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……1994 ?! 2011/……

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Il governo Berlusconi è finito. E’ ciò che in tanti, e da tempo, desideravamo, stanchi delle leggi ad personam, della pessima condotta istituzionale e privata del premier, delle scelte e delle non scelte sciagurate di questo governo, in tutti i settori, dalla scuola all’economia. Il peggior governo che si ricordi. Stava iniziando una stagione di violenza, fermata forse per tempo, anche grazie all’impegno infaticabile di un capo dello Stato che ricorderemo a lungo, con gratitudine e affetto.

Chiunque sarà chiamato a governarci, a breve, e per breve tempo, lo farà senza investitura popolare, considerata la gravità di una situazione economica sminuita fino all’ultimo, è bene ricordarlo, dal capo del governo uscente. Non per questo, però, il premier subentrante sarà meno responsabile nei confronti dei cittadini dei quali dovrà tutelare, primariamente, gli interessi; soprattutto di quelli che nulla hanno, o ai quali molto è stato tolto. Vogliamo infatti ritenere infondato il timore che invece, more solito, si andrà a tutelare gli interessi dei soliti noti, ma anche quelli di soggetti finanziari e politici oltre frontiera, sotto le mentite spoglie (ma non più di tanto) di atti formali delle istituzioni europee.

Ciò che si vuole e ci si aspetta – assunti i provvedimenti indilazionabili che è giusto far gravare sui reali responsabili della crisi, sulla casta politica ed economica e sulle categorie sociali più abbienti – è che si creino le condizioni per una reale rinascita del paese, ridando speranza alle tante persone che l’hanno perduta, in questi anni. Valorizzando al meglio le straordinarie risorse della penisola, il suo ingegno millenario nell’arte, nella ricerca, nella produzione, nel commercio, nell’artigianato, nel turismo.

Siamo stati per diciassette anni in balia degli interessi, dei capricci e dei piaceri di un uomo e della sua estesa e famelica corte, che ha difeso fino all’ultimo l’indifendibile, per servilismo e tornaconto personale; lo hanno fatto con tale arroganza e malafede da non poter essere perdonati. Non può essere la politica l’approdo di questa becera categoria antropologica. Dopo avere tanto sofferto e rinunciato non siamo più disposti a vederci rappresentati da persone indegne. Attendiamo dunque con fiducia il corso concitato di questi ultimi eventi, ma vigili, come sempre.  

“Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale…”

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Come non condividere le considerazioni e le proposte contenute in questo recente documento del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, pur consapevoli delle contraddizioni delle gerarchie ecclesiastiche nella gestione dell’enorme patrimonio della Chiesa.  Non si può che auspicare, infatti, la creazione di autorità internazionali capaci di regolare l’economia globale orientandola verso una redistribuzione della ricchezza, ponendo fine o, per lo meno, contenendo la scandalosa povertà sofferta ormai dalla maggior parte della popolazione del pianeta. Un impegno in questa direzione è “una prerogativa e un dovere per tutti”, singoli o soggetti pubblici, a prescindere dal sentimento religioso. Le coalizioni politiche che ambiranno a governarci, in questo e negli altri Paesi, dopo le esperienze drammatiche di questi anni, dovranno necessariamente confrontarsi con tali istanze, da cui dipenderà la nostra sopravvivenza e quella delle generazioni future. gn

[…]La crisi economica e finanziaria che sta attraversando il mondo chiama tutti, persone e popoli, ad un profondo discernimento dei principi e dei valori culturali e morali che sono alla base della convivenza sociale. Ma non solo. La crisi impegna gli operatori privati e le autorità pubbliche competenti a livello nazionale, regionale e internazionale ad una seria riflessione sulle cause e sulle soluzioni di natura politica, economica e tecnica. […]I tempi per concepire istituzioni con competenza universale arrivano quando sono in gioco beni vitali e condivisi dall’intera famiglia umana, che i singoli Stati non sono in grado di promuovere e proteggere da soli. Esistono, quindi, le condizioni per il definitivo superamento di un ordine internazionale « westphaliano », nel quale gli Stati sentono l’esigenza della cooperazione, ma non colgono l’opportunità di un’integrazione delle rispettive sovranità per il bene comune dei popoli. È compito delle generazioni presenti riconoscere e accettare consapevolmente questa nuova dinamica mondiale verso la realizzazione di un bene comune universale. Certo, questa trasformazione si farà al prezzo di un trasferimento graduale ed equilibrato di una parte delle attribuzioni nazionali ad un’Autorità mondiale e alle Autorità regionali, ma questo è necessario in un momento in cui il dinamismo della società umana e dell’economia e il progresso della tecnologia trascendono le frontiere, che nel mondo globalizzato sono di fatto già erose. La concezione di una nuova società, la costruzione di nuove istituzioni dalla vocazione e competenza universali, sono una prerogativa e un dovere per tutti, senza distinzione alcuna. È in gioco il bene comune dell’umanità e il futuro stesso.[…]

Dalla “Nota del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace intitolata “Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale“.

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Stato di necessità

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Sì, ci dichiariamo democratici e contro la violenza, ma se giungesse la notizia che il premier e i suoi ministri sono usciti dalla scena in malo modo, quanti si strapperebbero i capelli per il dispiacere? Qual è il sentimento e il desiderio autentico degli italiani? Perché è quello che conta, più che le dichiarazioni opportune, più dell’ipocrisia o della pacatezza normalizzante dei tigì che rendono ovvio l’inaccettabile. Il punto è questo: non vi è rappresentanza senza comunanza di intenti tra rappresentato e rappresentante. Un avvocato, un mandatario, un consiglio di amministrazione, un delegato a vario titolo assumono l’obbligazione di rispettare quanto ad essi demandato dal titolare del diritto (che in politica è la comunità quanto quanto il singolo). E quando questo non avviene, per incapacità personale o perchè gli atti sono difformi dalla volontà del rappresentato, dette figure perdono la legittimazione a rappresentare. Questo non avviene in politica; o, meglio, in quella italiana. Ho sperato e continuo a sperare che l’ignobile consorteria – dove s’intreccia politica, sesso, affari privati e compravendita di voti e di nomine pubbliche – se ne vada con le proprie gambe, come chiede la maggior parte dei cittadini e i partiti dell’opposizione. Sappiamo però che, con ogni probabilità, questo non avverrà.

E allora? Continueremo ad urlare il nostro diritto di essere ben rappresentati e rispettati, invocando principi e regole sempre più lontani dai comportamenti politici reali?

C’è scontentezza persino nella base dei partiti della maggioranza, per le incoerenze dei loro leader. Il permanere alla guida del Paese, anche se contestati ormai dalla maggior parte degli italiani, viene resa possibile non da un reale principio democratico, ma da una tragica carenza ordinamentale, che non prevede forme di dimissionamento per situazioni come quella, drammatica, che stiamo vivendo.

Vale però la pena ricordare che “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.” La passività di fronte a questo stato di cose non è dunque consentita. Cosa resta da fare, allora, ai cittadini? La crescente contrazione del diritto alla sopravvivenza (“La Repubblica tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività…”) – di questo si tratta, per i giovani e i milioni di indigenti – restando così le cose, potrebbe portare ad una sorta di “stato di necessità” innescante, a sua volta, un pericoloso meccanismo di autotutela. Diverso, dunque, dalla violenza vista a Roma nei giorni scorsi, ma ancora più esteso e, a questo punto, incontrollabile. 

Intervista a Mario CAPANNA – di Michael Pontrelli

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Per Mario Capanna, uno dei principali leader del movimento giovanile del Sessantotto “è evidente che siamo di fronte ad un mondo sbagliato” in cui “la politica è stata relegata ad un ruolo servile nei confronti del potere economico e finanziario”. I giovani Indignati “hanno capito che se non cambiano questo stato di cose sono destinati a un futuro di disoccupazione e precarietà”. Secondo Capanna “un nuovo modello economico più giusto del capitalismo esiste già: produzione e commercio equo solidali basati su un sistema di microcredito” in cui “il principio del profitto viene sostituito da quello del giusto guadagno”.

Gli Indignati sono ormai diventati un fenomeno globale, possiamo parlare di un nuovo ’68 ?

“No, perché la storia non si ripete. Però è certo che se questo movimento regge nel tempo e non si dissolve rapidamente, come capitato ad altri movimenti negli anni scorsi, può essere una pagina importante di cambiamento”.

Cosa è cambiato rispetto a 43 anni fa?

“Le condizioni interne ed esterne sono diverse. Per esempio oggi il web è uno strumento di comunicazione a disposizione molto importante, come la primavera araba ha dimostrato. Noi ovviamente non avevamo la rete per comunicare ma quel ‘maledetto’ ciclostile che sputava inchiostro da tutte le parti e si rompeva nei momenti più importanti”.

Cosa le piace degli Indignati?

“Mi piace il fatto che partono da un livello di consapevolezza molto alto. Hanno individuato nel profitto capitalistico, finanziario e speculativo il nodo centrale del problema e questo è assolutamente vero ma non perché lo dico io o lo dicono loro ma perché lo dicono dati di fonte Onu: il 2% dell’umanità possiede circa il 50% delle ricchezze mondiali, il 10% dell’umanità possiede circa l’85% delle ricchezze planetarie. In occidente nella fascia di giovani tra i 15 e i 25 anni il suicidio è la prima causa di morte. E’ evidente che siamo di fronte ad un mondo sbagliato e i giovani che protestano hanno capito che se non cambiano questo stato di cose, riportando al centro l’umanità al posto del profitto, sono destinati ad un futuro di disoccupazione e precarietà a vita”.

Cosa si sente di suggerire al movimento sulla base della sua esperienza?

“Per la prima volta dal 68 un movimento di protesta ha una ampiezza e una simultaneità planetaria. I giovani Indignati protestano a Wall Street, nelle principali capitali europee e perfino in Israele. Tuttavia, come l’esperienza del 68 ha dimostrato, è molto importante anche il radicamento locale. Noi facevamo grandi cortei a Roma e Milano ma anche a Torino, Palermo, Cagliari e via dicendo. Diffondere localmente la partecipazione significa costruire una forza irresistibile di cambiamento”.

Il potere finanziario è uno degli obiettivi principali della contestazione degli indignati. Perché secondo lei le banche hanno accresciuto in questo modo spaventoso il loro potere?

“La risposta è semplicissima: perché il potere economico e finanziario, soprattutto quello speculativo, ha relegato la politica a un ruolo servile nei suoi confronti. La politica segue ed esegue i suoi voleri e i suoi diktat. E’ assurdo che la politica non chieda di mettere in galera i banchieri speculatori e chieda invece di salvare banchieri e banche attraverso una ricapitalizzazione con il denaro dei cittadini. Quando i giovani Indignati mettono il dito su questa piaga dicono una grande verità”.

Cosa fare per superare questo stato di cose?

“E’ necessario che la politica, nel senso nobile del termine, torni ad avere un ruolo preminente. Devono essere i cittadini con la partecipazione e quindi la politica con la p maiuscola a dire come vanno impiegate le risorse del pianeta affinché ci sia più equità e giustizia. Mentre noi stiamo parlando 4 miliardi di esseri umani non hanno energia elettrica, non hanno assistenza sanitaria, sono analfabeti, non hanno acqua potabile. E’ mai pensabile che il mondo possa andare avanti in questo modo?”

Torniamo un attimo alle banche, la richiesta di farle fallire potrebbe far precipitare l’economia mondiale in una depressione come quella del 1929. Non c’è il rischio che chiedere la loro rovina diventi per i cittadini un boomerang?

“Il problema non è sbarazzarsi delle banche ma far si che svolgano un ruolo socialmente utile. Oggi le banche servono per incamerare al massimo livello il profitto. Anche qui cito dati Onu: delle migliaia di migliaia di dollari ed euro movimentanti ogni giorno per via telematica nel mondo ben il 95% sono destinati ad operazioni di speculazione. Soltanto il 5% viene impiegato per transazioni economiche reali come l’acquisto di derrate alimentari, materie energetiche, macchinari, medicinali. Questo dato dice in modo evidente che il sistema bancario finanziario speculativo è intrinsecamente malato. Bisogna dire basta al profitto selvaggio ovvero basta a questo turbo capitalismo che sta devastando il mondo e che sta distruggendo immense energie produttive ed umane. Bisogna dire invece si all’onesto guadagno che è un concetto diverso che non implica la speculazione e lo sfruttamento. I modelli alternativi esistono già come per esempio il microcredito inventato da Yunus che ha vinto il premio Nobel per questo”.

L’egoismo dell’uomo è il limite invalicabile per tutte le aspirazioni di cambiamento del mondo?

“Il concetto secondo cui gli uomini sarebbero per loro natura egoisti ha radici antichissime però non è fondato. Quella che noi chiamiamo natura umana è frutto di una costruzione storica. Non è vero che il mondo è sempre andato avanti come oggi. La natura umana non è un dato fisso rispetto alla quale non possiamo fare nulla. Dipende dalla possibilità di costruire un altro modo di vedere le cose. Per esempio i giovani Indignati partono dai propri bisogni ma si battono per tutta la società e questo è un elemento che contraddice la presunta natura umana egoistica e mostra invece il lato solidaristico e anche altruistico della natura umana”.

Il sistema capitalistico oltre che la ricerca del profitto esalta anche l’individualismo e la competitività a danno della solidarietà. Per avere un mondo più giusto bisognerebbe superare il modello capitalistico, ma questo è davvero possibile?

“Il problema non è strapparsi i capelli per escogitare un nuovo modello perché lo abbiamo già davanti agli occhi: la produzione e il commercio equi e solidali dove non viene applicato il principio del profitto ma quello del giusto guadagno. Non sono una favola, non sono una poesia. E’ l’unico settore in crescita nel mondo. Anche in Italia, quindi in un paese sviluppato, cresce tra l’8 e il 15% l’anno. E’ l’unico settore che non è in recessione. Questo modello economico coinvolge nel mondo milioni di persone ed è evidente che è fumo negli occhi per quella minoranza che controlla la maggior parte delle ricchezze del pianeta”.

Però tutti i tentativi fatti fino ad ora per superare il capitalismo sono stati fallimentari e chi ci prova viene spesso accusato di inseguire una utopia.

“Anche noi del ’68 siamo stati bollati come coloro che ‘diedero l’assalto al cielo’. Io però dico che questa etichetta è sbagliata. Noi non demmo nessun assalto al cielo, noi ci limitammo ad indicare il cielo agli esseri umani affinché lo guardassero e quando davvero gli uomini incominciarono a guardarlo scoprirono che si poteva cambiare. Da allora con quello sguardo al cielo le cose della terra sono state guardate in modo diverso e spero che oggi, con il movimento degli Indignati, avvenga qualcosa di analogo. Il microcredito, la produzione e il commercio equo solidali sono la dimostrazione che un nuovo mondo è possibile”.

Per concludere, che messaggio si sente di lanciare ai giovani Indignati?

“Una frase brevissima che a me è rimasta molto impressa e che ha influenzato la ma vita: contestate e create, vale a dire: dite ciò che vedete e cambiate il brutto e l’ingiusto di ciò che vedete”.

14 ottobre 2011

Da Tiscali Notizie 

Manovra e armi: “Il male oscuro” di Alex Zanotelli. APPELLO

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Leggendo questo appello di Alex Zanotelli, da condividere appieno, abbiamo l’ennesima conferma di quanto sia lontana dal bene del Paese l’azione politica di questo Governo; la cui permanenza in carica – determinata dall’evidente volontà di difendere soprattutto i diritti di pochi privilegiati, infiaschiandosene dei quotidiani scandali e del disprezzo sociale – è ormai diventata impossibile da sopportare per la maggior parte degli italiani. Ma della follia e spregiudicatezza con cui si utilizzano i denari pubblici non finiremo mai di stupirci: 27 miliardi di spesa per la Difesa nel 2010!!! 17 miliardi per acquistare 131 cacciabombardieri F 35!!! Se i cittadini non si fossero mobilitati massicciamente, avremmo aggiunto al conto le spese per l’installazione delle centrali nucleari e per la costruzione del ponte di Messina. I sacrifici che ci sono stati richiesti con l’ultima manovra economica andranno dunque in buona parte a foraggiare industrie come la Fin-Meccanica, l’Iveco-Fiat, la Oto-Melara, l’Alenia Aeronautica. Nessun governo potrà essere più iniquo di questo, per la semplice ragione che a muoverlo nei più profondi substrati è un’élite di ricchi e privilegiati strenuamente decisa mantenere nel tempo i suoi privilegi e quelli futuri dei propri figli, attraversando così indenne questa crisi spaventevole, di cui sono appena intuibili le conseguenze ultime. Più che un governo incapace, è dunque un governo diabolicamente deciso a perseguire il fine anzidetto, passando sul cadavere di milioni di italiani. Compromessi come quelli recenti di Obama coi contribuenti più ricchi d’America, per una maggiore equità fiscale ed economica qui sono ancora un sogno. Altra faccenda, poi, che questo governo ignobile sia presieduto da un sesso-dipendente plurinquisito (che ha tranquillamente detto di fare il premier a tempo perso) e sostenuto da un leader politico al limite dell’interdizione, che farfuglia in ogni occasione della prossima secessione del nord dal resto del Paese. Ciò che credo sia chiaro a molti, ripeto, è che non è più possibile continuare ad accettare tutto questo. gn

 

In tutta la discussione nazionale in atto sulla manovra finanziaria, che ci costerà 20 miliardi di euro nel 2012 e 25 miliardi nel 2013, quello che più mi lascia esterrefatto è il totale silenzio di destra e sinistra, dei media e dei vescovi italiani sul nostro bilancio della Difesa. E’ mai possibile che in questo paese nel 2010 abbiamo speso per la difesa ben 27 miliardi di euro? Sono dati ufficiali questi, rilasciati lo scorso maggio dall’autorevole Istituto Internazionale con sede a Stoccolma(SIPRI). Se avessimo un orologio tarato su questi dati, vedremmo che in Italia spendiamo oltre 50.000 euro al minuto, 3 milioni all’ora e 76 milioni al giorno. Ma neanche se fossimo invasi dagli UFO, spenderemmo tanti soldi a difenderci!!

E’ mai possibile che a nessun politico sia venuto in mente di tagliare queste assurde spese militari per ottenere i fondi necessari per la manovra invece di farli pagare ai cittadini? Ma ai 27 miliardi del Bilancio Difesa 2010, dobbiamo aggiungere la decisione del governo, approvata dal Parlamento, di spendere nei prossimi anni, altri 17 miliardi di euro per acquistare i 131 cacciabombardieri F 35. Se sommiamo questi soldi, vediamo che corrispondono alla manovra del 2012 e 2013. Potremmo recuperare buona parte dei soldi per la manovra, semplicemente tagliando le spese militari. A questo dovrebbe spingerci la nostra Costituzione che afferma :”L’Italia ripudia la guerra come strumento per risolvere le controversie internazionali…”(art.11) Ed invece siamo coinvolti in ben due guerre di aggressione, in Afghanistan e in Libia. La guerra in Iraq (con la partecipazione anche dell’Italia), le guerre in Afghanistan e in Libia fanno parte delle cosiddette “ guerre al terrorismo”, costate solo agli USA oltre 4.000 miliardi di dollari (dati dell’Istituto di Studi Internazionali della Brown University di New York). Questi soldi sono stati presi in buona parte in prestito da banche o da organismi internazionali. Il governo USA ha dovuto sborsare 200 miliardi di dollari in dieci anni per pagare gli interessi di quel prestito. Non potrebbe essere, forse, anche questo alla base del crollo delle borse? La corsa alle armi è insostenibile, oltre che essere un investimento in morte: le armi uccidono soprattutto civili.

Per questo mi meraviglia molto il silenzio dei nostri vescovi, delle nostre comunità cristiane, dei nostri cristiani impegnati in politica. Il Vangelo di Gesù è la buona novella della pace: è Gesù che ha inventato la via della nonviolenza attiva. Oggi nessuna guerra è giusta ,né in Iraq, né in Afghanistan, né in Libia. E le folle somme spese in armi sono pane tolto ai poveri, amava dire Paolo VI. E da cristiani come possiamo accettare che il governo italiano spenda 27 miliardi di euro in armi, mentre taglia 8 miliardi alla scuola e ai servizi sociali?

Ma perché i nostri pastori non alzano la voce e non gridano che questa è la strada verso la morte?

E come cittadini in questo momento di crisi, perché non gridiamo che non possiamo accettare una guerra in Afghanistan che ci costa 2 milioni di euro al giorno? Perché non ci facciamo vivi con i nostri parlamentari perché votino contro queste missioni? La guerra in Libia ci è costata 700 milioni di euro!

Come cittadini vogliamo sapere che tipo di pressione fanno le industrie militari sul Parlamento per ottenere commesse di armi e di sistemi d’armi. Noi vogliamo sapere quanto lucrano su queste guerre aziende come la Fin-Meccanica, l’Iveco-Fiat, la Oto-Melara, l’Alenia Aeronautica. Ma anche quanto lucrano la banche in tutto questo.

E come cittadini chiediamo di sapere quanto va in tangenti ai partiti, al governo sulla vendita di armi all’estero (Ricordiamo che nel 2009 abbiamo esportato armi per un valore di quasi 5 miliardi di euro).

E’ un autunno drammatico questo, carico di gravi domande. Il 25 settembre abbiamo la 50° Marcia Perugia-Assisi iniziata da Aldo Capitini per promuovere la nonviolenza attiva. Come la celebreremo? Deve essere una marcia che contesta un’Italia che spende 27 miliardi di euro per la Difesa.

E il 27 ottobre sempre ad Assisi , la città di S. Francesco, uomo di pace, si ritroveranno insieme al Papa, i leader delle grandi religioni del mondo. Ci aspettiamo un grido forte di condanna di tutte le guerre e un invito al disarmo.

Mettiamo da parte le nostre divisioni, ricompattiamoci, scendiamo per strada per urlare il nostro no alle spese militari, agli enormi investimenti in armi, in morte.

Che vinca la Vita!

Alex Zanotelli

Napoli, 24 agosto 2011

Per sottoscrivere l’appello vai a

http://www.ildialogo.org/appelli/indice_1314206334.htm

Odi et amo

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Amare molto comporta, a volte, l’odiare. Penso a quei valori che abbiamo eletto a nucleo irrinunciabile di noi stessi e che siamo disposti a difendere con tutte le nostre forze. Valori che sono – o dovrebbero essere – il fondamento anche della nostra società civile: conoscenza, bellezza, spirito critico, rigore, generosità, onestà, condivisione, sobrietà, equità, giustizia. Valori che sono tali perché mettono distanza dalla bestialità – nel superamento dell’egoismo individuale e della sopraffazione dell’altro con la violenza o l’astuzia, e della volgarità e dell’abbrutimento. Ma quando le democrazie come quella italiana, private dei connotati fondanti, divengono cabine di regia e cassa corrente ad uso di un singolo e di alcune caste di intoccabili, noi non possiamo non odiare questo singolo e coloro che opportunisticamente lo sostengono (politici, portavoce, giornalisti che nascondono strategicamente la verità dei fatti); caste finanziarie, burocratiche, imprenditoriali e professionali da sempre col vento in poppa, pur cambiando i governi: la crisi è dovuta soprattutto all’aggressione speculativa che distrugge le economie, gonfiando e annientando il valore di aziende, di beni e di titoli (pensiamo al mercato immobiliare, al costo attuale di una casa), e dalla forte e diffusa evasione fiscale che impedisce di sanare il debito pubblico e di investire (vicini di casa, amici, parenti e conoscenti che non rilasciano fatture e scontrini, e che bisognerebbe iniziare a segnalare). Non possiamo non odiare chi, con somma iniquità, opera scelte politiche ed economiche che gravano quasi esclusivamente su alcuni ceti sociali lasciandone fuori degli altri. Nessuno accetta di fare sacrifici economici “per il bene del Paese” se non sono anche gli altri a farne in maniera proporzionale alle proprie risorse. Ricordiamo che un milione di persone, in Italia, ha più di 500.000 euro depositati in banca: s’inizierà davvero ad intaccare fiscalmente i patrimoni di una data consistenza, e i redditi più alti? Non possiamo non odiare chi, in questi anni, ha occupato le istituzioni piegandole ai propri interessi personali. Non possiamo non odiare chi ha fatto andare in malora pezzi dello Stato come la scuola e la giustizia (colpevole di perseguire chi si sente al di sopra della legge), ignorando o denigrando volgarmente organi come il Parlamento, la magistratura, il Capo dello Stato, la Pubblica amministrazione). Non possiamo non odiare chi vuole dividere e smembrare una comunità compattata con guerre e sacrifici enormi, chi ha una condotta di vita incompatibile col ruolo pubblico che riveste, incurante del discredito che suscita sul piano nazionale e internazionale. Non possiamo che augurare una rapida dipartita (politica e istituzionale) a chi ha contribuito a produrre questo sfascio di proporzioni immani, la sua scomparsa definitiva da ogni contesto decisionale pubblico. Non potremmo infatti amare noi stessi e questo Paese, la sua storia migliore e la sua bellezza, senza odiare fortemente chi lo ha reso pieno di ingiustizie ed invivibile, ostacolandone il sogno di rinascita.

Non segheranno mai il ramo che li regge

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Alcuni giorni fa la sezione civile della Corte d’appello di Milano ha stabilito che Silvio Berlusconi fu corresponsabile della corruzione del giudice che, nel 1991, consentì alla Fininvest di diventare socio di maggioranza della Mondadori a danno della Cir di Carlo De Benedetti, condannando la Fininvest a risarcire 560 milioni di euro.

Non esiste purtroppo nel nostro ordinamento una norma che mandi a casa un capo del governo dimostratosi – per condotta pubblica e privata -indegno di ricoprire il ruolo istituzionale che riveste. Ciò che le cronache nazionali e internazionali hanno riferito su di lui in questi anni è evidentemente ancora al di sotto della sua soglia di vergogna e di senso dello Stato, ed ha infatti dichiarato che resterà al suo posto fino alla fine della legislatura, anche dopo l’ultima manovra economica –iniqua e spietata che poco o nulla intacca i privilegi della casta – che metterà ulteriormente in ginocchio la maggior parte degli italiani senza minimamente favorire la ripresa economica.

E’ di tutta evidenza che altri diciotto mesi di questo Governo, per lo sfacelo economico e il degrado etico che ha determinato, sono troppi a questo punto per chi ha sopportato anni in silenzio stringendo i denti. Otto milioni di italiani, secondo l’Istat, vivono al di sotto della soglia di povertà, con una spesa al di sotto di 992,46 euro al mese. Ma si è forse meno poveri se si sostiene ogni mese una spesa di 1.500 euro con una famiglia di tre o più persone? Sono noti i costi degli affitti, dei mutui, dei generi alimentari, della bollette, delle spese scolastiche e della benzina, per considerare le spese impreviste.

Chi, tolta la casta e i molti furbi che si sono avvantaggiati di questo sistema, non vorrebbe tornare alle urne scegliendo direttamente i propri rappresentanti politici, invece di farlo fare ad élite ristrettissime? Chi, a parte i diretti interessati, non desidererebbe che si dimezzi il numero dei parlamentari e dei consiglieri regionali beneficiari di privilegi inaccettabili? Che si cancellino province ed enti inutili, che venga meno la possibilità di concentrare incarichi su incarichi, remuneratissimi – di consigliere, presidente, arbitro e consulente – in capo allo stesso politico, manager, alto dirigente pubblico? Che le tivù e le radio di Stato, a fronte di un canone imposto con la forza agli italiani, non siano più la cosa misera che spesso sono, per omessa e incompleta informazione, per la sconcertante banalità dei programmi proposti che hanno contribuito alla disaffezione crescente dei cittadini dalla cultura e dallo spirito critico? Chi non s’aspetterebbe, invece, che costoro raccontassero lo sfascio e il dilagante malcostume con voce potente e indignata?

Vorremmo che anche le forze di opposizione urlassero più forte assieme alla gente, pretendendo le dimissioni di questo governo incapace e rappresentativo solo di sé stesso, e dell’orrida corte che lo tiene in vita; un’opposizione che, vista la gravità della situazione, avrebbe dovuto già da tempo lavorare a un nuovo e lungimirante progetto che dia risposte e soluzioni alle nostre molte attese, disegnando la società del futuro.

Cose, tutte queste, che non potremmo certo aspettarci nell’immediato, né senza fatica. Un uccello non taglia il ramo che lo sostiene, e spetterà dunque a noi, come cittadini, stare vigili sostenendo volta per volta, tra le molte iniziative popolari, quelle che ci sembreranno più serie e con possibilità di successo (come sono stati i referendum).

Avremmo voluto essere come gli islandesi che, stanchi di un Governo inefficiente, sono scesi in piazza a protestare con le pentole in mano riuscendo a farlo dimettere, giungendo persino a modificare la carta costituzionale, adattandola alle nuove esigenze. Il tutto civilmente, senza violenza, come se fosse la cosa più ovvia e scontata. Ma siamo italiani, con politici senza vergogna caparbiamente attaccati ai loro privilegi e alle loro ambizioni, e cittadini per lo più assuefatti alle piccole e grandi iniquità di ogni giorno. Sogniamo perciò uno tsunami che faccia sparire di colpo dalla vista il peggio di questa politica, sapendo che se qualcosa cambierà sarà solo per la sensibilità, la caparbietà e la capacità organizzativa di pochi, l’immancabile sale della terra.