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Savina Dolores MASSA sul Quaderno di Poiein

Nuscisquadernopoien

GRAZIE DI CUORE ALL'AMICA SCRITTICE SAVINA DOLORES MASSA PER IL SUO INTERVENTO SUL "QUADERNO DI POIEIN", PUBBLICATO NEL SUO BLOG

"ANA LA BALENA"!

17 febbraio 2011. Presentazione del Quaderno di Poiein

  La libreria Dessì Mondadori e l’Associazione “Verba Manent”

 Invitano per il 17 febbraio 2011 alle ore 18,00,

 nella sala superiore della Libreria,

 in Largo Cavallotti 17 a Sassari

alla presentazione del libro monografico

“La parola e lo spessore” curato da

Gianmario LUCINI

e dedicato a 

Giovanni NUSCIS

Nuscisquadernopoien

 contenente la raccolta di poesie inedita “Transiti

edito da Puntoacapo Editrice

Intervengono 

Gianfranco CHIRONI e Antonio FIORI

E’ uscito il Quaderno di Poien n. 4

Nuscisquadernopoien

Giovanni NUSCIS

La parola e lo spessore

Puntoacapo Editrice, 2010

I Quaderni di Poiein n. 4

Note critiche di Gianmario Lucini

Con la raccolta inedita “Transiti”

*

Ringrazio Gianmario Lucini per la cura di questo Quaderno generosamente dedicatomi, e Antonio Fiori, che ne ha incoraggiato e sostenuto la pubblicazione. 

Ringrazio inoltre Fabrizio Centofanti per le acute parole sulle mie poesie, recenti e meno recenti, nel post uscito oggi sul blog La poesia e lo Spirito

 

 "Dice bene Lucini parlando di durata, di opere che restano perché continuano a provocare una reazione non solo estetica, ma anche esistenziale. Cosa ti ho dato di buono / Non lo so: la grandezza della poesia è nell’incoscienza di un dono inestimabile, non quantificabile, capace di cambiare il corso della storia personale e universale. Sono così le poesie di Fortini, Betocchi, Pasolini; così le tue, tracce invisibili che scavano nel cuore, lasciando questioni in sospeso che perdurano in un loro lavorio sommerso: Vita non è solo quella che vedi, Ce n’è un’altra nascosta; uno spessore, appunto, attingibile solo da chi ha una vocazione da speleologo, umile e pronto a un eroismo non riconosciuto né rimunerato. In fondo, il poeta ha il compito di cogliere tutto ciò che la folla ignora e trascura come inutile: Calvino ha insegnato valori – la leggerezza, per esempio – che vanno in direzioni cui tu riesci a dare un sigillo convincente: Ci sentiamo leggeri avvertendo / il respiro che si ferma / si pensa e si riprende / dove e quando non sapremo. La poesia ha il dovere di indicare un vuoto, una mancanza, di denunciare l’incapacità di una cultura menzognera di nutrire l’anima: Fame siamo / e briciole che restano del pasto. Mai come oggi fare versi è politica, mostrare che il re è nudo, oltre la cortina della sarabanda mediatica e pubblicitaria: Molte parole e poche azioni/ incomprensibili. E ancora parole / come coriandoli di terra / che ci seppelliranno. Politica autentica è anche riconoscere l’impermanenza del potere, la discontinuità dei passaggi di coscienza e di maturità, che suggeriscono di mettere ogni volta in discussione le certezze granitiche e patetiche: Vecchi ormai vi incrocio, / e ad ascoltarvi mi fermo curioso, / e commosso dai racconti che mi fate / di voi di me dell’estraneo che divento / poco a poco. Salvo scoprire che la massa si arrende alla legge del più forte, rischiando di cancellare ogni orizzonte di luce o di voce: Se fossimo uniti / i pochi condomini che siamo / sarebbe una battaglia vinta. / Ma non c’è grido che si somiglia. Eppure, dallo scacco e dal dolore è possibile che sorga un mondo nuovo, l’utopia necessaria, grondante del sangue che comporta ogni speranza, altrimenti non sarebbe tale, in faccia al mondo: Il tempo è appeso alla tua gola / le lancette del quadrante / vi si figgono e ritrovi / dell’ora più ferita / sulla carta una parola. La parola di poeta lacerato e redento dal futuro che ti scava senza fare sconti, senza mentire, rivelando lo spessore di una storia e, Dio lo voglia, di ogni storia. (Fabrizio Centofanti)"

“La parola data”. Presentazione.

laparoladata

Libreria Dessì – Mondadori          Associazione Verba Manent

 

 

Il 18 giugno 2009 a Sassari alle ore 18,00

presso la libreria Dessì – Mondadori

Largo Cavallotti 17

 

 

Presentazione del libro di poesie

 

“La parola data”

di

Giovanni NUSCIS

 

Coordina la serata

Gianfranco Chironi  – presidente di Verba Manent

 

Introduce

 

Antonio Fiori – poeta

 

§§§

 

…Il mio terzo libro di poesia

laparoladata

 

Alcuni commenti su:

www.lapoesiaelospirito.wordpress.com 

 

Altri commenti e la recensione di Antonio Fiori su:

 viadellebelledonne.wordpress.com/2009/04/18/la-parola-data/#comment-33788

 

Il libro è reperibile presso La Casa Editrice L’Arcolaio

 

 

 

 

 

prefazione di Roberto Rossi Testa

Dei cinquanta/sessantenni che trenta/quarant’anni fa coltivavano ancora la beata speranza di cambiare il mondo alcuni erano poeti, anzi fra essi la percentuale dei poeti era forse più alta della media storica, sembrando in quei tempi la poesia una delle vie maestre per raggiungere l’obiettivo in questione. Ma nessun altro oggetto del desiderio si comportò mai in modo altrettanto simile a quello dei pomi del povero Tantalo: cambiare il mondo era una faccenda davvero seria, se non disperata, o perlomeno richiedeva di essere accostata in ben altre maniere. Parecchi di costoro, allora, rivestitisi di tuniche di vario colore o di tute mimetiche, si incamminarono, chi in drappello chi in ordine sparso, verso i monti analoghi e gli aventini opportunamente disseminati per il pianeta; e in mezzo a quella folla composita, va detto, si trovavano alcune delle menti e delle anime più belle delle ultime due/tre generazioni. Fra quanti rimasero, non pochi si diedero a una poesia di pronto intervento, certo generosa negli intenti e non priva di giustificazioni soprattutto esterne, ma in cui l’elemento risarcitorio-consolatorio faceva capolino con insistenza soverchia; da cui cioè si capiva che l’inquietudine, tradizionalmente connessa allo scrivere e al leggere poesia, veniva sentita come attraversamento, funzionale al conseguimento di una meta che doveva essere tutt’altra, e non come stato costitutivo dell’essere nella/per la scrittura e nel/per il mondo. Ciò che si desiderava era, come in ogni altra attività, far quadrare conti e circoli, poter mettere insomma alla fine dei salmi un bel “gloria”. E non che questo in poesia non avvenga mai; avviene anzi abbastanza spesso, ma per grazia gratuita, come un debolissimo bagliore nel cuore del buio lo dirada un istante per quelli che sanno vedere. Ma se si sventola il biglietto pagato, se si brandiscono macchine fotografiche per documentare l’evento, l’incanto si spezza, irrimediabilmente.
Esiste però un piccolo numero dei rimasti che mi pare più in grado di suscitare attenzione ed empatia: si tratta innanzitutto di uomini che nel mondo si sono rimboccati le maniche, avendo imparato a prenderlo esattamente per quello che è, senza troppe illusioni ma anche senza fughe; e sono poeti dai polmoni adattati a incredibili apnee, e con braccia che si coprono all’improvviso di penne, per voli tanto fulminei che quasi non ci si capacita di averli veduti davvero. Costoro sanno operare nel mondo e sulla pagina (starei per dire “sulla pagina del mondo”) con una medietas che pareva ormai insperabile: ovvero con una discreta fermezza in mezzo alle cose, volgendo su di esse uno sguardo che prova a ri-disegnare e ri-dire il mondo intorno, per restituirne se non l´essenza una prospettiva altra, ancorché minima e interstiziale; e tenendo come una sorta di diario di bordo, che però non registra tanto quello che avviene fra quadrato, cambusa e santabarbara, ma quanto succede là fuori, fra gli elementi che si scatenano e, al di sopra, nel moto degli astri rispetto a cui è indispensabile continuare comunque a fare il punto.
E parlo in questo caso specifico di uno di questi ultimi uomini e poeti, Giovanni Nuscis, del quale qui si battezza il terzo libro di versi, La parola data.
In un accorto amalgama di poetese, lingua quotidiana e gerghi tecnici che smonta e rivolta di continuo i luoghi comuni, Nuscis racconta storie per fotogrammi solo apparentemente enigmatici, e che anzi non di rado sanciscono uno scarto minimo dalla realtà ictu oculi; basterebbe cioè avere l’impertinenza di chiamare le cose col loro nome comune, e ognuna potrebbe riprendere il suo aspetto ordinario e consueto. Ma anche il suo aspetto più limitato; perciò lasciamo pure il tutto agli spazi vasti e multidimensionali della poesia, ed alle sue alternanze di trobar clus e di trobar leu (che in questa raccolta si trovano, grosso modo, rispettivamente nella prima e nella seconda sezione).
Questa sembra l’indicazione di cui tenere soprattutto conto durante la lettura di quest’opera. “Guardi, guardi, guardi fisso/come se il vedere supplisse/l’essere vivo…” dice la bella e non casuale epigrafe tratta da Verbale di Michele Ranchetti: ed effettivamente come segmentiamo il mondo e ne scegliamo, combiniamo ed esprimiamo letterariamente quei segmenti è cosa più importante dei giudizi che nel corso di tale operazione volontariamente o meno finiamo per emettere; per non parlare poi dell’altezza dei risultati che nell’operare si raggiungono: dal momento che si tratta di capire, e non di attribuire punteggi, contrabbandando preferenze personali travestite da giudizi oggettivi.
La poesia di Nuscis cerca assiduamente il punto di incontro e congiunzione tra visione e visionarietà, sia quest’ultima profetica o più concretamente civile. Attenzione, tutti hanno scritto poesia che prima o poi si è potuto leggere come civile; nello stesso modo in cui ogni poesia è d’occasione, anche se poi, luzianamente, la materia del ricordo sfuma, lasciando il ricordo stagliarsi nella sua nuda esemplarità.
Ora, la particolare coloritura che questo approccio assume nel lavoro di Nuscis è quella della resistenzialità.
Già nella precedente raccolta, In terza persona (la sua seconda, dopo Il tempo invisibile), si trovavano versi che andavano in tale senso, con affermazioni ed assunzioni d’impegno della più alta significatività: ad esempio “Resisteremo al nero e pure al grigio”, dove pare d’intendere che l’impegno assunto (La parola data?) non è contingente bensì esteso ad ogni evenienza e momento dell’avventura umana; oppure “E basta pronunciarla, la parola/perché tremi la lingua:/noi, la tana in cui la bestia /entra, esce, resta/ a testa bassa”, in cui, con una curiosa inversione della celebre formula montaliana, il poeta pare riassumere le regole e addirittura tracciare i limiti fisici dello scontro che vita e poesia comportano. Il tutto, dal momento che à la guerre comme à la guerre, senza preoccuparsi troppo degli strumenti che in tale scontro possono risultare efficaci, ossia “davanti alla sequenza di sintagmi /strani, assemblati in tante file/né corte né lunghe, né prosa né versicoli”, né tantomeno farsi spaventare dal “drago della non-poesia”, peraltro “sfinito ora in un angolo”.
E la presente raccolta si conferma in pieno nel solco di tale tendenza. Una tendenza la cui stessa onestà le fa assumere dei rischi, certo superati nel modo migliore, ma che fino alla fine lasciano col fiato sospeso.
Intanto, questa è una poesia abbastanza difficile, che non si sostanzia di parole in libertà di cui fruire a piacere, ma di un serio discorso per immagini che si dispiega con un alto tasso di intra- e intertestualità: proprio come piace a chi, purché lo scrittore gli dia il massimo di cui è capace, è pronto ad impegnarsi molto nella lettura. Ovvio che un po’ di spaesamento, persino di frustrazione, può essere a volte avvertito persino dal lettore più attrezzato ed attento. Quando ad esempio Nuscis in una complessa immagine accenna al dente di Pietro confitto nella durlindana, ovvero alla reliquia petrina nella spada del paladino Orlando, ebbene quel dente può continuare a mordere anche da lì, lasciando nel lettore intimorito/indispettito la tentazione di volgersi ad opere meno mordaci e più “cordiali”. Del resto sappiamo bene che la leggibilità dell’opera è solo in piccola misura intrinseca, e dipende per lo più dal diventare essa parte di una tradizione o addirittura del Canone, quindi in generale il problema vero è un altro: per il lettore vale la pena di raccogliere la sfida e compiere la fatica che gli viene richiesta? Ciò che l’autore gli dà in cambio lo ricompenserà con un pane magari duro ma nutriente? Qui la risposta varia da caso a caso e non è sempre positiva. Nel caso di Nuscis però ritengo sinceramente che lo sia: l’interazione tra l’autore e il lettore si chiude a mio giudizio su un bel pareggio. E questo è per me il risultato più auspicabile: nel rapporto fra diversi l’arricchimento sta appunto nel reciprocamente tenere la corda ben tesa, resistere e resistersi, cedendo il terreno all’altro, un piede alla volta, solo quando se lo sia duramente conquistato. Così entrambi, per quanto ammaccati e proprio perché ammaccati, otterranno il massimo l’uno dall’altro.
D’altra parte, autore e lettore si cercano e si scelgono a vicenda: inconsciamente, quando va bene, poiché qui non si parla di marketing, ma di un certo Diogene che andava in giro con la lanterna accesa in pieno giorno. Il rischio è che magari nel mondo reale nessuno corrisponda al ritratto ideale che l’uno e/o l’altro hanno in mente, e che all’uopo debbano proiettarsi nel passato o anche nel futuro; operazione comunque per nulla paranoica, ma, anche per chi crede nella poesia d’intervento che non sia mero “pronto intervento”, perfettamente legittima.
E qui si viene all’ultimo punto: alla distinzione spinosa, che tuttavia non è possibile eludere, tra poesia d’intervento e poesia di “pronto” intervento. Con una drastica e forse scontata semplificazione si può dire in proposito che quest’ultima, certo con la massima buona volontà e le migliori intenzioni, suona le sue sirene e i suoi pifferi, secondo le necessità dell’ora alle quali minutamente aderisce; mentre la prima, puntando all’immagine piuttosto che all’ideologia, sa svariare per giungere poi sempre a bomba nei modi più impensabili e implacabili. Ma il problema vero, di nuovo, è che un Majakovskij, un Brecht, un Neruda non nascono tutti i giorni. E nemmeno, per rimanere in casa nostra, un Primo Levi, il quale, sì, disse che “dopo Auschwitz non si p[oteva] più scrivere poesia se non su Auschwitz”, ma che da parte propria lo fece, già all’indomani della sua tragica esperienza, con quell’afflato di universalità che di opera in opera divenne la cifra essenziale della sua scrittura.
Ad ogni modo, la poesia di Nuscis mi sembra, fortunatamente per lui e per noi, appartenere al primo tipo, proprio in forza della continuità, della moderazione e della complessità medesima del suo dettato. E dico fortunatamente perché, ribadisco estremizzando, credo che la poesia debba assomigliare all’orologio fermo che due volte al giorno segna l’ora esatta per l’eternità, piuttosto che segnare concitatamente un tempo ed esaurirsi in quella bisogna; specie oggi, che esistono ben altri mezzi per essere connessi e operativi in tempo reale; o per averne la pia illusione.
Concludendo, sono consapevole di aver scritto una recensione che è anche una meta-recensione; ma Nuscis, essendo poeta di questo tempo, non può non essere anche meta-poeta: pertanto i conti dovrebbero tornare, consentendomi di mettere punto con la coscienza a posto.

da La parola data

Una muta di occhi
ti insegue
nella notte vascolare
nell’intrico di rivoli
e fiumane di rubini
bilie d’ossigeno in corsa
lungo navigli di arterie.

Colpi di tosse
brevi
e vai avanti.
Attendi per fermarti il fiato caldo
sulla nuca
l’ala sulla scapola.

La mano nel buio
nell’altra
invisibile di brina
e ben venuto sei
nell’ascendenza infinita.

*

Dal muro bucato la notte
ti vedi andare via leggero.
Ritrovi all’alba sul tuo letto
un ubriaco che ti legge la vita;
gli ruotano gli occhi e la testa
nella veglia allucinata
nel ludo di parole in sella
ad un ronzare di cellule.
*

Ti scorpori
a poco a poco
e ogni incontro è più breve.
Cominci a vedere
la città che non era
e che sarà
quel delirio d’aria
che ti avvicina di un morso
ogni giorno
all’osso del tramonto.

Il tempo è appeso alla tua gola
le lancette dal quadrante
vi si figgono e ritrovi
dell’ora più ferita
sulla carta una parola.

Il passato lo si trova ormai
pressato in pochi bytes
lo apri e da un chicco
di grano ti esplode
una nube di talco
sugli occhi.

*

Cade in una nicchia
e tace. Dalla parete
vitrea d’una nursery
se non tu, altri
lo attendono nuovo
lo sconosciuto che
dopo un poco
a qualcuno somiglia.

*

Tu scrivi in un angolo
e io ti leggo e commento
e come coscienza remota
t’affioro e tu mi ascolti.
Hai dunque conferma che esisti
che dal tuo avamposto resisti
paradiso inferno palestra
dove mai impareremo
a capirci a bastarci.

*

Non la parola che salva
o muove ma la puntura di un’argia.
Febbre e agitazione
da una mandorla dolcissima.
Dal giardino di piante inaudite
una mano di terra
sotto un piede di cielo.
Queste basse radici dove inciampi:
la cronaca
gli immancabili morti
le esclamazioni che fai
mentre sbadigli.

*

Solo minuscole zanzare.
Ma la mano picchia
forte sulla carne.
Bianca farina
cade e ti ricopre
mentre a mezz’aria
salutano la terra i piedi.
Non sai pensarti
in nessuna direzione
senza calciare inquieto.
Eppure anche da fermo
chiuso in un barile
disegni traiettorie
luminose.

*

Il pirata e la fata son fratelli
si beccano ma vi è un porto
la sera dove attraccano
posando sulla cassapanca
spada e bacchetta.
Dormono e nella penombra
un lume vaga intorno ai letti.
Sognano espirando un drago rosso
un galeone che s’arena in giardino
e smaniano i bambini calciando
un nemico invisibile.
Il viaggio consumerà la notte
i suoi sogni e il destino saputo
con suggello di morte.

*

Si è smorzata la musica
di anni ritenuti straordinari.
Ogni tempo ha la sua e quella
s’era allargata a dismisura
col suo stuolo di cantanti
e rockettari a riempire la casa.
Non c’era gesto, parola o pensiero
che non fosse accompagnato da una nota:
il loro tempo sul nostro.
Quale vento una notte
ha riaccordato le foglie,
schiuso il sipario dell’afa
a una musica nuova.

*

Ne rompono il sigillo di lumaca da ogni dove
ma l’occhio come il mondo è franto in pixel acini,
pigiati per vino non bevuto per sangue non buono.

C’è un diritto nel rovescio a cui non giova
l’inverabile contrario. Si distruggono case si nega
il cemento
in cui fuma e s’invagina una pozza d’acqua lurida.

Il sole per facce di bronzo ha un solo occhio
chiuso, sorride ai belli ai figli di cani che rispondono,
Giani, mentre guaiscono alla luna.

Una riga bianca in mezzo segna il senso
di marcia finché un bue non la cavalca tra urla
e sangue di passanti sbattuti gli uni contro gli altri.

Una Pasqua verrà e s’apriranno uova
senza sorprese né fiocchi e
ne usciremo nuovi, forse più sciocchi ed assenti.

*

Sapere che sei e che resisti sul limo dei giorni
nell’abbraccio d’aria scommesso
in una santa partita senza punti e rivincite.

Nato freddo monolite o porcospino
nella distanza che non figge la carne che bacia
assetato una tazza rovente sciogliendo.

Quell’Uno che fummo, dici, è ora istinto
alla fusione. Cronaca fitta di sogni assassini
di ingressi a quell’uno impediti con pietra tombale.

Tenia del bicchiere mezzo vuoto
contendi l’altro mezzo con la sete
di un angelo invisibile e coppiere.

*

Ragazzi, incontravamo bambole
senza testa. Non ridevamo.
Piccole madri le tenevano strette.

Noi si affondava sull’erba.
Le cicale di notte facevano il verso
ai poeti caduti in fossati di vinile.

*

Un matrimonio. Gli invitati fuori dalla chiesa.
Decine di visi stranieri ed eleganti
sorridono come in un reality.

Maggio è in fiore, svaporano i corpi dai vestiti.
Dopo mezz’ora la scena è dissolta. Una fila
di bimbi per le prove della prima comunione.

Il sole già dietro una casa. Un campo
è la piazza della chiesa, di grano e cocci.
Sullo sfondo i cassoni colorati dei rifiuti.

L’aria che prima era ferma ora si muove. Le voci
un’onda che flette nel pensiero,
e giunge lenta la sera. Da molti occhi al nulla.

La giacca di lino gualcita sfilata
dalla carne ride mentre si osserva
da una panchina, accondiscendere alla vita.

*

Arriverai. Solo.
Il carico del viaggio perduto. La piuma
fuggita al cadere del respiro.

Il salto e quel motore ondivago
tra i flutti dei secondi
catena su corona sdentata.

Poi, grano, ape, gufo
affacciati a una corolla albale.
Uguali a nessuno.

Nota bio-bibliografica

Giovanni Nuscis è nato ad Ancona nel 1958, vive dal 1973 a Sassari. Laureato in giurisprudenza si occupa, attualmente, di formazione. Ha pubblicato i libri di poesia “Il tempo invisibile” (Book Editore, Castelmaggiore, 2003) (Premio Nazionale di poesia “Alessandro Contini Bonacossi” ed. 2003, per l’opera prima) e “In terza persona” (Manni, Lecce, 2006). Per la poesia inedita, tra gli altri, ha vinto il Premio Turoldo ed. 2005 organizzato dall’Associazione Poiein (1° classificato). E’ stato anche segnalato al Premio Lorenzo Montano 2008 (22° edizione) per la sezione “Raccolta inedita”.
Suoi testi sono stati inseriti in alcune antologie tra le quali: “Parliamo dei fiori” a cura di Vincenzo Guarracino (Zanetto Editore 2005), “Vicino alle nubi sulla montagna crollata” (Campanotto editore, 2008), curata da Luca Ariano ed Enrico Cerquiglini.
Suoi lavori (poesie, note di lettura e interventi critici) sono stati pubblicati sulle riviste L’immaginazione, Polimnia, Gemellae e Le Muse, e su quelle on line Italia Libri, ORG, Poiein, Sinestesie, Il Convivio, Rotta Nord Ovest, I poeti del Parco, Lingua Siciliana, Parole di Sicilia, Fara.
Fa parte della redazione del blog collettivo “La Poesia e lo spirito” (
www.lapoesiaelospirito.wordpress.com ). Gestisce un blog personale, “Transito senza catene” (www.giovanninuscis.splinder.com) dedicato alla poesia, alla narrativa e all’attualità.”

In terza persona – Recensioni

In terza persona

 

Recensioni

Antonio Strinna (Italia Libri – 18 settembre 2006)

C’è uno snodo naturale, una sorta di centralità del destino, uno snodo che sussiste dentro la dimensione della coscienza umana, proprio perchè di continuo chiama, simmetricamente, alla consapevolezza. Chiama, puntualmente, alla costruzione del proprio destino, se non alla sua precisa Destino salvifico o dannato, in qualche modo, sul filo di un orizzonte da conquistare e prima ancora nel respiro di un ‘sé’ che si affaccia sulla soglia di una possibilità e insieme di una risposta. Snodo del destino, in definitiva, traguardato da Giovanni Nuscis con la sua ultima opera In terza persona, pubblicato da Manni editori, che segue Il tempo invisibile, Book editore.

«Se oltre il cortile qualcosa vi attira,/ in quel minuto d’aria esplode/ un tempo infinito, in cui/ sfilate pantofole e vestaglia,/ perdersi sull’erba.» E questo appare ancora più vero se il cortile non è altro che la resa, taciuta o nascosta, la maschera del vuoto interiore, la deriva veleggiata da qualche compiaciuta nostalgia. E allora l’alternativa, il superamento è ascoltare, saper ascoltare, le tante voci che ci circondano, fra le quali c’è anche la nostra, in qualunque luogo del mondo. Potremmo scoprire, attenti in ogni fibra del corpo, che in fondo siamo noi «quel luogo che chiede ascolto».

Di qui il fuoco che alimenta intenzione e forza di un travagliato percorso, a partire dall’adolescenza, o piuttosto il fuoco di una vera e propria indagine -sospinta dalla verità-, tesa a scoprire e riscoprire menzogne e ipocrisie, dolori e misfatti, furbizie di ogni genere, laddove i poteri, piccoli e grandi, allora si dividevano lo Stato e anche gli indifesi, i poveri, gli ultimi. Ma ognuno, anche se giovane, aveva ed ha la sua responsabilità: «Noi guardavamo il cielo/ il volo in caduta dei giorni,/ tra lampi di generazioni. Ci contavamo, ogni tanto urlavamo/ ma indietro tornava la voce». Tutto qui? Bisogna ammetterlo: «Si poteva fare di meglio…/ sarebbe bastato volerlo…»

Per tutti c’era subito pronta l’anestesia: cinema e televisione, le protezioni politiche, il posto facile, la famiglia rifugio. E così è venuta anche la sicurezza, a buon prezzo. «Boogie woogie tra bulli e troiette,/ calze di seta e sottovesti;/ e un abito per tutti/ con tela di paracadute». Davvero una bella sicurezza, e fino a quando poteva durare? Ecco, la poesia di Giovanni Nuscis gioca soprattutto a svelare tutte le false sicurezze di cui è cosparso il cammino dell’uomo contemporaneo. E non bastano certo le regole e le leggi, non bastano a nascondere i meandri oscuri e le sabbie mobili in cui inconsapevoli talvolta ci si muove. In verità, non si salva neanche l’amore, ormai travisato in spettacolo: «Si fa l’amore come sopra un tetto/ o in cima a un albero; davanti a Dio/ e al grande occhio che ci osserva,/ gemito su gemito».

E il dubbio non risparmia neanche le parole del poeta. «E’ vero che bruciarono i libri di Alessandria e non chi li scrisse». E tuttavia: «Tra il fumo colorato e i riflettori, / sono approdate adesso le parole:/ per rianimarsi, o per il colpo di grazia». E’ la speranza la sola risposta, immancabile, per poi fare i conti con un viaggio che, dopo la sosta, non può che ricominciare. «Si poteva sperare/ in un approdo migliore,/ per le navi oscure qui attraccate,/ per chi ha affrontato il mare,/ dono più grande?» E il viaggio prosegue, infatti, come un destino ancora da definire. Comunque fecondo, se non si smette di credere in se stessi, se si possiede il senso della traversata, perchè la meta non può mancare né finire con chi la traversata l’ha iniziata. «Batteremo il tempo in altro petto.»

«Sulla carne viva del giorno/ come lame/ senza un grido, una smorfia:/ postumi a noi stessi/ di quel minuscolo nanosecondo/ che ride, di spalle.»

Il divenire è già nello sguardo, così le parole e le attese si concretizzano in ogni frammento e istante di vita, nella trama delle ragioni, sino a valicare, senza saperlo, anche noi stessi. Il destino, in qualche modo salvifico, diviene misteriosamente immortale. Il passato, proprio perchè irrisolto, è sempre nella dimensione di un tempo in divenire, indeterminato, perpetuato come voce che chiama alla redenzione, a coltivare un’ulteriore chance. E questo rimane crocevia della responsabilità individuale. «Sul dorso di anni molli come acqua/ calchiamo l’orma, prendiamo il largo./ Lontani ritrovandoci ogni volta.» E così ci accorgiamo che “Siamo volati via da noi e dai nostri morti”.

Nella corsa dentro il tempo, che sempre ci contiene e ci vede smarriti, ci figuriamo sommersi da confini e ostacoli; con le nostre paure, ci ostiniamo a guardare tutto con gli occhi del passato. Mentre sarebbe meglio considerare che: «Non vi è confine/ se qualcosa in noi rivuole spazi/ richiama voci.» E poco importa se non sono né la dolcezza né la bellezza a confortarci, a cullare i sogni, a rassicurarci come vorremmo. Ci basterebbe comprendere che cos’è ognuno di noi, quale preziosa realtà ci respira dentro: «Hai l’unicità di una canzone/ di cui rimane oscura una parola/ o sei la nota che ci stona dentro/ che ci consola stridendo». Anche quando vorremmo che la memoria fosse di solida pietra e invece ci tradisce a ogni ricordo, perchè tutto trasforma a ogni passo, niente lascia alla certezza, alle previsioni e ai calcoli. «Non del cammino fatto/ la memoria/ ma dell’andare infinito.»

E che cosa ci nutre, ci sostiene, infine, quale pane, quale frutto? Ricchezza, benessere, furbizia?«O, se si vuole, una fede banale,/ come pantaloni che proteggono/ dai graffi d’un sentiero frastagliato,/ così fitto da richiudersi alle spalle,/ dopo il passaggio, prima/ che si crei un varco/ davanti».

E’ questa la bisaccia che ci rimane sulle spalle, riflette Giovanni Nuscis. La bisaccia che la sua voce -così sincera e inquieta- ha dischiuso in queste poesie, senza falso pudore, ma con il coraggio che segna lo stile di una poetica ormai ben definita e accreditata in qualità e misura. Voce che qui pare di un cantastorie, vero e insieme provocatorio, che scandisce il racconto di una vita, sua quanto di altri, come gocce capaci di dissetare chi davvero ha sete, chi ha ancora voglia di navigare malgrado il continuo naufragare. E tutto sgorga da un vigore profondo, quanto discreto, che è intenzione sotterranea di questi versi e, non di meno, anelito morale che agita le sorti del più grande e più alto dei destini, quello dell’uomo. Ecco perchè nella partitura di questi versi l’ironia è capace di giudizi taglienti, di ruvide condanne e insieme di fiduciose ripartenze; è ironia di rigore e di pietà, quanto più le conquiste e le sconfitte, gli amori e i disamori, fra intrecci di luce e di buio, qui si confrontano leali e incessanti. Così appare più vicino, illuminato e accessibile, il volto prospettico dell’uomo, nel suo rinnovato cammino. Che il poeta, un passo dopo l’altro, sceglie di condividere sino in fondo con chiunque si senta di percorrerlo.

***

Gianmario Lucini su Poiein (24 novembre 2006)

Il compito originario dell’artista, di Gianmario Lucini

Recita la quarta di copertina di questa seconda, ottima pubblicazione di Giovanni Nuscis: "La terza persona del titolo, si riferisce a un destino di terzietà come estraneità dannata e nello stesso tempo salvifica, che è la dimensione poetica non marginale ma essenziale".

In questo spazio di salvezza/dannazione si giocano dunque queste liriche, secondo le intenzioni dell’autore, ma a noi sembra che la dimensione della salvezza sia vissuta come probabilità, del "se" (qualcosa di diverso accade), mentre la dimensione della dannazione, che viene anche ereditata dalla storia (qui in particolare la condizione storica della Sardegna, dove il poeta vive), che è poi la condizione del presente, è la certezza, non la possibilità.  Su questa discrepanza che viene narrata con accenti dolorosi ed accorati, quasi con sfiducia e disincanto in certi passaggi, poggia l’umore del libro, che non è poi neppure disperato ma piuttosto rimbrottante, sferzante, pur senza accenni espliciti, se non un poche liriche del volume.  E’ come se il poeta volesse (assumendo quindi un ruolo, una parte sociale, e dunque in posizione poetica "non marginale ma essenziale") mettere di fronte agli occhi che non vogliono vedere tutto il rimosso politico, individuale, sociale, come a dire che se i dati su cui viene impostata la nostra vita sono questi che egli mette in luce, la conseguenza non potrà che essere di un certo segno.  Fa onore dunque a Nuscis questa particolare orizzonte poetico, che noi erroneamente o forse semplificando definiamo "poesia sociale", mentre in effetti non è altro che il compito originario dell’artista.  La condizione originaria del poeta infatti, o del  pittore, o dello scultore, è quella di essere un tramite non solo fra uomini e divinità esteticamente contemplata, ma anche fra uomini e uomini – esempio sublime ne è la poesia di Omero e dei greci del VI e V secolo.  Ci attrae dunque maggiormente, in questo libro, appunto questo importante recupero della funzione sociale della poesia – anche se, ovviamente, la poesia non è soltanto questo e il nostro autore dimostra di non dimenticarsene.

Per entrare nel merito della raccolta, vi sono quattro sezioni: la prima è una specie di anamnesi, di ricognizione della condizione esistenziale (privata e sociale) alla luce di un passato storico di adattamento di un intero popolo a costumi alieni dalla sua essenza, senza mai esprimersi come comunità sociale in prima persona nelle decisioni politiche (e qui il registro allude soprattutto alle vicende della Sardegna, ma non è poi così diverso anche altrove…).  La seconda parte entra nella considerazione del modo privato di vivere, e dunque in una dimensione di senso dove la cultura dell’adattamento ha pesantemente condizionato il modo stesso di pensare il rapporto IO/mondo.  La terza, brevissima sezione, affronta con alcune decise stilettate la condizione di rinuncia della poesia contemporanea e di chi la scrive attento a non urtare questo perbenismo.  La quarta ed ultima sezione tenta proiezioni, si interroga sull’esserci, sull’ambivalenza, sul volere e non volere, sull’ignavia.

I temi sono dunque vastissimi e credo che Nuscis non intenda licenziarli con questo volume, ma soltanto iniziarli.  L’orizzonte che egli delinea, così irto di contraddizioni e così dialettico, certamente ci induce a ipotizzare che egli intenda con questa raccolta soltanto annunciare una sua poetica, o definirla con più precisione anche rispetto alla raccolta precedente.

Una breve nota sul verso: non è il verso colloquiale che viene quasi spontaneo in questa poesia, ma – anche in correlazione con la scelta di terziarietà – piuttosto sostenuto, o comunque alieno da semplicismi verbali e mai frettolosamente licenziato, soprattutto per gli aspetti del ritmo, molto sorvegliato e ben equilibrato.

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Antonio Fiori (La poesia e lo spirito – 1 dicembre 2006)

L’incompiutezza, di Antonio Fiori

Presentare Giovanni (Gianni) Nuscis mi riempie, letteralmente, di gioia. Intanto per la levatura del poeta e dell’uomo, che è anche un raffinato recensore di poesia e narrativa, quindi per il consesso autorevole di autori, lettori e critici che animano il sito e il blog di Fabrizio Centofanti. Gianni è nato nel 1958 ad Ancona e risiede a Sassari. Laureato in giurisprudenza, si occupa di formazione presso il Ministero della Giustizia. E’ stato premiato per l’opera prima al Contini Bonacossi del 2003 (con Il tempo invisibile, Book, 2003) ed ha vinto il Premio Turoldo 2005 organizzato dall’Associazione Poiein (http://www.poiein.it); è uno dei collaboratori più assidui e documentati della rivista web ItaliaLibri.net. Le poesie che vi propongo sono state selezionate dalla sua ultima raccolta, In terza persona, appena edita da Manni.
La ricchezza tematica, la qualità poetica, la peculiarità dello stile caratterizzano e impreziosiscono questa raccolta. Dopo averla attraversata restano impressi l’ordito, il tono, il ritmo interiore e il forte richiamo alla coscienza. E’ una raccolta densa: vi è una prospettiva antropologica, una vocazione naturalistica e una profonda visione etica, anteriore e ulteriore al testo, oscillante tra compassione e intransigenza.
Altra caratteristica è il movimento, fisico e metaforico che anima molte poesie. Ma pure, nessuna fatica a seguirne il ritmo vivace: nell’insieme è controllato, ben dosato.  Giovanni Nuscis ha profondamente interiorizzato la visione poetica eliotiana e certi toni e forme della poesia di un altro grande poeta, Angelo Mundula (sassarese, da oltre vent’anni autorevole firma dell’Osservatore Romano). Uno degli aspetti che più colpiscono, e che permane a lettura finita, è il profondo senso d’attesa, d’incompiutezza (Le parole e le attese/ disegnano solchi, ordiscono salti/ da fredde bocche di pesci) sempre pazientemente coniugato con la vita quotidiana e con la storia (La guerra è qui/ in questo mandarino che marcisce). Sembra quasi che la precisione della visione e la sicurezza della ‘lezione’ restino subito avvolte da un alone d’inquietudine  e di dubbio (Ma da qualche angolo si avverte/ come un monito, e non capiamo:/ /non capiamo se lo stiamo ascoltando/ o siamo già noi quel luogo che chiede ascolto).  E’ una poesia che ci mette di fronte alle nostre responsabilità e al nostro prossimo futuro. Deve far questo davvero il poeta, donarci una parola ‘civile’? Riproporci la ‘sua’ storia? Aiutarci a ritrovare un’etica? Ebbene, col suo coraggio e  quel verso (davvero) libero,  Gianni Nuscis ci dimostra che quel poeta ci mancava, così difficile da incontrare oggi, nonostante la copiosa produzione poetica che c’inonda.


Marco Scalabrino (Il Convivio – dicembre 2006)

La terza persona di cui al titolo non dia adito a fraintendimenti!

Essa infatti, lo si apprende sin dai versi d’esordio e lo si reitera per tutta la silloge, <questa giungla bestiale / di pali e fili, gemiti e carne>, <scintillio di idee e muscoli, missili, e dollari>, <vuoto che s’invera giusto il tempo / di uno scampanio di sensi>, non è la comoda, equidistante, vaga postura di chi osserva dall’alto, da distanza, con distacco; non è “maschera”, passività, spocchia. È piuttosto il tratto ponderato della contemplazione, dell’approccio critico alle “cose”.

<Milizie oscure (cui) affidiamo / i nostri documenti in regola> <hanno sciolto del grasso nell’acqua>. È andata ovvero corrotta, appestata, in putredine l’utopia di un uomo; anzi, <tutti l’abbiamo bevuta>, di una generazione pari pari di giovani uomini e donne che, all’indomani di una irripetibile stagione di “fate l’amore e non la guerra”, di “mettete dei fiori nei vostri cannoni”, di “come potete giudicare?”, ha ceduto il passo all’arrembante imbarbarimento sociale, culturale, politico; ha assistito negletta, impotente, consapevole, al tramonto di ogni illusione, al declino di ogni idealità, al dissolvimento di un planetario disegno di società costellata dei valori universali dell’amore, della pace, della libertà.

Ciò atteso la Weltanschauung a fondamento dell’opera non può che essere ravvisata in quei <nostri sogni qui, di cinquantenni, a pezzi.>

         L’amarezza scaturitane, <il volo in caduta dei giorni>, non deve comunque costituire annichilimento, limite insormontabile, <espulsione probabile>. L’antidoto, come del resto il “grasso”, sta nell’uomo, nelle sue facoltà di pensiero e di parola che lo rendono scelto fra tutte le creature, ne fanno l’essere più caro e più vicino a Dio, nella prerogativa che egli, figlio, ha ricevuto dal Padre, della creazione: <sono approdate le parole>, <si poteva sperare / in un dono più grande?>, <sintagmi / strani, assemblati in tante file / né corte né lunghe, né prosa né versicoli: / tutti musica e ritmo / perfetti emuli di Baudelaire e di Eliot>. Guarda caso Eliot e Baudelaire, due tra i Maestri che sono stati tirati in ballo discorrendo de il tempo invisibile Book Editore 2003, il precedente florilegio di Giovanni Nuscis: Charles Baudelaire per la sua concezione della poesia “quale ricompensa dell’esercizio giornaliero”; Thomas Stearns Eliot in relazione al “correlativo oggettivo”, vale a dire, secondo il profilo che egli stesso ne ha enunciato: “la sola maniera di esprimere l’emozione nella forma dell’arte sta nel trovare una serie di oggetti, una situazione, una catena d’eventi, che sarà la formula di quella emozione particolare; cosicché, quando sian dati i fatti esterni, che devono concludersi in una esperienza sensibile, l’emozione sia immediatamente richiamata”.    

         Alle parole appunto e alla Poesia è dedicata per intero il cuore del libro (la terza assai breve, solo tre componimenti, eppure densissima sezione). E in quelle  <lettere e suoni (che) si ricompongono nello studio illuminato>, insistono i paralleli con la realtà, le considerazioni, gli interrogativi: il <grande occhio che ci osserva>, <non il luogo conta / ma il farsi pane per la terra>, <saremo mai ciò che vorremmo?>; perché, nella vita come nell’Arte non manca di rammentarci Gianmario Lucini, “non sono le risposte a farci progredire, quanto la capacità di suscitare sempre nuove domande.”   

È prassi del Nostro esporsi, dichiarare il proprio punto di vista, ribadire la propria vocazione all’impegno. Impegno che, asserisce Paolo Messina, “non ammette alcuna dipendenza politica”, bensì è “inteso come partecipazione, anche con gli atti di poesia, alla costruzione di una società libera e giusta.”

<Uomini-polis / cinti da filo spinato; / ognuno che batte moneta / con l’effigie del suo credo / e dietro, il valore che si è dato>, <lo Stato: bue grasso / da squartare>, <piccole astuzie di bottega: grammi rubati / merce scaduta>.

Il quadro sociale che ne emerge è affatto edificante: <Sul dorso di anni molli> <cediamo alla iattanza di colori /falsi, di cose che non sono / che i loro calchi vuoti >, <la vita intorno si è spogliata> e il culto della personalità, <gente di spettacolo / che tutti piano si diventa>, il cinico arrivismo, la prevaricazione dell’altro da noi e delle regole, <un milione di leggi paragrafi e commi masticati in eguale misura / da fini giuristi e da ladri>, hanno avuto il sopravvento; e la speculazione a vantaggio del potere e dell’arricchimento per sé e/o per la fazione di appartenenza, l’attitudine ad adattarci e gestire il business di <dinosauri, carestie / guerre>, il delirio, <sul furore di giorni>, di scannarci impietosamente <per le briciole rimaste> si sono attestati, perfezionati, clonati.

E linkiamo sulle ulteriori distintive caselle del complesso mosaico oggi in agenda.

Gli ambienti: la Sardegna, l’isola che non l’ha visto nascere (le origini del Nostro sono anconetane) benché da oltre trent’anni l’ha adottato, e in specie  l’Asinara, Porto Torres, Fiume Santo. Altresì viene menzionato San Sebastiano, il nome di un luogo speciale, le carceri di Sassari, delle quali Giovanni Nuscis è responsabile, presso la Sezione di Corte, della formazione del personale giudiziario;

         Le tecniche di edizione, sobria e gradevole la veste Manni a partire dall’illustrazione di copertina e dal carattere agevole da leggere, nonché di scrittura:

         le quattro sezioni di cui si compone il volume, spaccati disomogenei per ampiezza, per quantità di componimenti, per “messaggio”;

         i termini in corsivo (singolare in tale ottica l’accostamento tra parola e neonato) a rimarcare, <spenti i colori>, il <cielo grigio> dei nostri tempi: noi ci ritiriamo presto la sera, si pungono l’un l’altro i giorni tra chiuse pareti;

         le seduzioni dell’enjambement, delle rime al mezzo, dell’anafora e di altre formule retoriche: <lingue di un fuoco che langue / in un inverno che allunga>;

         il procedere frammentato, per metodica, strutturata accumulazione, accentuato dal ricorso al verso libero, ai puntini di sospensione, all’impiego in un paio di episodi del Latino: ad impossibilia nemo tenetur, ante litteram, dall’assenza, se non in indice, dei titoli, per cui i testi paiono configurare un intersecante continuum. Titoli, peraltro, oltremodo significativi, convenienti, nella economia del lavoro, per approfondirne la comprensione, dei quali vi proponiamo un rapido campione: Primo maggio e due giugno, Masticavano terra e poc’altro, In quel campo di croci che è un giornale, Sollevi quintali ogni giorno, Batteremo il tempo in altro petto, Bisonti nella pace, Falegnami ascoltavamo il legno, Noce che spacca nel periplo d’una vasca, I segni non solo su polsi e caviglie, Si torna a casa con passo debole;

         gli accenti lirici: <Il bianco negli occhi dell’inverno>, <Tu di lana fino ai denti>, <s’attarda l’anima, / con sorriso di magnolia> …;

la sintassi, per cui il Nostro, come se ne fosse investito, mostra di avere recepito appieno l’assunto di Antonino Cremona: “Dimenticate la grammatica, fatevi una vostra sintassi”.

         Le quattro porzioni avvincono i sensi: il tatto, la vista, come fossero – l’odorato adesso e il palato – portate di un lauto banchetto. A noi concepirne la fragranza, i colori, i sapori …

         Nella seconda ci sono, a mio avviso, almeno due fra i componimenti più belli della raccolta. Ma essa tutta risalta per le felici invenzioni, per lo sguardo accorto sull’attualità, per la sofisticata scansione. E, ci ha dilettato scoprire (non tanto invero da sorprenderci, giacché abbiamo contezza dello spessore culturale di Giovanni Nuscis) per gli agganci letterari: la Jasnaja Poljana è il villaggio della Russia patria di Leone N. Tolstoi la cui casa oggi è un museo, e l’assedio di lillipuziani palesemente rievoca il Gulliver di Jonathan Swift, e per quelli storico-mitologici, là dove le espressioni <hai sollevato il mondo> e <il nostro senso di fatica / atavico> ci fanno sovvenire rispettivamente Archimede, Siracusa 287 – 212 a.C. il quale asserisce un aneddoto stabilì la teoria delle leve chiedendo “un punto d’appoggio per sollevare il mondo”, e Atlante, il gigante che avendo partecipato alla lotta tra i Giganti e gli dei e uscitine i primi sconfitti fu punito da Zeus a reggere sulle spalle la volta del cielo.

         Bando dunque agli indugi (più in là, in una onirica icona, verranno ancora celebrati Goethe e Gutenberg), e leggiamo:

         <Si fa l’amore come sopra un tetto / o in cima a un albero; davanti a Dio / e al grande occhio che ci osserva, / gemito su gemito. / È quello vero,  di amore / che ogni giorno retrocede davanti / a milioni di video ultrasottili, / in una solitudine dimessa / o rancorosa. / Sognarsi in un atollo / in una comunità di monaci, / di bonzi, di esseni guaritori / – Messia ante litteram; / o in una Jasnaja Poljana. / O ritrovare, un giorno, della vita / l’intero ed i frammenti / non più insostituibili, e dismetterli. / Infine scivolando tra le braccia, / di se stessi, come da un treno in corsa / prima della botta.>;

         < È assedio di lillipuziani / nelle orecchie, sulle retine. / Le ore come pietre vanno, / dolcemente. / Non ci svegliamo mai, o quasi / tra un sonno e l’altro. / Ma siamo stati neve. / E poi buio e neve: che neanche / un giorno più sopporta il piede / scivolando. / Cediamo alla iattanza di colori / falsi, di cose che non sono / che i loro calchi vuoti, / miscuglio o alternanza di sogno, / e imbroglio. / E lo sguardo s’arranca, l’orecchio si fa duro / la mente si sfalda, perde fili … / … lampi che si spengono, disperata-mente.>       

         Le notazioni precedenti ci rendono edotti di quante e quali suggestioni possono derivare dalla “lettura” di un’opera, sotto molteplici aspetti, intrigante quale questa di Giovanni Nuscis è.

<Ti stupisci del tempo che è passato>. <A cinquant’anni dicono …>. Giovanni Nuscis non ha tuttora varcato quella età! Pur nondimeno, c’e da credere che le personali sue esperienze di vita, le prove alle quali ha dovuto attendere, i riflessi di queste “fatiche” sulla maturazione di uomo e sulla visione di artista (ecco si ripropongono i <nostri sogni di cinquantenni a pezzi>) gliene fanno avvertire in toto il fardello, l’agguato prossimo, la responsabilità individuale e collettiva: <Noi, la tana in cui la bestia entra, esce, resta>, <animale enorme che galleggia / di cui si vede appena / un dente, il pelo ispido>, i cui <escrementi / hanno lasciato segni sul terreno>.

         La parola di Giovanni Nuscis <passa dalla lingua alla gola / e poi di nuovo al cielo>. La sua poesia è <minuta storia lì che s’allontana>, <attraversamenti di lumache che si perdono / sull’intonaco dei muri>, <se si vuole, una fede>. Quanto più la si legge, quanto più se ne scrosta lo spleen che la “incarta”, quanto più per dirla con Croce la si interroga, tanto più se ne rinvengono, a strati vieppiù profondi, l’<acqua, radice tenerissima>, il <suono di cascata>, il <gorgo di silenzio>, latitudini recondite di sentimento, di percezione, di illuminazione. E, a dispetto di una realtà che mira a sottendersi, a prospettarsi anonima, indistinta, patinata, che manifesta riluttanza ad essere scavata, essa, con lievità, con eleganza, con misurata energia, si districa in quel <mondo / che ci sopporta, e ci tollera>, ne tira con perseveranza i bandoli, e ce ne rende partecipi con <l’unicità di una canzone>, con florida, lucida, lirica risoluzione.

         <Non fermatevi là dove siete arrivati. / Qualcosa in noi rivuole spazi. / Da qualche angolo si avverte / come un monito, e non capiamo: / non capiamo se lo stiamo ascoltando / o siamo già noi quel luogo che chiede ascolto. / Capire allevierà la vostra pena / ritarderà forse una fine. / Così che v’appaia la vita / d’una stanzialità leggera>.

         Mio Dio! Una miniera di immagini, di spunti di riflessione, di noci che si spaccano e <trova la luce il gheriglio>: <Non un sogno. Non un giorno / accadde: un luogo certo / ed impalpabile … che sembra precipizio / smottamento, marea oscura / anticipazione di un passo … verso un nuovo già vecchio. / Un istante appena e siamo dove / più non è quello che prima era … piede che avanza di chilometri / sull’altro che sta fermo … per combattere uniti ovunque / nera zampilli una ferita … Potessimo vederci come siamo … tute senza i corpi / tra spume e campi: anime … scivolando tra le braccia / di se stessi, come da un treno in corsa>.

         Si poteva fare di meglio … / sarebbe bastato volerlo … questa superba performance di Giovanni Nuscis lo avrebbe meritato. Ma <abbiamo dato fondo / alle energie>, <la mente si sfalda>, <più sottili si sono fatti gli occhi>.

Trapani, Dicembre 2006

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Gian Ruggero Manzoni su "La Poesia e lo spirito" (15 giugno 2007)

Giovanni Nuscis è nato ad Ancona, ma è sardo, visto che vive in Sardegna dal 1973. E’ sardo per come si pone in vita e in poesia: diretto, onesto, sincero, testardo, di poche parole spese, ma gravi come bitte d’acciaio. Di recente ha dato alle stampe la raccolta “In terza persona”, Ed. Manni 2006. Anche Nuscis è uno bravo, e, come tutti i bravi (o molti fra loro), non lo fa pesare, anzi, con modestia, pensa di non esserlo, o, almeno, così mi è parso leggendolo, sia in arte, sia nei post che qui ci propone, sia nei commenti che, qui e altrove, lascia, sia nelle mail che c’invia. In web, spulciando qua e là, ho trovato questa nota riguardante la poetica di Giovanni: “Giovanni Nuscis vive un tempo invisibile nel quale tutto è compresente: il passato, gli affetti perduti, i dolori, le dolcezze, in uno stato, potrebbe dirsi, d’ansia composta, d’attesa (ci dice infatti che ‘Una veglia smisurata/ Ci attende’) ma sa accettare anche le apparenze, il gioco di certi momenti. Ascoltiamo una poesia che conquista pian piano, una poesia che coniuga il rispetto della parola con il coraggio di dipanare ragionamenti, immagini, eventi. Il poeta, lo sappiamo, è condannato per sempre alla poesia per la semplice ragione che la poesia finisce per confondersi con la sua vita, per essere la vita stessa: «Potessi come allora abbandonare il remo/ Ignorare la rotta…» invece, ancora e fino all’ultimo giorno, il poeta è «Nudo/ Fanciullo/ Solo/ Come in fondo sono sempre stato/Anche di fronte a mio padre…». Una poesia che si dona come poche alla lettura, che non si dimentica (dalla Redazione Virtuale di Italia Libri http://www.italialibri.net/). E’ vero, Nuscis ricalca in toto la figura del poeta nell’accezione ‘classica’ del termine. A volte si concede a descrizioni di stampo più ‘civile’, ma la sua è lirica che segue il filo della tradizione lirico-intimista rimpolpandola. Sempre di Nuscis e di questa sua ultima raccolta scrive il puntuale Antonio Fiori in una vecchia pagina di questo nostro blog: “La ricchezza tematica, la qualità poetica, la peculiarità dello stile caratterizzano e impreziosiscono questa raccolta. Dopo averla attraversata restano impressi l’ordito, il tono, il ritmo interiore e il forte richiamo alla coscienza. E’ una raccolta densa: vi è una prospettiva antropologica, una vocazione naturalistica e una profonda visione etica, anteriore e ulteriore al testo, oscillante tra compassione e intransigenza. Altra caratteristica è il movimento, fisico e metaforico che anima molte poesie. Ma pure, nessuna fatica a seguirne il ritmo vivace: nell’insieme è controllato, ben dosato. Giovanni Nuscis ha profondamente interiorizzato la visione poetica eliotiana e certi toni e forme della poesia di un altro grande poeta, Angelo Mundula (sassarese, da oltre vent’anni autorevole firma dell’Osservatore Romano). Uno degli aspetti che più colpiscono, e che permane a lettura finita, è il profondo senso d’attesa, d’incompiutezza (Le parole e le attese/ disegnano solchi, ordiscono salti/ da fredde bocche di pesci) sempre pazientemente coniugato con la vita quotidiana e con la storia (La guerra è qui/ in questo mandarino che marcisce). Sembra quasi che la precisione della visione e la sicurezza della ‘lezione’ restino subito avvolte da un alone d’inquietudine e di dubbio (Ma da qualche angolo si avverte/ come un monito, e non capiamo:/ /non capiamo se lo stiamo ascoltando/ o siamo già noi quel luogo che chiede ascolto). E’ una poesia che ci mette di fronte alle nostre responsabilità e al nostro prossimo futuro. Deve far questo davvero il poeta, donarci una parola ‘civile’? Riproporci la ‘sua’ storia? Aiutarci a ritrovare un’etica? Ebbene, col suo coraggio e quel verso (davvero) libero, ‘Gianni’ Nuscis ci dimostra che quel poeta ci mancava, così difficile da incontrare oggi, nonostante la copiosa produzione poetica che c’inonda”. In effetti Fiori mi trova pienamente d’accordo, in particolare quando fa richiamo alla componente etica che vive Nuscis. Oggi non possiamo più fare a meno, se uomini che si dicono di rispetto, di codice, di ‘levatura’, e che il rispetto ricambiano, all’occasione, di recuperare, in toto, l’esperienza etico-naturalistica o etico-spirituale di poeti come Turoldo, Quasimodo, Viviani, Heaney, Brodskij…

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Gianfranco Fabbri (La costruzione del verso – luglio 2007)

Giovanni Nuscis, con il suo libro “In terza persona”, lascia nella mia mente una traccia variegata, fatta cioè di più ipotesi di lavoro. Un verso, il suo, che viene come rappreso in una sorta di gelatina multi cromatica, dai toni ora immaginifici, ora invece cerebrali e metapoetici. E’ il primo tocco, quello che prediligo, anche se dichiaro la mia disponibilità a farmi permeare dalla bella intelligenza dell’amico sassarese. Gli scampoli del corredo da me preferito sono quasi tutti “eccellenti” –sia per compostezza formale, sia per tocco personale -. Già a pagina 8 mi riesce di gustare un quadro “urbano” fatto di sapori e di venti occidui; laddove il poeta scorge in lontananza l’isola dell’Asinara, persa chissà in quale caligine, secondo il punto di vista geografico di Porto Torres. Si possono leggere le staticità degli stabilimenti industriali in parziale dismissione –modi ipodinamici di un dio che stia per morire-. “ Pesco sereno nel buio: lo sguardo // rivolto all’Asinara, redenta // le spalle di San Sebastiano, oltre le nubi del bucato che il vento increspa; …”.  “In terza persona” è, in sostanza, una piccola bugia, ma potrebbe essere anche un progetto di lavoro. In realtà, Nuscis parla molto di sé e delle proprie istanze, ma rigetta subito con forza l’intenzione di voler comporre una sorta di diario personale. E ci riesce, dal momento che la raccolta viene da me assorbita come una specie di bollettino di viaggio, (montaliano talvolta, e comunque novecentesco) molto aperto alla condivisione altrui. Accanto alle immagini dei luoghi, appaiono pure i toni di un registro impegnato sul fronte sociale, se non proprio politico. Un acconsentire a diffondere la voce di tutti, l’equanimità integrale. A livello stilistico, numerose sono le allitterazioni e le assonanze, le quali sanciscono un ritmo musicale non ortodosso, seppure marcato da versi eterogenei (talvolta pregiati, a numerazione sillabica dispari, talvolta invece più lunghi e irregolari). Questo “In terza persona” obbliga quindi a viaggiare nel sali e scendi di un’altalena che comporta le folgori intimistiche (“Sei dentro di te e in ogni cosa…” … “Vedi il bianco negli occhi dell’inverno” … “Nudo è il viale. Tu di lana fino ai denti, gli canti le ossa …”), quanto le pontificali dichiarazioni logiche, di matrice metapoetica: due strade opposte –l’una afferente/creativo/immaginifica, l’altra efferente/gelificante e razionale- che credo siano le diverse facce di una stessa medaglia.

 

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   Giovanni Campus (marzo 2008)

 

Siamo assediati ogni giorno da fatti – grandi e piccoli – metafisicamente  inesplicabili. L’ultimo che la cronaca ci getta in faccia è quello dei due fratellini pugliesi morti soli in fondo a un pozzo dimenticato. Ed ecco la ricerca delle responsabilità, delle colpe, al di là dell’incuria e dell’inerzia connaturata alla natura umana individuale e sociale. Dove sono i rimedi? E in un quadro così triste , può forse servire a qualcosa la poesia? C’è forse qualcuno che la legga? Qualcuno che le dia retta?

Eppure la poesia non muore. La poesia resiste: forse il numero di quelli che scrivono poesie è addirittura superiore al numero di quelli che ne leggono: perché? Perché un uomo, e in più in generale l’umanità, ne ha bisogno, non può farne a meno. Se è vero che l’uomo è un “animale politico”, è più vero ancora che è un animale “poetico”. E scrivere poesia aiuta, maieuticamente, a scavare e trarre fuori dalle coscienze la loro parte più nobile, le venature più pregiate dei minerali di cui siamo fatti, sia pure avvolte dall’impurità delle scorie. Stiamo rileggendo, adesso, il volumetto di Giovanni Nuscis, In terza persona (Manni editore, 2006); ed ecco, quasi ad ogni pagina, provocata la nostra riflessione: Stimolata e interrogata – nella sicurezza del verso, nella fluidità del discorso – perché in tutte e quattro le sue sezioni ci si sente presi in un divenire di senso inafferrabile, circondati da  un panorama di campagne affaticate, dove la sottile sensibilità dell’autore, quando conclude l’analisi della realtà, quasi in ogni lirica, in chiuse recisamente sconsolate, come una arrampicata senza appigli, ci lascia il sapore di domande rimaste senza risposte. Se il titolo della raccolta allude a uno sguardo dato a noi dal di fuori (“in terza persona”, appunto) sembra allora quasi che nessuna mano ci venga offerta; e se qualche accenno esile di speranza, qua e là, si può cogliere (ci sentiamo per un attimo/ dal suolo, sollevati di poco…oppure, alla fine,  conservo un filo d’erba…) perdura tuttavia, nella memoria e nell’animo del lettore, l’intonaco dei muri / sempre più cadenti, sempre più muti. E tuttavia si avverte, in una sensibilità poetica così viva, il desiderio, il bisogno di sollevare il mondo: come di chi abbia una leva per farlo, ma non abbia ancora trovato, chiaramente e solidamente, un punto d’appoggio, il famoso punto d’appoggio. Crediamo che trovandolo, forse, in futuro, anche la voce sorgiva di questo poeta diventerebbe più energica, più forte, più incisiva, e, in una parola, più calda.

                                                                                                    ***

 

                                      Marco Diana (Paese d’Ombre 2 febbraio 2008)

Nuscis, classe ’58, vive e lavora a Sassari da 34 anni, respirando versi e nutrendosi di poesia.

È sufficiente digitare il suo nome in un motore di ricerca per far apparire pagine su pagine di recensioni, componimenti poetici e commenti.

La sua poesia lascia sempre il segno. Parole ben calibrate e affilate come dardi, suggeriscono chiare chiavi di lettura della modernità.

Masticavamo terra e poc’altro.

Loro, scintillio di idee e muscoli;

missili, e dollari nei sorrisi bianchissimi.

Noi, liberati da un nemico

diverso da quello ancora dentro:

commedia dentro una tragedia.

Boogie woogie tra bulli e troiette,

calze di seta e sottovesti;

e un abito per tutti

con tela e paracadute.

Dal molo, infine, il piede salutava

a stelle e strisce, mentre l’altro

restava. Sessant’anni

fermi sull’attenti, pronti

ad ogni loro nuova inimicizia,

per combattere uniti ovunque

nera zampilli una ferita.

Temi forti che raccontano di guerre e sottomissioni, di dollari a giustificare paracaduti laceri e insanguinati, di alleanze strette per aprire nel mondo nere ferite e altre più profonde e sconosciute… o intraviste di sbieco.

Citando un brocardo, ricorda:

Ad impossibilia nemo tenetur…

e prosegue:

… se il gregge tira dritto e non si ferma.

“Nessuno è tenuto a fare cose impossibili” come – aggiungerei – arrestare un gregge in corsa con la forza delle parole. Però qualcuno ci prova, a costo di esser messo di traverso.

La passione che diviene fiamma s’alimenta di se stessa e non si spegne.

Mai con-vincenti, o trionfanti.

Mai spenti, né bruciati.

Altri temi e altri colori, non solo il nero zampillante ma anche le tinte d’una magnolia che sorride, trovano spazio nelle poesie di Nuscis.

E una bellezza stilistica che a tratti esplode carezzando i sensi:

Lingue di un fuoco che langue

in un inverno che allunga.

Vi invito a scoprire la poesia di Giovanni Nuscis, scrittore in grado di riassumere a tratti brevi uno dei più diffusi stati d’animo con toni musicali e malinconici al contempo.

Dolgono membra invisibili,

sbattendo contro angoli invisibili.

***

                         

Giovanni Nuscis – (Copyright 2006 Piero Manni S.r.l.)

 

S’attenuerà la luce ed il calore

esaurite le scorte, dato fondo

alle energie pulite o sporche.

Ma lo sguardo sarà vivo nell’ombra;

più vicini al nulla ci ritroveremo:

padre, che non sei giudice né lama

vedrai, ci adatteremo

a nuovi dinosauri, a carestie,

a guerre per le briciole rimaste.

La rinuncia, la più ambita conquista.

  

Conservo un filo d’erba

sulla lingua,

non lo vedròpiegarsi, e marcire.

Un filo che lega e ravviva

una città sbiancatasi alle spalle.

E’ il viatico degli anni

l’architettura che resta,

con la caduta dei mattoni

che il vuoto rende più leggera.

O, se si vuole, una fede banale,

come pantaloni che proteggono

dai graffi d’un sentiero frastagliato,

così fitto da richiudersi alle spalle,

dopo il passaggio, prima

che si crei un varco

davanti.           

 

        

Giovanni Nuscis “Il tempo invisibile”

Il tempo invisibile

Giovanni Nuscis  (Copyright 2003 Book Editore)

 

Sotto vuoto spinto

 

 

Anime nubi si piove

ma non si placa la sete

né si libera il cielo.

Restano i gusci del mistero

col parlottio diffuso, o sinistro

della filosofia, o dell’occulto:

per una danza di barattoli di carne

sotto vuoto spinto

o l’improvviso tintinnio di grucce

nel silenzio notturno.

 

Rifrange il nostro viso

contro il profilo delle ore

ma l’eterna stagione non si vede

  si ha fede nell’onda martoriata

frugata dalle alghe e dalle mosche

che sempre, nuovamente, ritorna.

 

 

 

Transito senza catene

 

Siamo gocce di piovasco

che fiori e frasche non trattengono

siamo deboli preghiere che ricadono

    garbatamente

    ce ne andiamo.

L’eternità da un pezzo è cominciata

in alto come fumo

    sale

la legione stranita

eroica nel coprire voragini

col sacrificio di sé.

    Non a caso ci pensiamo tranquilli

prudentemente vicini

    alla soglia

    là, dove origlia il vento, si raccoglie

il tempo: presto o tardi, cosa importa?