventare socio di maggioranza della Mondadori a danno della Cir di Carlo De Benedetti, condannando la Fininvest a risarcire 560 milioni di euro.

Non esiste purtroppo nel nostro ordinamento una norma che mandi a casa un capo del governo dimostratosi – per condotta pubblica e privata -indegno di ricoprire il ruolo istituzionale che riveste. Ciò che le cronache nazionali e internazionali hanno riferito su di lui in questi anni è evidentemente ancora al di sotto della sua soglia di vergogna e di senso dello Stato, ed ha infatti dichiarato che resterà al suo posto fino alla fine della legislatura, anche dopo l’ultima manovra economica –iniqua e spietata che poco o nulla intacca i privilegi della casta – che metterà ulteriormente in ginocchio la maggior parte degli italiani senza minimamente favorire la ripresa economica.

E’ di tutta evidenza che altri diciotto mesi di questo Governo, per lo sfacelo economico e il degrado etico che ha determinato, sono troppi a questo punto per chi ha sopportato anni in silenzio stringendo i denti. Otto milioni di italiani, secondo l’Istat, vivono al di sotto della soglia di povertà, con una spesa al di sotto di 992,46 euro al mese. Ma si è forse meno poveri se si sostiene ogni mese una spesa di 1.500 euro con una famiglia di tre o più persone? Sono noti i costi degli affitti, dei mutui, dei generi alimentari, della bollette, delle spese scolastiche e della benzina, per considerare le spese impreviste.

Chi, tolta la casta e i molti furbi che si sono avvantaggiati di questo sistema, non vorrebbe tornare alle urne scegliendo direttamente i propri rappresentanti politici, invece di farlo fare ad élite ristrettissime? Chi, a parte i diretti interessati, non desidererebbe che si dimezzi il numero dei parlamentari e dei consiglieri regionali beneficiari di privilegi inaccettabili? Che si cancellino province ed enti inutili, che venga meno la possibilità di concentrare incarichi su incarichi, remuneratissimi – di consigliere, presidente, arbitro e consulente – in capo allo stesso politico, manager, alto dirigente pubblico? Che le tivù e le radio di Stato, a fronte di un canone imposto con la forza agli italiani, non siano più la cosa misera che spesso sono, per omessa e incompleta informazione, per la sconcertante banalità dei programmi proposti che hanno contribuito alla disaffezione crescente dei cittadini dalla cultura e dallo spirito critico? Chi non s’aspetterebbe, invece, che costoro raccontassero lo sfascio e il dilagante malcostume con voce potente e indignata?

Vorremmo che anche le forze di opposizione urlassero più forte assieme alla gente, pretendendo le dimissioni di questo governo incapace e rappresentativo solo di sé stesso, e dell’orrida corte che lo tiene in vita; un’opposizione che, vista la gravità della situazione, avrebbe dovuto già da tempo lavorare a un nuovo e lungimirante progetto che dia risposte e soluzioni alle nostre molte attese, disegnando la società del futuro.

Cose, tutte queste, che non potremmo certo aspettarci nell’immediato, né senza fatica. Un uccello non taglia il ramo che lo sostiene, e spetterà dunque a noi, come cittadini, stare vigili sostenendo volta per volta, tra le molte iniziative popolari, quelle che ci sembreranno più serie e con possibilità di successo (come sono stati i referendum).

Avremmo voluto essere come gli islandesi che, stanchi di un Governo inefficiente, sono scesi in piazza a protestare con le pentole in mano riuscendo a farlo dimettere, giungendo persino a modificare la carta costituzionale, adattandola alle nuove esigenze. Il tutto civilmente, senza violenza, come se fosse la cosa più ovvia e scontata. Ma siamo italiani, con politici senza vergogna caparbiamente attaccati ai loro privilegi e alle loro ambizioni, e cittadini per lo più assuefatti alle piccole e grandi iniquità di ogni giorno. Sogniamo perciò uno tsunami che faccia sparire di colpo dalla vista il peggio di questa politica, sapendo che se qualcosa cambierà sarà solo per la sensibilità, la caparbietà e la capacità organizzativa di pochi, l’immancabile sale della terra. 

Vivalascuola. 2010-2011: bilancio di un anno bifronte

DAL BLOG LA POESIA E LO SPIRITO. RUBRICA VIVALASCUOLA a cura di Giorgio Morale e  Nives Camisa, Alessandro Cartoni, Michele Lupo, Roberto Plevano e Lucia Tosi

Questa è l’ultima puntata di vivalascuola dell’anno scolastico 2010-2011, a meno di urgenze impreviste. Un grazie di cuore a collaboratori e lettori e l’augurio di una buona estate a tutti.

2010-2011: i due volti dell’ultimo anno scolastico

di Tullio Carapella

Premesse

Descrivere con una formula sintetica l’anno scolastico che si sta chiudendo è cosa ardua se non impossibile. Il volto del 2008-2009, pure ricco di “momenti”, è in fondo facile da definire: è stato l’anno del feroce attacco alla scuola pubblica, che ha visto, almeno sino a tutto l’autunno, una rabbiosa reazione realmente di massa. Lo scorso anno la resistenza, pur importantissima, è apparsa più “di nicchia, la cosiddetta riforma ha continuato a mietere vittime, passando anche alle Superiori, cioè laddove si era arrestata in un primo tempo.

Consapevole della propria forza, per giunta apparsa in crescendo nel corso del 2009-2010, il governo ha ripreso a fine estate la sua opera di demolizione, proprio dal punto dove si era chiusa per ferie, ossia dalla negazione sistematica dei diritti: dal darsi una rappresentanza sindacale a quello di manifestare il proprio dissenso, da quello al lavoro a quello allo studio, dal libero insegnamento al libero pensiero. Se avessi dovuto riassumere in una frase, a dicembre, i dodici mesi che si chiudevano, beh, confesso che, malgrado le bellissime manifestazioni studentesche, avrei potuto usare una formula del tipo “l’anno dei diritti che se ne vanno”.

Fortunatamente, però, il governo ha peccato di presunzione e io avrei peccato di pessimismo, perché la partita è ancora tutta da giocare, perché i diritti persi abbiamo il dovere di riconquistarli, perché non mi ero accorto, pur continuando a riunirmi nelle catacombe, che il nostro cammino non si era arrestato e che sotto terra la vecchia talpa aveva continuato a scavare.

Passo 1: i padroni delle ferriere

Aveva ragione quella postulante, che m’ero rifiutato un giorno di ascoltare fino alla fine, quando esclamò che se mi mancava il tempo per darle retta, mi mancava il tempo per regnare.

Marguerite Yeourcenar, Memorie di Adriano

È con le parole che Marguerite Yourcenar fa pronunciare all’imperatore romano che l’Assemblea delle scuole del milanese, alla vigilia dell’inizio dell’anno scolastico, presenta le 10 domande alla Gelmini, sottolineando la scarsissima sensibilità democratica del ministro e l’impossibilità di dialogare con lei. Come e più di un antico imperatore o di un papa, la Gelmini pare sentirsi effettivamente eletta per divina investitura e continuerà per la sua strada, per nulla sfiorata dal dubbio che al proprio popolo si debbano attenzioni e spiegazioni. Chiaramente anche a quelle 10 domande, semplici e dirette, pure rimbalzate sulla stampa nazionale, non darà mai alcuna risposta1.

La Gelmini, del resto, comincia a dimostrare di avere una capacità autonoma di pensiero, pur senza abbandonare mai gli slogan che l’hanno resa celebre e che ripete all’infinito in ogni occasione. Accanto alle solite elementari formule comincia quindi ad esprimere altri illuminanti pensieri e a fine estate spiega senza giri di parole un concetto che tanti come me si sono sforzati per anni, e inutilmente, di chiarire: il mondo della scuola è parte della società nella quale viviamo, l’evoluzione delle sue regole va di pari passo con il modificarsi del mondo del lavoro.

Quindi un dirigente d’azienda come Marchionne, severo e inflessibile, famoso non certo per i mediocri risultati commerciali, ma perché sempre pronto a predicare sacrifici, quando sono gli altri a farli, e a tagliare teste, di poveracci, s’intende, è il modello ideale al quale il capo supremo della scuola pubblica, e i suoi gerarchi, devono ispirarsi.

Ammettendo per un attimo che la scuola sia un’azienda come un’altra, che un’alunna e un alunno non siano in fondo tanto dissimili da una Panda o da un Doblò, di mio aggiungerei che per noi, umili lavoratori e lavoratrici di quella azienda, il modello, di riflesso, dovrebbero essere quegli operai giustamente arrabbiati che bloccano autostrade e ferrovie e che, di fronte alla prospettiva della fame, si fanno ricevere negli uffici comunali per ridurli in piccoli pezzi. Ma qui mi fermo, perché tanto il DG della Fiat quanto i nostri ministri all’unisono, a fine agosto, hanno chiarito che nessuno può pensare ad un ritorno alla lotta di classe, probabilmente perché ci tengono a continuarla da soli, per la loro parte.

Mi fermo e torno alle parole usate in quei giorni dal ministro dell’istruzione, per commentare la scelta del dirigente Fiat di non reintegrare tre operai “troppo sindacalizzati”, malgrado una sentenza della magistratura a loro favorevole. La Gelmini dichiara:

“Quella di Marchionne è una scelta coraggiosa… Non vanno tutelati solo quei tre operai ma tutti i lavoratori… Spesso i magistrati decidono per il reintegro automatico. Capita spesso nella Pubblica amministrazione e purtroppo anche nella scuola. Ci sono persone che si macchiano di responsabilità gravi che però vengono rimesse al loro posto senza un vero esame dei fatti. Così si uccide la meritocrazia…”

Concludendo così con un termine buono per ogni stagione, anche quando c’entra come i cavoli a merenda, quel “meritocrazia” che è un autentico ossimoro sulle labbra della Gelmini. Eppure qualcosa di nuovo in questa affermazione c’è, ed è la volontà di andare avanti nella propria opera, riformatrice o demolitrice, a seconda dei punti di vista, calpestando non solo il popolo della scuola, ma anche le leggi e chi pretende di farle rispettare, perché la legge sono loro.

Verificheremo quindi nei mesi seguenti, quando una serie di sentenze bocceranno la cosiddetta riforma in diversi punti (1), che, come insegna Marchionne, i patti si cambiano e se non si potessero cambiare possono sempre essere ignorati e se mai un giudice dovesse avere in mente il proposito assurdo di fare giustizia, questo andrà insultato, denigrato e comunque, sempre, con caparbietà le sue decisioni andranno ignorate e disattese. Perché il fine è tutto e ogni mezzo è lecito, soprattutto se il fine è tutelare il privilegio di pochi calpestando i più.

Passo 2: La prima campanella, per chi ancora c’è

Mi fornivano gli attrezzi della mia arte e tra questi il più raro e il più prezioso di tutti, la possibilità di pensare e di agire a modo mio. Poi, venivano i maneggi degli invidiosi, i mormorii degli sciocchi ad accusarmi di bestemmiare il loro Corano o il loro vangelo…

Marguerite Youcenar, L’opera al nero

Mi servo quindi anch’io dell’aiuto della Yourcenar, per tentare di spiegare uno dei motivi dell’attaccamento ad un mestiere, quello dell’insegnante, meno facile di quanto appaia, mal retribuito, talvolta disprezzato e soggetto agli umori degli sciocchi. Valga anche come risposta a chi, come Mario Giordano, sulle colonne di Libero, il “suo” quotidiano, si chiedeva a settembre chi continuerebbe a desiderare un posto come quello di docente, se non un fallito, e che accompagnava la domanda con una serie di insulti gratuiti e maldestramente documentati (2).

L’articolo citato, del resto, si iscriveva in una campagna di demolizione della figura del docente, di quello precario in particolare, che ha riempito le colonne non solo dei giornalacci padronali, ma anche e soprattutto di quel Corriere della Sera che sin dalla prima ora della “riforma Gelmini”, si è reso disponibile a pubblicare qualsiasi menzogna pur di vederla compiuta (3).

Un attacco che serve ad accompagnare e coprire la decimazione di posti di lavoro, come e più dell’anno precedente, perché le teste tagliate aumentano e perché questi precari, ingrati, non vogliono rassegnarsi a finire sul lastrico e a rinunciare al lavoro che con i denti credevano di aver conquistato e che magari, poveri sfigati, amano pure. Colpa loro, infatti, se anche alla vigilia del nuovo anno scolastico non si potranno nascondere opportunamente i tagli alla scuola pubblica.

Anche nel 2010, infatti, primi giorni di settembre hanno visto come protagonisti i precari della scuola, con manifestazioni sui tetti e per le strade, blocchi delle nomine, presidi che dai portoni degli uffici scolastici si trasferiscono sin sulla soglia di Montecitorio e scioperi della fame, seri e duri, come quello avviato a Palermo già il 17 agosto. Non è un caso se le prime iniziative partono al sud, laddove i tagli sono stati proporzionalmente maggiori e agiscono in profondità su un tessuto sociale ed economico più fragile, ma non tardano ad estendersi a tutto il territorio nazionale, fino a portare alla bella manifestazione milanese dell’11 settembre, tutta colorata di arancione (!), proprio alla vigilia del suono della campanella del primo giorno di scuola.

Un inizio che, laddove ci è stato possibile, abbiamo voluto caratterizzare come “primo giorno ribelle, come concordato nell’assemblea nazionale dei movimenti tenutasi il precedente 4 luglio, con volantini, cartelli e segni simbolici unificanti. Manifestazioni ancora marginali e sporadiche, certo non di massa, segnale evidente, però, di una resistenza ancora viva e che si è saputa dare gli strumenti per coordinarsi. Una resistenza della quale poco si parla, ma che infastidisce ancora tanto, e forse fa paura, se è vero, come è vero, che si imbastiscono campagne di denigrazione e si tenta di correre ai ripari cercando di impedire il libero pensiero e la circolazione delle idee.

Passo 3: scuola e politica

Io dico ai giovani che devono essere toccati da quello che succede. Noi amiamo la politica, anche se i politici che hanno perso legittimità tentano di corromperla. La politica è la cosa migliore che possa fare l’uomo, la politica è uscire, decidere, risolvere. Quello che dice “io non faccio politica” mente. Tutti facciamo politica e quelli che dicono di non farla sono quelli che la fanno di più, sono i peggiori, i più pericolosi. Anche chi è indifferente fa politica ed è molto pericoloso. Ho molta paura dell’indifferenza.

“Non un passo indietro”, Storia delle Madres de Plaza de Mayo

Il potere non è più disposto a tollerare che chiunque si arroghi il diritto a fare politica, cioè a pensare e a voler decidere del destino proprio e della società nel suo insieme. Ancora una volta è il nostro ministro a chiarire meglio il concetto, con l’editto bulgaro pubblicato sul Corriere della Sera del 14 settembre:

“Criticare è legittimo”, concede la Gelmini, “ma comportarsi così significa far politica a scuola e questo non è corretto. Se un insegnante vuol far politica deve uscire dalla scuola e farsi eleggere”.

Giusto per intenderci: sono trascorsi solo un paio di giorni dall’inaugurazione della celebre scuola di Adro, quella piena zeppa di simboli della Lega, che la stessa ministra aveva accolto con vivo apprezzamento, definendola un “modello di riferimento. Un progetto encomiabile che crea benessere ed entusiasmo (4). Certo si potrà pensare che quello di Adro sia stato un episodio marginale, in fondo poi “rientrato”, anche se solo dopo alcune settimane e non certo per merito della Gelmini.

Si potrà anche concedere che la povera ministra, impegnata ormai in tante cose, non aveva ancora ben capito, è innegabile però sapeva bene che, proprio mentre ordinava l’allontanamento della politica dalle scuole, il ministro lavorava con il buon La Russa per la promozione di una sana e bellicosa cultura militare nelle stesse classi. Anzi, la stessa vetusta, sinistra ed effeminata definizione di “classe” appare impropria, perché il protocollo “allenati per la vita”, firmato con il ministro della difesa, prevede la divisione in virili “pattuglie di studenti”, impegnate in competizioni e prove pratiche, che possono prevedere “percorsi ginnico-militari”, tiro con l’arco e, perché privarsi di questo piacere?, anche sparare con la pistola ad aria compressa (5).

E allora facciamo molta attenzione a chiunque ci chieda di non fare politica, perché vuol dire che sta provando a fregarci imponendo il suo pensiero. E non speriamo che tappandoci le orecchie di fronte a questi campanelli d’allarme il problema si dissolva, perché è dei primi di maggio la notizia che Fabio Garagnani, componente della Commissione Cultura di Montecitorio, ha presentato in Parlamento una proposta di legge contenente il “divieto di propaganda politica o ideologica(6).

Passo 4: ordine e burocrazia

La sua conversazione abituale con gli inferiori era improntata a severità, e consisteva quasi esclusivamente in tre frasi: “Come osate? Sapete con chi state parlando? Vi rendete conto di chi vi sta dinanzi?” Del resto, in fondo all’animo, era un buon uomo, ma il grado di generale gli aveva proprio dato alla testa.

Nikolaj Gogol, Il Cappotto

Nella proposta di Garagnani è chiaramente individuata la figura che dovrebbe ricoprire il ruolo di arbitro unico e insindacabile dei pensieri altrui, distinguendo quelli trasmissibili da quelli censurabili e punibili. I soggetti con la falce, quelli che dovranno salvaguardare lo sviluppo di frutti sani e privi di imperfezioni, estirpando la mala pianta del pensiero critico, saranno naturalmente quegli stessi dirigenti scolastici che negli ultimi anni hanno visto crescere a dismisura il proprio potere.

In tanti avevamo sottolineato come nell’articolo 64 della legge 133/2008, atto primo della “riforma” Gelmini, fosse contenuto un comma sibillino che suonava come un sinistro avvertimento per quei presidi che non si fossero adeguati a svolgere fedelmente il loro ruolo di obbedienti guardiani dell’ordine costituito. Dopo tre anni abbiamo verificato che quella minaccia non si è mai dovuta tradurre in esemplari punizioni, perché ben pochi, tra i dirigenti, hanno voluto esprimere il proprio disagio nei confronti di una manovra che sottrae risorse umane ed economiche alla scuola pubblica, taglia ore di lezione e attività laboratoriali, oltre a cancellare tutte le sperimentazioni, buone o cattive che siano. Tanti presidi hanno preferito obbedire in silenzio, mentre altrettanti, forse una maggioranza, si sono adeguati con gioia al nuovo corso, assaporando il sottile piacere di sentirsi finalmente una autorità.

Non c’è dubbio che a provocare questa mutazione quasi genetica in tanti dirigenti abbia contribuito quel Decreto legislativo 150, meglio noto con il nome di “decreto Brunetta che, approvato già nel 2009, si è tradotto, per la scuola, in norme attuative solo con la pubblicazione, l’8 novembre 2010, della Circolare Ministeriale 88. Nelle 25 pagine, più quattro allegati, che compongono il documento, sono stati finalmente esplicitati tutti gli aspetti riguardanti la modalità, la tempistica e l’effettiva consistenza del meraviglioso mondo delle sanzioni disciplinari (7).

Inutile dire che a quei dirigenti maggiormente sensibili alle sirene del potere sono brillati gli occhi. Alcuni, avendo già preannunciato in diverse circolari interne l’approssimarsi delle attesissime norme, non solo le hanno immediatamente pubblicate e affisse lo stesso 8 novembre, ma hanno poi continuato, nelle settimane e mesi seguenti, a produrre altre circolari interne per richiamarle nuovamente, un po’ come quei bambini che pretendono di essere applauditi ancora e poi ancora di fronte alla torta di compleanno.

A questi dirigenti si è spesso affiancata una fitta rete di collaboratori interni, più o meno ufficiali, che prevede gli immancabili delatori, gli agenti provocatori, il finto agente buono, il bidello-spia, il/la collega con occhi atterriti che vorrebbe redimerti prima che per te sia troppo tardi… Quasi tutte le figure sono non a caso al maschile, perché la pratica di porsi in competizione, decantando e sopravvalutando il proprio prestigio, magari misurandolo in centimetri, non è generalmente propria degli esemplari femminili.

Sono cose sulle quali si può forse anche provare a ridere, ma solo per non piangere, perché il clima di intimidazione che si è respirato in questo anno in tante scuole è stato davvero pesante e ha creato tensione nei corridoi e nei pochi spazi di dialogo tra colleghi, portando, a catena, al nascere di incomprensioni e rivalità. Tanti docenti hanno riscoperto nell’autoritarismo un valore in sé, rivalendosi su alunni e alunne, perché anche il nostro potere nei loro confronti si è accresciuto, o scontrandosi in guerre fratricide senza risparmiare colpi bassi.

Mai come in questo anno ho sentito racconti di guerre di singoli e per bande e, in misura ancora maggiore, in tanti hanno vissuto sulla propria pelle il senso di solitudine nei confronti dei propri problemi personali e di quelli scolastici.

Il lavoro del docente si è fatto ancora più alienante, appesantito pure dal sommarsi di adempimenti burocratici ogni giorno diversi e sempre meno chiari: dall’anagrafe nazionale telematica dei docenti, operazione “a trasparenza 0” che nasconde intenzioni pessime, ai cedolini e le istanze on-line, dove anche l’applicazione di tecnologie che dovrebbero facilitarci la vita appaiono come ulteriori vessazioni per quei lavoratori della scuola che il nostro Ministro dimostra di non sopportare.

Un contesto aggravato da un pericoloso arretramento anche sul piano dei diritti sindacali, perché sono così tanti anni che ci viene impedito di eleggere le nostre rappresentanze sindacali che in tante scuole mancano ormai del tutto, perché quelle che c’erano si sono intanto trasferite, sono in pensione o non più in vita.

Anche poter trasmettere e leggere comunicazioni in una bacheca sindacale è un privilegio consentito non in tutte le scuole. Il mio istituto, ad esempio, è democratico: la bacheca formalmente c’è, anche se pochissimi l’hanno vista, perché è dietro l’angolo di un corridoio buio di una vecchia ala dell’edificio scolastico, è un po’ triste e tanto spoglia, credo da sempre, ma c’è.

Stante questa situazione, mi sia consentito dirlo, l’impegno politico, nel senso più nobile del termine, con il crearsi di fraterne relazioni che naturalmente comporta, non è soltanto legittimo, ma anche utile per non isolarsi, farsi cogliere dallo sconforto e vincere dall’alienazione.

Passo 5: tagliamo gli sprechi

Prima (il Governo), aveva creduto fosse possibile circoscrivere il male ricorrendo all’isolamento dei ciechi e dei contaminati in certi spazi discriminati, come il manicomio in cui ci troviamo. Poi, l’inesorabile aumento dei casi di cecità portò alcuni influenti membri del governo… a sostenere l’idea che dovesse spettare alle famiglie sorvegliare in casa i propri ciechi, non lasciandoli uscire.

José Saramago, Cecità

In questo contesto alienante, fiaccato dalla burocrazia e ammalato di tagli, discutere di didattica è sempre più difficile e, in particolare, lo è tutelare i sacrosanti diritti di chi ha più bisogno di aiuto. I corsi di recupero per chi resta indietro sono già dallo scorso anno o del tutto scomparsi o talmente ridotti all’osso da costituire solo un fragile paravento per provare a nascondere la loro cancellazione. Su quelli, insomma, si è già drasticamente tagliato.

La nuova frontiera sono i tagli al sostegno per alunne e alunni con disabilità, sui quali evidentemente il Ministero sente di aver potuto ancora poco, anche se, sia detto per non smentire la fama del “nostro” dicastero, abbondano già i casi di diritti negati anche in questo campo. Come ogni sana corsa al massacro che si rispetti, però, anche l’operazione “tagli al sostegno” va sostenuta con una opportuna e feroce campagna mediatica, che sappia partire da lontano e che non risparmi i colpi bassi.

Non sorprenda, allora, che per la manovra che ha portato alla proposta di “privatizzare il sostegno, discussa al Senato lo scorso 18 maggio (8), il campo sia stato preparato sin dai primi giorni di scuola. In questo quadro si iscrivono anche, ad esempio, le affermazioni di Giuseppe Pellegrino, assessore all’istruzione del comune di Chieri, che a fine settembre chiedeva di

lasciare i disabili fuori dalle classi, perché “anche i genitori devono rendersi conto che sono tempi duri per tutti” e “lasciarli in classe con gli altri compagni è inutile… Disturbano e non imparano nulla… questi ragazzi con l’istruzione non hanno nulla a che fare”.

Un capolavoro di apologia dell’eugenetica da far accapponare la pelle, che può anche essere assunto come un episodio isolato ed estemporaneo, ma solo se si decide di fingere di non vedere, non sentire e non parlare, come tanti hanno finto in altri periodi molto bui della storia. Del resto non suonano molto diverse le parole pronunciate meno di un mese più tardi dal leghista Pietro Fontanini, presidente della provincia di Udine, che, autoproclamatosi esperto in materia, preciserà che i disabili nella scuola ritardano lo svolgimento dei programmi scolastici” e che quindi è “più utile metterli su percorsi differenziati (9).

Ma sul tema la sagra del cattivo gusto, per non dire di peggio, continuerà anche nei mesi a seguire e, come vedremo, non potrà risparmiare il nostro esimio, onnipresente ministro dell’istruzione.

Passo 6: è qui la festa?

Su quel materasso se ne erano coricate molte, lì erano state deflorate o semplicemente possedute molte ragazze nella maggior parte giovani… il lenzuolo conserva ancora il sudore dell’ultima ragazzina che si è sdraiata su quel materasso circa venti giorni prima, una povera demente.

Jorge Amado, Teresa Batista stanca di guerra

Quella dei tagli al sostegno è però solo la punta di un iceberg, il più odioso degli effetti di una “riforma” in fieri e che smantella ad uno ad uno diritti elementari acquisiti in decenni, come la diaria per i viaggi di istruzione all’estero (10) o come la gratuità dei libri di testo, portando a zero il fondo stanziato a questo scopo dallo Stato (11).

Contro questa deriva la resistenza dei lavoratori della scuola è stata nello scorso autunno alquanto debole e poco partecipata. Eppure qualcosa di nuovo e di importante stava accadendo, perché i ragazzi e le ragazze cominciavano ad affollare le piazze e a discutere nelle scuole in modo sempre più consapevole e perché il mondo dell’istruzione cominciava a digerire la grande lezione dei Marchionne e delle Gelmini, cominciando a marciare al fianco degli immigrati e degli altri lavoratori.

Il no Gelmini day dell’8 ottobre, con lo sciopero Unicobas e, in Lombardia, della Cub Scuola, vede soprattutto a Milano la partecipazione unitaria di tanti insegnanti e di circa 20000 studenti, determinati, arrabbiati, perfettamente consapevoli delle conseguenze nefaste dell’opera di demolizione che si svolge sulle loro teste, oltre che preoccupati per i progetti di militarizzazione della didattica voluti da La Russa.

Una settimana più tardi, il 16 ottobre, a Roma, il mondo dell’istruzione partecipa, forse per la prima volta dopo tantissimi anni, alla grande manifestazione operaia voluta dalla Fiom. In piazza nessuno azzarda numeri, ma è evidente che siamo centinaia di migliaia, in gran parte le “tradizionali” tute blu, che ormai da anni in tanti dichiarano estinte, con tantissimi precari dei settori più disparati, con gli immigrati, con i movimenti che animano la cosiddetta società civile e con il mondo della scuola (12).

Ciò che forse più conta, ed è un aspetto che la grande stampa non ha saputo o voluto cogliere, è che quella manifestazione, così come ogni singolo pullman, treno o auto che ha raggiunto la capitale, è stata organizzata insieme, non verticisticamente dai dirigenti del “grande sindacato”, ma in decine di piccole riunioni su tutto il territorio nazionale, riunioni alle quali anche noi abbiamo partecipato e avuto la parola. È una ricetta vincente, come ci sta dimostrando la storia di queste ultime settimane, rispetto alla quale si sarebbe forse dovuto andare avanti con ancora maggiore determinazione.

Analogamente pare poco determinata l’azione del “grande sindacato nei giorni seguenti, perché non dimostra, o non vuole dimostrare, il necessario tempismo nel raccogliere la forte richiesta della piazza di Roma di portare avanti una lotta all’altezza del duro attacco del governo, lasciando ai Bonanni (il più criticato nel corteo) la cura degli interessi padronali e proclamando immediatamente uno sciopero generale nazionale.

Lo sciopero promesso dal palco del 16 ottobre si è finalmente materializzato solo un mese fa, il 6 maggio, con il movimento in buona parte rientrato nei ranghi già a novembre, almeno quello dei lavoratori delle fabbriche e delle scuole. Non sarebbero rientrati subito in classe, come vedremo, gli studenti, che, indisciplinati ed inopportuni come sempre, con le loro indecorose richieste di un futuro decente, ancora per settimane continueranno a disturbare il manovratore, in tutt’altre serissime faccende affaccendato.

È nella seconda metà di ottobre, infatti, che vengono a galla le ben note vicende del cosiddetto “caso Ruby”, che ammorberanno l’aria per settimane e mesi, in un crescendo che continuerà almeno fino a febbraio. Non starò qui a dilungarmi molto su fatti universalmente conosciuti sin nei più intimi dettagli, né sta a me stabilire la rilevanza penale di alcune condotte. Certo da insegnante molto di più mi preoccupa quanta parte di quello squallore entra in quelle meravigliose spugne che sono le teste delle mie alunne e dei miei alunni.

Mi fa rabbia pensare ai possibili, e per alcuni/e probabili, effetti nefasti di un bombardamento mediatico che racconta ai ragazzi che comprare sesso è legittimo e in fondo ammirevole, perché sintomo di virilità, e alle ragazze che lo sfavillante mondo dello spettacolo e della fama ti si può aprire facilmente, se sei disposta a vendere il tuo corpo e a darti a un vecchio, se questo ha potere e denaro.

E non posso fare a meno di chiedermi se, per provare a rimediare almeno in parte ai guasti di questi pessimi insegnamenti, non sia giusto parlarne in classe, senza dover incorrere nelle implacabili sanzioni del decreto Brunetta, per decisione del mio dirigente, sulla base delle indicazioni del ministro e dei dettami della legge Garagnani. Perché non so se si configuri come reato di “propaganda politica e ideologica” provare a chiedersi se sia davvero divertente, qualunque ruolo si scelga di ricoprire, prendere parte a magiche serate trascorse a strofinarsi su un tubolare di acciaio, tra le note di Apicella, sotto gli sguardi languidi di anziani lenoni, ammirando il “culo flaccido” di un signore altrettanto anziano e accettarne le palpatine e magari anche altro, se si è fortunate. Perché di questo, al di là di ogni ragionevole dubbio, si sta parlando, e non è per moralismo che nel descrivere queste “feste” provo solo un senso di profonda tristezza.

A questo si somma la rabbia nel vedere un Paese andare a rotoli, mentre chi lo governa sguazza pesantemente nel fango delle sue squallidissime serate e magari colloca le sue amichette in posti pubblici o in liste bloccate.

Confesso, infine, che, a proposito di morale, per un po’ mi ha sorpreso l’assordante silenzio, su una vicenda così tanto scabrosa, di quella chiesa cattolica alla quale pure basterebbe poco per dare l’ordine ai tanti fedelissimi presenti nella maggioranza di affondare il governo. Del resto non accorre la saggezza di un vescovo per capire che ad un presidente profondamente malato, che, non sapendo accettare il naturale trascorrere degli anni, oggi sente il bisogno di circondarsi di ambiziose ragazzine ogni volta più giovani, a quell’uomo si può dovere al più tanta umana compassione, ma non certo cieca obbedienza. Viene il dubbio, allora, che anche dalle parti dello stato pontificio si sia preferito chiudere entrambi gli occhi, perché un’istituzione pluri-millenaria sa ricavare un utile anche dal fango.

Passo 7: il mercato delle indulgenze e i bisogni dei bisognosi

Non si deve più credere alle parole? Da quanto tempo esse esprimono il contrario di ciò che l’organo che le emette pensa e vuole? … Il buon Dio ha creato una lingua universale ed è per questo che nessuno lo prende sul serio.

Tristan Tzara, Manifesto Dada del 1918

Ciò che accade, tra la fine dell’autunno e l’inizio dell’inverno, è che il governo, da sempre attento agli interessi della Santa Sede, dimostri una sensibilità ancora maggiore per le istanze della chiesa cattolica, anche e soprattutto in relazione alle politiche scolastiche, tanto che, lo confesso, mi è venuto il sospetto che Berlusconi stesse acquistando delle indulgenze e che per giunta lo stesse facendo con denaro pubblico cioè anche mio.

Questa ipotesi, parliamoci chiaro, già si configurerebbe come un danno, per me e qualche altro milione di lavoratori, ma oltre al danno ci sarebbe anche la beffa se, ad esempio, per compiacere la chiesa o almeno le sue componenti più sensibili, Comunione e Liberazione, tanto per fare un esempio, si sacrificasse l’istruzione pubblica, salvaguardando quella privata. Peggio ancora sarebbe se si negassero gli scatti di anzianità a tutti i docenti, continuando però ad elargirli con generosità a quelli che, anche nelle scuole statali, sono nominati dalle diocesi, ossia ai docenti di religione.

Mettiamola così: io escludo fermamente che la Chiesa possa abdicare dal suo ruolo di curatrice di anime, soprattutto quando si tratta di anime presidenziali, solo per aver ricevuto trenta gettoni in cambio, ma una disgraziata coincidenza ha voluto che entrambe le paradossali ipotesi appena formulate si siano realmente realizzate e proprio nelle stesse settimane nelle quali cresceva il clamore per l’harem di Arcore.

Per quanto riguarda la dispensa, oserei dire papale, dai tagli che flagellano l’istruzione statale, il regalo per le università private avviene per provvedimento della commissione bilancio della Camera del 12 novembre (13). Sulla generosità dimostrata nei confronti degli insegnanti di religione, eccezionale direi, se è vero che son “tempi duri per tutti”, un ben documentato articolo di Salvo Intravaia (14) ci spiega che, addirittura, gli aumenti in busta paga sono stati previsti, il 28 dicembre, non solo per i docenti di religione “di ruolo”, ma anche per i precari… e dire che son tutti pagati dallo stesso Stato che paga me!

In fondo le ultime settimane del 2010 sono convulse e i vertici della Chiesa appaiono distratti non solo in merito alla questione morale, ma anche rispetto alle richieste di aiuto che vengono da tanti lavoratori immigrati che, dopo aver sudato per anni per arricchire l’uomo bianco, hanno provato a regolarizzare la propria situazione pagando i 500 euro di contributo forfettario richiesti per la sanatoria del 2009, aggiungendo spesso cifre molto più alte per intermediari senza scrupoli, per trovarsi alla fine senza permesso di soggiorno, spesso senza più lavoro, senza i 500 euro e l’eventuale resto e con una accusa di clandestinità.

Questi immigrati si sono organizzati, hanno preso coraggio e, prima a Brescia, poi a Milano, sono saliti su una torre a hanno preteso che si prestasse attenzione ai loro drammi. In particolare a Milano la linea del governo, stranamente imitata anche dalla stampa ritenuta progressista, è consistita nell’ignorarli, per evitare che in altre parti d’Italia le torri si moltiplicassero.

Il silenzio è stato rotto anche e soprattutto dalla grande manifestazione studentesca del 17 novembre, che ragazzi e ragazze hanno voluto concludere in via Imbonati, per un abbraccio non solo ideale con quei migranti di ogni colore che da giorni sopportavano sulla torre il freddo e la paura della repressione. Lo sciopero proclamato dall’Usi-Ait, quel giorno, ha consentito ad alcuni e alcune tra noi docenti di partecipare ad un momento emozionante, uno di quei momenti che ti rimette in pace con questo mondo (15).

Passo 8: danzando allegramente sul Titanic

sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re fa male al ricco e al cardinale diventan tristi se noi piangiam

Enzo Jannacci, Ho visto un re

Chi proprio non si sarebbe potuto commuovere è Giulio Tremonti, un uomo di numeri, un uomo vero, uno che sa quanto può valere tenere i migranti in clandestinità, magari anche provando a spillare 500 euro ad ognuno di loro. Per lui, che secondo i più è il vero ministro dell’istruzione, perché senza il suo permesso non si compra un banco (e, infatti, non si compra) e che secondo una presunta opposizione è l’uomo da sostenere per superare l’era Berlusconi, ogni cosa deve essere fagocitabile e la cultura, sia detto con franchezza, non si mangia.

Non è una mia libera interpretazione del pensiero del grande statista, ma una citazione letterale. La frase “la cultura non si mangia” è proprio un pregevole aforisma partorito a metà ottobre dal nostro autorevole ministro dell’economia e spiega tante scelte fatte in questi anni, non solo tagliando sulla scuola pubblica, ma anche abbandonando al proprio giusto destino tante pietre vecchie che continuano ad infestare l’Italia, sottraendo spazio all’armonico moltiplicarsi di campi da golf e casinò, discariche e palazzine abusive.

A novembre la natura riprende allegramente il suo corso e ci sono i crolli, a Pompei, prima della casa dei Gladiatori (6 novembre), poi di quella del Moralista (29 novembre). Le ragioni vengono individuate in modo alquanto intelligente: alcuni sottolineano che non si poteva certo prevedere che a novembre piovesse, altri rilevano che a Pompei le case sono davvero tanto vecchie. Probabilmente alcuni intimamente si compiacciono che a crollare sia stata la casa di un moralista, uno di quelli sempre pronti a condannare chi se la spassa invece di annoiarsi per il bene comune. In fondo non è un caso se le stanze del lupanare, lì accanto, siano state risparmiate dal destino… Su tutti si erge l’autorevole figura di Sandro Bondi, che precisa che non c’è assolutamente nulla di cui preoccuparsi e così tutti scopriamo che è lui il ministro della cultura, e a quel punto possiamo finalmente dormire sonni sereni.

Mettendo però da parte le facili ironie, di queste vicende preoccupa pure, oltre al valore praticamente nullo che viene attribuito al patrimonio culturale, l’assoluta mancanza di trasparenza, con il ripetersi del “metodo l’Aquila ossia della prassi di recintare il luogo del delitto senza consentire a nessuno di entrare a vedere cosa realmente sia successo, perché il popolo becero e ignorante è solo di intralcio, quando pretende di occuparsi di cultura e della cura del proprio patrimonio storico, e perché a queste bazzecole ci sono ben altri statisti che ci pensano, certo negli intervalli tra una escort e l’altra.

Passo 9: la vampata

Meglio fuori che dentro, dico sempre io!

Andrew Adamson, Shrek

A sorpresa, però, il mondo dell’istruzione torna a riversarsi nelle strade e da metà novembre (16), fino al 21 dicembre, giorno della definitiva approvazione al Senato della “riforma” dell’università, in crescendo almeno sino al 14, è un susseguirsi di autogestioni e occupazioni, cortei e mille altre iniziative, in ogni parte d’Italia e non solo. Non mancano infatti manifestazioni determinate di giovani, lavoratrici e lavoratori precari e universitari, in Francia, in Grecia e, soprattutto, in Inghilterra, segno che anche la vecchia Europa è ancora viva.

Confesso di non aver avuto la percezione chiara fino in fondo di quale componente sia stata in quei giorni prevalente nelle piazze o, meglio, ciò che ho visto, almeno a Milano, coincideva solo in parte con i racconti della stampa. In televisione e sui giornali, infatti, si continuava a parlare di movimento universitario, ma almeno in Lombardia era dalle scuole superiori che partiva la protesta. Certo in piazza vedevano finalmente tanti universitari, ma anche tanti ragazze e ragazzi precari, non solo della scuola, che hanno cominciato a volersi sentire protagonisti, magari anche di un momento di svolta importante, perché, diciamocelo pure, tanti e tante, soprattutto tra i più giovani, avevano riposto speranze di cambiamento anche nel voto di fiducia al governo del 14 dicembre.

Quelle speranze sono state deluse, forse per alcuni anche in maniera bruciante, e credo che aver visto con quanta facilità Berlusconi ha potuto acquistare una mezza dozzina di disinteressati consensi, beh, all’inizio avrà fatto ancora più male, ma alla lunga ha nociuto soprattutto al presidente. Male hanno certamente fatto anche le tante botte prese dai manifestanti che affollavano Roma quello stesso 14 dicembre, le cariche con i cellulari e i pestaggi gratuiti, le infiltrazioni e le provocazioni, fanno parte di una prassi che dopo Genova 2001 era caduta un po’ in disuso, ma che negli ultimi due anno ha cominciato a rivedersi, non solo nelle manifestazioni studentesche.

Va sottolineato, ancora, che a dicembre ricominciano a muoversi, certo con i loro tempi e i loro modi, anche le altre componenti del mondo della scuola e, qui a Milano, il Comitato studenti-genitori del Liceo Agnesi redige, con la collaborazione di Retescuole, e presenta alla stampa una petizione popolare da inviare al Presidente della Repubblica. Questa iniziativa diventerà il pretesto per organizzare banchetti e creare occasioni di dialogo con diverse decine di migliaia di persone in diverse città dell’Italia centro settentrionale.

Passo 10: contro il cannibalismo meritocratico

… tutto quel che Londra è in grado di offrire a un uomo di mondo. Nomi, indirizzi, prezzi. Le puttane più belle ai prezzi più convenienti. Gli spettacoli più bizzarri per clientele selezionate. L’oppio migliore da fumare nella più totale discrezione…

Wu Ming, Manituana

Dalle parti del governo devono aver pensato, a questo punto, che questo popolaccio, quello della scuola in particolare, non riusciva a fare a meno di protestare perché proprio poco avvezzo ai piaceri della spassosissima pratica di festeggiare ridendosela di chi è in rovina. Del resto si sa, la ricetta di ogni tempo ha sempre previsto un po’ di carota accanto al bastone e qui le bastonate sono evidenti, sotto forma di bocciature per gli studenti (anche il limite di un quarto di assenze deve funzionare da deterrente), e, per tutti, botte e sanzioni disciplinari.

Ciò che in autunno non si riusciva a vedere era proprio la carota. Certo non si sarebbe potuto garantire bunga bunga di classe per tutti, ma almeno il miraggio di qualche guadagno supplementare, in cambio di un po’ di complicità, era un obiettivo possibile. Si è dato così avvio alla farsa della sperimentazione del merito, cioè si è promesso (c’è solo la promessa, per ora) di utilizzare una parte dei risparmi realizzati con la cosiddetta riforma per premiare una parte di docenti meritevoli.

In fondo era previsto già tre anni fa, all’avvio del programma di tagli, che un terzo delle risorse risparmiate sarebbe stato reimpiegato per la scuola stessa e ora, coerentemente con quei propositi, non già il 33%, perché il troppo storpia, ma il 2% circa viene stanziato (forse) per elargire uno stipendio supplementare ai migliori: una autentica botta di vita! In autunno si individuano quindi le provincie nelle quali avviare la sperimentazione, Napoli e Torino, e, da gennaio, la generosa offerta viene estesa anche alla provincia di Milano (17).

Il ministero ha il grande merito di risvegliare le coscienze sopite nelle scuole interpellate e, in un sorprendente moto di orgoglio, i docenti cominciano ad interrogarsi sullo squallore morale di una proposta di spartizione di spiccioli ricavati mandando in rovina migliaia di giovani colleghi e colleghe (18). La Gelmini ci propone di sbranare gli avanzi di chi è stato eliminato e, per conquistare l’ambito trofeo, di scannarci anche tra noi che siamo rimasti, perché non ce n’è per tutti, anzi: ce n’è per pochissimi. Perché il progetto prevede che il collegio dei docenti individui un team di valutazione costituito da 2 docenti, che si affiancheranno al preside e al presidente del consiglio di istituto (quest’ultimo, però, senza diritto di voto) per individuare i pochi, pochi per decreto, meritevoli che potranno accedere ad una mensilità aggiuntiva, una tantum.

Lascia anche perplessi la scelta di impiegare quelle scarsissime risorse non già per migliorare la qualità della didattica e dell’insegnamento, ma per un cadeau ai migliori che, se sono veramente tali, lo sono a prescindere dal gentile omaggio e certo non miglioreranno per quello. Anche sui criteri per individuare gli “eletti” ci sarebbe tanto da dire, ma ciò che è certo è che risulta difficile pensare che i dirigenti siano le persone più adatte a giudicare i docenti, delle cui pratiche di insegnamento spesso nulla sanno, e che la valutazione, tutta soggettiva, dei curricula dei colleghi, finirebbe per premiare i sistemi di relazioni e gli equilibri di potere già consolidatisi negli istituti, relegando gioco forza i volatili docenti precari agli ultimi posti della graduatoria, indipendentemente dal loro reale valore.

Del resto per i precari non sono giorni tranquilli perché il 21 gennaio sembrano chiudersi, per decisione del governo, i termini per ricorrere in tribunale contro l’abuso di contratti a tempo indeterminato. In quella stessa data l’assemblea delle scuole del milanese si riunirà per decidere come affrontare la farsa del merito. Alla fine, anche a Milano, come già a Torino e Napoli, il fallimento del ministero sarà totale: ci proveranno in 1461 scuole, riuscendo a passare solo in 35 (19), insomma un 98% dice no e alla Gelmini resta in mano il suo 2%… a volte il destino è gradevolmente spiritoso.

Passo 11: un popolo affamato, fa la rivoluzion

Si mangia quando si ha fame, non quando si hanno i soldi… C’è un solo animale capace di morire di fame senza osar toccare il cibo, pur avendolo a portata di mano… Soltanto l’uomo si avvilisce morendo di fame e di freddo senza rompere le vetrine di un negozio qualsiasi per sopravvivere.

Manuel Scorza, La danza immobile

Il rifiuto dei docenti contro la polpetta avvelenata lanciata dalla Gelmini è una cosa in fondo piccola, ma non possiamo cadere nell’errore di sottovalutare i segnali di ripresa. Intorno a noi, intanto, fuori dalle nostre aule e fuori dai confini nazionali, tutto il Mediterraneo sembra risvegliarsi, in un anticipo di primavera davvero travolgente.

Certo non è questa la sede per parlare delle rivolte che attraversano un po’ tutto il Medio Oriente, a partire dal nord Africa, interessando principalmente Tunisia ed Egitto, per raggiungere lo Yemen e il Bahrain, la Siria e la Giordania, ma è bello constatare che il vento sta cambiando, anche in Paesi che hanno conosciuto l’oppressione di regimi anche più che ventennali. E ciò che più conta, in questa sede, è sottolineare che quelle splendide rivolte, sia quelle condotte con successo, come in Tunisia, sia quelle arrestatesi a metà, come quella egiziana, sia quella repressa nel sangue con la complicità internazionale dal gendarme saudita, come in Bahrain, sembrano tutte nascere al di fuori del contesto dei partiti tradizionali, di quella che anche lì definiscono “la politica”. Un operaio egiziano dichiarerà il 25 febbraio a Silvia Mollichi, inviata di “Peace reporter”:

“quando scrivi ricorda: questa è una protesta di lavoratori, la politica non c’entra. In passato abbiamo promosso iniziative politiche, ma non questa volta”.

Sebbene non sia questa la sede per un approfondimento sul tema, non si può dimenticare che tra quelle rivolte ci sia stata e c’è tutt’ora, quella in Libia, forse la più “eterodiretta” tra tutte, con la conseguente guerra, perché l’Italia è in guerra, certo “a bassa intensità”, se ci piacciono questi distinguo, e nemmeno se ne riesce a parlare. Sul senso di quella “missione” lascio la parola ai padri Comboniani, che è anche un modo per farmi perdonare di non aver prima precisato, nel parlare della Chiesa, che non è fatta solo di un Papa che chiude gli occhi di fronte ai bunga bunga e ritiene esecrabili le famiglie di fatto, ma che ha tante anime e che al suo interno si trovano anche meravigliose persone. Sul numero di aprile del mensile “Nigrizia”, giornale, appunto, dei padri comboniani, troviamo questa affermazione:

“Alimentare i conflitti, balcanizzare il territorio,  lasciare rovine, frammentazioni etniche e sociali,  affidarsi a emergenze umanitarie… Tutto ciò consente agli squali di abbuffarsi copiosamente. Nascono nuovi affari. Perché, nel caos, è più facile costruire nuovi equilibri. Fino a quando riemerge un altro rais, con il quale stringere altri patti. E la giostra ricomincia. Fino alla bomba successiva. E alla selva di nuovi commenti scandalizzati.  Lo chiamano “sano realismo“. Dobbiamo accettare passivamente di far parte di questo teatrino dei burattini?”

Qualcosa di nuovo sta nascendo forse in queste settimane anche in Italia, dove non c’è (ancora) un popolo affamato, o è una realtà ancora molto marginale, ma dove la preoccupazione per un futuro impossibile da programmare e costruire e che a ben vedere appare ogni giorno più fosco, unito alla rabbia nel vedere i propri problemi trascurati da una classe politica troppo impegnata nella cura esclusiva dei propri interessi e del proprio sollazzo, si traduce nell’organizzazione dal basso di mille momenti di confronto e dibattito.

Lo sviluppo di una rete capillare di comitati e associazioni, per affrontare i problemi più disparati, avviene, come avrebbe detto l’operaio egiziano, “al di fuori della politica”, cioè vale a dire al di fuori, e spesso contro il volere, dei partiti tradizionali, in maniera molto simile a quanto avviene già da più di due anni nei comitati per la difesa della scuola pubblica, comitati che, sia detto per inciso, si incontrano ancora una volta il 30 gennaio per una assemblea nazionale a Bologna.

Così, accanto alle pur importantissime manifestazioni “tradizionali, come lo sciopero dei metalmeccanici indetto dalla Fiom il 28 gennaio per protestare contro l’estensione del “modello Pomigliano” anche agli altri stabilimenti Fiat, con il concomitante sciopero Cobas e Cub della scuola (20), cominciano a nascere le tante iniziative “trasversali come la manifestazione di Arcore del 6 febbraio e, su tutte, le manifestazioni delle donne del 13 febbraio. Quel giorno pare ci siano stati eventi in 230 piazze di Italia, alcune delle quali davvero affollatissime, tanto da far parlare, a Roma, di 500.000 persone sotto il palco montato a Piazza del Popolo. Un conto fatto certo con eccesso di partigianeria, ma ciò che è certo è che tantissime donne, e non solo, hanno deciso di scendere in piazza, in molti casi senza badare alla pioggia, per dire con forza che non è compiacendo le voglie dei maschi dominanti che vogliono costruire il proprio futuro.

Passo 12: dal basso o niente

… e il piccione ne approfittò per aggiungere: ”tu vai a caccia di uova, fin qui ci arrivo benissimo; che vuoi che mi importi allora se sei una bambina o un serpente?”

Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie

Le manifestazioni delle donne sono belle e partecipate e, come detto non sono indette dai partiti. Non sono certo di partito le manifestazioni del mondo della scuola che si susseguono anche tra febbraio e marzo (21), anche sull’onda dei nuovi attacchi alla scuola pubblica, fatti dal capo in persona, che, con il pretesto che la scuola pubblica inculcherebbe valori “di sinistra” cerca il modo per fare nuovi regali alle scuole confessionali.

Non sarà di partito nemmeno la manifestazione indetta in molte città d’Italia per il 12 marzo a favore della scuola pubblica e della Costituzione, eppure in questa circostanza i partiti cominciano a fare capolino un po’ più del solito e, per la prima volta, anche a causa di eccessi di protagonismo di coloro i quali hanno fatto dell’antiberlusconismo una ragione di vita, nella costruzione delle iniziative non si respira la stessa aria di fraterna collaborazione.

Qui a Milano, ma credo che lo stesso sia avvenuto anche a Torino, traspare negli organizzatori la volontà di marginalizzare per quanto possibile il tema scuola, lasciando che sia solo il tricolore a colorare le piazze e le barzellette sul bunga bunga, o sulla casa di batman, a risuonare sui palchi. Lo dico con amarezza, ma certo che dagli errori si può imparare tanto: il 12 marzo, a Milano, si ottiene l’adesione dei partiti di Fini e Casini, che hanno sempre appoggiato ogni passaggio della “riforma Gelmini”, ma si dà vita a una manifestazione deludente nei numeri e noiosa nei contenuti. Di scuola riusciranno a parlare, e benissimo, solo un migrante in apertura, quando la piazza è ancora vuota e una precaria in chiusura, quando la piazza si è già svuotata. Il resto del popolo della scuola si terrà ai margini della kermesse, raccogliendo firme e dialogando con ogni singolo manifestante, o quasi (22).

La riflessione che può nascere da questa occasione per metà sprecata è che il movimento della scuola è nato partendo dai bisogni reali dei lavoratori e degli studenti, con loro e i loro genitori abbiamo costruito tanti comitati e abbiamo intessuto una fittissima rete di rapporti. Data l’appartenenza politica di coloro i quali stanno provando a demolire la scuola pubblica è verosimile che anche da questa rete, dai nostri dibattiti e dalle nostre manifestazioni, sia nata la recente sconfitta elettorale del centro-destra e questo anche per me è un bene.

Ciò non toglie, però, che non siamo movimento in difesa della scuola per finta e che lo stesso trattamento avremmo riservato a chiunque, nel centro-sinistra, avesse provato a promuovere “riforme” dell’istruzione simili. Se questa, come credo, è l’impostazione condivisa dalla maggioranza del popolo della scuola, allora va da sé che per il futuro bisognerà capire per tempo quando la costruzione di iniziative nasconde manovre elettorali e lasciare che se le organizzino i partiti, decidendo ognuno sulla base dei propri convincimenti politici e di partito se e come fornire il proprio personale contributo.

Passo 13: Fermiamo Mengele

Camillo Cortas prendeva organi sani da bambini poveri e li trapiantava su bambini ricchi e malaticci. “Per un bambino povero,” diceva “il fegato è solo una sofferenza, con le porcherie che dovrà mangiare. Per il ricco, è utile e indispensabile.”

Stefano Benni, La compagnia di Celestini

Marzo è anche il mese nel quale la Gelmini e i suoi compari incassano la conferma definitiva della sentenza del tribunale di Milano del 10 gennaio che li condanna a risarcire le ore di sostegno sottratte indebitamente a diciassette famiglie di alunne e alunni con disabilità. Evidentemente irritati dalla lesa maestà il ministro e i dirigenti degli uffici territoriali provano ad imbastire in modo sistematico una campagna di colpi bassi e menzogne.

Nel corso dell’intervista nella puntata del 13 marzo alla trasmissione “Che tempo che fa(23), ad esempio, la Gelmini dichiara innanzitutto che non è assolutamente vero che il suo ministero sia stato condannato e lo dice con l’aria talmente convinta da far quasi pensare che ci creda sul serio. Nel passaggio seguente, poi, aggiunge che mancano le risorse solo per colpa di quegli ingordi che muoiono dalla voglia di far certificare una bella disabilità alla propria prole e godere del privilegio del sostegno. Per non essere volgare credo sia giusto leggere la risposta di una di queste mamme accusate di “furbizia”, che spiega quanto si sentono costantemente furbi i genitori di una bambina o un bambino con disabilità (24).

Pochi giorni dopo la povera ministra si vedrà costretta a rispondere ad una interrogazione parlamentare dall’accusa di aver escluso ragazze e ragazzi con disabilità dalle gare di corsa campestre dei giochi studenteschi (25).

Anche i suoi luogotenenti, sul tema, non fanno mancare delle chicche: l’ufficio scolastico della Lombardia, ad esempio, il 21 marzo emana una circolare nella quale chiede alle scuole che, nel comporre le classi ignorino totalmente le leggi che regolano il tetto massimo di alunni laddove sono presenti soggetti con disabilità (26). Sommerso dalle critiche qualche giorno più tardi quello stesso ufficio farà marcia indietro, ma quando ormai le classi sono state composte e la frittata è fatta. Del resto è lo stesso direttore dell’ufficio scolastico della Lombardia a dichiarare, il 24 marzo, che si negano ore di sostegno non già per risparmiare soldini, né tantomeno per discriminare, ma anzi per aiutare chi ha una disabilità a sentirsi proprio uguale agli altri (27), e leggendolo non ho potuto fare a meno di figurarmi il dottor Colosio con la mantellina azzurra e la bacchetta magica della fatina di Cenerentola.

L’attacco, però, è a tutto campo e anche fuori dalle scuole assistiamo ad inquietanti episodi quali il taglio degli sussidi di invalidità della regione Veneto (28) e agli insulti rivolti a Montecitorio alla deputata Ileana Argentin, colpevole di non poter applaudire con le proprie mani (29). Fortunatamente, almeno per quanto riguarda il mondo della scuola, c’è un minimo di risposta e, oltre alle iniziative di denuncia all’opinione pubblica e alla magistratura, si tiene finalmente a Milano un’assemblea alla quale partecipano insieme docenti di sostegno, docenti curricolari, educatori e genitori che decidono di mettersi in rete per promuovere campagne di informazione e sensibilizzazione sul tema. Oltre che per difendersi insieme dai tanti ignobili attacchi.

Passo 14: pregiudizio e pensiero unico

Fabio Pittore racconta che, parecchi secoli prima di lui, una vestale della città di Alba, mentre si recava ad attingere acqua con la sua brocca, fu violentata e partorì Romolo e Remo, i quali furono nutriti da una lupa, ecc. Il popolo romano credette a questa favola; non esaminò se in quel tempo ci fossero vestali nel Lazio, se fosse verosimile che la figlia di un Re uscisse dal suo convento con una brocca, se fosse probabile che una lupa allattasse due bambini invece di mangiarseli. Il pregiudizio si radicò.

Voltaire, Dizionario filosofico, alla voce Pregiudizio

Chiaramente affinché una campagna di disinformazione attecchisca bene è utile che si basi su qualche convinzione ben radicata nella mente delle persone: insomma, sfrutta i pregiudizi e ti troverai sempre bene! Alcuni, a volte confesso che tra questi ci sono anch’io, con atteggiamento un po’ snob talvolta si sorprendono nel rilevare ad esempio che la Gelmini è ritenuta da molti italiani una persona intelligente. Eppure anche lei ha un punto di forza e consiste nel riuscire a dare spessore alle proprie argomentazioni trovando sempre l’appiglio dialettico in qualche pregiudizio.

Il ministro non si limita a dire “i genitori dei ragazzi disabili fanno i furbi” ma aggiunge “quelli di alcune parti di Italia… e ammicca con l’aria bonaria di Totò che spiega di aver fatto tre anni di militare a Cuneo. Insomma pur senza dirlo è chiaro che si riferisce ai meridionali e i meridionali, chi non lo sa nelle valli bergamasche?, sono tutti furbi, che, inutile dirlo, equivale a imbroglioni, quindi si può anche dare per scontato che al sud le certificazioni di disabilità siano carta straccia.

Sappiamo che anche la questione del merito ha così tanto successo, malgrado la sua inconsistenza, perché si fonda sulla forza del pregiudizio, cioè sulla convinzione diffusa, soprattutto tra gli interlocutori privilegiati dei nostri governanti, che i docenti siano persone senza spina dorsale, incapaci di fare un lavoro vero (il padroncino di una fabbrichetta della Brianza, ad esempio) e che in fondo sono anche ignoranti, infatti spesso sono meridionali, e quindi vadano stanati con una sana selezione aziendale.

Il buon Berlusconi, probabilmente sempre allo scopo di acquistare nuove indulgenze in vista delle elezioni ormai prossime, pensa bene di dover prendere la parola in un paio di occasioni, a metà aprile, per promuovere il voucher scuola, cioè un assegno donato dallo Stato a quelle famiglie che intendono iscrivere i propri figli alle scuole private. Qualche giorno dopo l’ingegnere Roger Abravanel, guru dell’istruzione, autorevole primo consigliere della Gelmini, spiega nel corso della rubrica “regole e merito” del “Corriere tv(30), che l’idea l’ha suggerita lui in persona al presidente, ma che non si tratta di un assegno per le scuole private, ma di un voucherper potersi scegliere la scuola pubblica che si vuole”, dimostrando in questo sorprendente passaggio di ignorare che la scuola pubblica, in Italia, non si paga… e questa è la testa migliore tra i consiglieri della Gelmini!

Tornando ai nostri pregiudizi, Berlusconi, nel promuovere i voucher, richiama anche uno dei tanti luoghi comuni sulla scuola pubblica, cioè che si tratta di un covo di vipere “di sinistra”, che “inculcano valori diversi da quelli che i genitori cercano di inculcare nei propri figli. Questa affermazione, in fondo divertente per la contrapposizione tra docenti e resto del mondo, ha giustamente molto colpito per l’uso del verbo “inculcare”, ripetuto peraltro due volte, che è in effetti quanto di più distante ci sia dal nostro quotidiano lavoro nelle classi (31).

Tornarci credo non valga la pena, ma probabilmente vale la pena di spendere due parole sul luogo comune, per non diventarne noi stessi vittima, perché le nostre scuole tutto sono tranne che un covo di irriducibili comunisti, purtroppo o per fortuna, a seconda dei punti di vista. Fabio Luppino, sull’Unità del 17 aprile, ci dà notizia di un utile dossier del Centro d’iniziativa democratica degli insegnanti e dal Comitato 150, dal quale si ricava una informazione che “a pelle” sentiamo tutti nelle nostre scuole: i docenti di sinistra non sono più del 30% del totale. La maggioranza, aggiungerei io, ha la sola aspirazione di non essere disturbata; il 23,2% fa parte di associazioni religiose o parrocchiali. Per inciso: da questa stessa indagine si ricava che il primo motivo di insoddisfazione per i docenti non è di natura economica, ma è legato allo scarso riconoscimento sociale. Insomma, qualcuno dovrebbe avvertire la Gelmini che se davvero vuole conquistarci potrebbe bastare che la smettesse di insultarci.

Torniamo però ai “nostri” pregiudizi. Negli stessi giorni del voucher un’altra battaglia si combatteva contro il comunismo imperante nelle scuole e vedeva impegnata, alla testa di una pattuglia di 19 deputati del Pdl, la paladina Gabriella Carlucci che, evidentemente in qualità di storico dei libri di testo sottolineava il 14 aprile che:

“In Italia negli ultimi cinquant’anni lo studio della storia è stato spesso sostituito da un puro e semplice tentativo di indottrinamento ideologico”.

Per rimediare a questa intollerabile stortura i nostri presentano un progetto di legge per l’”Istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta sull’imparzialità dei libri di testo scolastici. Ora, premesso che una gran parte dei libri di testo che circolano nelle nostre scuole sono editi dalle aziende della famiglia Berlusconi, appare evidente che questa affermazione meriterebbe solo una grassa risata, così come quella dell’”inculcare”. Il punto è, però, che un domani molto prossimo potremmo davvero trovarci con i voucher, gli “inculcatori” conformi a ciò che il presidente ritiene che le famiglie vogliono inculcare e con la santa inquisizione della Carlucci che decide quali libri vanno messi all’indice. Il punto è che dietro i messaggi ad effetto lanciati lo scorso aprile si nasconde la volontà, nemmeno così tanto celata, di mettere le mani nelle piccole teste per imporre un plumbeo pensiero unico e questo, per fortuna, tanti ragazze e ragazzi l’hanno capito bene.

Passo 15: la commedia delle prove oggettive

Così se voi gli dite: “La prova che il piccolo principe è esistito, sta nel fatto che era bellissimo, che rideva e che voleva una pecora. Quando uno vuole una pecora è la prova che esiste”. Bè, loro alzeranno le spalle, e vi tratteranno come un bambino.

Ma se voi invece gli dite: “Il pianeta da dove veniva è l’asteroide B 612″ allora ne sono subito convinti e vi lasciano in pace con le domande. Sono fatti così. Non c’è da prendersela. I bambini devono essere indulgenti coi grandi.

Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe

Sono trascorsi una settantina d’anni da quando il piccolo principe cercava di metterci in guardia dalla stupidità dei dotti e di avvertirci che inseguire numeri e date ti allontana dalla comprensione della complessità del mondo che ci circonda, invece di avvicinarci. Altrettanto evidente è che le domande intelligenti non hanno mai un’unica risposta e che ciò che sembra un cappello potrebbe benissimo essere un serpente che ha mangiato un elefante. Evidentemente quei settant’anni sono passati invano, o più semplicemente il piccolo principe, e io con lui, s’era sbagliato, se oggi in Italia trionfa il modello delle “prove oggettive”, di quei test che sono stati imposti prima alle medie e alle elementari e, da quest’anno, anche nelle seconde classi degli istituti superiori.

Su queste prove, che per giunta escludono di fatto chi è portatore di disabilità e cancellano vent’anni di integrazione, già tantissimo si è detto e scritto. I sindacati di base e, in parte, anche la Cgil, hanno portato avanti una ammirevole campagna di contrasto e di informazione, Retescuole ha anche organizzato un seminario su “valutazione e merito” e Vivalascuola ha pubblicato un ampio e ben documentato articolo di Marina Boscaino (32), quindi non avrebbe senso dilungarmi ulteriormente in questa sede.

Credo invece sia giusto ricordare che, nei giorni di somministrazione delle prove Invalsi, in parlamento si vota, il 27 aprile, quella manovra economica che sancisce i tagli previsti per la scuola pubblica per i prossimi tre anni (33) e che la maggioranza si afferma con venti voti di scarto. Gli assenti nell’opposizione, cioè tra le fila di PD, IDV, FLI e UDC quel giorno sono 40, ma a pensar male si fa peccato.

Il 6 maggio, come già accennato, c’è lo sciopero finalmente proclamato dalla Cgil e credo sia stato, negli ultimi vent’anni, lo sciopero generale più ignorato dalla stampa. Anche per questo non sembra aver avuto un enorme numero di adesioni, ma tutto sommato, per essere alla fine dell’anno, anche nelle scuole la partecipazione non è stata disprezzabile e ha visto riaffacciarsi nelle piazze anche un buon numero di precari e precarie.

Come precari siamo stati per mesi sulla graticola, con un inseguirsi di decisioni, ripensamenti, colpi di scena e cessati allarme che continua ancora oggi e che pare avere il solo scopo di farci andare fuori di zucca e farci scannare tra di noi. La cronistoria della delirante gestione ministeriale delle cosiddette “graduatorie ad esaurimento” meriterebbe un articolo a parte che forse un giorno dovremo provare a scrivere, per lasciare ai posteri testimonianza del sadismo che può raggiungere la stupidità al potere

Tra l’altro, oltre al danno la beffa, c’è stato anche chi, e non poteva che essere una televisione del presidente del consiglio ha pensato di dare vita ad un reality con i precari della scuola rimasti senza lavoro come protagonisti, ma, fortunatamente, proprio mentre si avviavano le selezioni, le nostre proteste sono arrivate forti e chiare e gli sciacalli hanno desistito, almeno per ora.

Malgrado questo piccolo successo e nonostante i termini per presentare le domande si siano chiusi il 1 giugno, continuiamo però a non poter dormire sonni tranquilli, non solo perché non sappiamo, nella nostra lotta fratricida, quanti colleghi supereremo e da quanti saremo scavalcati nelle nuovissime graduatorie, ma anche perché ci sono ancora parlamentari della Lega, capeggiati dall’onorevole Pittoni, che chiedono ancora, a urne chiuse, di rivedere le regole del gioco per privilegiare il padano storico, anche a costo di rifare tutto daccapo. La cosa triste è che queste proposte farneticanti, che appunto per questo potrebbero anche tradursi in leggi, leggi che qualunque magistrato dovrà poi chiedere di riscrivere perché incostituzionale, queste proposte trovano anche seguito, chiaramente al nord, in qualche anima candida dell’opposizione.

Questo governo, del resto, ci ha già abituati ai cambiamenti folli dell’ultima ora e anche a tempo ampiamente scaduto e se i deliri di Pittoni sono per il momento soltanto ipotesi, alle scuole medie la Circolare Ministeriale pacco è già partita, porta il numero 46 è esplosa il 26 maggio. Fa riferimento agli esami finali del terzo anno, che cominceranno tra pochissimi giorni e secondo l’interpretazione che ne stanno dando la maggior parte dei dirigenti, chiede che le commissioni predispongano le prova scritta anche per la seconda lingua straniera. L’impressione è che qualcuno ai piani alti del ministero dell’istruzione ci provi gusto a vessare gli odiati professori e che, trascurando le esigenze degli studenti, si decida di cambiare ancora una volta le regole del gioco in corsa, anzi a corsa quasi terminata, a 15 giorni dagli esami.

Il ministro e i suoi consiglieri, evidentemente, ignorano completamente i vantaggi della programmazione e costringono migliaia di docenti e ragazzi ad inseguire affannosamente i loro slanci creativi e la loro insopprimibile ansia di improvvisazione.

Maggio si conclude con un’ultima chicca: pressati dalle associazioni di genitori i ministri dell’economia e dell’istruzione fingono di non sapere che le scuole, sul lastrico per i loro tagli, chiedono alle famiglie dei contributi volontari obbligatori. E dire che sarebbe bastato loro arrivare alla seconda delle dieci domande dell’assemblea delle scuole del milanese per scoprirlo. Ma è giusto non fidarsi e controllare di persona, quindi Gelmini e Tremonti ordinano un’indagine conoscitiva, un po’ come se Bonnie & Clyde si indignassero nel verificare che la banca che hanno appena rapinato è rimasta senza soldi (34).

Passo 16: la nostra primavera

E poi ti dicono: “tutti sono uguali, tutti rubano alla stessa maniera”, ma è solo un modo per convincerti a restare chiuso dentro casa quando viene la sera. Però la stosia non si ferma davvero davanti a un portone, la storia entra dentro le stanze, le brucia, la storia dà torto e dà ragione”

Francesco De Gregori, La storia siamo noi

Eppure questa volta Bonnie & Clyde e con loro tutta la banda bassotti pare proprio che i conti li abbiano sbagliati. Sempre meno persone credono alle loro balle e sempre meno lavoratori sono disposti a farsi vessare passivamente.

Le elezioni del 15, e i ballottaggi del 29 e, voglio sperare, anche i referendum del 12 giugno, ci dicono inequivocabilmente questo. Credo ci dicano pure, e non scrivo niente di nuovo, che per demolire il castello di sabbia e le potenti campagne mediatiche da milioni di euro, i candidati dell’opposizione si sono giovati, almeno a Napoli e, ancor più, a Milano, del modello della rete dei volontari e dei comitati di base, che sanno e possono agire tanto in maniera isolata e capillare sul territorio, sia in maniera unitaria e coordinata nelle grandi manifestazioni.

Quindi ha funzionato lo stesso identico modello che ha consentito al movimento per la difesa della scuola pubblica di sopravvivere nei momenti di magra e avanzare nei tempi migliori. E allora, forse, le forze che hanno vinto le elezioni devono essere grate anche al popolo della scuola, ma non solo e non tanto per la contaminazione dei modi di agire politico. Quello che forse ha contato è che il movimento della scuola è stato negli ultimi tre anni una continua spina nel fianco per il governo, demolendo con la forza dei fatti, in mille quotidiane e instancabili discussioni, tutte le bugie trasmesse supinamente dalle televisioni sullo stato della scuola e sulle conseguenze della “riforma”.

Il nostro scopo non è mai stato, né sarà mai, quello di prendere parte alle competizioni elettorali, ma non vi è dubbio che, qualora le politiche scolastiche di chi è al governo fossero del tipo che abbiamo visto in questi tre anni, beh, allora noi saremo lieti di festeggiare la disfatta di questi pessimi amministratori della cosa pubblica, di qualunque colore essi siano (35).

So pure che tante e tanti tra noi hanno legittimamente scelto di impegnarsi in prima persona nella competizione, portando appunto nei comitati elettorali l’esperienza dei comitati scolastici e personalmente, lo confesso, non ne sono stato felice, principalmente perché a Milano sono mancate tante energie importanti, quelle che, per intenderci, hanno consentito l’organizzazione di importanti manifestazioni a Roma e lo Sciopero della fame a staffetta a Bologna (36).

E ancora, in questo anno bifronte il finale col botto, di buon auspicio anche per il modo della scuola, non è opera nostra, né dei sindaci neoeletti, ma, secondo me, degli operai della Fincantieri che il 2 giugno sono andati a Roma e si sono presi la scena, ottenendo l’impegno da parte del governo, certo da vigilare, a far rientrare i tagli previsti, un impegno che non avrebbero ottenuto se fossero stati bravi e ragionevoli.

Oggi che gli organismi internazionali di strangolamento chiedono ancora lacrime e sangue e una manovra di altri 45 miliardi di euro, beh, se davvero vogliamo che cominci a pagare chi più ha, che si tagli sulle spese militari e sui faraonici progetti succhia fondi, allora dobbiamo imparare dagli operai di Genova e Castellammare che a starsene fermi a guardare, magari per paura di ritorsioni, non c’è nulla da guadagnare e tutto da perdere.

Allora mi piace concludere questo percorso, compiuto indegnamente con l’aiuto di tante citazioni, più o meno nobili, da dove ho iniziato, ossia dalla Yourcenar che fa dire al protagonista della sua “Opera al nero” che I timori sono naturali e ragionevoli, ma la vergogna ed il rimpianto sono mali anch’essi…

Note

1. Per una sintesi necessariamente incompleta delle sentenze citate si veda la pagina: http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/10/e-la-scuola-va-in-tribunale/103393/

2. Per una risposta più completa si veda l’articolo http://www.retescuole.net/contenuto?id=20100928210659

3. Per una risposta dei precari al Corriere (chiaramente mai pubblicata da quel giornale) si veda http://www.retescuole.net/contenuto?id=20100908122710

4. Per ripercorrere le primissime tappe di quella imbarazzante vicenda http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/12/a-lezione-di-legaadro-la-scuola-statale-e-padana/59771/

5. Si veda pure http://giornaleitaliano.info/gelmini-studenti-%E2%80%9Csoldato%E2%80%9D-nei-licei-impareranno-a-sparare-il-declino-inarrestabile-della-scuola-italiana-3146

6. http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/05/23/vivalascuola-83/

7. Per uno studio più approfondito della Circolare in oggetto: http://www.flcgil.it/scuola/pubblicata-la-circolare-sulle-sanzioni-disciplinari-del-personale-della-scuola.flc

8. Il testo completo della proposta di legge in questione può essere consultato alla pagina http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00529938.pdf

9. Sulle dichiarazione dell’“onorevole” Fontanini si può consultare “Il piccolo” alla pagina http://ilpiccolo.gelocal.it/cronaca/2010/10/23/news/scuola-classi-differenziate-per-i-disabili-bufera-sul-leghista-fontanini-1.18299

10. La soppressione della diaria in questione è contenuta nella legge n. 122 del 30 luglio 2010. Per un utile approfondimento di tutte le vicende relative ai viaggi di istruzione si veda la pagina http://www.forumscuole.it/rete-scuole/07attualita/viaggi-miraggi/

11. E si riduce del 70% il fondo per il diritto allo studio http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/28/niente-soldiai-libridi-scuola/73987/

12. Uno tra i possibili articoli di cronaca sul 16/10 http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/10_ottobre_16/corteo-fiom-metalmeccanici-roma-1703965174821.shtml

13. http://www.uaar.it/news/2010/11/16/universita-cancellati-tagli-quelle-private/

14. http://www.repubblica.it/scuola/2010/01/16/news/aumenti_prof_religione-1971395/

15. http://www.retescuole.net/contenuto?id=20101119000631

16. Per un quadro del contesto milanese, ad esempio, si può consultare la pagina http://cantiere.org/art-02873/autogestioni-e-occupazioni-2010-verso-il-corteo-del-10-dicembre.html

17. Sui perché di tanta generosità si veda http://www.retescuole.net/contenuto?id=20101222221857

18. Sulla risposta delle scuole si veda http://www.rknet.it/lascuolasiamonoi/index.php?mod=read&id=1296933812 dove è possibile trovare anche notizia della cancellazione, in quegli stessi giorni, dell’orribile “allenati per la vita”.

19. http://controriformadocentiarrabbiati.jimdo.com/notizie/merito-sperimentazione-flop/

20. http://comitatoscuolapubblica.wordpress.com/2011/01/17/perche-retescuole-sostiene-lo-sciopero-del-28-gennaio-e-perche-chiede-al-popolo-della-scuola-di-aderirvi/

21. http://www.repubblica.it/cronaca/2011/03/02/news/difendiamo_la_scuola_pubblica_le_proteste_in_italia-13079823/?ref=HREC1-8

22. http://milano.repubblica.it/cronaca/2011/03/13/news/migliaia_in_piazza_per_la_costituzione_dario_fo_guida_i_cori_contro_il_premier-13534084/

23. http://www.retescuole.net/contenuto?id=20110320130105

24. http://www.retescuole.net/contenuto/?id=20110317165820

25. http://www.repubblica.it/scuola/2011/03/25/news/giochi_disabili-14099793/

26. http://www.retescuole.net/contenuto/?id=20110324182156

27. http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/03/25/giuseppe-colosio-e-i-disabili-enucleati/99989/

28. http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/03/30/il-veneto-taglia-i-sussidi-agli-invalidi-senza-dirlo/100956/

29. http://tv.repubblica.it/dossier/blitz-processo-breve/montecitorio-insultata-la-deputata-disabile/65295?video

30. http://video.corriere.it/voucher-pagarsi-scuola-serve-o-no/37f586e4-69da-11e0-890a-a1e6d714ad88

31. Fortunatamente sono in primis i nostri studenti a cogliere l’assurdità della accusa http://www.repubblica.it/politica/2011/04/16/news/se_berlusconi_non_crede_nella_scuola_pubblica_vada_a_casa_la_reazione_degli_studenti_il_19_aprile_mobilitazioni_in_50_citt-15017419/

32. http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/05/16/vivalascuola-82/

33. http://www.repubblica.it/rubriche/la-scuola-siamo-noi/2011/04/25/news/un_futuro_di_tagli-15376342/

34. http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=151299&sez=HOME_SCUOLA

35. http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=mQMY5K8bt7g

36. http://www.retescuole.net/contenuto?id=20110529094951

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L’occhio del lupo

Fine anno, voglia di consuntivi: nessuna. Sorvolando sulle sorti probabili della mascotte mostruosamente invecchiata in tre anni – muove a sincera pena -, il bilancio a portata di un insegnante con una storia lavorativa media, diciamo una quindicina d’anni di servizio in ruolo, segna circa venticinquemila euro al passivo, sommando blocco contratto, blocco scatti di carriera (carriera! oh yes), presumibili ricadute fra pensione (oh, i guasti dell’immaginario!) e liquidazione (un errore nell’iperuranio platonico). Tutto da ascrivere al salvatore della patria Giulio Tremonti – per tale lo fanno passare. Per i soldati inviati al fronte, molti dei quali si ostinano a preferire un libro a una baionetta, quell’uomo invece è un nemico dell’umanità. Ma si sa, i soldati al fronte hanno sempre l’umore cattivo.

(michele lupo)

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Si avvicina la chiusura dell’anno scolastico

Cobas e Unicobas lanciano lo sciopero degli scrutini. Così ne sintetizza i motivi Piero Bernocchi, portavoce nazionale Cobas: “Sarà uno sciopero contro la scuola-miseria, per la cancellazione dei tagli degli organici, l’assunzione dei precari su tutti i posti vacanti e disponibili, l’apertura immediata della trattativa per il contratto con adeguati aumenti salariali, l’inserimento nella Finanziaria delle somme per la restituzione degli scatti di anzianità scippati, contro lo strapotere dei presidi-padroni, per la restituzione a tutti del diritto di assemblea”.

Suscita tensioni la circolare ministeriale che indica il 25% delle assenze da parte degli studenti come limite massimo consentito per rendere valido l’anno scolastico. Nascono timori su come possano essere considerate autogestioni e occupazioni delle scuole e che la norma possa essere applicata in chiave punitiva.

Preoccupazioni alla notizia dell’obbligatorietà agli esami di licenza media della prova scritta di seconda lingua (fino allo scorso anno era compito delle scuole decidere se far affrontare ai propri studenti un esame orale o anche scritto). Ma i presidi protestano, la comunicazione ministeriale è tardiva.

* * *

Il decreto Brunetta qui.

Il vademecun della CGIL sulle sanzioni disciplinari qui.

Tutti i materiali sulla “riforma” delle Superiori qui.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

Guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Un manuale di resistenza alla scuola della Gelmini qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Gilda, Cub.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Alessandro Cartoni, Michele Lupo, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Lucia Tosi) 

“Vivalascuola. E’ sufficiente un professore – uno solo! – per salvarci da noi stessi e farci dimenticare tutti gli altri”

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Tutti quanti, ogni mattina, allo squillare della campanella, dopo aver varcato la soglia della loro scuola, si tolgono il soprabito e il loro bagaglio di idee, giudizi, pregiudizi, gusti e disgusti, ed entrano in classe armati solo del loro registro e della loro preparazione, per “accendere un fuoco” nei loro ragazzi, come diceva Yeats, e aiutarli a conseguire “virtude e conoscenza“. Diversamente, non sarebbero insegnanti, sarebbero degli agit-prop. Ci saranno anche delle pecore nere e delle pecore rosse, ma la stragrande maggioranza è così. (Francesco Anfossi)

QUESTA E' STATA ED E' LA SCUOLA PUBBLICA, CHE QUESTO GOVERNO STA CERCANDO

DI DISTRUGGERE A VANTAGGIO DI QUELLA PRIVATA

(LEGGI QUESTO POST SUL BLOG LA POESIA E LO SPIRITO

E GLI ALTRI POST  DELLA RUBRICA "VIVALASCUOLA")

L’assessore che Dio lo perdoni…

mia figlia follia

Vi invito a leggere questa vicenda paradossale accaduta all'amica scrittrice Savina Dolores Massa, emblematica della schizofrenia dei tempi, in cui è cosa buona e giusta che un premier mantenga il suo harem di prostitute, che le tivù pubbliche e private siano la fogna che sono, che le alte gerarchie ecclesiastiche accondiscendano a ciò senza, invece, tuonare e buttare fuori dal tempio i responsabili politici, e baciapile, di questa deriva etica, di questo impoverimento crescente della società a vantaggio dei soliti noti. Buoni a nulla, sosteneva Longanesi, ma capaci di tutto. Eppure, non ostante ciò, un assessore alla cultura, da bravo benpensante, si fa vindice della virtù risparmiando a una classe di adolescenti la (rap)presentazione di un romanzo (Mia figlia follia), tra i più belli o originali mai scritti in Sardegna, reputandolo in qualche pagina "osceno" e dunque inadatto per lo loro anime candide. Dopo che un'operatore culturale aveva già da tempo preso accordi con l'autrice, dopo che era stato concordato il lauto rimborso spese di trenta euro…  

Piena stima e solidarietà all'amica Savina.

http://savinadoloresmassa.splinder.com/post/24420784#comment