Posts Tagged ‘filosofia – articoli’

“Umano, troppo umano, II di Friedrich Nietzsche (2° Parte)

Nietzsche-785802

Da: Parte Prima “Opinioni e sentenze diverse” (2° Parte)

16. Il buono induce a vivere.
Tutte le cose buone sono forti stimolanti della vita, persino ogni buon libro che sia scritto contro la vita.

58. Libri pericolosi.
Uno dice: “lo vedo da me stesso: questo libro è dannoso”. Ma aspetti e forse un giorno ammetterà che quel libro gli ha reso un grande servizio, in quanto ha fatto affiorare e ha reso visibile la malattia nascosta del suo cuore. Le mutate opinioni non mutano (o mutano molto poco) il carattere di un uomo, ben però illuminano certi aspetti della costellazione della sua personalità che finora, in un’altra costellazione di opinioni, erano rimasti oscuri e inconoscibili.

111. Ai poeti delle grandi città.
Nei giardini della poesia odierna si nota che sono troppo vicini alle cloache delle grandi città: in mezzo al profumo dei fiori si mescola qualcosa che tradisce nausea e putridume. Con dolore io domando: è così necessario, per voi poeti, chiamare sempre a compare la spiritosaggine e la sporcizia, quando qualche innocente e bel sentimento deve essere da voi battezzato? Dovete per forza imporre alla vostra nobile dea un berretto da buffone e da diavolo? Ma da dove viene questa necessità, questo dovere? Proprio da ciò: che voi abitate troppo vicino alla cloaca.

127. Contro i biasimatori della brevità.
Una cosa detta con brevità può essere il frutto e il raccolto di molte cose pensate a lungo: ma il lettore che in questo campo è novizio e non ha ancora affatto riflettuto al riguardo, vede in tutto ciò che è detto con brevità qualcosa di embrionale, non senza un cenno di biasimo per l’autore, che gli ha messo in tavola per pranzo, col resto, simili cose non finite di crescere, non maturate.

138. Contrassegni del buon scrittore.
I buoni scrittori hanno in comune due cose; preferiscono l’essere capiti all’essere ammirati; e non scrivono per i lettori aguzzi e troppo sottili.

139. I generi misti.
I generi misti nelle arti forniscono testimonianza della sfiducia che i loro autori ebbero nelle proprie forze; essi cercano alleati, avvocati, nascondigli – così il poeta che chiama in aiuto la filosofia, il musicista che chiama in aiuto il dramma, e il pensatore che chiama in aiuto la retorica.

140. Chiuder bocca.
L’autore deve chiuder bocca, quando apre bocca la sua opera.

150. Oltre il proprio limite.
Quando un artista vuol essere più d’un artista, per esempio il risvegliatore morale del suo popolo, finisce con l’innamorarsi, per punizione, di un mostro di soggetto morale- e la Musa se la ride: giacché questa dea dal cuore così buono sa per gelosia anche diventar maligna. Si pensi a Milton e a Klopstock.

153. “Buon libro vuol dire aver tempo”.
Ogni buon libro sa di acerbo quando appare: ha il difetto della novità. Inoltre gli nuoce il suo autore vivo, se è noto e si divulgano molte cose su di lui: giacché tutti sogliono scambiare l’autore con la sua opera. Ciò che in questa v’è di spirito, dolcezza e dorato splendore, può svilupparsi solo con gli anni, con la cura di una venerazione, che cresce, invecchia e da ultimo viene tramandata, molte ore devono passarci sopra, molti ragni devono tesserci sopra la loro rete. I buoni lettori fanno un libro sempre migliore e i buoni avversari lo chiariscono.

155. L’organetto nascosto.
I geni sanno meglio dei talenti nascondere l’organetto grazie al loro più ricco drappeggio; mai in fondo anch’essi non possono far altro che sonare sempre daccapo i loro vecchi sette pezzi.

158. Poco e senza amore.
Ogni buon libro è scritto per un determinato lettore e la sua specie, e viene appunto perciò considerato con sfavore da tutti gli altri lettori, la gran maggioranza: per cui la sua fama riposa su base angusta e può essere edificata solo lentamente. Il libro mediocre e cattivo è tale proprio per il fatto che cerca di piacere, e anche piace, a molti.

164. A favore dei critici.
Gli insetti pungono non per cattiveria, bensì perché vogliono vivere anch’essi: così anche i nostri critici; essi vogliono il nostro sangue, non il nostro dolore.

167. Sibi scrivere.
L’autore ragionevole non scrive per nessun’altra posterità che per la propria, cioè per la propria vecchiaia, per potere anche allora provar diletto di sé.

183. Non essere senza necessità soldato della cultura.
Infine, infine si impara ciò che tanto danno ci fece non sapere negli anni giovanili: che bisogna innanzitutto fare l’eccellente, e secondariamente ricercare l’eccellente, dovunque e sotto qualunque nome lo si possa trovare: che al contrario bisogna subito evitare ogni cosa cattiva e mediocre, senza combatterla, e che già il dubbio circa la bontà di una cosa – come quello che rapidamente sorge quando il gusto è più esercitato – dovrebbe valere per noi come argomento contro di essa e come motivo per evitarla completamente: a rischio certe volte di sbagliare e di scambiare ciò che è buono e difficilmente accessibile per ciò che è cattivo e imperfetto, Solo chi non sa fare niente di meglio deve affrontare le brutture del mondo come soldato della cultura, ma coloro che, nella cultura, appartengono alla classe dei produttori e degli insegnanti vanno in rovina, se pretendono di scendere in armi e, con preoccupazioni, veglie e cattivi sogni, trasformano in sinistra inquietudine la pace della loro professione e della loro casa.

186. Culto della civiltà.
Ai grandi spiriti è dato in più lo spaventevole troppo umano della loro natura, affinché il loro potente e facilmente prepotente influsso venga costantemente contenuto entro limiti dalla diffidenza che quelle qualità ispirano. Il sistema di tutto ciò di cui l’umanità ha bisogno per continuare ad esistere è infatti così vasto e richiede forze così svariate e numerose, che per ogni preferenza accordata unilateralmente, sia alla scienza che allo Stato, o all’arte o al commercio, a cui quei singoli spingono, l’umanità come tutto deve pagare una dura ammenda. E’ stata sempre la più grande sventura per la civiltà quando degli uomini sono stati adorati: nel qual senso si può anzi consentire col precetto della legge di Mosé, che vieta altri dèi oltre Dio. Al culto del genio e della forza bisogna porre a lato, come integrazione e rimedio, il culto della civiltà, il quale anche a ciò che è materiale, piccolo, basso, misconosciuto, debole, imperfetto, unilaterale, mezzo, falso, apparente, e persino a ciò che è cattivo e spaventoso, sa accordare comprensione e dignità, nonché il riconoscimento che tutto ciò è necessario; giacché la consonanza e la risonanza di tutto l’umano, raggiunte grazie a lavori sbalorditivi o a casi fortunati, e tanto l’opera dei ciclopi e delle formiche quanto quella dei geni, non devono andare di nuovo perdute: come potremmo qui fare a meno del comune, profondo e spesso inquietante basso continuo, senza il quale appunto la melodia non può essere melodia?

375. Vicinanza della mendicità.
Anche lo spirito più ricco ha perduto talvolta la chiave della camera in cui giacciono ammassati i suoi tesori, ed è allora simile al più povero, che deve mendicare per vivere.

386. L’orecchio mancante.
“Si appartiene ancora al volgo finché si addossa sempre la colpa agli altri; si è sulla retta strada della saggezza, quando si rende responsabile sempre solo sé stesso; ma il saggio non trova nessun colpevole, né sé né gli altri”. – Chi dice questo? – Epitteto, milleottocento anni fa. – Lo si è udito, ma lo si dimenticato. – No, non lo si è udito e non lo si è dimenticato: non ogni cosa si dimentica. Ma non si ebbe l’orecchio adatto, l’orecchio di Epitteto. – Dunque egli lo ha detto nell’orecchio a se stesso? Così è: la saggezza è il bisbiglio del solitario a se stesso in pieno mercato.

397. Segni di un’anima fine.
Un’anima fine non è quella che è capace dei voli più alti, ma quella che si alza poco e si abbassa poco, e abita però sempre in un’aria e a un’altezza libere e luminosa.

398. Il grande e chi lo contempla.
Il miglior effetto di ciò che è grande è che esso dà a chi lo contempla un occhio che ingrandisce e armonizza.

400. Vantaggio della privazione.
Chi vive sempre nel calore e nella pienezza del cuore e per così dire nell’aria estiva dell’anima, non può immaginarsi il misterioso rapimento che afferra le nature più invernali, che vengono eccezionalmente toccate dai raggi dell’amore e dal tiepido soffio di un solatio giorno di febbraio.

407. La gloria di tutti i grandi.
Che importanza ha mai il genio, se esso non comunica al suo contemplatore ed estimatore una tale libertà e altezza di sentimento, da non aver più bisogno del genio! Rendersi superflui – è questa la gloria di tutti i grandi.

408. Il viaggio nell’Ade.
Anch’io sono stato agli inferi, come Odisseo, e ci tornerò ancora più volte; e non solo montoni ho sacrificato per poter parlare con alcuni morti; bensì non ho risparmiato il mio stesso sangue. Quattro furono le coppie che a me, il sacrificante, non si negarono: Epicureo e Montaigne, Goethe e Spinoza, Platone e Rousseau, Pascal e Schopenauer. Con queste devo discutere, quando ho peregrinato a lungo solo, da essi voglio farmi dare ragione e torto. Qualunque cosa io dica, decida, escogiti per me e per gli altri, su questi otto fisso gli occhi su di me. Vogliano i vivi perdonarmi se essi talvolta mi sembrano delle ombre, così sbiaditi e aduggiati, così inquieti e, ahimé! così avidi di vita: mentre quelli allora mi sembrano così vivi, come se ora, dopo la morte, non potessero mai più stancarsi della vita. Ma è l’eterna vitalità che conta: che importa della “vita eterna” e della vita in genere!

*

Da: Parte Seconda “Il viandante e la sua ombra”.

111. Prudenza nel citare
I giovani autori non sanno che la buona espressione, il buon pensiero si presenta bene solo tra i suoi pari, che un’eccellente citazione può distruggere intere pagine, anzi, l’intero libro, in quanto essa avverte il lettore e sembra gridargli: “Fa attenzione, io sono la pietra preziosa e intorno a me c’è piombo, pallido e miserabile piombo!”. Ogni parola, ogni pensiero vuole vivere solo nella sua società: è questa la morale dello stile scelto.

122. la convenzione artistica.
I tre quarti di Omero sono convenzione; e similmente è di tutti gli artisti greci, che non avevano nessun motivo di abbandonarsi alla moderna smania di originalità. Mancò ad essi ogni paura della convenzione; per mezzo di essa infatti essi comunicavano col loro pubblico. Le convenzioni sono cioè i mezzi artistici conquistati per la comprensione degli ascoltatori, la lingua comune faticosamente appresa, con la quale l’artista può veramente comunicare. Specialmente se egli, come il poeta e il musico greco, vuole subito vincere con ognuna delle sue opere d’arte – dato che è abituato a competere pubblicamente con uno o due rivali – la prima condizione è che subito venga anche capito: il che tuttavia è possibile soltanto con la convenzione. Ciò che l’artista inventa al di fuori della convenzione, egli lo aggiunge spontaneamente a essa e vi arrischia se stesso, nel miglior caso con l’effetto di creare una nuova convenzione. Di solito l’originale viene guardato con stupore, talvolta addirittura adorato, ma raramente capito; evitare caparbiamente la convenzione significa: non voler essere capiti. Che cosa indica dunque la moderna smania di originalità?

127. Contro gli innovatori della lingua.
Usare nella lingua neologismi o termini arcaicizzanti, preferire lo strano e il raro, mirare alla ricchezza di vocabolario invece che alla limitazione, è sempre segno di gusto immaturo o corrotto. Una nobile povertà, ma anche una magistrale libertà entro il poco appariscente possedimento, distingue gli artisti greci della parola: essi vogliono avere meno di quanto ha il popolo – giacché questo è ricchissimo di antico e di nuovo – ma essi vogliono avere meglio questo poco. Si fa presto a contare i loro arcaismi e stranezze, mentre non si finisce mai di ammirare, e si ha buon occhio per il loro leggero e delicato modo di trattare ciò che è ordinario, e ciò che è apparentemente consunto da gran tempo, in parole ed espressioni.

128. Gli autori tristi e gli autori seri.
Chi mette in carta ciò che soffre, diventa un autore triste: diventa invece un autore serio, se ci dice di cosa egli soffrì e perché ora riposa nella gioia.

136. Motivo principale della corruzione dello stile.
Il voler mostrare per una cosa più sentimento di quel che realmente si ha, corrompe lo stile, nella lingua e in tutte le arti. Al contrario ogni grande arte ha la tendenza opposta: essa ama, come ogni uomo moralmente significativo, trattenere il sentimento sulla sua via e non lasciarlo correre del tutto alla fine. Questo pudore della semivisibilità del sentimento si può per esempio osservarlo nel modo più bello in Sofocle; e sembra che i tratti del sentimento si trasfigurino, quando esso si dà per più sobrio che non sia.

148. Lo stile grandioso e ciò che è superiore.
Si impara più presto a scrivere in modo grandioso che a scrivere in modo lieve e semplice, le ragioni di ciò si perdono nel campo morale.

175. La mediocrità come maschera. La mediocrità è la maschera più felice che lo spirito superiore possa portare, poiché essa non fa pensare alla gran massa, cioè ai mediocri, che si tratta di mascheramento: e tuttavia egli la mette su proprio per loro, per non irritare loro, anzi non di rado per compassione e bontà.

Friedrich Nietzsche – Umano, troppo umano, II – (Mondadori, 1978). Edizione italiana condotta sul testo critico stabilito da Giorgio Colli e Mazzino Montinari

Annunci

“Friedrich Nietzsche – Umano, troppo umano – Parte quarta “Dell’anima degli artisti e degli scrittori” (1° Parte)”

nietzsche_portrait

149. Il lento dardo della bellezza.

La più nobile specie di bellezza è quella che non trascina a un tratto, che non scatena assalti tempestosi e inebrianti (una tale tendenza suscita facilmente nausea), ma che s’insinua lentamente, che quasi inavvertitamente si porta via con sé e che un giorno ci si ritrova davanti in sogno, ma che alla fine, dopo aver a lungo con modestia giaciuto nel nostro cuore, si impossessa completamente di noi e ci riempie gli occhi e il cuore di nostalgia. Di che abbiamo nostalgia alla vista della bellezza? Dell’essere belli: ci immaginiamo che molta felicità debba andare a ciò congiunta, ma questo è un errore.

154. Giocare con la vita.La leggerezza e la frivolezza della fantasia omerica erano necessarie per placare e controbilanciare temporaneamente l’animo eccessivamente passionale e l’intelligenza troppo acuta dei Greci. Quando in loro parla l’intelletto: come la vita appare allora aspra e crudele! Essi non si illudono, ma avvolgono di proposito la vita in un gioco di menzogne. Simonide consigliava ai suoi concittadini di prendere la vita come un gioco; la serietà era loro troppo nota come dolore (la miseria degli uomini è infatti il tema sul quale gli dèi sentono cantare così volentieri), ed essi sapevano che solo attraverso l’arte la stessa miseria può diventare godimento. Ma, come castigo per tale modo di vedere, furono così afflitti dal gusto di favoleggiare, che divenne loro difficile, nella vita di ogni giorno, tenersi liberi da menzogna e finzione. Ogni popolo poeta ha un siffatto gusto della menzogna e in essa per di più ha anche l’innocenza. I popoli vicini lo sperimentarono a volte a loro disperazione.

158. Destino della grandezza.
A ogni grande apparizione segue la decadenza, specie nel dominio dell’arte. Il modello dell’uomo grande spinge le nature vane all’imitazione esteriore o all’esagerazione; inoltre tutti i grandi ingegni recano in sé il destino di soffocare molte forze e germi più deboli e di fare, per così dire, il deserto nella natura circostante. Il caso più felice nello sviluppo di un’arte è quello in cui più geni si tengono reciprocamente a freno; in questa lotta viene di solito concessa aria e luce anche alle nature più deboli e delicate.

159. Pericolosa per l’artista l’arte.
Quando l’arte afferra violentemente un individuo, lo sospinge poi indietro a concezioni di tempi in cui l’arte fioriva nel modo più rigoglioso, essa ha allora un effetto regressivo. L’artista si abbandona sempre più alla venerazione delle emozioni violente, crede in dèi e demoni, anima la natura, odia la scienza, diviene mutevole nei suoi stati d’animo come gli uomini dell’antichità e brama uno sconvolgimento di tutti i rapporti che non sono favorevoli all’arte, e ciò con l’irruenza e l’irragionevolezza di un fanciullo. Ora l’artista è già di per sé un essere rimasto indietro, dato che si è fermato al giuoco, che è proprio della giovinezza e della fanciullezza. A ciò si aggiunge ancora che egli a poco a poco assume regressivamente una forma di altri tempi; da ultimo, ciò sbocca in un violento antagonismo fra lui e i suoi contemporanei e in una triste fine; così come, a quanto narrano gli antichi, Omero ed Eschilo finirono col vivere e morire in melanconia.

163. La serietà del mestiere.
Non parlate di doni naturali, di talenti innati! Si possono nominare grandi uomini di ogni specie, che furono poco dotati. Ma essi acquistarono grandezza, divennero “geni” (come si dice), con qualità della cui mancanza non parla volentieri nessuno che sia consapevole: essi avevano tutti quella solida serietà di mestiere, che impara a formare perfettamente le parti prima di osar comporre un gran tutto; a tal fine essi prendevano tempo, perché provavano un piacere maggiore nel far bene il piccolo, il secondario, che nel mirare all’effetto di un insieme abbagliante. La ricetta, per esempio, per diventare un buon novelliere, è facile a darsi, ma l’esecuzione presuppone qualità su cui si suole passare sopra quando si dice: “Io non ho abbastanza talento”. Si provi a fare cento e più abbozzi di novelle, ciascuno non più lungo di due pagine, ma di tale chiarezza, che ogni parola sia in esso necessaria, si scrivano ogni giorno aneddoti, finché non si impari a trovare la loro forma più pregnante, più efficace; si sia instancabili nel raccogliere e dipingere tipi e caratteri umani; si racconti soprattutto il più spesso possibile e si ascolti raccontare, con occhio e orecchio attenti all’effetto prodotto sugli altri presenti, si viaggi come un pittore paesaggista e disegnatore di costumi, si estragga dalle singole scienze tutto ciò che produce effetti artistici quando è ben presentato, si rifletta infine sui motivi delle azioni umane, non si disdegni alcuna indicazione per istruirsi in questo campo e si faccia giorno e notte collezione di cose siffatte, in questa molteplice esercitazione si lascino passare una decina d’anni: ciò che poi viene creato in laboratorio, può uscire anche alla luce del sole. Ma come fanno i più? Non cominciano con la parte, bensì col tutto. Hanno magari una volta la mano felice, destano attenzione e fanno da allora in poi cose sempre peggiori, per buoni, naturali motivi. Qualche volta, quando mancano ragione e carattere per formare un tal programma di vita, subentrano al loro posto il destino e la necessità, e guidano il futuro maestro passo passo attraverso tutte le condizioni del suo mestiere.

165. Il genio e il vuoto.
Fra gli artisti proprio le teste originali, che attingono a sé stesse, possono in certe circostanze produrre cose affatto vuote e insipide, mentre le nature più dipendenti, i cosiddetti talenti, nei quali abbondano i ricordi di un’infinità di cose buone, producono anche in stato di debolezza cose passabili. Gli originali, invece, se sono abbandonati a sé stessi, non trovano alcun aiuto nella memoria e perciò diventano vuoti.

168. L’artista e il suo seguito devono tenere il passo.
Il progresso da un grado di stile all’altro deve essere così lento, che non solo gli artisti, ma anche gli ascoltatori e gli spettatori facciano questo progresso e si rendano esattamente conto di ciò che accade, altrimenti si apre a un tratto quel grande abisso tra l’artista che crea le sue opere a remota altezza e il pubblico, che non può più giungere a quella altezza e finisce col discendere malcontento ancor più in basso. Perché, quando l’artista non eleva più il suo pubblico, questo sprofonda rapidamente, precipitando tanto più in basso e tanto più pericolosamente, quanto più in alto il genio l’aveva portato, simile all’aquila, dai cui artigli la tartaruga innalzata alle nubi ha la disgrazia di cadere.

169. Origine del comico.
Quando si considera che per varie centinaia di migliaia di anni l’uomo fu animale in sommo grado accessibile alla paura, e che ogni fatto improvviso e inaspettato gli imponeva di tenersi pronto a lottare e magari a morire; anzi che anche più tardi, nei rapporti sociali, ogni sicurezza fu basata su ciò che era scontato e tradizionale nel modo di pensare e di agire, non ci si può meravigliare del fatto che, per ogni parola e atto repentini e inattesi, quando sopraggiungano senza pericolo o danno, l’uomo prenda baldanza, trapassi nel contrario della paura: l’essere raggomitolato su se stesso e tremante di paura si rialza, si distende – l’uomo ride. Questo passaggio da momentanea paura a baldanza di breve durata si chiama il comico. Per contro nel fenomeno del tragico l’uomo trapassa rapidamente da una grande e durevole baldanza a una grande angoscia; dato però che fra i mortali la grande e durevole baldanza è molto più rara delle occasioni di angoscia, nel mondo c’è molto più comico che tragico; si ride molto più spesso che non si sia sconvolti.

181. Doppio misconoscimento.
La sventura degli scrittori chiari e acuti è che li si prende per superficiali e perciò non li si degna di sforzo alcuno: e la fortuna di quelli oscuri è che il lettore si affatica su di loro e ascrive a loro merito la gioia che la sua diligenza gli procura.

192. L’autore migliore.
L’autore migliore sarà quello che si vergognerà di divenire scrittore.

197. Gli scritti dei conoscenti e i loro lettori.
Gli scritti dei conoscenti (amici e nemici) noi li leggiamo in due modi, perché la conoscenza che ne abbiamo ci accompagna e sussurra continuamente: “Questo l’ha fatto lui, è un segno della sua natura intima, delle sue vicende, del suo ingegno”, mentre un’altra specie di conoscenza, a sua volta, cerca di stabilire quale profitto derivi da quell’opera in sé, quale valutazione essa in genere, a prescindere dal suo autore, meriti, quale arricchimento del sapere apporti. Questi due modi di leggere e di considerare si disturbano, com’è naturale, reciprocamente. Anche una conversazione con un amico maturerà buoni frutti conoscitivi solo quando entrambi finiranno per pensare esclusivamente alla cosa in questione e dimenticheranno di essere amici.

Friedrich Nietzsche – Umano, troppo umano, I – Parte quarta “Dell’anima degli artisti e degli scrittori” (Mondadori, 1978). Edizione italiana condotta sul testo critico stabilito da Giorgio Colli e Mazzino Montinari