Posts Tagged ‘dalla rete’

“Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale…”

rivera-diego-la-notte-dei-poveri

Come non condividere le considerazioni e le proposte contenute in questo recente documento del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, pur consapevoli delle contraddizioni delle gerarchie ecclesiastiche nella gestione dell’enorme patrimonio della Chiesa.  Non si può che auspicare, infatti, la creazione di autorità internazionali capaci di regolare l’economia globale orientandola verso una redistribuzione della ricchezza, ponendo fine o, per lo meno, contenendo la scandalosa povertà sofferta ormai dalla maggior parte della popolazione del pianeta. Un impegno in questa direzione è “una prerogativa e un dovere per tutti”, singoli o soggetti pubblici, a prescindere dal sentimento religioso. Le coalizioni politiche che ambiranno a governarci, in questo e negli altri Paesi, dopo le esperienze drammatiche di questi anni, dovranno necessariamente confrontarsi con tali istanze, da cui dipenderà la nostra sopravvivenza e quella delle generazioni future. gn

[…]La crisi economica e finanziaria che sta attraversando il mondo chiama tutti, persone e popoli, ad un profondo discernimento dei principi e dei valori culturali e morali che sono alla base della convivenza sociale. Ma non solo. La crisi impegna gli operatori privati e le autorità pubbliche competenti a livello nazionale, regionale e internazionale ad una seria riflessione sulle cause e sulle soluzioni di natura politica, economica e tecnica. […]I tempi per concepire istituzioni con competenza universale arrivano quando sono in gioco beni vitali e condivisi dall’intera famiglia umana, che i singoli Stati non sono in grado di promuovere e proteggere da soli. Esistono, quindi, le condizioni per il definitivo superamento di un ordine internazionale « westphaliano », nel quale gli Stati sentono l’esigenza della cooperazione, ma non colgono l’opportunità di un’integrazione delle rispettive sovranità per il bene comune dei popoli. È compito delle generazioni presenti riconoscere e accettare consapevolmente questa nuova dinamica mondiale verso la realizzazione di un bene comune universale. Certo, questa trasformazione si farà al prezzo di un trasferimento graduale ed equilibrato di una parte delle attribuzioni nazionali ad un’Autorità mondiale e alle Autorità regionali, ma questo è necessario in un momento in cui il dinamismo della società umana e dell’economia e il progresso della tecnologia trascendono le frontiere, che nel mondo globalizzato sono di fatto già erose. La concezione di una nuova società, la costruzione di nuove istituzioni dalla vocazione e competenza universali, sono una prerogativa e un dovere per tutti, senza distinzione alcuna. È in gioco il bene comune dell’umanità e il futuro stesso.[…]

Dalla “Nota del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace intitolata “Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale“.

Anche sul blog La Poesia e lo spirito

AA

Anche sul blog

 

Annunci

Intervista a Mario CAPANNA – di Michael Pontrelli

roma_scontri_manifestazione_indignati

Per Mario Capanna, uno dei principali leader del movimento giovanile del Sessantotto “è evidente che siamo di fronte ad un mondo sbagliato” in cui “la politica è stata relegata ad un ruolo servile nei confronti del potere economico e finanziario”. I giovani Indignati “hanno capito che se non cambiano questo stato di cose sono destinati a un futuro di disoccupazione e precarietà”. Secondo Capanna “un nuovo modello economico più giusto del capitalismo esiste già: produzione e commercio equo solidali basati su un sistema di microcredito” in cui “il principio del profitto viene sostituito da quello del giusto guadagno”.

Gli Indignati sono ormai diventati un fenomeno globale, possiamo parlare di un nuovo ’68 ?

“No, perché la storia non si ripete. Però è certo che se questo movimento regge nel tempo e non si dissolve rapidamente, come capitato ad altri movimenti negli anni scorsi, può essere una pagina importante di cambiamento”.

Cosa è cambiato rispetto a 43 anni fa?

“Le condizioni interne ed esterne sono diverse. Per esempio oggi il web è uno strumento di comunicazione a disposizione molto importante, come la primavera araba ha dimostrato. Noi ovviamente non avevamo la rete per comunicare ma quel ‘maledetto’ ciclostile che sputava inchiostro da tutte le parti e si rompeva nei momenti più importanti”.

Cosa le piace degli Indignati?

“Mi piace il fatto che partono da un livello di consapevolezza molto alto. Hanno individuato nel profitto capitalistico, finanziario e speculativo il nodo centrale del problema e questo è assolutamente vero ma non perché lo dico io o lo dicono loro ma perché lo dicono dati di fonte Onu: il 2% dell’umanità possiede circa il 50% delle ricchezze mondiali, il 10% dell’umanità possiede circa l’85% delle ricchezze planetarie. In occidente nella fascia di giovani tra i 15 e i 25 anni il suicidio è la prima causa di morte. E’ evidente che siamo di fronte ad un mondo sbagliato e i giovani che protestano hanno capito che se non cambiano questo stato di cose, riportando al centro l’umanità al posto del profitto, sono destinati ad un futuro di disoccupazione e precarietà a vita”.

Cosa si sente di suggerire al movimento sulla base della sua esperienza?

“Per la prima volta dal 68 un movimento di protesta ha una ampiezza e una simultaneità planetaria. I giovani Indignati protestano a Wall Street, nelle principali capitali europee e perfino in Israele. Tuttavia, come l’esperienza del 68 ha dimostrato, è molto importante anche il radicamento locale. Noi facevamo grandi cortei a Roma e Milano ma anche a Torino, Palermo, Cagliari e via dicendo. Diffondere localmente la partecipazione significa costruire una forza irresistibile di cambiamento”.

Il potere finanziario è uno degli obiettivi principali della contestazione degli indignati. Perché secondo lei le banche hanno accresciuto in questo modo spaventoso il loro potere?

“La risposta è semplicissima: perché il potere economico e finanziario, soprattutto quello speculativo, ha relegato la politica a un ruolo servile nei suoi confronti. La politica segue ed esegue i suoi voleri e i suoi diktat. E’ assurdo che la politica non chieda di mettere in galera i banchieri speculatori e chieda invece di salvare banchieri e banche attraverso una ricapitalizzazione con il denaro dei cittadini. Quando i giovani Indignati mettono il dito su questa piaga dicono una grande verità”.

Cosa fare per superare questo stato di cose?

“E’ necessario che la politica, nel senso nobile del termine, torni ad avere un ruolo preminente. Devono essere i cittadini con la partecipazione e quindi la politica con la p maiuscola a dire come vanno impiegate le risorse del pianeta affinché ci sia più equità e giustizia. Mentre noi stiamo parlando 4 miliardi di esseri umani non hanno energia elettrica, non hanno assistenza sanitaria, sono analfabeti, non hanno acqua potabile. E’ mai pensabile che il mondo possa andare avanti in questo modo?”

Torniamo un attimo alle banche, la richiesta di farle fallire potrebbe far precipitare l’economia mondiale in una depressione come quella del 1929. Non c’è il rischio che chiedere la loro rovina diventi per i cittadini un boomerang?

“Il problema non è sbarazzarsi delle banche ma far si che svolgano un ruolo socialmente utile. Oggi le banche servono per incamerare al massimo livello il profitto. Anche qui cito dati Onu: delle migliaia di migliaia di dollari ed euro movimentanti ogni giorno per via telematica nel mondo ben il 95% sono destinati ad operazioni di speculazione. Soltanto il 5% viene impiegato per transazioni economiche reali come l’acquisto di derrate alimentari, materie energetiche, macchinari, medicinali. Questo dato dice in modo evidente che il sistema bancario finanziario speculativo è intrinsecamente malato. Bisogna dire basta al profitto selvaggio ovvero basta a questo turbo capitalismo che sta devastando il mondo e che sta distruggendo immense energie produttive ed umane. Bisogna dire invece si all’onesto guadagno che è un concetto diverso che non implica la speculazione e lo sfruttamento. I modelli alternativi esistono già come per esempio il microcredito inventato da Yunus che ha vinto il premio Nobel per questo”.

L’egoismo dell’uomo è il limite invalicabile per tutte le aspirazioni di cambiamento del mondo?

“Il concetto secondo cui gli uomini sarebbero per loro natura egoisti ha radici antichissime però non è fondato. Quella che noi chiamiamo natura umana è frutto di una costruzione storica. Non è vero che il mondo è sempre andato avanti come oggi. La natura umana non è un dato fisso rispetto alla quale non possiamo fare nulla. Dipende dalla possibilità di costruire un altro modo di vedere le cose. Per esempio i giovani Indignati partono dai propri bisogni ma si battono per tutta la società e questo è un elemento che contraddice la presunta natura umana egoistica e mostra invece il lato solidaristico e anche altruistico della natura umana”.

Il sistema capitalistico oltre che la ricerca del profitto esalta anche l’individualismo e la competitività a danno della solidarietà. Per avere un mondo più giusto bisognerebbe superare il modello capitalistico, ma questo è davvero possibile?

“Il problema non è strapparsi i capelli per escogitare un nuovo modello perché lo abbiamo già davanti agli occhi: la produzione e il commercio equi e solidali dove non viene applicato il principio del profitto ma quello del giusto guadagno. Non sono una favola, non sono una poesia. E’ l’unico settore in crescita nel mondo. Anche in Italia, quindi in un paese sviluppato, cresce tra l’8 e il 15% l’anno. E’ l’unico settore che non è in recessione. Questo modello economico coinvolge nel mondo milioni di persone ed è evidente che è fumo negli occhi per quella minoranza che controlla la maggior parte delle ricchezze del pianeta”.

Però tutti i tentativi fatti fino ad ora per superare il capitalismo sono stati fallimentari e chi ci prova viene spesso accusato di inseguire una utopia.

“Anche noi del ’68 siamo stati bollati come coloro che ‘diedero l’assalto al cielo’. Io però dico che questa etichetta è sbagliata. Noi non demmo nessun assalto al cielo, noi ci limitammo ad indicare il cielo agli esseri umani affinché lo guardassero e quando davvero gli uomini incominciarono a guardarlo scoprirono che si poteva cambiare. Da allora con quello sguardo al cielo le cose della terra sono state guardate in modo diverso e spero che oggi, con il movimento degli Indignati, avvenga qualcosa di analogo. Il microcredito, la produzione e il commercio equo solidali sono la dimostrazione che un nuovo mondo è possibile”.

Per concludere, che messaggio si sente di lanciare ai giovani Indignati?

“Una frase brevissima che a me è rimasta molto impressa e che ha influenzato la ma vita: contestate e create, vale a dire: dite ciò che vedete e cambiate il brutto e l’ingiusto di ciò che vedete”.

14 ottobre 2011

Da Tiscali Notizie 

Manovra e armi: “Il male oscuro” di Alex Zanotelli. APPELLO

tornado_caccia_N

Leggendo questo appello di Alex Zanotelli, da condividere appieno, abbiamo l’ennesima conferma di quanto sia lontana dal bene del Paese l’azione politica di questo Governo; la cui permanenza in carica – determinata dall’evidente volontà di difendere soprattutto i diritti di pochi privilegiati, infiaschiandosene dei quotidiani scandali e del disprezzo sociale – è ormai diventata impossibile da sopportare per la maggior parte degli italiani. Ma della follia e spregiudicatezza con cui si utilizzano i denari pubblici non finiremo mai di stupirci: 27 miliardi di spesa per la Difesa nel 2010!!! 17 miliardi per acquistare 131 cacciabombardieri F 35!!! Se i cittadini non si fossero mobilitati massicciamente, avremmo aggiunto al conto le spese per l’installazione delle centrali nucleari e per la costruzione del ponte di Messina. I sacrifici che ci sono stati richiesti con l’ultima manovra economica andranno dunque in buona parte a foraggiare industrie come la Fin-Meccanica, l’Iveco-Fiat, la Oto-Melara, l’Alenia Aeronautica. Nessun governo potrà essere più iniquo di questo, per la semplice ragione che a muoverlo nei più profondi substrati è un’élite di ricchi e privilegiati strenuamente decisa mantenere nel tempo i suoi privilegi e quelli futuri dei propri figli, attraversando così indenne questa crisi spaventevole, di cui sono appena intuibili le conseguenze ultime. Più che un governo incapace, è dunque un governo diabolicamente deciso a perseguire il fine anzidetto, passando sul cadavere di milioni di italiani. Compromessi come quelli recenti di Obama coi contribuenti più ricchi d’America, per una maggiore equità fiscale ed economica qui sono ancora un sogno. Altra faccenda, poi, che questo governo ignobile sia presieduto da un sesso-dipendente plurinquisito (che ha tranquillamente detto di fare il premier a tempo perso) e sostenuto da un leader politico al limite dell’interdizione, che farfuglia in ogni occasione della prossima secessione del nord dal resto del Paese. Ciò che credo sia chiaro a molti, ripeto, è che non è più possibile continuare ad accettare tutto questo. gn

 

In tutta la discussione nazionale in atto sulla manovra finanziaria, che ci costerà 20 miliardi di euro nel 2012 e 25 miliardi nel 2013, quello che più mi lascia esterrefatto è il totale silenzio di destra e sinistra, dei media e dei vescovi italiani sul nostro bilancio della Difesa. E’ mai possibile che in questo paese nel 2010 abbiamo speso per la difesa ben 27 miliardi di euro? Sono dati ufficiali questi, rilasciati lo scorso maggio dall’autorevole Istituto Internazionale con sede a Stoccolma(SIPRI). Se avessimo un orologio tarato su questi dati, vedremmo che in Italia spendiamo oltre 50.000 euro al minuto, 3 milioni all’ora e 76 milioni al giorno. Ma neanche se fossimo invasi dagli UFO, spenderemmo tanti soldi a difenderci!!

E’ mai possibile che a nessun politico sia venuto in mente di tagliare queste assurde spese militari per ottenere i fondi necessari per la manovra invece di farli pagare ai cittadini? Ma ai 27 miliardi del Bilancio Difesa 2010, dobbiamo aggiungere la decisione del governo, approvata dal Parlamento, di spendere nei prossimi anni, altri 17 miliardi di euro per acquistare i 131 cacciabombardieri F 35. Se sommiamo questi soldi, vediamo che corrispondono alla manovra del 2012 e 2013. Potremmo recuperare buona parte dei soldi per la manovra, semplicemente tagliando le spese militari. A questo dovrebbe spingerci la nostra Costituzione che afferma :”L’Italia ripudia la guerra come strumento per risolvere le controversie internazionali…”(art.11) Ed invece siamo coinvolti in ben due guerre di aggressione, in Afghanistan e in Libia. La guerra in Iraq (con la partecipazione anche dell’Italia), le guerre in Afghanistan e in Libia fanno parte delle cosiddette “ guerre al terrorismo”, costate solo agli USA oltre 4.000 miliardi di dollari (dati dell’Istituto di Studi Internazionali della Brown University di New York). Questi soldi sono stati presi in buona parte in prestito da banche o da organismi internazionali. Il governo USA ha dovuto sborsare 200 miliardi di dollari in dieci anni per pagare gli interessi di quel prestito. Non potrebbe essere, forse, anche questo alla base del crollo delle borse? La corsa alle armi è insostenibile, oltre che essere un investimento in morte: le armi uccidono soprattutto civili.

Per questo mi meraviglia molto il silenzio dei nostri vescovi, delle nostre comunità cristiane, dei nostri cristiani impegnati in politica. Il Vangelo di Gesù è la buona novella della pace: è Gesù che ha inventato la via della nonviolenza attiva. Oggi nessuna guerra è giusta ,né in Iraq, né in Afghanistan, né in Libia. E le folle somme spese in armi sono pane tolto ai poveri, amava dire Paolo VI. E da cristiani come possiamo accettare che il governo italiano spenda 27 miliardi di euro in armi, mentre taglia 8 miliardi alla scuola e ai servizi sociali?

Ma perché i nostri pastori non alzano la voce e non gridano che questa è la strada verso la morte?

E come cittadini in questo momento di crisi, perché non gridiamo che non possiamo accettare una guerra in Afghanistan che ci costa 2 milioni di euro al giorno? Perché non ci facciamo vivi con i nostri parlamentari perché votino contro queste missioni? La guerra in Libia ci è costata 700 milioni di euro!

Come cittadini vogliamo sapere che tipo di pressione fanno le industrie militari sul Parlamento per ottenere commesse di armi e di sistemi d’armi. Noi vogliamo sapere quanto lucrano su queste guerre aziende come la Fin-Meccanica, l’Iveco-Fiat, la Oto-Melara, l’Alenia Aeronautica. Ma anche quanto lucrano la banche in tutto questo.

E come cittadini chiediamo di sapere quanto va in tangenti ai partiti, al governo sulla vendita di armi all’estero (Ricordiamo che nel 2009 abbiamo esportato armi per un valore di quasi 5 miliardi di euro).

E’ un autunno drammatico questo, carico di gravi domande. Il 25 settembre abbiamo la 50° Marcia Perugia-Assisi iniziata da Aldo Capitini per promuovere la nonviolenza attiva. Come la celebreremo? Deve essere una marcia che contesta un’Italia che spende 27 miliardi di euro per la Difesa.

E il 27 ottobre sempre ad Assisi , la città di S. Francesco, uomo di pace, si ritroveranno insieme al Papa, i leader delle grandi religioni del mondo. Ci aspettiamo un grido forte di condanna di tutte le guerre e un invito al disarmo.

Mettiamo da parte le nostre divisioni, ricompattiamoci, scendiamo per strada per urlare il nostro no alle spese militari, agli enormi investimenti in armi, in morte.

Che vinca la Vita!

Alex Zanotelli

Napoli, 24 agosto 2011

Per sottoscrivere l’appello vai a

http://www.ildialogo.org/appelli/indice_1314206334.htm

Vivalascuola. 2010-2011: bilancio di un anno bifronte

DAL BLOG LA POESIA E LO SPIRITO. RUBRICA VIVALASCUOLA a cura di Giorgio Morale e  Nives Camisa, Alessandro Cartoni, Michele Lupo, Roberto Plevano e Lucia Tosi

Questa è l’ultima puntata di vivalascuola dell’anno scolastico 2010-2011, a meno di urgenze impreviste. Un grazie di cuore a collaboratori e lettori e l’augurio di una buona estate a tutti.

2010-2011: i due volti dell’ultimo anno scolastico

di Tullio Carapella

Premesse

Descrivere con una formula sintetica l’anno scolastico che si sta chiudendo è cosa ardua se non impossibile. Il volto del 2008-2009, pure ricco di “momenti”, è in fondo facile da definire: è stato l’anno del feroce attacco alla scuola pubblica, che ha visto, almeno sino a tutto l’autunno, una rabbiosa reazione realmente di massa. Lo scorso anno la resistenza, pur importantissima, è apparsa più “di nicchia, la cosiddetta riforma ha continuato a mietere vittime, passando anche alle Superiori, cioè laddove si era arrestata in un primo tempo.

Consapevole della propria forza, per giunta apparsa in crescendo nel corso del 2009-2010, il governo ha ripreso a fine estate la sua opera di demolizione, proprio dal punto dove si era chiusa per ferie, ossia dalla negazione sistematica dei diritti: dal darsi una rappresentanza sindacale a quello di manifestare il proprio dissenso, da quello al lavoro a quello allo studio, dal libero insegnamento al libero pensiero. Se avessi dovuto riassumere in una frase, a dicembre, i dodici mesi che si chiudevano, beh, confesso che, malgrado le bellissime manifestazioni studentesche, avrei potuto usare una formula del tipo “l’anno dei diritti che se ne vanno”.

Fortunatamente, però, il governo ha peccato di presunzione e io avrei peccato di pessimismo, perché la partita è ancora tutta da giocare, perché i diritti persi abbiamo il dovere di riconquistarli, perché non mi ero accorto, pur continuando a riunirmi nelle catacombe, che il nostro cammino non si era arrestato e che sotto terra la vecchia talpa aveva continuato a scavare.

Passo 1: i padroni delle ferriere

Aveva ragione quella postulante, che m’ero rifiutato un giorno di ascoltare fino alla fine, quando esclamò che se mi mancava il tempo per darle retta, mi mancava il tempo per regnare.

Marguerite Yeourcenar, Memorie di Adriano

È con le parole che Marguerite Yourcenar fa pronunciare all’imperatore romano che l’Assemblea delle scuole del milanese, alla vigilia dell’inizio dell’anno scolastico, presenta le 10 domande alla Gelmini, sottolineando la scarsissima sensibilità democratica del ministro e l’impossibilità di dialogare con lei. Come e più di un antico imperatore o di un papa, la Gelmini pare sentirsi effettivamente eletta per divina investitura e continuerà per la sua strada, per nulla sfiorata dal dubbio che al proprio popolo si debbano attenzioni e spiegazioni. Chiaramente anche a quelle 10 domande, semplici e dirette, pure rimbalzate sulla stampa nazionale, non darà mai alcuna risposta1.

La Gelmini, del resto, comincia a dimostrare di avere una capacità autonoma di pensiero, pur senza abbandonare mai gli slogan che l’hanno resa celebre e che ripete all’infinito in ogni occasione. Accanto alle solite elementari formule comincia quindi ad esprimere altri illuminanti pensieri e a fine estate spiega senza giri di parole un concetto che tanti come me si sono sforzati per anni, e inutilmente, di chiarire: il mondo della scuola è parte della società nella quale viviamo, l’evoluzione delle sue regole va di pari passo con il modificarsi del mondo del lavoro.

Quindi un dirigente d’azienda come Marchionne, severo e inflessibile, famoso non certo per i mediocri risultati commerciali, ma perché sempre pronto a predicare sacrifici, quando sono gli altri a farli, e a tagliare teste, di poveracci, s’intende, è il modello ideale al quale il capo supremo della scuola pubblica, e i suoi gerarchi, devono ispirarsi.

Ammettendo per un attimo che la scuola sia un’azienda come un’altra, che un’alunna e un alunno non siano in fondo tanto dissimili da una Panda o da un Doblò, di mio aggiungerei che per noi, umili lavoratori e lavoratrici di quella azienda, il modello, di riflesso, dovrebbero essere quegli operai giustamente arrabbiati che bloccano autostrade e ferrovie e che, di fronte alla prospettiva della fame, si fanno ricevere negli uffici comunali per ridurli in piccoli pezzi. Ma qui mi fermo, perché tanto il DG della Fiat quanto i nostri ministri all’unisono, a fine agosto, hanno chiarito che nessuno può pensare ad un ritorno alla lotta di classe, probabilmente perché ci tengono a continuarla da soli, per la loro parte.

Mi fermo e torno alle parole usate in quei giorni dal ministro dell’istruzione, per commentare la scelta del dirigente Fiat di non reintegrare tre operai “troppo sindacalizzati”, malgrado una sentenza della magistratura a loro favorevole. La Gelmini dichiara:

“Quella di Marchionne è una scelta coraggiosa… Non vanno tutelati solo quei tre operai ma tutti i lavoratori… Spesso i magistrati decidono per il reintegro automatico. Capita spesso nella Pubblica amministrazione e purtroppo anche nella scuola. Ci sono persone che si macchiano di responsabilità gravi che però vengono rimesse al loro posto senza un vero esame dei fatti. Così si uccide la meritocrazia…”

Concludendo così con un termine buono per ogni stagione, anche quando c’entra come i cavoli a merenda, quel “meritocrazia” che è un autentico ossimoro sulle labbra della Gelmini. Eppure qualcosa di nuovo in questa affermazione c’è, ed è la volontà di andare avanti nella propria opera, riformatrice o demolitrice, a seconda dei punti di vista, calpestando non solo il popolo della scuola, ma anche le leggi e chi pretende di farle rispettare, perché la legge sono loro.

Verificheremo quindi nei mesi seguenti, quando una serie di sentenze bocceranno la cosiddetta riforma in diversi punti (1), che, come insegna Marchionne, i patti si cambiano e se non si potessero cambiare possono sempre essere ignorati e se mai un giudice dovesse avere in mente il proposito assurdo di fare giustizia, questo andrà insultato, denigrato e comunque, sempre, con caparbietà le sue decisioni andranno ignorate e disattese. Perché il fine è tutto e ogni mezzo è lecito, soprattutto se il fine è tutelare il privilegio di pochi calpestando i più.

Passo 2: La prima campanella, per chi ancora c’è

Mi fornivano gli attrezzi della mia arte e tra questi il più raro e il più prezioso di tutti, la possibilità di pensare e di agire a modo mio. Poi, venivano i maneggi degli invidiosi, i mormorii degli sciocchi ad accusarmi di bestemmiare il loro Corano o il loro vangelo…

Marguerite Youcenar, L’opera al nero

Mi servo quindi anch’io dell’aiuto della Yourcenar, per tentare di spiegare uno dei motivi dell’attaccamento ad un mestiere, quello dell’insegnante, meno facile di quanto appaia, mal retribuito, talvolta disprezzato e soggetto agli umori degli sciocchi. Valga anche come risposta a chi, come Mario Giordano, sulle colonne di Libero, il “suo” quotidiano, si chiedeva a settembre chi continuerebbe a desiderare un posto come quello di docente, se non un fallito, e che accompagnava la domanda con una serie di insulti gratuiti e maldestramente documentati (2).

L’articolo citato, del resto, si iscriveva in una campagna di demolizione della figura del docente, di quello precario in particolare, che ha riempito le colonne non solo dei giornalacci padronali, ma anche e soprattutto di quel Corriere della Sera che sin dalla prima ora della “riforma Gelmini”, si è reso disponibile a pubblicare qualsiasi menzogna pur di vederla compiuta (3).

Un attacco che serve ad accompagnare e coprire la decimazione di posti di lavoro, come e più dell’anno precedente, perché le teste tagliate aumentano e perché questi precari, ingrati, non vogliono rassegnarsi a finire sul lastrico e a rinunciare al lavoro che con i denti credevano di aver conquistato e che magari, poveri sfigati, amano pure. Colpa loro, infatti, se anche alla vigilia del nuovo anno scolastico non si potranno nascondere opportunamente i tagli alla scuola pubblica.

Anche nel 2010, infatti, primi giorni di settembre hanno visto come protagonisti i precari della scuola, con manifestazioni sui tetti e per le strade, blocchi delle nomine, presidi che dai portoni degli uffici scolastici si trasferiscono sin sulla soglia di Montecitorio e scioperi della fame, seri e duri, come quello avviato a Palermo già il 17 agosto. Non è un caso se le prime iniziative partono al sud, laddove i tagli sono stati proporzionalmente maggiori e agiscono in profondità su un tessuto sociale ed economico più fragile, ma non tardano ad estendersi a tutto il territorio nazionale, fino a portare alla bella manifestazione milanese dell’11 settembre, tutta colorata di arancione (!), proprio alla vigilia del suono della campanella del primo giorno di scuola.

Un inizio che, laddove ci è stato possibile, abbiamo voluto caratterizzare come “primo giorno ribelle, come concordato nell’assemblea nazionale dei movimenti tenutasi il precedente 4 luglio, con volantini, cartelli e segni simbolici unificanti. Manifestazioni ancora marginali e sporadiche, certo non di massa, segnale evidente, però, di una resistenza ancora viva e che si è saputa dare gli strumenti per coordinarsi. Una resistenza della quale poco si parla, ma che infastidisce ancora tanto, e forse fa paura, se è vero, come è vero, che si imbastiscono campagne di denigrazione e si tenta di correre ai ripari cercando di impedire il libero pensiero e la circolazione delle idee.

Passo 3: scuola e politica

Io dico ai giovani che devono essere toccati da quello che succede. Noi amiamo la politica, anche se i politici che hanno perso legittimità tentano di corromperla. La politica è la cosa migliore che possa fare l’uomo, la politica è uscire, decidere, risolvere. Quello che dice “io non faccio politica” mente. Tutti facciamo politica e quelli che dicono di non farla sono quelli che la fanno di più, sono i peggiori, i più pericolosi. Anche chi è indifferente fa politica ed è molto pericoloso. Ho molta paura dell’indifferenza.

“Non un passo indietro”, Storia delle Madres de Plaza de Mayo

Il potere non è più disposto a tollerare che chiunque si arroghi il diritto a fare politica, cioè a pensare e a voler decidere del destino proprio e della società nel suo insieme. Ancora una volta è il nostro ministro a chiarire meglio il concetto, con l’editto bulgaro pubblicato sul Corriere della Sera del 14 settembre:

“Criticare è legittimo”, concede la Gelmini, “ma comportarsi così significa far politica a scuola e questo non è corretto. Se un insegnante vuol far politica deve uscire dalla scuola e farsi eleggere”.

Giusto per intenderci: sono trascorsi solo un paio di giorni dall’inaugurazione della celebre scuola di Adro, quella piena zeppa di simboli della Lega, che la stessa ministra aveva accolto con vivo apprezzamento, definendola un “modello di riferimento. Un progetto encomiabile che crea benessere ed entusiasmo (4). Certo si potrà pensare che quello di Adro sia stato un episodio marginale, in fondo poi “rientrato”, anche se solo dopo alcune settimane e non certo per merito della Gelmini.

Si potrà anche concedere che la povera ministra, impegnata ormai in tante cose, non aveva ancora ben capito, è innegabile però sapeva bene che, proprio mentre ordinava l’allontanamento della politica dalle scuole, il ministro lavorava con il buon La Russa per la promozione di una sana e bellicosa cultura militare nelle stesse classi. Anzi, la stessa vetusta, sinistra ed effeminata definizione di “classe” appare impropria, perché il protocollo “allenati per la vita”, firmato con il ministro della difesa, prevede la divisione in virili “pattuglie di studenti”, impegnate in competizioni e prove pratiche, che possono prevedere “percorsi ginnico-militari”, tiro con l’arco e, perché privarsi di questo piacere?, anche sparare con la pistola ad aria compressa (5).

E allora facciamo molta attenzione a chiunque ci chieda di non fare politica, perché vuol dire che sta provando a fregarci imponendo il suo pensiero. E non speriamo che tappandoci le orecchie di fronte a questi campanelli d’allarme il problema si dissolva, perché è dei primi di maggio la notizia che Fabio Garagnani, componente della Commissione Cultura di Montecitorio, ha presentato in Parlamento una proposta di legge contenente il “divieto di propaganda politica o ideologica(6).

Passo 4: ordine e burocrazia

La sua conversazione abituale con gli inferiori era improntata a severità, e consisteva quasi esclusivamente in tre frasi: “Come osate? Sapete con chi state parlando? Vi rendete conto di chi vi sta dinanzi?” Del resto, in fondo all’animo, era un buon uomo, ma il grado di generale gli aveva proprio dato alla testa.

Nikolaj Gogol, Il Cappotto

Nella proposta di Garagnani è chiaramente individuata la figura che dovrebbe ricoprire il ruolo di arbitro unico e insindacabile dei pensieri altrui, distinguendo quelli trasmissibili da quelli censurabili e punibili. I soggetti con la falce, quelli che dovranno salvaguardare lo sviluppo di frutti sani e privi di imperfezioni, estirpando la mala pianta del pensiero critico, saranno naturalmente quegli stessi dirigenti scolastici che negli ultimi anni hanno visto crescere a dismisura il proprio potere.

In tanti avevamo sottolineato come nell’articolo 64 della legge 133/2008, atto primo della “riforma” Gelmini, fosse contenuto un comma sibillino che suonava come un sinistro avvertimento per quei presidi che non si fossero adeguati a svolgere fedelmente il loro ruolo di obbedienti guardiani dell’ordine costituito. Dopo tre anni abbiamo verificato che quella minaccia non si è mai dovuta tradurre in esemplari punizioni, perché ben pochi, tra i dirigenti, hanno voluto esprimere il proprio disagio nei confronti di una manovra che sottrae risorse umane ed economiche alla scuola pubblica, taglia ore di lezione e attività laboratoriali, oltre a cancellare tutte le sperimentazioni, buone o cattive che siano. Tanti presidi hanno preferito obbedire in silenzio, mentre altrettanti, forse una maggioranza, si sono adeguati con gioia al nuovo corso, assaporando il sottile piacere di sentirsi finalmente una autorità.

Non c’è dubbio che a provocare questa mutazione quasi genetica in tanti dirigenti abbia contribuito quel Decreto legislativo 150, meglio noto con il nome di “decreto Brunetta che, approvato già nel 2009, si è tradotto, per la scuola, in norme attuative solo con la pubblicazione, l’8 novembre 2010, della Circolare Ministeriale 88. Nelle 25 pagine, più quattro allegati, che compongono il documento, sono stati finalmente esplicitati tutti gli aspetti riguardanti la modalità, la tempistica e l’effettiva consistenza del meraviglioso mondo delle sanzioni disciplinari (7).

Inutile dire che a quei dirigenti maggiormente sensibili alle sirene del potere sono brillati gli occhi. Alcuni, avendo già preannunciato in diverse circolari interne l’approssimarsi delle attesissime norme, non solo le hanno immediatamente pubblicate e affisse lo stesso 8 novembre, ma hanno poi continuato, nelle settimane e mesi seguenti, a produrre altre circolari interne per richiamarle nuovamente, un po’ come quei bambini che pretendono di essere applauditi ancora e poi ancora di fronte alla torta di compleanno.

A questi dirigenti si è spesso affiancata una fitta rete di collaboratori interni, più o meno ufficiali, che prevede gli immancabili delatori, gli agenti provocatori, il finto agente buono, il bidello-spia, il/la collega con occhi atterriti che vorrebbe redimerti prima che per te sia troppo tardi… Quasi tutte le figure sono non a caso al maschile, perché la pratica di porsi in competizione, decantando e sopravvalutando il proprio prestigio, magari misurandolo in centimetri, non è generalmente propria degli esemplari femminili.

Sono cose sulle quali si può forse anche provare a ridere, ma solo per non piangere, perché il clima di intimidazione che si è respirato in questo anno in tante scuole è stato davvero pesante e ha creato tensione nei corridoi e nei pochi spazi di dialogo tra colleghi, portando, a catena, al nascere di incomprensioni e rivalità. Tanti docenti hanno riscoperto nell’autoritarismo un valore in sé, rivalendosi su alunni e alunne, perché anche il nostro potere nei loro confronti si è accresciuto, o scontrandosi in guerre fratricide senza risparmiare colpi bassi.

Mai come in questo anno ho sentito racconti di guerre di singoli e per bande e, in misura ancora maggiore, in tanti hanno vissuto sulla propria pelle il senso di solitudine nei confronti dei propri problemi personali e di quelli scolastici.

Il lavoro del docente si è fatto ancora più alienante, appesantito pure dal sommarsi di adempimenti burocratici ogni giorno diversi e sempre meno chiari: dall’anagrafe nazionale telematica dei docenti, operazione “a trasparenza 0” che nasconde intenzioni pessime, ai cedolini e le istanze on-line, dove anche l’applicazione di tecnologie che dovrebbero facilitarci la vita appaiono come ulteriori vessazioni per quei lavoratori della scuola che il nostro Ministro dimostra di non sopportare.

Un contesto aggravato da un pericoloso arretramento anche sul piano dei diritti sindacali, perché sono così tanti anni che ci viene impedito di eleggere le nostre rappresentanze sindacali che in tante scuole mancano ormai del tutto, perché quelle che c’erano si sono intanto trasferite, sono in pensione o non più in vita.

Anche poter trasmettere e leggere comunicazioni in una bacheca sindacale è un privilegio consentito non in tutte le scuole. Il mio istituto, ad esempio, è democratico: la bacheca formalmente c’è, anche se pochissimi l’hanno vista, perché è dietro l’angolo di un corridoio buio di una vecchia ala dell’edificio scolastico, è un po’ triste e tanto spoglia, credo da sempre, ma c’è.

Stante questa situazione, mi sia consentito dirlo, l’impegno politico, nel senso più nobile del termine, con il crearsi di fraterne relazioni che naturalmente comporta, non è soltanto legittimo, ma anche utile per non isolarsi, farsi cogliere dallo sconforto e vincere dall’alienazione.

Passo 5: tagliamo gli sprechi

Prima (il Governo), aveva creduto fosse possibile circoscrivere il male ricorrendo all’isolamento dei ciechi e dei contaminati in certi spazi discriminati, come il manicomio in cui ci troviamo. Poi, l’inesorabile aumento dei casi di cecità portò alcuni influenti membri del governo… a sostenere l’idea che dovesse spettare alle famiglie sorvegliare in casa i propri ciechi, non lasciandoli uscire.

José Saramago, Cecità

In questo contesto alienante, fiaccato dalla burocrazia e ammalato di tagli, discutere di didattica è sempre più difficile e, in particolare, lo è tutelare i sacrosanti diritti di chi ha più bisogno di aiuto. I corsi di recupero per chi resta indietro sono già dallo scorso anno o del tutto scomparsi o talmente ridotti all’osso da costituire solo un fragile paravento per provare a nascondere la loro cancellazione. Su quelli, insomma, si è già drasticamente tagliato.

La nuova frontiera sono i tagli al sostegno per alunne e alunni con disabilità, sui quali evidentemente il Ministero sente di aver potuto ancora poco, anche se, sia detto per non smentire la fama del “nostro” dicastero, abbondano già i casi di diritti negati anche in questo campo. Come ogni sana corsa al massacro che si rispetti, però, anche l’operazione “tagli al sostegno” va sostenuta con una opportuna e feroce campagna mediatica, che sappia partire da lontano e che non risparmi i colpi bassi.

Non sorprenda, allora, che per la manovra che ha portato alla proposta di “privatizzare il sostegno, discussa al Senato lo scorso 18 maggio (8), il campo sia stato preparato sin dai primi giorni di scuola. In questo quadro si iscrivono anche, ad esempio, le affermazioni di Giuseppe Pellegrino, assessore all’istruzione del comune di Chieri, che a fine settembre chiedeva di

lasciare i disabili fuori dalle classi, perché “anche i genitori devono rendersi conto che sono tempi duri per tutti” e “lasciarli in classe con gli altri compagni è inutile… Disturbano e non imparano nulla… questi ragazzi con l’istruzione non hanno nulla a che fare”.

Un capolavoro di apologia dell’eugenetica da far accapponare la pelle, che può anche essere assunto come un episodio isolato ed estemporaneo, ma solo se si decide di fingere di non vedere, non sentire e non parlare, come tanti hanno finto in altri periodi molto bui della storia. Del resto non suonano molto diverse le parole pronunciate meno di un mese più tardi dal leghista Pietro Fontanini, presidente della provincia di Udine, che, autoproclamatosi esperto in materia, preciserà che i disabili nella scuola ritardano lo svolgimento dei programmi scolastici” e che quindi è “più utile metterli su percorsi differenziati (9).

Ma sul tema la sagra del cattivo gusto, per non dire di peggio, continuerà anche nei mesi a seguire e, come vedremo, non potrà risparmiare il nostro esimio, onnipresente ministro dell’istruzione.

Passo 6: è qui la festa?

Su quel materasso se ne erano coricate molte, lì erano state deflorate o semplicemente possedute molte ragazze nella maggior parte giovani… il lenzuolo conserva ancora il sudore dell’ultima ragazzina che si è sdraiata su quel materasso circa venti giorni prima, una povera demente.

Jorge Amado, Teresa Batista stanca di guerra

Quella dei tagli al sostegno è però solo la punta di un iceberg, il più odioso degli effetti di una “riforma” in fieri e che smantella ad uno ad uno diritti elementari acquisiti in decenni, come la diaria per i viaggi di istruzione all’estero (10) o come la gratuità dei libri di testo, portando a zero il fondo stanziato a questo scopo dallo Stato (11).

Contro questa deriva la resistenza dei lavoratori della scuola è stata nello scorso autunno alquanto debole e poco partecipata. Eppure qualcosa di nuovo e di importante stava accadendo, perché i ragazzi e le ragazze cominciavano ad affollare le piazze e a discutere nelle scuole in modo sempre più consapevole e perché il mondo dell’istruzione cominciava a digerire la grande lezione dei Marchionne e delle Gelmini, cominciando a marciare al fianco degli immigrati e degli altri lavoratori.

Il no Gelmini day dell’8 ottobre, con lo sciopero Unicobas e, in Lombardia, della Cub Scuola, vede soprattutto a Milano la partecipazione unitaria di tanti insegnanti e di circa 20000 studenti, determinati, arrabbiati, perfettamente consapevoli delle conseguenze nefaste dell’opera di demolizione che si svolge sulle loro teste, oltre che preoccupati per i progetti di militarizzazione della didattica voluti da La Russa.

Una settimana più tardi, il 16 ottobre, a Roma, il mondo dell’istruzione partecipa, forse per la prima volta dopo tantissimi anni, alla grande manifestazione operaia voluta dalla Fiom. In piazza nessuno azzarda numeri, ma è evidente che siamo centinaia di migliaia, in gran parte le “tradizionali” tute blu, che ormai da anni in tanti dichiarano estinte, con tantissimi precari dei settori più disparati, con gli immigrati, con i movimenti che animano la cosiddetta società civile e con il mondo della scuola (12).

Ciò che forse più conta, ed è un aspetto che la grande stampa non ha saputo o voluto cogliere, è che quella manifestazione, così come ogni singolo pullman, treno o auto che ha raggiunto la capitale, è stata organizzata insieme, non verticisticamente dai dirigenti del “grande sindacato”, ma in decine di piccole riunioni su tutto il territorio nazionale, riunioni alle quali anche noi abbiamo partecipato e avuto la parola. È una ricetta vincente, come ci sta dimostrando la storia di queste ultime settimane, rispetto alla quale si sarebbe forse dovuto andare avanti con ancora maggiore determinazione.

Analogamente pare poco determinata l’azione del “grande sindacato nei giorni seguenti, perché non dimostra, o non vuole dimostrare, il necessario tempismo nel raccogliere la forte richiesta della piazza di Roma di portare avanti una lotta all’altezza del duro attacco del governo, lasciando ai Bonanni (il più criticato nel corteo) la cura degli interessi padronali e proclamando immediatamente uno sciopero generale nazionale.

Lo sciopero promesso dal palco del 16 ottobre si è finalmente materializzato solo un mese fa, il 6 maggio, con il movimento in buona parte rientrato nei ranghi già a novembre, almeno quello dei lavoratori delle fabbriche e delle scuole. Non sarebbero rientrati subito in classe, come vedremo, gli studenti, che, indisciplinati ed inopportuni come sempre, con le loro indecorose richieste di un futuro decente, ancora per settimane continueranno a disturbare il manovratore, in tutt’altre serissime faccende affaccendato.

È nella seconda metà di ottobre, infatti, che vengono a galla le ben note vicende del cosiddetto “caso Ruby”, che ammorberanno l’aria per settimane e mesi, in un crescendo che continuerà almeno fino a febbraio. Non starò qui a dilungarmi molto su fatti universalmente conosciuti sin nei più intimi dettagli, né sta a me stabilire la rilevanza penale di alcune condotte. Certo da insegnante molto di più mi preoccupa quanta parte di quello squallore entra in quelle meravigliose spugne che sono le teste delle mie alunne e dei miei alunni.

Mi fa rabbia pensare ai possibili, e per alcuni/e probabili, effetti nefasti di un bombardamento mediatico che racconta ai ragazzi che comprare sesso è legittimo e in fondo ammirevole, perché sintomo di virilità, e alle ragazze che lo sfavillante mondo dello spettacolo e della fama ti si può aprire facilmente, se sei disposta a vendere il tuo corpo e a darti a un vecchio, se questo ha potere e denaro.

E non posso fare a meno di chiedermi se, per provare a rimediare almeno in parte ai guasti di questi pessimi insegnamenti, non sia giusto parlarne in classe, senza dover incorrere nelle implacabili sanzioni del decreto Brunetta, per decisione del mio dirigente, sulla base delle indicazioni del ministro e dei dettami della legge Garagnani. Perché non so se si configuri come reato di “propaganda politica e ideologica” provare a chiedersi se sia davvero divertente, qualunque ruolo si scelga di ricoprire, prendere parte a magiche serate trascorse a strofinarsi su un tubolare di acciaio, tra le note di Apicella, sotto gli sguardi languidi di anziani lenoni, ammirando il “culo flaccido” di un signore altrettanto anziano e accettarne le palpatine e magari anche altro, se si è fortunate. Perché di questo, al di là di ogni ragionevole dubbio, si sta parlando, e non è per moralismo che nel descrivere queste “feste” provo solo un senso di profonda tristezza.

A questo si somma la rabbia nel vedere un Paese andare a rotoli, mentre chi lo governa sguazza pesantemente nel fango delle sue squallidissime serate e magari colloca le sue amichette in posti pubblici o in liste bloccate.

Confesso, infine, che, a proposito di morale, per un po’ mi ha sorpreso l’assordante silenzio, su una vicenda così tanto scabrosa, di quella chiesa cattolica alla quale pure basterebbe poco per dare l’ordine ai tanti fedelissimi presenti nella maggioranza di affondare il governo. Del resto non accorre la saggezza di un vescovo per capire che ad un presidente profondamente malato, che, non sapendo accettare il naturale trascorrere degli anni, oggi sente il bisogno di circondarsi di ambiziose ragazzine ogni volta più giovani, a quell’uomo si può dovere al più tanta umana compassione, ma non certo cieca obbedienza. Viene il dubbio, allora, che anche dalle parti dello stato pontificio si sia preferito chiudere entrambi gli occhi, perché un’istituzione pluri-millenaria sa ricavare un utile anche dal fango.

Passo 7: il mercato delle indulgenze e i bisogni dei bisognosi

Non si deve più credere alle parole? Da quanto tempo esse esprimono il contrario di ciò che l’organo che le emette pensa e vuole? … Il buon Dio ha creato una lingua universale ed è per questo che nessuno lo prende sul serio.

Tristan Tzara, Manifesto Dada del 1918

Ciò che accade, tra la fine dell’autunno e l’inizio dell’inverno, è che il governo, da sempre attento agli interessi della Santa Sede, dimostri una sensibilità ancora maggiore per le istanze della chiesa cattolica, anche e soprattutto in relazione alle politiche scolastiche, tanto che, lo confesso, mi è venuto il sospetto che Berlusconi stesse acquistando delle indulgenze e che per giunta lo stesse facendo con denaro pubblico cioè anche mio.

Questa ipotesi, parliamoci chiaro, già si configurerebbe come un danno, per me e qualche altro milione di lavoratori, ma oltre al danno ci sarebbe anche la beffa se, ad esempio, per compiacere la chiesa o almeno le sue componenti più sensibili, Comunione e Liberazione, tanto per fare un esempio, si sacrificasse l’istruzione pubblica, salvaguardando quella privata. Peggio ancora sarebbe se si negassero gli scatti di anzianità a tutti i docenti, continuando però ad elargirli con generosità a quelli che, anche nelle scuole statali, sono nominati dalle diocesi, ossia ai docenti di religione.

Mettiamola così: io escludo fermamente che la Chiesa possa abdicare dal suo ruolo di curatrice di anime, soprattutto quando si tratta di anime presidenziali, solo per aver ricevuto trenta gettoni in cambio, ma una disgraziata coincidenza ha voluto che entrambe le paradossali ipotesi appena formulate si siano realmente realizzate e proprio nelle stesse settimane nelle quali cresceva il clamore per l’harem di Arcore.

Per quanto riguarda la dispensa, oserei dire papale, dai tagli che flagellano l’istruzione statale, il regalo per le università private avviene per provvedimento della commissione bilancio della Camera del 12 novembre (13). Sulla generosità dimostrata nei confronti degli insegnanti di religione, eccezionale direi, se è vero che son “tempi duri per tutti”, un ben documentato articolo di Salvo Intravaia (14) ci spiega che, addirittura, gli aumenti in busta paga sono stati previsti, il 28 dicembre, non solo per i docenti di religione “di ruolo”, ma anche per i precari… e dire che son tutti pagati dallo stesso Stato che paga me!

In fondo le ultime settimane del 2010 sono convulse e i vertici della Chiesa appaiono distratti non solo in merito alla questione morale, ma anche rispetto alle richieste di aiuto che vengono da tanti lavoratori immigrati che, dopo aver sudato per anni per arricchire l’uomo bianco, hanno provato a regolarizzare la propria situazione pagando i 500 euro di contributo forfettario richiesti per la sanatoria del 2009, aggiungendo spesso cifre molto più alte per intermediari senza scrupoli, per trovarsi alla fine senza permesso di soggiorno, spesso senza più lavoro, senza i 500 euro e l’eventuale resto e con una accusa di clandestinità.

Questi immigrati si sono organizzati, hanno preso coraggio e, prima a Brescia, poi a Milano, sono saliti su una torre a hanno preteso che si prestasse attenzione ai loro drammi. In particolare a Milano la linea del governo, stranamente imitata anche dalla stampa ritenuta progressista, è consistita nell’ignorarli, per evitare che in altre parti d’Italia le torri si moltiplicassero.

Il silenzio è stato rotto anche e soprattutto dalla grande manifestazione studentesca del 17 novembre, che ragazzi e ragazze hanno voluto concludere in via Imbonati, per un abbraccio non solo ideale con quei migranti di ogni colore che da giorni sopportavano sulla torre il freddo e la paura della repressione. Lo sciopero proclamato dall’Usi-Ait, quel giorno, ha consentito ad alcuni e alcune tra noi docenti di partecipare ad un momento emozionante, uno di quei momenti che ti rimette in pace con questo mondo (15).

Passo 8: danzando allegramente sul Titanic

sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re fa male al ricco e al cardinale diventan tristi se noi piangiam

Enzo Jannacci, Ho visto un re

Chi proprio non si sarebbe potuto commuovere è Giulio Tremonti, un uomo di numeri, un uomo vero, uno che sa quanto può valere tenere i migranti in clandestinità, magari anche provando a spillare 500 euro ad ognuno di loro. Per lui, che secondo i più è il vero ministro dell’istruzione, perché senza il suo permesso non si compra un banco (e, infatti, non si compra) e che secondo una presunta opposizione è l’uomo da sostenere per superare l’era Berlusconi, ogni cosa deve essere fagocitabile e la cultura, sia detto con franchezza, non si mangia.

Non è una mia libera interpretazione del pensiero del grande statista, ma una citazione letterale. La frase “la cultura non si mangia” è proprio un pregevole aforisma partorito a metà ottobre dal nostro autorevole ministro dell’economia e spiega tante scelte fatte in questi anni, non solo tagliando sulla scuola pubblica, ma anche abbandonando al proprio giusto destino tante pietre vecchie che continuano ad infestare l’Italia, sottraendo spazio all’armonico moltiplicarsi di campi da golf e casinò, discariche e palazzine abusive.

A novembre la natura riprende allegramente il suo corso e ci sono i crolli, a Pompei, prima della casa dei Gladiatori (6 novembre), poi di quella del Moralista (29 novembre). Le ragioni vengono individuate in modo alquanto intelligente: alcuni sottolineano che non si poteva certo prevedere che a novembre piovesse, altri rilevano che a Pompei le case sono davvero tanto vecchie. Probabilmente alcuni intimamente si compiacciono che a crollare sia stata la casa di un moralista, uno di quelli sempre pronti a condannare chi se la spassa invece di annoiarsi per il bene comune. In fondo non è un caso se le stanze del lupanare, lì accanto, siano state risparmiate dal destino… Su tutti si erge l’autorevole figura di Sandro Bondi, che precisa che non c’è assolutamente nulla di cui preoccuparsi e così tutti scopriamo che è lui il ministro della cultura, e a quel punto possiamo finalmente dormire sonni sereni.

Mettendo però da parte le facili ironie, di queste vicende preoccupa pure, oltre al valore praticamente nullo che viene attribuito al patrimonio culturale, l’assoluta mancanza di trasparenza, con il ripetersi del “metodo l’Aquila ossia della prassi di recintare il luogo del delitto senza consentire a nessuno di entrare a vedere cosa realmente sia successo, perché il popolo becero e ignorante è solo di intralcio, quando pretende di occuparsi di cultura e della cura del proprio patrimonio storico, e perché a queste bazzecole ci sono ben altri statisti che ci pensano, certo negli intervalli tra una escort e l’altra.

Passo 9: la vampata

Meglio fuori che dentro, dico sempre io!

Andrew Adamson, Shrek

A sorpresa, però, il mondo dell’istruzione torna a riversarsi nelle strade e da metà novembre (16), fino al 21 dicembre, giorno della definitiva approvazione al Senato della “riforma” dell’università, in crescendo almeno sino al 14, è un susseguirsi di autogestioni e occupazioni, cortei e mille altre iniziative, in ogni parte d’Italia e non solo. Non mancano infatti manifestazioni determinate di giovani, lavoratrici e lavoratori precari e universitari, in Francia, in Grecia e, soprattutto, in Inghilterra, segno che anche la vecchia Europa è ancora viva.

Confesso di non aver avuto la percezione chiara fino in fondo di quale componente sia stata in quei giorni prevalente nelle piazze o, meglio, ciò che ho visto, almeno a Milano, coincideva solo in parte con i racconti della stampa. In televisione e sui giornali, infatti, si continuava a parlare di movimento universitario, ma almeno in Lombardia era dalle scuole superiori che partiva la protesta. Certo in piazza vedevano finalmente tanti universitari, ma anche tanti ragazze e ragazzi precari, non solo della scuola, che hanno cominciato a volersi sentire protagonisti, magari anche di un momento di svolta importante, perché, diciamocelo pure, tanti e tante, soprattutto tra i più giovani, avevano riposto speranze di cambiamento anche nel voto di fiducia al governo del 14 dicembre.

Quelle speranze sono state deluse, forse per alcuni anche in maniera bruciante, e credo che aver visto con quanta facilità Berlusconi ha potuto acquistare una mezza dozzina di disinteressati consensi, beh, all’inizio avrà fatto ancora più male, ma alla lunga ha nociuto soprattutto al presidente. Male hanno certamente fatto anche le tante botte prese dai manifestanti che affollavano Roma quello stesso 14 dicembre, le cariche con i cellulari e i pestaggi gratuiti, le infiltrazioni e le provocazioni, fanno parte di una prassi che dopo Genova 2001 era caduta un po’ in disuso, ma che negli ultimi due anno ha cominciato a rivedersi, non solo nelle manifestazioni studentesche.

Va sottolineato, ancora, che a dicembre ricominciano a muoversi, certo con i loro tempi e i loro modi, anche le altre componenti del mondo della scuola e, qui a Milano, il Comitato studenti-genitori del Liceo Agnesi redige, con la collaborazione di Retescuole, e presenta alla stampa una petizione popolare da inviare al Presidente della Repubblica. Questa iniziativa diventerà il pretesto per organizzare banchetti e creare occasioni di dialogo con diverse decine di migliaia di persone in diverse città dell’Italia centro settentrionale.

Passo 10: contro il cannibalismo meritocratico

… tutto quel che Londra è in grado di offrire a un uomo di mondo. Nomi, indirizzi, prezzi. Le puttane più belle ai prezzi più convenienti. Gli spettacoli più bizzarri per clientele selezionate. L’oppio migliore da fumare nella più totale discrezione…

Wu Ming, Manituana

Dalle parti del governo devono aver pensato, a questo punto, che questo popolaccio, quello della scuola in particolare, non riusciva a fare a meno di protestare perché proprio poco avvezzo ai piaceri della spassosissima pratica di festeggiare ridendosela di chi è in rovina. Del resto si sa, la ricetta di ogni tempo ha sempre previsto un po’ di carota accanto al bastone e qui le bastonate sono evidenti, sotto forma di bocciature per gli studenti (anche il limite di un quarto di assenze deve funzionare da deterrente), e, per tutti, botte e sanzioni disciplinari.

Ciò che in autunno non si riusciva a vedere era proprio la carota. Certo non si sarebbe potuto garantire bunga bunga di classe per tutti, ma almeno il miraggio di qualche guadagno supplementare, in cambio di un po’ di complicità, era un obiettivo possibile. Si è dato così avvio alla farsa della sperimentazione del merito, cioè si è promesso (c’è solo la promessa, per ora) di utilizzare una parte dei risparmi realizzati con la cosiddetta riforma per premiare una parte di docenti meritevoli.

In fondo era previsto già tre anni fa, all’avvio del programma di tagli, che un terzo delle risorse risparmiate sarebbe stato reimpiegato per la scuola stessa e ora, coerentemente con quei propositi, non già il 33%, perché il troppo storpia, ma il 2% circa viene stanziato (forse) per elargire uno stipendio supplementare ai migliori: una autentica botta di vita! In autunno si individuano quindi le provincie nelle quali avviare la sperimentazione, Napoli e Torino, e, da gennaio, la generosa offerta viene estesa anche alla provincia di Milano (17).

Il ministero ha il grande merito di risvegliare le coscienze sopite nelle scuole interpellate e, in un sorprendente moto di orgoglio, i docenti cominciano ad interrogarsi sullo squallore morale di una proposta di spartizione di spiccioli ricavati mandando in rovina migliaia di giovani colleghi e colleghe (18). La Gelmini ci propone di sbranare gli avanzi di chi è stato eliminato e, per conquistare l’ambito trofeo, di scannarci anche tra noi che siamo rimasti, perché non ce n’è per tutti, anzi: ce n’è per pochissimi. Perché il progetto prevede che il collegio dei docenti individui un team di valutazione costituito da 2 docenti, che si affiancheranno al preside e al presidente del consiglio di istituto (quest’ultimo, però, senza diritto di voto) per individuare i pochi, pochi per decreto, meritevoli che potranno accedere ad una mensilità aggiuntiva, una tantum.

Lascia anche perplessi la scelta di impiegare quelle scarsissime risorse non già per migliorare la qualità della didattica e dell’insegnamento, ma per un cadeau ai migliori che, se sono veramente tali, lo sono a prescindere dal gentile omaggio e certo non miglioreranno per quello. Anche sui criteri per individuare gli “eletti” ci sarebbe tanto da dire, ma ciò che è certo è che risulta difficile pensare che i dirigenti siano le persone più adatte a giudicare i docenti, delle cui pratiche di insegnamento spesso nulla sanno, e che la valutazione, tutta soggettiva, dei curricula dei colleghi, finirebbe per premiare i sistemi di relazioni e gli equilibri di potere già consolidatisi negli istituti, relegando gioco forza i volatili docenti precari agli ultimi posti della graduatoria, indipendentemente dal loro reale valore.

Del resto per i precari non sono giorni tranquilli perché il 21 gennaio sembrano chiudersi, per decisione del governo, i termini per ricorrere in tribunale contro l’abuso di contratti a tempo indeterminato. In quella stessa data l’assemblea delle scuole del milanese si riunirà per decidere come affrontare la farsa del merito. Alla fine, anche a Milano, come già a Torino e Napoli, il fallimento del ministero sarà totale: ci proveranno in 1461 scuole, riuscendo a passare solo in 35 (19), insomma un 98% dice no e alla Gelmini resta in mano il suo 2%… a volte il destino è gradevolmente spiritoso.

Passo 11: un popolo affamato, fa la rivoluzion

Si mangia quando si ha fame, non quando si hanno i soldi… C’è un solo animale capace di morire di fame senza osar toccare il cibo, pur avendolo a portata di mano… Soltanto l’uomo si avvilisce morendo di fame e di freddo senza rompere le vetrine di un negozio qualsiasi per sopravvivere.

Manuel Scorza, La danza immobile

Il rifiuto dei docenti contro la polpetta avvelenata lanciata dalla Gelmini è una cosa in fondo piccola, ma non possiamo cadere nell’errore di sottovalutare i segnali di ripresa. Intorno a noi, intanto, fuori dalle nostre aule e fuori dai confini nazionali, tutto il Mediterraneo sembra risvegliarsi, in un anticipo di primavera davvero travolgente.

Certo non è questa la sede per parlare delle rivolte che attraversano un po’ tutto il Medio Oriente, a partire dal nord Africa, interessando principalmente Tunisia ed Egitto, per raggiungere lo Yemen e il Bahrain, la Siria e la Giordania, ma è bello constatare che il vento sta cambiando, anche in Paesi che hanno conosciuto l’oppressione di regimi anche più che ventennali. E ciò che più conta, in questa sede, è sottolineare che quelle splendide rivolte, sia quelle condotte con successo, come in Tunisia, sia quelle arrestatesi a metà, come quella egiziana, sia quella repressa nel sangue con la complicità internazionale dal gendarme saudita, come in Bahrain, sembrano tutte nascere al di fuori del contesto dei partiti tradizionali, di quella che anche lì definiscono “la politica”. Un operaio egiziano dichiarerà il 25 febbraio a Silvia Mollichi, inviata di “Peace reporter”:

“quando scrivi ricorda: questa è una protesta di lavoratori, la politica non c’entra. In passato abbiamo promosso iniziative politiche, ma non questa volta”.

Sebbene non sia questa la sede per un approfondimento sul tema, non si può dimenticare che tra quelle rivolte ci sia stata e c’è tutt’ora, quella in Libia, forse la più “eterodiretta” tra tutte, con la conseguente guerra, perché l’Italia è in guerra, certo “a bassa intensità”, se ci piacciono questi distinguo, e nemmeno se ne riesce a parlare. Sul senso di quella “missione” lascio la parola ai padri Comboniani, che è anche un modo per farmi perdonare di non aver prima precisato, nel parlare della Chiesa, che non è fatta solo di un Papa che chiude gli occhi di fronte ai bunga bunga e ritiene esecrabili le famiglie di fatto, ma che ha tante anime e che al suo interno si trovano anche meravigliose persone. Sul numero di aprile del mensile “Nigrizia”, giornale, appunto, dei padri comboniani, troviamo questa affermazione:

“Alimentare i conflitti, balcanizzare il territorio,  lasciare rovine, frammentazioni etniche e sociali,  affidarsi a emergenze umanitarie… Tutto ciò consente agli squali di abbuffarsi copiosamente. Nascono nuovi affari. Perché, nel caos, è più facile costruire nuovi equilibri. Fino a quando riemerge un altro rais, con il quale stringere altri patti. E la giostra ricomincia. Fino alla bomba successiva. E alla selva di nuovi commenti scandalizzati.  Lo chiamano “sano realismo“. Dobbiamo accettare passivamente di far parte di questo teatrino dei burattini?”

Qualcosa di nuovo sta nascendo forse in queste settimane anche in Italia, dove non c’è (ancora) un popolo affamato, o è una realtà ancora molto marginale, ma dove la preoccupazione per un futuro impossibile da programmare e costruire e che a ben vedere appare ogni giorno più fosco, unito alla rabbia nel vedere i propri problemi trascurati da una classe politica troppo impegnata nella cura esclusiva dei propri interessi e del proprio sollazzo, si traduce nell’organizzazione dal basso di mille momenti di confronto e dibattito.

Lo sviluppo di una rete capillare di comitati e associazioni, per affrontare i problemi più disparati, avviene, come avrebbe detto l’operaio egiziano, “al di fuori della politica”, cioè vale a dire al di fuori, e spesso contro il volere, dei partiti tradizionali, in maniera molto simile a quanto avviene già da più di due anni nei comitati per la difesa della scuola pubblica, comitati che, sia detto per inciso, si incontrano ancora una volta il 30 gennaio per una assemblea nazionale a Bologna.

Così, accanto alle pur importantissime manifestazioni “tradizionali, come lo sciopero dei metalmeccanici indetto dalla Fiom il 28 gennaio per protestare contro l’estensione del “modello Pomigliano” anche agli altri stabilimenti Fiat, con il concomitante sciopero Cobas e Cub della scuola (20), cominciano a nascere le tante iniziative “trasversali come la manifestazione di Arcore del 6 febbraio e, su tutte, le manifestazioni delle donne del 13 febbraio. Quel giorno pare ci siano stati eventi in 230 piazze di Italia, alcune delle quali davvero affollatissime, tanto da far parlare, a Roma, di 500.000 persone sotto il palco montato a Piazza del Popolo. Un conto fatto certo con eccesso di partigianeria, ma ciò che è certo è che tantissime donne, e non solo, hanno deciso di scendere in piazza, in molti casi senza badare alla pioggia, per dire con forza che non è compiacendo le voglie dei maschi dominanti che vogliono costruire il proprio futuro.

Passo 12: dal basso o niente

… e il piccione ne approfittò per aggiungere: ”tu vai a caccia di uova, fin qui ci arrivo benissimo; che vuoi che mi importi allora se sei una bambina o un serpente?”

Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie

Le manifestazioni delle donne sono belle e partecipate e, come detto non sono indette dai partiti. Non sono certo di partito le manifestazioni del mondo della scuola che si susseguono anche tra febbraio e marzo (21), anche sull’onda dei nuovi attacchi alla scuola pubblica, fatti dal capo in persona, che, con il pretesto che la scuola pubblica inculcherebbe valori “di sinistra” cerca il modo per fare nuovi regali alle scuole confessionali.

Non sarà di partito nemmeno la manifestazione indetta in molte città d’Italia per il 12 marzo a favore della scuola pubblica e della Costituzione, eppure in questa circostanza i partiti cominciano a fare capolino un po’ più del solito e, per la prima volta, anche a causa di eccessi di protagonismo di coloro i quali hanno fatto dell’antiberlusconismo una ragione di vita, nella costruzione delle iniziative non si respira la stessa aria di fraterna collaborazione.

Qui a Milano, ma credo che lo stesso sia avvenuto anche a Torino, traspare negli organizzatori la volontà di marginalizzare per quanto possibile il tema scuola, lasciando che sia solo il tricolore a colorare le piazze e le barzellette sul bunga bunga, o sulla casa di batman, a risuonare sui palchi. Lo dico con amarezza, ma certo che dagli errori si può imparare tanto: il 12 marzo, a Milano, si ottiene l’adesione dei partiti di Fini e Casini, che hanno sempre appoggiato ogni passaggio della “riforma Gelmini”, ma si dà vita a una manifestazione deludente nei numeri e noiosa nei contenuti. Di scuola riusciranno a parlare, e benissimo, solo un migrante in apertura, quando la piazza è ancora vuota e una precaria in chiusura, quando la piazza si è già svuotata. Il resto del popolo della scuola si terrà ai margini della kermesse, raccogliendo firme e dialogando con ogni singolo manifestante, o quasi (22).

La riflessione che può nascere da questa occasione per metà sprecata è che il movimento della scuola è nato partendo dai bisogni reali dei lavoratori e degli studenti, con loro e i loro genitori abbiamo costruito tanti comitati e abbiamo intessuto una fittissima rete di rapporti. Data l’appartenenza politica di coloro i quali stanno provando a demolire la scuola pubblica è verosimile che anche da questa rete, dai nostri dibattiti e dalle nostre manifestazioni, sia nata la recente sconfitta elettorale del centro-destra e questo anche per me è un bene.

Ciò non toglie, però, che non siamo movimento in difesa della scuola per finta e che lo stesso trattamento avremmo riservato a chiunque, nel centro-sinistra, avesse provato a promuovere “riforme” dell’istruzione simili. Se questa, come credo, è l’impostazione condivisa dalla maggioranza del popolo della scuola, allora va da sé che per il futuro bisognerà capire per tempo quando la costruzione di iniziative nasconde manovre elettorali e lasciare che se le organizzino i partiti, decidendo ognuno sulla base dei propri convincimenti politici e di partito se e come fornire il proprio personale contributo.

Passo 13: Fermiamo Mengele

Camillo Cortas prendeva organi sani da bambini poveri e li trapiantava su bambini ricchi e malaticci. “Per un bambino povero,” diceva “il fegato è solo una sofferenza, con le porcherie che dovrà mangiare. Per il ricco, è utile e indispensabile.”

Stefano Benni, La compagnia di Celestini

Marzo è anche il mese nel quale la Gelmini e i suoi compari incassano la conferma definitiva della sentenza del tribunale di Milano del 10 gennaio che li condanna a risarcire le ore di sostegno sottratte indebitamente a diciassette famiglie di alunne e alunni con disabilità. Evidentemente irritati dalla lesa maestà il ministro e i dirigenti degli uffici territoriali provano ad imbastire in modo sistematico una campagna di colpi bassi e menzogne.

Nel corso dell’intervista nella puntata del 13 marzo alla trasmissione “Che tempo che fa(23), ad esempio, la Gelmini dichiara innanzitutto che non è assolutamente vero che il suo ministero sia stato condannato e lo dice con l’aria talmente convinta da far quasi pensare che ci creda sul serio. Nel passaggio seguente, poi, aggiunge che mancano le risorse solo per colpa di quegli ingordi che muoiono dalla voglia di far certificare una bella disabilità alla propria prole e godere del privilegio del sostegno. Per non essere volgare credo sia giusto leggere la risposta di una di queste mamme accusate di “furbizia”, che spiega quanto si sentono costantemente furbi i genitori di una bambina o un bambino con disabilità (24).

Pochi giorni dopo la povera ministra si vedrà costretta a rispondere ad una interrogazione parlamentare dall’accusa di aver escluso ragazze e ragazzi con disabilità dalle gare di corsa campestre dei giochi studenteschi (25).

Anche i suoi luogotenenti, sul tema, non fanno mancare delle chicche: l’ufficio scolastico della Lombardia, ad esempio, il 21 marzo emana una circolare nella quale chiede alle scuole che, nel comporre le classi ignorino totalmente le leggi che regolano il tetto massimo di alunni laddove sono presenti soggetti con disabilità (26). Sommerso dalle critiche qualche giorno più tardi quello stesso ufficio farà marcia indietro, ma quando ormai le classi sono state composte e la frittata è fatta. Del resto è lo stesso direttore dell’ufficio scolastico della Lombardia a dichiarare, il 24 marzo, che si negano ore di sostegno non già per risparmiare soldini, né tantomeno per discriminare, ma anzi per aiutare chi ha una disabilità a sentirsi proprio uguale agli altri (27), e leggendolo non ho potuto fare a meno di figurarmi il dottor Colosio con la mantellina azzurra e la bacchetta magica della fatina di Cenerentola.

L’attacco, però, è a tutto campo e anche fuori dalle scuole assistiamo ad inquietanti episodi quali il taglio degli sussidi di invalidità della regione Veneto (28) e agli insulti rivolti a Montecitorio alla deputata Ileana Argentin, colpevole di non poter applaudire con le proprie mani (29). Fortunatamente, almeno per quanto riguarda il mondo della scuola, c’è un minimo di risposta e, oltre alle iniziative di denuncia all’opinione pubblica e alla magistratura, si tiene finalmente a Milano un’assemblea alla quale partecipano insieme docenti di sostegno, docenti curricolari, educatori e genitori che decidono di mettersi in rete per promuovere campagne di informazione e sensibilizzazione sul tema. Oltre che per difendersi insieme dai tanti ignobili attacchi.

Passo 14: pregiudizio e pensiero unico

Fabio Pittore racconta che, parecchi secoli prima di lui, una vestale della città di Alba, mentre si recava ad attingere acqua con la sua brocca, fu violentata e partorì Romolo e Remo, i quali furono nutriti da una lupa, ecc. Il popolo romano credette a questa favola; non esaminò se in quel tempo ci fossero vestali nel Lazio, se fosse verosimile che la figlia di un Re uscisse dal suo convento con una brocca, se fosse probabile che una lupa allattasse due bambini invece di mangiarseli. Il pregiudizio si radicò.

Voltaire, Dizionario filosofico, alla voce Pregiudizio

Chiaramente affinché una campagna di disinformazione attecchisca bene è utile che si basi su qualche convinzione ben radicata nella mente delle persone: insomma, sfrutta i pregiudizi e ti troverai sempre bene! Alcuni, a volte confesso che tra questi ci sono anch’io, con atteggiamento un po’ snob talvolta si sorprendono nel rilevare ad esempio che la Gelmini è ritenuta da molti italiani una persona intelligente. Eppure anche lei ha un punto di forza e consiste nel riuscire a dare spessore alle proprie argomentazioni trovando sempre l’appiglio dialettico in qualche pregiudizio.

Il ministro non si limita a dire “i genitori dei ragazzi disabili fanno i furbi” ma aggiunge “quelli di alcune parti di Italia… e ammicca con l’aria bonaria di Totò che spiega di aver fatto tre anni di militare a Cuneo. Insomma pur senza dirlo è chiaro che si riferisce ai meridionali e i meridionali, chi non lo sa nelle valli bergamasche?, sono tutti furbi, che, inutile dirlo, equivale a imbroglioni, quindi si può anche dare per scontato che al sud le certificazioni di disabilità siano carta straccia.

Sappiamo che anche la questione del merito ha così tanto successo, malgrado la sua inconsistenza, perché si fonda sulla forza del pregiudizio, cioè sulla convinzione diffusa, soprattutto tra gli interlocutori privilegiati dei nostri governanti, che i docenti siano persone senza spina dorsale, incapaci di fare un lavoro vero (il padroncino di una fabbrichetta della Brianza, ad esempio) e che in fondo sono anche ignoranti, infatti spesso sono meridionali, e quindi vadano stanati con una sana selezione aziendale.

Il buon Berlusconi, probabilmente sempre allo scopo di acquistare nuove indulgenze in vista delle elezioni ormai prossime, pensa bene di dover prendere la parola in un paio di occasioni, a metà aprile, per promuovere il voucher scuola, cioè un assegno donato dallo Stato a quelle famiglie che intendono iscrivere i propri figli alle scuole private. Qualche giorno dopo l’ingegnere Roger Abravanel, guru dell’istruzione, autorevole primo consigliere della Gelmini, spiega nel corso della rubrica “regole e merito” del “Corriere tv(30), che l’idea l’ha suggerita lui in persona al presidente, ma che non si tratta di un assegno per le scuole private, ma di un voucherper potersi scegliere la scuola pubblica che si vuole”, dimostrando in questo sorprendente passaggio di ignorare che la scuola pubblica, in Italia, non si paga… e questa è la testa migliore tra i consiglieri della Gelmini!

Tornando ai nostri pregiudizi, Berlusconi, nel promuovere i voucher, richiama anche uno dei tanti luoghi comuni sulla scuola pubblica, cioè che si tratta di un covo di vipere “di sinistra”, che “inculcano valori diversi da quelli che i genitori cercano di inculcare nei propri figli. Questa affermazione, in fondo divertente per la contrapposizione tra docenti e resto del mondo, ha giustamente molto colpito per l’uso del verbo “inculcare”, ripetuto peraltro due volte, che è in effetti quanto di più distante ci sia dal nostro quotidiano lavoro nelle classi (31).

Tornarci credo non valga la pena, ma probabilmente vale la pena di spendere due parole sul luogo comune, per non diventarne noi stessi vittima, perché le nostre scuole tutto sono tranne che un covo di irriducibili comunisti, purtroppo o per fortuna, a seconda dei punti di vista. Fabio Luppino, sull’Unità del 17 aprile, ci dà notizia di un utile dossier del Centro d’iniziativa democratica degli insegnanti e dal Comitato 150, dal quale si ricava una informazione che “a pelle” sentiamo tutti nelle nostre scuole: i docenti di sinistra non sono più del 30% del totale. La maggioranza, aggiungerei io, ha la sola aspirazione di non essere disturbata; il 23,2% fa parte di associazioni religiose o parrocchiali. Per inciso: da questa stessa indagine si ricava che il primo motivo di insoddisfazione per i docenti non è di natura economica, ma è legato allo scarso riconoscimento sociale. Insomma, qualcuno dovrebbe avvertire la Gelmini che se davvero vuole conquistarci potrebbe bastare che la smettesse di insultarci.

Torniamo però ai “nostri” pregiudizi. Negli stessi giorni del voucher un’altra battaglia si combatteva contro il comunismo imperante nelle scuole e vedeva impegnata, alla testa di una pattuglia di 19 deputati del Pdl, la paladina Gabriella Carlucci che, evidentemente in qualità di storico dei libri di testo sottolineava il 14 aprile che:

“In Italia negli ultimi cinquant’anni lo studio della storia è stato spesso sostituito da un puro e semplice tentativo di indottrinamento ideologico”.

Per rimediare a questa intollerabile stortura i nostri presentano un progetto di legge per l’”Istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta sull’imparzialità dei libri di testo scolastici. Ora, premesso che una gran parte dei libri di testo che circolano nelle nostre scuole sono editi dalle aziende della famiglia Berlusconi, appare evidente che questa affermazione meriterebbe solo una grassa risata, così come quella dell’”inculcare”. Il punto è, però, che un domani molto prossimo potremmo davvero trovarci con i voucher, gli “inculcatori” conformi a ciò che il presidente ritiene che le famiglie vogliono inculcare e con la santa inquisizione della Carlucci che decide quali libri vanno messi all’indice. Il punto è che dietro i messaggi ad effetto lanciati lo scorso aprile si nasconde la volontà, nemmeno così tanto celata, di mettere le mani nelle piccole teste per imporre un plumbeo pensiero unico e questo, per fortuna, tanti ragazze e ragazzi l’hanno capito bene.

Passo 15: la commedia delle prove oggettive

Così se voi gli dite: “La prova che il piccolo principe è esistito, sta nel fatto che era bellissimo, che rideva e che voleva una pecora. Quando uno vuole una pecora è la prova che esiste”. Bè, loro alzeranno le spalle, e vi tratteranno come un bambino.

Ma se voi invece gli dite: “Il pianeta da dove veniva è l’asteroide B 612″ allora ne sono subito convinti e vi lasciano in pace con le domande. Sono fatti così. Non c’è da prendersela. I bambini devono essere indulgenti coi grandi.

Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe

Sono trascorsi una settantina d’anni da quando il piccolo principe cercava di metterci in guardia dalla stupidità dei dotti e di avvertirci che inseguire numeri e date ti allontana dalla comprensione della complessità del mondo che ci circonda, invece di avvicinarci. Altrettanto evidente è che le domande intelligenti non hanno mai un’unica risposta e che ciò che sembra un cappello potrebbe benissimo essere un serpente che ha mangiato un elefante. Evidentemente quei settant’anni sono passati invano, o più semplicemente il piccolo principe, e io con lui, s’era sbagliato, se oggi in Italia trionfa il modello delle “prove oggettive”, di quei test che sono stati imposti prima alle medie e alle elementari e, da quest’anno, anche nelle seconde classi degli istituti superiori.

Su queste prove, che per giunta escludono di fatto chi è portatore di disabilità e cancellano vent’anni di integrazione, già tantissimo si è detto e scritto. I sindacati di base e, in parte, anche la Cgil, hanno portato avanti una ammirevole campagna di contrasto e di informazione, Retescuole ha anche organizzato un seminario su “valutazione e merito” e Vivalascuola ha pubblicato un ampio e ben documentato articolo di Marina Boscaino (32), quindi non avrebbe senso dilungarmi ulteriormente in questa sede.

Credo invece sia giusto ricordare che, nei giorni di somministrazione delle prove Invalsi, in parlamento si vota, il 27 aprile, quella manovra economica che sancisce i tagli previsti per la scuola pubblica per i prossimi tre anni (33) e che la maggioranza si afferma con venti voti di scarto. Gli assenti nell’opposizione, cioè tra le fila di PD, IDV, FLI e UDC quel giorno sono 40, ma a pensar male si fa peccato.

Il 6 maggio, come già accennato, c’è lo sciopero finalmente proclamato dalla Cgil e credo sia stato, negli ultimi vent’anni, lo sciopero generale più ignorato dalla stampa. Anche per questo non sembra aver avuto un enorme numero di adesioni, ma tutto sommato, per essere alla fine dell’anno, anche nelle scuole la partecipazione non è stata disprezzabile e ha visto riaffacciarsi nelle piazze anche un buon numero di precari e precarie.

Come precari siamo stati per mesi sulla graticola, con un inseguirsi di decisioni, ripensamenti, colpi di scena e cessati allarme che continua ancora oggi e che pare avere il solo scopo di farci andare fuori di zucca e farci scannare tra di noi. La cronistoria della delirante gestione ministeriale delle cosiddette “graduatorie ad esaurimento” meriterebbe un articolo a parte che forse un giorno dovremo provare a scrivere, per lasciare ai posteri testimonianza del sadismo che può raggiungere la stupidità al potere

Tra l’altro, oltre al danno la beffa, c’è stato anche chi, e non poteva che essere una televisione del presidente del consiglio ha pensato di dare vita ad un reality con i precari della scuola rimasti senza lavoro come protagonisti, ma, fortunatamente, proprio mentre si avviavano le selezioni, le nostre proteste sono arrivate forti e chiare e gli sciacalli hanno desistito, almeno per ora.

Malgrado questo piccolo successo e nonostante i termini per presentare le domande si siano chiusi il 1 giugno, continuiamo però a non poter dormire sonni tranquilli, non solo perché non sappiamo, nella nostra lotta fratricida, quanti colleghi supereremo e da quanti saremo scavalcati nelle nuovissime graduatorie, ma anche perché ci sono ancora parlamentari della Lega, capeggiati dall’onorevole Pittoni, che chiedono ancora, a urne chiuse, di rivedere le regole del gioco per privilegiare il padano storico, anche a costo di rifare tutto daccapo. La cosa triste è che queste proposte farneticanti, che appunto per questo potrebbero anche tradursi in leggi, leggi che qualunque magistrato dovrà poi chiedere di riscrivere perché incostituzionale, queste proposte trovano anche seguito, chiaramente al nord, in qualche anima candida dell’opposizione.

Questo governo, del resto, ci ha già abituati ai cambiamenti folli dell’ultima ora e anche a tempo ampiamente scaduto e se i deliri di Pittoni sono per il momento soltanto ipotesi, alle scuole medie la Circolare Ministeriale pacco è già partita, porta il numero 46 è esplosa il 26 maggio. Fa riferimento agli esami finali del terzo anno, che cominceranno tra pochissimi giorni e secondo l’interpretazione che ne stanno dando la maggior parte dei dirigenti, chiede che le commissioni predispongano le prova scritta anche per la seconda lingua straniera. L’impressione è che qualcuno ai piani alti del ministero dell’istruzione ci provi gusto a vessare gli odiati professori e che, trascurando le esigenze degli studenti, si decida di cambiare ancora una volta le regole del gioco in corsa, anzi a corsa quasi terminata, a 15 giorni dagli esami.

Il ministro e i suoi consiglieri, evidentemente, ignorano completamente i vantaggi della programmazione e costringono migliaia di docenti e ragazzi ad inseguire affannosamente i loro slanci creativi e la loro insopprimibile ansia di improvvisazione.

Maggio si conclude con un’ultima chicca: pressati dalle associazioni di genitori i ministri dell’economia e dell’istruzione fingono di non sapere che le scuole, sul lastrico per i loro tagli, chiedono alle famiglie dei contributi volontari obbligatori. E dire che sarebbe bastato loro arrivare alla seconda delle dieci domande dell’assemblea delle scuole del milanese per scoprirlo. Ma è giusto non fidarsi e controllare di persona, quindi Gelmini e Tremonti ordinano un’indagine conoscitiva, un po’ come se Bonnie & Clyde si indignassero nel verificare che la banca che hanno appena rapinato è rimasta senza soldi (34).

Passo 16: la nostra primavera

E poi ti dicono: “tutti sono uguali, tutti rubano alla stessa maniera”, ma è solo un modo per convincerti a restare chiuso dentro casa quando viene la sera. Però la stosia non si ferma davvero davanti a un portone, la storia entra dentro le stanze, le brucia, la storia dà torto e dà ragione”

Francesco De Gregori, La storia siamo noi

Eppure questa volta Bonnie & Clyde e con loro tutta la banda bassotti pare proprio che i conti li abbiano sbagliati. Sempre meno persone credono alle loro balle e sempre meno lavoratori sono disposti a farsi vessare passivamente.

Le elezioni del 15, e i ballottaggi del 29 e, voglio sperare, anche i referendum del 12 giugno, ci dicono inequivocabilmente questo. Credo ci dicano pure, e non scrivo niente di nuovo, che per demolire il castello di sabbia e le potenti campagne mediatiche da milioni di euro, i candidati dell’opposizione si sono giovati, almeno a Napoli e, ancor più, a Milano, del modello della rete dei volontari e dei comitati di base, che sanno e possono agire tanto in maniera isolata e capillare sul territorio, sia in maniera unitaria e coordinata nelle grandi manifestazioni.

Quindi ha funzionato lo stesso identico modello che ha consentito al movimento per la difesa della scuola pubblica di sopravvivere nei momenti di magra e avanzare nei tempi migliori. E allora, forse, le forze che hanno vinto le elezioni devono essere grate anche al popolo della scuola, ma non solo e non tanto per la contaminazione dei modi di agire politico. Quello che forse ha contato è che il movimento della scuola è stato negli ultimi tre anni una continua spina nel fianco per il governo, demolendo con la forza dei fatti, in mille quotidiane e instancabili discussioni, tutte le bugie trasmesse supinamente dalle televisioni sullo stato della scuola e sulle conseguenze della “riforma”.

Il nostro scopo non è mai stato, né sarà mai, quello di prendere parte alle competizioni elettorali, ma non vi è dubbio che, qualora le politiche scolastiche di chi è al governo fossero del tipo che abbiamo visto in questi tre anni, beh, allora noi saremo lieti di festeggiare la disfatta di questi pessimi amministratori della cosa pubblica, di qualunque colore essi siano (35).

So pure che tante e tanti tra noi hanno legittimamente scelto di impegnarsi in prima persona nella competizione, portando appunto nei comitati elettorali l’esperienza dei comitati scolastici e personalmente, lo confesso, non ne sono stato felice, principalmente perché a Milano sono mancate tante energie importanti, quelle che, per intenderci, hanno consentito l’organizzazione di importanti manifestazioni a Roma e lo Sciopero della fame a staffetta a Bologna (36).

E ancora, in questo anno bifronte il finale col botto, di buon auspicio anche per il modo della scuola, non è opera nostra, né dei sindaci neoeletti, ma, secondo me, degli operai della Fincantieri che il 2 giugno sono andati a Roma e si sono presi la scena, ottenendo l’impegno da parte del governo, certo da vigilare, a far rientrare i tagli previsti, un impegno che non avrebbero ottenuto se fossero stati bravi e ragionevoli.

Oggi che gli organismi internazionali di strangolamento chiedono ancora lacrime e sangue e una manovra di altri 45 miliardi di euro, beh, se davvero vogliamo che cominci a pagare chi più ha, che si tagli sulle spese militari e sui faraonici progetti succhia fondi, allora dobbiamo imparare dagli operai di Genova e Castellammare che a starsene fermi a guardare, magari per paura di ritorsioni, non c’è nulla da guadagnare e tutto da perdere.

Allora mi piace concludere questo percorso, compiuto indegnamente con l’aiuto di tante citazioni, più o meno nobili, da dove ho iniziato, ossia dalla Yourcenar che fa dire al protagonista della sua “Opera al nero” che I timori sono naturali e ragionevoli, ma la vergogna ed il rimpianto sono mali anch’essi…

Note

1. Per una sintesi necessariamente incompleta delle sentenze citate si veda la pagina: http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/10/e-la-scuola-va-in-tribunale/103393/

2. Per una risposta più completa si veda l’articolo http://www.retescuole.net/contenuto?id=20100928210659

3. Per una risposta dei precari al Corriere (chiaramente mai pubblicata da quel giornale) si veda http://www.retescuole.net/contenuto?id=20100908122710

4. Per ripercorrere le primissime tappe di quella imbarazzante vicenda http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/12/a-lezione-di-legaadro-la-scuola-statale-e-padana/59771/

5. Si veda pure http://giornaleitaliano.info/gelmini-studenti-%E2%80%9Csoldato%E2%80%9D-nei-licei-impareranno-a-sparare-il-declino-inarrestabile-della-scuola-italiana-3146

6. http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/05/23/vivalascuola-83/

7. Per uno studio più approfondito della Circolare in oggetto: http://www.flcgil.it/scuola/pubblicata-la-circolare-sulle-sanzioni-disciplinari-del-personale-della-scuola.flc

8. Il testo completo della proposta di legge in questione può essere consultato alla pagina http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00529938.pdf

9. Sulle dichiarazione dell’“onorevole” Fontanini si può consultare “Il piccolo” alla pagina http://ilpiccolo.gelocal.it/cronaca/2010/10/23/news/scuola-classi-differenziate-per-i-disabili-bufera-sul-leghista-fontanini-1.18299

10. La soppressione della diaria in questione è contenuta nella legge n. 122 del 30 luglio 2010. Per un utile approfondimento di tutte le vicende relative ai viaggi di istruzione si veda la pagina http://www.forumscuole.it/rete-scuole/07attualita/viaggi-miraggi/

11. E si riduce del 70% il fondo per il diritto allo studio http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/28/niente-soldiai-libridi-scuola/73987/

12. Uno tra i possibili articoli di cronaca sul 16/10 http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/10_ottobre_16/corteo-fiom-metalmeccanici-roma-1703965174821.shtml

13. http://www.uaar.it/news/2010/11/16/universita-cancellati-tagli-quelle-private/

14. http://www.repubblica.it/scuola/2010/01/16/news/aumenti_prof_religione-1971395/

15. http://www.retescuole.net/contenuto?id=20101119000631

16. Per un quadro del contesto milanese, ad esempio, si può consultare la pagina http://cantiere.org/art-02873/autogestioni-e-occupazioni-2010-verso-il-corteo-del-10-dicembre.html

17. Sui perché di tanta generosità si veda http://www.retescuole.net/contenuto?id=20101222221857

18. Sulla risposta delle scuole si veda http://www.rknet.it/lascuolasiamonoi/index.php?mod=read&id=1296933812 dove è possibile trovare anche notizia della cancellazione, in quegli stessi giorni, dell’orribile “allenati per la vita”.

19. http://controriformadocentiarrabbiati.jimdo.com/notizie/merito-sperimentazione-flop/

20. http://comitatoscuolapubblica.wordpress.com/2011/01/17/perche-retescuole-sostiene-lo-sciopero-del-28-gennaio-e-perche-chiede-al-popolo-della-scuola-di-aderirvi/

21. http://www.repubblica.it/cronaca/2011/03/02/news/difendiamo_la_scuola_pubblica_le_proteste_in_italia-13079823/?ref=HREC1-8

22. http://milano.repubblica.it/cronaca/2011/03/13/news/migliaia_in_piazza_per_la_costituzione_dario_fo_guida_i_cori_contro_il_premier-13534084/

23. http://www.retescuole.net/contenuto?id=20110320130105

24. http://www.retescuole.net/contenuto/?id=20110317165820

25. http://www.repubblica.it/scuola/2011/03/25/news/giochi_disabili-14099793/

26. http://www.retescuole.net/contenuto/?id=20110324182156

27. http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/03/25/giuseppe-colosio-e-i-disabili-enucleati/99989/

28. http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/03/30/il-veneto-taglia-i-sussidi-agli-invalidi-senza-dirlo/100956/

29. http://tv.repubblica.it/dossier/blitz-processo-breve/montecitorio-insultata-la-deputata-disabile/65295?video

30. http://video.corriere.it/voucher-pagarsi-scuola-serve-o-no/37f586e4-69da-11e0-890a-a1e6d714ad88

31. Fortunatamente sono in primis i nostri studenti a cogliere l’assurdità della accusa http://www.repubblica.it/politica/2011/04/16/news/se_berlusconi_non_crede_nella_scuola_pubblica_vada_a_casa_la_reazione_degli_studenti_il_19_aprile_mobilitazioni_in_50_citt-15017419/

32. http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/05/16/vivalascuola-82/

33. http://www.repubblica.it/rubriche/la-scuola-siamo-noi/2011/04/25/news/un_futuro_di_tagli-15376342/

34. http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=151299&sez=HOME_SCUOLA

35. http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=mQMY5K8bt7g

36. http://www.retescuole.net/contenuto?id=20110529094951

* * *

L’occhio del lupo

Fine anno, voglia di consuntivi: nessuna. Sorvolando sulle sorti probabili della mascotte mostruosamente invecchiata in tre anni – muove a sincera pena -, il bilancio a portata di un insegnante con una storia lavorativa media, diciamo una quindicina d’anni di servizio in ruolo, segna circa venticinquemila euro al passivo, sommando blocco contratto, blocco scatti di carriera (carriera! oh yes), presumibili ricadute fra pensione (oh, i guasti dell’immaginario!) e liquidazione (un errore nell’iperuranio platonico). Tutto da ascrivere al salvatore della patria Giulio Tremonti – per tale lo fanno passare. Per i soldati inviati al fronte, molti dei quali si ostinano a preferire un libro a una baionetta, quell’uomo invece è un nemico dell’umanità. Ma si sa, i soldati al fronte hanno sempre l’umore cattivo.

(michele lupo)

* * *

Si avvicina la chiusura dell’anno scolastico

Cobas e Unicobas lanciano lo sciopero degli scrutini. Così ne sintetizza i motivi Piero Bernocchi, portavoce nazionale Cobas: “Sarà uno sciopero contro la scuola-miseria, per la cancellazione dei tagli degli organici, l’assunzione dei precari su tutti i posti vacanti e disponibili, l’apertura immediata della trattativa per il contratto con adeguati aumenti salariali, l’inserimento nella Finanziaria delle somme per la restituzione degli scatti di anzianità scippati, contro lo strapotere dei presidi-padroni, per la restituzione a tutti del diritto di assemblea”.

Suscita tensioni la circolare ministeriale che indica il 25% delle assenze da parte degli studenti come limite massimo consentito per rendere valido l’anno scolastico. Nascono timori su come possano essere considerate autogestioni e occupazioni delle scuole e che la norma possa essere applicata in chiave punitiva.

Preoccupazioni alla notizia dell’obbligatorietà agli esami di licenza media della prova scritta di seconda lingua (fino allo scorso anno era compito delle scuole decidere se far affrontare ai propri studenti un esame orale o anche scritto). Ma i presidi protestano, la comunicazione ministeriale è tardiva.

* * *

Il decreto Brunetta qui.

Il vademecun della CGIL sulle sanzioni disciplinari qui.

Tutti i materiali sulla “riforma” delle Superiori qui.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

Guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Un manuale di resistenza alla scuola della Gelmini qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Gilda, Cub.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Alessandro Cartoni, Michele Lupo, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Lucia Tosi) 

“L’ultima difesa” di Massimo Giannini

manifesti_fotogramma_maniefsti_br_procure_2

LA TRENTOTTESIMA legge ad personam appena varata dalla Camera è l’espediente giuridico per un imputato eccellente, ma anche il ricostituente politico per un centrodestra agonizzante. Rianimato dall’atto di forza imposto al Parlamento, il presidente del Consiglio può rilanciare la fase che gli è più congeniale: quella del berlusconismo “da combattimento”.

Non basta il via libera sulla prescrizione breve che lo può salvare dal processo Mills, ottenuto da un’aula di Montecitorio militarizzata dai capigruppo forzaleghisti e svilita dalla compravendita dei “responsabili”.  Non basta il dissennato disegno di legge sul “processo lungo” che lo può proteggere dalle sentenze su Ruby, Mediaset e Mediatrade, e che nel frattempo i “volonterosi carnefici” del premier stanno portando avanti al Senato con sprezzo assoluto dell’armonia ordinamentale e dell’economia processuale. Non basta la falsa “riforma epocale della giustizia” che il Guardasigilli Alfano gli ha confezionato, per punire i magistrati, per ingannare l’opposizione politica e per distrarre l’opinione pubblica. Il premier annuncia già la prossima battaglia. Vuole anche la legge-bavaglio, cioè la norma che limita drasticamente l’uso delle intercettazioni.

Non c’è limite a questa offensiva di primavera che ci accompagnerà fino alle prossime elezioni amministrative, tra un Parlamento trasformato nella Fortezza Bastiani del deserto dei tartari e un Tribunale di Milano trasformato nel palcoscenico di un predellino permanente. Berlusconi combatte perché vuole durare. Per questo non fa prigionieri.

Il premier non ha più dalla sua la politica: il governo non esiste, su nessuno dei fronti caldi della fase. Si alternano solo confusione e improvvisazione, dall’emergenza dei profughi all’esigenza delle riforme, dalla politica estera alla politica economica. L’unica “missione” visibile è la stessa da ormai diciassette anni: salvare il soldato Silvio dai suoi guai giudiziari. Per questo il capo del governo non esita a portare l’attacco al cuore dello Stato, delle istituzioni di garanzia, dei giudici.

Ma il premier ha ancora dalla sua l’aritmetica: la maggioranza è inchiodata a quota 314, lo stesso numero con il quale riuscì a respingere la mozione di sfiducia contro il governo presentata dai futuristi finiani il 14 dicembre e quella contro l’ex ministro Bondi presentata dal Pd il 26 gennaio. La fatidica quota 330, più volte evocata, resta una chimera. La coalizione è sfibrata dalla sua inettitudine operativa e lacerata dalle cene di corrente. Ma resiste, nonostante tutto. Nella sua metà campo, conta sulla precettazione forzata di ministri e sottosegretari. Nel campo avverso, si giova della defezione segreta dei franchi tiratori.

“Forte” della sua inconsistenza politica e della sua sufficienza numerica, Berlusconi non si rassegna al suo declino. E va fino in fondo, nel suo disegno di destrutturazione del sistema e di costituzionalizzazione della sua anomalia. La prescrizione breve è solo l’ultimo dei tanti, salatissimi “prezzi” che fa pagare agli italiani, per proteggere se stesso. Ma su questa ennesima legge-vergogna, o “amnistia permanente” secondo la definizione delll’Anm, sono ora accesi i riflettori del Quirinale. Le parole che il presidente della Repubblica ha pronunciato ieri, da Praga, sono chiarissime: “Valuterò i termini di questa questione quando saremo vicini all’approvazione definitiva in Parlamento”. In quel “valuterò” non c’è l’annuncio di un’iniziativa specifica e preventiva sul disegno di legge che ora passa all’esame del Senato: né una bocciatura anticipata, né una moral suasion riservata. Napolitano si limita ad avvisare governo e maggioranza che esaminerà con particolare attenzione i contenuti ordinamentali e i profili costituzionali del testo, come prevedono le prerogative che l’articolo 87 della Carta del ’48 gli riserva in materia di promulgazione delle leggi.

Il capo dello Stato, prima di firmare quel provvedimento, valuterà a fondo i suoi effetti. Avrà un precedente giuridico importante, sul quale parametrare la legittimità dell’attuale prescrizione breve: la legge ex Cirielli varata nel 2005 dallo stesso governo Berlusconi, che ridusse i termini della prescrizione con effetti retroattivi su tutti i processi pendenti, compresi quelli in Cassazione. Altra norma ad personam: allora per il Cavaliere c’erano in ballo i processi “toghe sporche”, Sme e Imi-Sir. Altra forzatura delle regole: allora vi si opposero prima il presidente della Repubblica Ciampi (che pretese correzioni al testo in corso d’opera) e poi la Corte costituzionale (che giudicò parzialmente illegittima la legge). Oggi il precedente della ex Cirielli (che ha molte analogie con il caso del ddl Paniz) potrebbe avere un peso assai rilevante, nelle valutazioni di Napolitano. Il Quirinale, opportunamente, ha smesso da tempo di usare lo strumento della moral suasion, che presuppone la “leale collaborazione” tra le istituzioni.

Nei prossimi giorni tutto è dunque possibile. Il capo dello Stato saprà decidere per il meglio, come ha sempre fatto in questi anni difficili di “coabitazione all’italiana” con Berlusconi. Napolitano saprà come difendere i principi dello Stato di diritto, di fronte ai colpi di quello che i suoi cantori si ostinano a chiamare, simpaticamente, “il giocoliere galante”, per occultarne la spinta destabilizzante. Si può “giocare” con tutto, ma non con la Costituzione della Repubblica italiana

Da: Libertà e Giustizia

“Lo “sgomento” all’acqua di rose del cardinale Bagnasco” di don Paolo Farinella

my_mouth_is_closed_by_tutuj

Mi stupisco dell’unanimismo dei giornalisti della tv e della stampa che vedono nel discorso di Bagnasco un «severo monito a Berlusconi… un forte attacco». Ho letto tutta la prolusione al consiglio permanente della Cei (Ancona, 24 – 27 gennaio 2011) e sono rimasto «sgomento» dello «sgomento» del cardinale. Hanno ragione i cortigiani di Berlusconi a negare che il prelato si riferisse al capo del governo o alla maggioranza: «un discorso alto rivolto a tutta la classe dirigente e non solo», commenta il ministro fra’ Sacconi. Come dargli torto? E’ la pura verità. Chi legge il discorso senza conoscere i retroscena non solo non capisce niente di quello che accade, ma non capisce affatto le parole di Bagnasco.

Poco più di 6.500 parole sparpagliate in sette paragrafi e 15 pagine sono servite al cardinale Bagnasco, presidente della Cei, per dare una carezza al cerchio di Berlusconi e un colpo alla botte dei giudici, pretendendo di avere anche la moglie ubriaca. Senza mai nominare espressamente l’uno o gli altri, nel più rigoroso stile clericale che si ammanta di retorica fumosa, l’eminenza non quaglia niente. Il cardinale aveva promesso di parlare in «consiglio permanente», suscitando attese e per una volta facendo stare Berlusconi sulla graticola un par di giorni. Alla fine ha fatto i gargarismi di acqua e alloro o come scrive una mia amica «all’acqua di rose». Lo stile del linguaggio è il solito, àulico, infarcito di domande retoriche, incisi, citazioni e autocitazioni: un discorso «decoupage» senza anima e senza sentimenti. «Dico/non-dico – alludo/non alludo – punzecchio/ accarezzo». Ha parlato, ma non ha detto perché tutti possano interpretarlo a modo loro, però ha parlato «in sede istituzionale». Il metodo Veltroni ha fatto scuola. Le sue parole al vento sono un invito stantìo a tutti e non direttamente connesse con «i fatti del giorno». Si sa, i preti sono tanto abituati a parlare di eternità che non riescono proprio a vedere l’orizzonte di casa.

Benedetto XVI è citato 13 volte, la parola «papa» 7 volte, Dio 5 in forma assoluta e volte e 4 in espressioni improprie, Gesù e Vangelo 1 volta ciascuno. Questo è l’orizzonte di riferimento. E’ difficile trovare affermazioni basate su «soggetto, predicato e complemento». La gravità tragica in cui versa il Paese esigerebbe una presa di posizione non equivoca e limpida sullo schema morfosintattico «soggetto, predicato e complemento» del tipo: «Silvio Berlusconi (soggetto) è (copula, per restare in argomento) un porco (predicato nominale). Noi (sogg.) vescovi (apposizione del sogg.) chiediamo (pred. verbale) le dimissioni (compl. ogg.) del presidente (1° compl. di specificaz.) del consiglio (2° compl.o di specificaz.), Silvio Berlusconi (compl. denominativo, appositivo del 1° compl. di specificaz.)».

Invece saltellando per monti e colline, con volto burbero e tisana calmante incorporata, il cardinale s’inventa addetto meteorologico: «nubi ancora una volta preoccupanti si addensano sul nostro Paese» (p.1 premessa). Bisogna aspettare ben 10 pagine e arrivare al punto 5 per leggere questa prosa prosaica:

«La desertificazione valoriale ha prosciugato l’aria e rarefatto il respiro. La cultura della seduzione ha indubbiamente raffinato le aspettative ma ha soprattutto adulterato le proposte. Ha così potuto affermarsi un’idea balzana della vita, secondo cui tutto è a portata di mano, basta pretenderlo. Una sorta di ubriacatura, alle cui lusinghe ha – in realtà – ceduto una parte soltanto della società».

Mi chiedo come ha fatto a diventare cardinale uno che scrive e parla così. Chiunque legga si domanda cosa abbia mangiato a pranzo per arrivare a simili arditezze. Noi però possiamo assicurarlo che non abbiamo ceduto alle lusinghe del berlusconismo e fin dal giorno prima del suo apparire in politica avevamo previsto dove saremmo andati a parare. I vescovi e il Vaticano sono corsi sullo yacht del satrapo, hanno levato le àncore e abbandonato il mare incerto della Provvidenza per l’oro certo del corrotto e corruttore. Non abbiamo fatto gli schizzinosi come i cardinali e i vescovi che lo hanno cullato, coltivato, protetto perché attecchisse nell’antropologia culturale e politica del nostro popolo che oggi ne è vittima plaudente. Qualcuno era di casa a cena. Prosegue il cardinale presidente:

«Bisogna infrangere l’involucro individualista … Quando un anno e mezzo fa cercavamo di trovare il senso di ciò che la crisi poteva richiedere, si parlò ad un certo punto di una necessaria conversione degli stili di vita. Ora ci siamo arrivati … Se a questo si aggiunge una rappresentazione fasulla dell’esistenza, volta a perseguire un successo basato sull’artificiosità, la scalata furba, il guadagno facile, l’ostentazione e il mercimonio di sé, ecco che il disastro antropologico in qualche modo si compie a danno soprattutto di chi è in formazione» (par. 6).

Qui il cardinale tocca il parossismo della pornografia perché un brivido scende per le carni dei lettori che – brrrr! – sentono parole come «mercimonio e antropologico»: è la contraddizione clericale perché descrive con parole arcaiche l’essenza del berlusconismo e la sua intima filosofia o meglio il vuoto che poggia sul nulla, ma di cui il Vaticano e la Cei sono sostegno e garanzia. Padrini.

Arriviamo al «il Top», all’urlo di Tarzan, al grido della tigre di Mompracen:

«Si moltiplicano notizie che riferiscono di comportamenti contrari al pubblico decoro e si esibiscono squarci – veri o presunti – di stili non compatibili con la sobrietà e la correttezza, mentre qualcuno si chiede a che cosa sia dovuta l’ingente mole di strumenti di indagine. In tale modo, passando da una situazione abnorme all’altra, è l’equilibrio generale che ne risente in maniera progressiva, nonché l’immagine generale del Paese. La collettività, infatti, guarda sgomenta gli attori della scena pubblica, e respira un evidente disagio morale. La vita di una democrazia – sappiamo – si compone di delicati e necessari equilibri, poggia sulla capacità da parte di ciascuno di auto-limitarsi, di mantenersi cioè con sapienza entro i confini invalicabili delle proprie prerogative» (n. 7, pp. 11-12)…

Sì, tutto qui. Né più né meno. Certo il cardinale, a sera, avrà detto a se stesso: gliele ho cantate, eccome se gliele ho cantate … chi ha orecchi da intendere intenda. Peccato che quelli non solo sono sordi alla morale, al decoro e alla dignità, ma hanno compreso bene che il cardinale doveva parlare per non fare incazzare i cristiani scandalizzati e nello stesso tempo non ha scomunicato Berlusconi, che anzi continua ad appoggiare perché riafferma per lui l’ossessione dei giudici a indagare su di lui: «qualcuno si chiede a che cosa sia dovuta l’ingente mole di strumenti di indagine» Qualcuno chi? L’unico che può essere questo qualcuno è solo Berlusconi e la sua canèa prezzolata e farabutta. Ora costui è più forte nella sua lotta contro i «giudici comunisti». Non una parola sulla prostituzione minorile, non un lamento sulla dignità delle donne, non un rilievo sull’ingente quantità di denaro sperperato da un debosciato che educa alla prostituzione, induce alla corruttela e paga perché le minorenni tacciano e dichiarino il falso. Intanto l’Italia muore schiacciata dalla disoccupazione, ma il cardinale non lo sa.

Invitare alla sobrietà un satiro è come invitare un pedofilo in un asilo infantile; parlare di «evidente disagio morale» significa che assolvere preventivamente tutte le ignominie del priapo di Arcore facendo finta di arrabbiarvi. Non ci caschiamo, anche se ci siamo illusi che almeno i vescovi, che si sciacquano la bocca tre volte al giorno nell’acqua santa per pontificare di etica e di morale, di famiglia e di valori, avessero una coscienza e una dignità. Non hanno detto che adescare e corrompere minorenni è peccato così grave che non può essere perdonato né in cielo né in terra, memori delle parole del Signore: «Chi invece scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare. Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che vengano scandali, ma guai all’uomo a causa del quale viene lo scandalo!» (Mt 18,6-7).

Il vangelo esige che vi schieriate dalla parte dei deboli, che accusiate il potente e ricco, novello Erode Antipa, che compra vergini (sillogismo!) come un drago assatanato (lo dice la moglie che ha convissuto con lui per oltre 30 anni), le usa e le conserva nell’harem del suo residence. Una sola parola dovevano dire, quella di Giovanni Battista: «Non licet!» (Mc 6,18). I cardinali invece hanno applaudito il disegno di legge che il governo del satrapo ha approvato per punire i clienti delle prostitute di strada (11 sett. 2008); hanno chiesto e ottenuto che il governo non legiferasse su convivenze; ora stanno alla sua porta col tricorno in mano per salutarlo quando entra e quando esce dalla suoi postriboli e dall’indecenza della sua politica a servizio solo delle sue perversioni.

Il Cardinale, in un impeto di generosità, si lancia anche a favore del pagamento delle tasse, con un ritardo di decenni, specialmente quando era lo Ior Vaticano a prestarsi come strumento ambìto per evaderle nel riciclaggio di denaro sporco della mafia e della prostituzione:

«Anche la crescente allergia che si registra nei confronti dell’evasione fiscale è un segnale positivo, che va assecondato. Adesso più che mai è il momento di pagare tutti nella giusta misura le tasse che la comunità impone, a fronte dei servizi che si ricevono. Bisogna snellire e semplificare, ma nessuno è moralmente autorizzato ad autodecretarsi il livello fiscale. Chi fa il furbo non va ammirato né emulato. Il settimo comandamento, «Non rubare», resiste con tutta la sua intrinseca perentorietà anche in una prospettiva sociale».

Come può un cardinale dire queste cose, quando non ha mai detto una sola parola su un presidente del consiglio ladro, evasore di professione recidivo, anche in carica? E sufficiente richiamarsi all’art. 54 della Costituzione? Le basta l’accenno alla «misura e alla sobrietà»? Se questo è tutto, è segno che i vertici della Cei o sono o ci fanno e comunque fanno finta di non conoscere Berlusconi che invece vogliono avere come interlocutore in forza dell’invito finale:

«È necessario fermarsi − tutti − in tempo, fare chiarezza in modo sollecito e pacato, e nelle sedi appropriate, dando ascolto alla voce del Paese che chiede di essere accompagnato con lungimiranza ed efficacia senza avventurismi, a cominciare dal fronte dell’etica della vita, della famiglia, della solidarietà e del lavoro. Come Pastori che amano la comunità cristiana, e come cittadini di questo caro Paese, diciamo a tutti e a ciascuno di non cedere al pessimismo, ma di guardare avanti con fiducia. È questo l’atteggiamento interiore che permetterà di avere quello scatto di coscienza e di responsabilità necessario per camminare e costruire insieme».

Basta che Berlusconi chiarisca pacato e sollecito nelle sedi appropriate, per avere la certezza che può andare avanti senza «avventurismi», visto che i pastori che amano il Paese continuano ad allevare un porco senza cedere al pessimismo, sperando che ingrassando lui, ingrassino anch’essi. Ci aspettavamo che il cardinale comunicasse la notizia che il papa avesse revocato il titolo di «nobiluomo» al portinaio del lupanare, Gianni Letta, invece ancora una volta hanno tradito se stessi e il loro popolo. Finché il gioco dura. Ora, ascolti, il cardinale, quello che ho da dirgli: «Ho compassione di te e di Berlusconi e dei suoi servi e schiave: la maledizione di Dio incombe; sentite bene quel ch’io vi prometto. Verrà un giorno…» parola di P. Cristoforo e di Manzoni (Promessi Sposi, cap. VI).

*

Paolo Farinella, biblista, scrittore e saggista, è parroco nel centro storico di Genova in una parrocchia senza parrocchiani e senza territorio. Dal 1998 al 2003 ha vissuto a Gerusalemme “per risciacquare i panni nel Giordano” e visitare in lungo e in largo la Palestina. Qui ha vissuto per intero la seconda intifada. Ha conseguito due licenze: in Teologia Biblica e in Scienze Bibliche e Archeologia. Biblista di professione con studi specifici nelle lingue bilbiche (ebraico, aramaico, greco), collabora da anni con la rivista “Missioni Consolata” di Torino (65.000 copie mensili) su cui tiene un’apprezzata rubrica mensile di Scrittura. Con Gabrielli editori ha già pubblicato: “Crocifisso tra potere e grazia” (2006), “Ritorno all’antica messa” (2007), “Bibbia. Parole, segreti, misteri” (2008).

Da Domani.arcoiris.tv

Nessuno ricorda cos’era il sentimento dell’arte, tutti ormai “sanno scrivere libri” di Marco Lodoli

Era inevitabile che tutto cambiasse anche nel mondo della letteratura, ma ugualmente non mi sono ancora abituato a come oggi vengono presentati scrittori e libri. Il marketing editoriale ha capito che è inutile mettere i libri sui banconi e aspettare che la gente, incuriosita da una recensione, attirata dal parere di un critico o di un amico fidato, si avvicini alla pila, sfogli un volume, leggiucchi qua e là e poi, forse, paghi due monete per entrare in quello spazio magico. La letteratura era un universo a parte: di qua c’era l’utilitarismo, il denaro, l’ingiustizia, la fama e il nulla, la vita così com’è; di là c’erano le parole degli scrittori, i versi dei poeti, acqua che cade lentamente da un cielo misterioso, che impregna piano piano il campo della sensibilità, che fa crescere roba buona per nutrirsi e fiori profumati. Chi scrive sapeva fin dalla prima riga di appartenere a un altro ordine, come lo sa un monaco, un militare, un adolescente, un ladro. Chi scrive si sentiva sbagliato, come si sente ogni persona sensibile, e cercava di porre rimedio, di inventare un luogo e un tempo dove tutto potesse tenersi insieme, dove ogni parola avesse un senso. Sapeva di dover passare ore, giorni, mesi, anni a mettere le frasi una dopo l’altra, come fa il carcerato con le lenzuola, le magliette, gli asciugamani sporchi, legando tutto a tutto per fuggire da quella reclusione, da quella pena. E lo stesso, credo, facevano i musicisti, i pittori, i teatranti: tutti a cercare un’altra vita, via da questa, via da tanta assurdità, via verso una terra promessa che non appare mai, ma che chiama.Ora non è più così, ora quasi nessuno più ricorda cos’era il sentimento dell’arte, di quanto sgomento e quanta speranza fosse fatto, di quanta debolezza e quanta temerarietà. Si partiva con niente, da niente, come fanno i bambini a tavola che costruiscono astronavi con gli stuzzicadenti per volare via dai discorsi inutili e cattivi dei grandi. Oggi tutto è cambiato. Lo scrittore oggi fa parte dello stesso preciso scatolone che contiene politici e calciatori, attori e giornalisti, belle ragazze e bravi intrattenitori, architetti e cantanti. Per tutti c’è un’intervista, buffa o intelligente, in cui dimostrarsi buffi o intelligenti, in cui gridare forte o piano, ma gridare io ci sono, eccomi qui sotto il faro, nel grande tendone, eccomi qui con la mia faccia in copertina, la mia foto sorridente o accigliata, eccomi con il mio nuovo libro.Nessuno vuole più un altro mondo, un’altra vita. Va benissimo quello che c’è: successo, premi, soldi, applausi, omaggi, baci e assegni. Va benissimo, i fari scaldano il narcisismo. Sul palco c’è il politico di grido, il comico che fa spanciare, l’attrice stupenda e quella impegnata, l’opinionista corretto e quello scorretto: non può mancare lo scrittore soddisfatto, mai imbarazzato, mai a disagio per quello che è. Le case editrici lo preparano, lo incoraggiano, gli aprono la strada con la pubblicità e via, giù nell’arena dei leoni di pezza.Lo scrittore è diventato pienamente cittadino dell’unico mondo possibile, questo dove conta solo chi vince, dove chi perde applaude, dove lo spettacolo non smette mai. Eppure io ricordo sempre con emozione quei versi bellissimi di Cristina Campo: “Due mondi/ e io vengo dall’altro”.

22 novembre 2010

Da Tiscali – articoli