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Savina Dolores MASSA sul Quaderno di Poiein

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GRAZIE DI CUORE ALL'AMICA SCRITTICE SAVINA DOLORES MASSA PER IL SUO INTERVENTO SUL "QUADERNO DI POIEIN", PUBBLICATO NEL SUO BLOG

"ANA LA BALENA"!

Pasquale VITAGLIANO su Il Quaderno di Poiein

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RINGRAZIO DI CUORE PASQUALE VITAGLIANO PER IL SUO INTERVENTO SU TRANSITI, E ABELE LONGO PER AVERLO OSPITATO SU NEOBAR

Anna Maria CURCI sul Quaderno di POIEIN

Nuscisquadernopoien GRAZIE INFINITE AD ANNA MARIA CURCI PER LA SUA PUNTUALE RECENSIONE DEL "QUADERNO", PUBBLICATA OGGI SUL SUO BLOG "CRONACHE DI MUTTER COURAGE"  E SU "POETARUM SILVA"

Giovanni Nuscis. La parola e lo spessore

Ri-flette il tempo, specchio e, insieme, parola soppesata, la poesia di Giovanni Nuscis, che si snoda nel n. 4 de I Quaderni di Poiein, in un originale contrappunto tra i versi dalle raccolte pubblicate e da quelle inedite e le letture di numerose altre voci: a partire dalle note critiche di Gianmario Lucini, che introducono e affiancano l’intero percorso del Quaderno, gli interventi di Roberto Rossi Testa, Marco Scalabrino, Antonio Fiori, Giovanni Campus, Gian Ruggero Manzoni, Stefano Guglielmin.

Ne Lo specchio è lo stesso Giovanni Nuscis a consegnarci la sua ‘professione di fede’ e a dar conto del suo procedimento compositivo, così come della ‘necessità’ che lo anima: “Credo nella parola, nella capacità di addensare significati molteplici e suoni, di rappresentare o evocare mondi fisici o interiori, chiaroscuri di senso e silenzi, visione e assenza. Il lavoro sulla singola parola è dunque fondamentale, assieme a quello sul verso, in una concatenazione armoniosa di musica e senso, valutando innanzitutto la sua necessità, le sue implicazioni semantiche e foniche. Leggo e rileggo fino a quando non mi convinco della loro adeguatezza e insostituibilità. Nella parola e per la parola, in poesia, ci si gioca tutto, o quasi.” (p. 9)

Leggo, nel dialogo con il tempo, un procedere coerente e “sorgivo” (Gianmario Lucini), il manifestarsi di uno sguardo diverso e divergente, ma non per questo meno autentico; ascolto la voce pacata e ferma di una “tensione etica” che non si esaurisce nello sfogo del momento, ma resta sempre vigile, pur nella consapevolezza che la veglia comporta dolore.

Riconosco un filo conduttore che collega questi componimenti scritti in tempi diversi:

Vecchie e nuove fiere

Quale bestia

Dall’antro catodico

Ci parla

Bevendo i nostri occhi?

Non un dio pagano

Con la coda

E il grappolo d’uva

In testa

Ma un garbato Battista

Che annuncia la nostra salvezza

Se solo gli si presta fiducia.

Ah, le fiere di una volta

E le nuove

Con l’imbonitore che ti offre

La magica pozione

O la pignatta.

Ma sì, ascoltalo:

Accerta la tua guarigione

La tua fortuna nel lavoro

Nel gioco, nell’amore

Effettua la prova del fuoco.

Nella tua idiozia sta la sua eccellenza

Come nella veglia

La tirannia improbabile

Del sogno.

(da Il tempo invisibile, Book editore, 2003)

Si facevano d’oro

buttando mani dove capitava,

case su case e buone azioni

e lo Stato: bue grasso

da squartare e dividere.

La sveltezza sempre in basso

lucente come fondo di bottiglia.

Con le piccole astuzie di bottega:

i grammi rubati, la merce scaduta. Mai

ciò che spetta. Impunibili, e sottili

come tela che veleggia

a ogni cambio di vento.

Noi guardavamo il cielo

il volo in caduta dei giorni,

tra lampi di generazioni.

Ci contavamo, ogni tanto, urlavamo

ma indietro tornava la voce.

Si poteva fare di meglio…

sarebbe bastato volerlo…

dicevamo, subito smentendoci:

lingue di un fuoco che langue

in un inverno che allunga.

(da In terza persona, Manni 2006)

Se fossimo uniti…

Se fossimo uniti

i pochi condomini che siamo

sarebbe una battaglia vinta.

Ma non c’è grido che si somiglia.

Un’auto abbandonata nel cortile.

Le ruote, prima, poi il motore

rubati, spartiti. Rimane

la carcassa, da anni, ad arrugginire

tra proteste continue.

Nessuno che chiami un carro attrezzi

cerchi il proprietario, l’amministrato-

re, spariti chissà dove.

(da La parola data, L’arcolaio 2009)

Caldaie

A vent’anni i coetanei

andavano per piazze e discoteche

noi si andava invece per caldaie

d’ospedale: io, Luigi

Giuseppe e Francesco.

Ad accoglierci l'altro Luigi

in tuta da lavoro alle pendici

dei monti in cemento delle cliniche.

Mangiatori di patate e laureandi

tra i chiaroscuri di un ventre pulsante e reietto,

dai borgorismi di calore sparati

in tubi enormi fino ai caloriferi remoti.

Si ragionava ore di libri e di politica.

C’era qualcosa di kafkiano

ci ripetevamo scherzando in

in quel misto di unto, discorsi

cambi di turno.

In un mondo più umano si sperava

già allora con poche illusioni.

Mi segno mentalmente

ogni volta che passo davanti

a quella chiesa dismessa

senza ministranti e fedeli

di una qualunque fede.

(da Transiti, in Giovanni Nuscis. La parola e lo spessore. Quaderni di Poiein n. 4, puntoacapo, p. 30)

Narda FATTORI sul “Quaderno di Poiein”

NuscisquadernopoienRINGRAZIO DI CUORE NARDA FATTORI PER LA BELLA NOTA  DI LETTURA DEDICATA  AL "QUADERNO ", PUBBLICATA IERI SUL BLOG VIA DELLE BELLE DONNE 

Giovanni Nuscis, La parola e lo spessore, note critiche di Gianmarco Lucini, puntoacapo Editrice, 2010

Questo libretto intende proporsi come analisi critica di tutta l’opera fin qui prodotta da Giovanni Nuscis ; la cura è di Gianmario Lucini, attento critico e fine poeta egli stesso.

L’opera vuole dunque fissare un punto di vista analitico ed esaustivo sulla poetica nel suo affinarsi nel tempo e , contemporaneamente, restare incompiuta così come deve restare per un poeta parco di opere ma ancora giovane e con una voce fertile in grado ogni volta di ri-generarsi. La sua struttura articolata vede il critico prendere in esame le opere edite da Nuscis sotto vari aspetti ma soffermandosi in particolare sulla parola e lo spessore che acquista nei versi , parola mai superflua, mai compiaciuta, al contrario parca, vigilata, necessaria al messaggio, alla completezza e alla coesione di ogni singola poesia . A riprova di quanto va affermando Lucini inserisce , fra i vari paragrafi critici, alcune poesie che sono anche come testimonianza del percorso compiuto dal poeta dalla prima pubblicazione “ Il tempo invisibile” del 2003 all’ultima raccolta che troviamo qui edita per la prima volta “Transiti” ; nell’intervallo temporale sono state edite le opere “Il tempo invisibile”, “In terza persona” e “La parola data”.

L’attenzione che pone Lucini alle tematiche proprie del poeta si intersecano con quelle della poetica più in generale; tuttavia, screditato ogni canone fisso, il critico deve utilizzare dei principi saldi e certi entro i quali operare la sua analisi. Questa operazione è compiuta con chiarezza, cura e scelte precise : analisi del contenuto , del dettato, della prosodia, della versificazione, del lessico.

Nuscis viene da lontano e comunque come tutti viene dalla sua esperienza e dalla sua sensibilità; si sa che minore è l’età e meno certo è il dettato; anche il questo caso vediamo una poesia che addenta il proprio tempo e ne coglie gli angoli scuri, le ombre che poi ombre non sono ma si fanno paesaggio umano , desolato spesso, sempre meno dono per l’uomo, ma in potere dell’uomo che dimentica la precarietà del suo esistere e anziché affratellarsi si pone in opposizione al fratello, perché Caino non è mai morto e costruisce il mondo.

E tuttavia mi pare che mai la poesia di Nuscis si erga a giudice severo, punti il dito indicando; egli censisce in poche visioni e /o riflessioni, non orfiche o misteriche, ma esemplarmente reali uno stato delle cose, che non è un buono stato, salubre e salutare. La sua poesia denuncia , quindi, seppure con sobrietà di linguaggio, di scelte metriche e lessicali, di contenuti ma anche indica un’oltranza riconoscibile e riconducibile all’essere uomo: “ Vita non è solo quella che vedi/ Ce n’è un’altra nascosta/ Pudica / Talvolta a fatica, o per gusto/ Situata tra il pube e il cuore./ ….. e ancora : “ Là, dove origlia il vento, si raccoglie/ Il tempo: presto o tardi, cosa importa?” Accanto a questi versi che ci conducono ad un’accorata speranza, nella stessa opera “Il tempo invisibile” leggiamo anche : “ Quale bestia/ Dall’antro catodico/ Ci parla/ Bevendo i nostri occhi? /( ………………)/ Ah, le fiere di una volta / E le nuove / con l’imbonitore che ti offre/ la magica pozione/ O la pignatta./….”

Ma ancora nella raccolta successiva “In terza persona” , Nuscis osserva e interpreta il presente; la sua poesia immalinconisce, si disincanta ma resta ancora incernierata sul quotidiano io-noi-esistere: “ …./ Un camion della spazzatura precede/ un’interminabile fila che/ pazienta ogni notte, senza suonare/ senza svegliare chi dorme./ Fiume Santo …)

Potrebbero questi pochi versi esprimere un “correlato oggettivo” alla Eliot o alla Montale?

Potrebbero, certo, ma Nuscis, a mio parere, è poeta bordeline: oscilla fra una tensione etica e sociale riconoscibilissima e un personale senso di insufficienza dell’esistente così come lo si incontra e lo li vive. Sottostante si riconosce quella tensione all’oltranza più esplicita nella prima opera dove anche la lettera iniziale di ogni verso era maiuscola. Dal maiuscolo il poeta è passato ad una sintassi regolata e rispettosa, e anche questo sostanzia un senso di delusione e di impotenza di fronte all’immane peso e all’immane dolore che abita l’uomo e ammorba l’aria che respiriamo.

Nuscis non lo esplicita se non per fugaci cenni eppure il dolore personale e civile è perfettamente inscritto nei suoi versi.

Ma esaminiamo la nuova opera “Transiti”; silloge parca per numero di poesie ma intensa, coesa, ormai perfettamente conquistata dalla scelta tematica di un qui pur “Sapendo che l’istante in cui siamo/ è già passato e non torna indietro.”

La parola che dà il titolo alla raccolta esplicita il contenuto: transiti sono passaggi: di eventi e persone, di stati dell’animo e di condizione, sono minutaglie dell’esistenza che ugualmente l’hanno qualificata. Qui il tempo non ha scansioni sebbene sia il protagonista, ovvero i transiti avvengono sempre in un tempo e in un luogo, che tuttavia sono indifferenti rispetto agli esiti prodotti.

Fu un transito anche una esperienza di lavoro giovanile, rude e scherzosa, densa di senso oggi riscoperto se può affermare : “ Mi segno mentalmente/ ogni volta che passo davanti/ a quella chiesa dismessa / senza ministranti e fedeli/ di una qualunque fede.” Si abbia presente che quella chiesa dismessa era il locale caldaie di un ospedale dove un gruppo di giovani lavoravano e sudavano e si guadagnavano chi il pane chi il salario per gli studi; ma il lavoro nobilita, diventa sacro quando è comitale. Ma la vita che ha operato dismissioni di ideali , che si è appiattita su un desolante paesaggio umano , ritrova un brivido adrenalinico quanto riconosce il nemico . Eppure c’è una bellissima lirica titolata “Matrioske” di conoscenza, di smarrimento e di sperdimento perché i vecchi che restano a raccontare trasformano la curiosità dell’ascoltatore nella percezione “di voi di me dell’estraneo che divento/ poco a poco.” Estraneo a chi? E che cosa? E perché? Fa male sentirsi sempre all’interno delle situazioni in atteggiamento compulsivamente attivo, ma fa male anche assentarsi all’esterno, estraniarsi da se stessi, percepirsi altro da quanto si era immaginato.

Ho parlato di poesia lirica, ed è tale quella di Nuscis, ma il lirismo è così contenuto, così lontano da ogni compiacimento che ci si stupisce quando, rarissimamente, si incontra un’assonanza, un’interna rima; è lirica perche il dettato fluisce per immagini e visioni pur essendo poesia , e convengo in parte con Lucini, riflessiva intendendo con tale termine l’accuratezza e la sorveglianza del dettato e del contenuto, e riflessiva anche perché non si abbandona né al canto né al lamento, anzi si ritrae da ogni eccesso : è il pensiero che si fa visione , pensiero agito anche linguisticamente per restare nell’ambito del comunicabile . Naturalmente la scelta di un linguaggio alto per cultura ma non ostico, ambiguo, appartiene anche alle scelte etiche che opera l’autore nell’ambito del possibile.

Infatti ci dice Nuscis in “Lama di luce”, titolo che contiene un universo di significati se seguito dai versi che intitola: “ Tutto torna/nella gabbia sfondata del tempo/ lineare, senza preveggenza./ ( ……..) / E tu ricordi certo mani / che ti cullavano / la voce che ti accompagnava / credendo/ che non t’avrebbe mai abbandonato.”

La fragilità è confessata senza pudori, no, egli non ha imparato a dissolversi, come la neve, senza farsi male, senza dissolversi; e anche la miseria dell’uomo non poteva essere meglio detta che da questo distico di suprema significazione: “ Fame siamo/ e briciole che restano del pasto.”

Tutte le poesie che compongono l’opera si muovono dentro questa aura di vinto senza colpe all’interno di un destino che è deciso altrove, forse, che qui ci lascia insaziati , al buio: “L’amore minuto/ nei minuti che giungono/ e cadono rapidi/ nella notte senza fondo.”

Narda Fattori

 

“TRANSITI”. Recensione di Marco SCALABRINO

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Ringrazio di cuore l'amico Marco Scalabrino per il suo intervento critico su "Transiti"

 

*

Un fausto incontro quello fra Giammario Lucini, avveduto editore valtellinese, e Gianni Nuscis, talentuoso autore sardo. Tanto che Lucini ha scelto Nuscis, che “mi ha sorpreso per rigore stilistico e spessore tematico”, e lo ha inserito nel novero dei primi cinque autori da pubblicare nella collana a sua cura denominata I QUADERNI di POIEIN: Arnaldo De Vos, Annamaria Ferramosca, Valeria Serofilli, Daniela Raimondi e Gianni Nuscis appunto. “L’obiettivo della collana – illustra Lucini – non è di presentare dei nomi particolarmente importanti fra i poeti di oggi ma piuttosto di avanzare delle considerazioni peculiari sulla poesia attraverso aspetti che un poeta contemporaneo rende evidenti nella sua opera”; aspetti che ogni quaderno, “oltre a fornire alcuni elementi interpretativi della poetica degli autori, cerca di tematizzare”. 

Transiti è la raccolta inedita di Gianni Nuscis, la sua quarta raccolta, inclusa nella monografia numero 4 de I QUADERNI. 

La scelta del titolo del volume, Giovanni Nuscis la parola e lo spessore, non è casuale. Su entrambi i termini costituenti il dettato del Nostro, parola e spessore, così intrinsecamente legati, sia Lucini che lo stesso Nuscis si soffermano con convincenti esposizioni. Afferma Lucini: “Si dice che un’opera ha spessore quando la sua lettura provoca, nel lettore, una reazione duratura nel ricordo e significativa per la sua sensibilità. Lo spessore dell’opera d’arte consiste nel redimere le visioni della realtà banalizzate o comunque lise dalla frequentazione culturale, presentandole in una veste originale, da altre prospettive, per mezzo di invenzioni capaci di liberarle dalle incrostazioni delle interpretazioni sedimentatesi nel tempo, per restituirle cariche di ulteriori significati. Questa diversità dello sguardo è la cifra, la forza dell’opera d’arte, il suo spessore, e tanto più essa investe gli aspetti più convenzionali della cultura, tanto più il suo spessore è rilevante; non in argomentazioni oggettive ma nella sua capacità di tradurre in un linguaggio appropriato un mondo diverso, vero per sé stesso e non per dimostrazione logica. Nel pensiero poetico [difatti] il ragionamento non viene esplicitato perché il poeta non ha bisogno di dimostrare nulla, ma soltanto di alludere alla verità soggettiva che egli sente. Nuscis è uno che riflette molto e questo suo tratto è ben visibile nel suo lavoro. La tensione etica che si rileva nei suoi testi è frutto di questa sua riflessione, di questo confronto interiore e sofferto con il mondo, di questo dialogo problematico fra emozioni, sentimento, sensazioni, pulsioni e razionalità. Il ribollire di Nuscis è a fuoco lento, è segnato dall’osservazione, dall’interrogazione, da una calma più disciplinare che caratteriale. La sua scrittura sembra lasciar trasparire questa tensione fra energia creativa ed esigenza della misura, dell’equilibrio e anche del trovare la forma appropriata ad esprimere un verso armonizzato col senso del messaggio poetico.”

E Gianni Nuscis puntualizza: “Credo nella centralità della parola, nella sua capacità di addensare significati e suoni, di rappresentare o evocare mondi fisici e interiori, chiaroscuri di senso e silenzio, visione e assenza. Il lavoro sulla singola parola è fondamentale, assieme a quello sul verso, in una concatenazione armoniosa di musica e senso; valutando innanzitutto la sua necessità, le sue implicazioni semantiche e foniche. Nella parola e per la parola, in poesia, ci si gioca tutto. Leggo e rileggo fino a quando non mi convinco della loro adeguatezza e insostituibilità. La poesia nasce dal quotidiano, originata da incontri, letture di giornali e di libri, fatti e situazioni personali o collettive; nasce dalla parola, dalla sua musica combinata con quelle di altre parole; nasce nell’abbandono, nella libertà di spaziare nei paesaggi della fantasia seguendo un susseguirsi di visioni, un ritmo, una melodia che le attraversa. Ciò che ne deriva, rompendo percorsi fono-sintattici convenzionali, ha talvolta una bellezza, una verità e un’originalità inaspettate, rivelando un volto inedito del mondo e di noi stessi”.  

E veniamo infine allo specifico di Transiti. Gianmario Lucini asserisce: “Giovanni Nuscis è uno abituato a chiedersi la ragione della sua scrittura (attento ossia alla deontologia del suo essere poeta). La poetica di Transiti, il suo messaggio ideale, è duplice: da una parte la riflessione sul passaggio (“transito”, appunto) dall’età del protagonismo e della esuberanza, all’età della consapevolezza e della maturità segnata dal disincanto, dall’altra di nuovo una riflessione sul tempo e il senso del tempo, come passaggio da senso a senso dell’uomo nel mondo. Lo stile appare svincolato da qualsiasi forma e sembra cercare più una consonanza emozionale con il contenuto che con una qualche forma di abbellimento estetico. La parola è sempre affilata e talvolta secca e dura ma non cerca mai di arruolare artifici retorici per accreditarsi più valida e più incisiva. Siamo di fronte a una poesia scarna, sobria, asciutta, preoccupata, quasi con orgoglio, più della qualità dei suoi indumenti che delle trine e dei merletti: stoffa buona, più che fronzoli”. 

Quanto esposto mi pare sufficientemente emblematico della poesia di Gianni Nuscis, ne dà un quadro abbastanza esauriente, definito, e pertanto non ritengo di dovervi aggiungere alcunché. Tuttavia, partendo dalle centrate osservazioni sopra esposte, giusto per avvalorarne la bontà, desidero riportarne talune delle formulazioni, delle invenzioni liriche, degli esiti più felici. 

Transiti consta di soli trentuno brevi componimenti. E nondimeno sono parecchie le esemplificazioni convenienti, in ognuna delle quali sta a noi rinvenire le attinenze relative alla esperienza individuale, i rimandi alla attualità sociale, la visione del mondo del nostro autore: puntare / al chiarore che giunge dai vetri; si andava per caldaie / d’ospedale … mangiatori di patate e laureandi / tra i chiaroscuri di un ventre / pulsante e reietto … in quel misto di unto, discorsi / cambi di turno; ci fermiamo o incespichiamo / ovunque con una smorfia … nessuno più è maestro per sempre; l’autunno coi baffi nevicati … disarcionati spesso al primo tuono; occhi che s’incrociano / dalle tribune precarie di due corpi; violenza garbata siede / ora sui troni di parole … animale impalpabile e concreto … fintamente dimesso / gigiona minaccioso tra i sondaggi; voli col tuo sogno di polline / e il corpo niveo resta immobile / ad accogliere la cesoia dall’alto … una farfalla si posa / e ti si annuncia come un angelo; vedo dai tuoi occhi / il mio salto di rana sugli anni; vecchie girandole / che sembrano nuove / dove a cambiare / è solo il fiato / che le fa andare; molte le braccia intorno / setole di scopa a mondargli / umore e coscienza. / Sui bordi  della piazza / nei volti smagriti degli astanti / il piacere di predirgli una fine / non diversa dagli altri … parole / come coriandoli di terra / che ci seppelliranno; tutto torna / nella gabbia sfondata del tempo … e tu ricordi certo mani / che ti cullavano / la voce che ti accompagnava / credendo / che non t’avrebbe abbandonato; arrivano gli altri, tanti, / scollati dalle sue tivù / per trascinarsi in stampelle / fino a Piazza del popolo … “per la sua fede certa / per gli ideali alti / avrà un posto / di ministro o senatore”; la bocca del vento / bacia i nostri passi; gli aghi del maestrale / sul viso smunto dell’inverno; tovaglia scossa dopo il pasto / e poi rimessa / per nuovi clienti; quindici rami dove / cantavano molti uccelli / dalle mete imprevedibili; ali d’aquila sono / le bianche camicie dei padri / sospese nell’aria … e s’impennano gli sguardi / cercando la ragione del salire / della molta fatica richiesta. 

In chiusura, ben meritevole, a mio avviso, di essere riportato per intero è il testo a pagina 33 Matrioske: Vi tengo tutti dentro / con amore e rispetto voi / che col mio nome / vi siete divisi il mio sangue / il mio tempo. / Vecchi ormai vi incrocio, / e ad ascoltarvi mi fermo curioso / e commosso dai racconti che mi fate / di voi di me dell’estraneo che divento / poco a poco. (Marco Scalabrino)

TRANSITI

Giovanni Nuscis

puntoacapo 2010  

 

 

17 febbraio 2011. Presentazione del Quaderno di Poiein

  La libreria Dessì Mondadori e l’Associazione “Verba Manent”

 Invitano per il 17 febbraio 2011 alle ore 18,00,

 nella sala superiore della Libreria,

 in Largo Cavallotti 17 a Sassari

alla presentazione del libro monografico

“La parola e lo spessore” curato da

Gianmario LUCINI

e dedicato a 

Giovanni NUSCIS

Nuscisquadernopoien

 contenente la raccolta di poesie inedita “Transiti

edito da Puntoacapo Editrice

Intervengono 

Gianfranco CHIRONI e Antonio FIORI

E’ uscito il Quaderno di Poien n. 4

Nuscisquadernopoien

Giovanni NUSCIS

La parola e lo spessore

Puntoacapo Editrice, 2010

I Quaderni di Poiein n. 4

Note critiche di Gianmario Lucini

Con la raccolta inedita “Transiti”

*

Ringrazio Gianmario Lucini per la cura di questo Quaderno generosamente dedicatomi, e Antonio Fiori, che ne ha incoraggiato e sostenuto la pubblicazione. 

Ringrazio inoltre Fabrizio Centofanti per le acute parole sulle mie poesie, recenti e meno recenti, nel post uscito oggi sul blog La poesia e lo Spirito

 

 "Dice bene Lucini parlando di durata, di opere che restano perché continuano a provocare una reazione non solo estetica, ma anche esistenziale. Cosa ti ho dato di buono / Non lo so: la grandezza della poesia è nell’incoscienza di un dono inestimabile, non quantificabile, capace di cambiare il corso della storia personale e universale. Sono così le poesie di Fortini, Betocchi, Pasolini; così le tue, tracce invisibili che scavano nel cuore, lasciando questioni in sospeso che perdurano in un loro lavorio sommerso: Vita non è solo quella che vedi, Ce n’è un’altra nascosta; uno spessore, appunto, attingibile solo da chi ha una vocazione da speleologo, umile e pronto a un eroismo non riconosciuto né rimunerato. In fondo, il poeta ha il compito di cogliere tutto ciò che la folla ignora e trascura come inutile: Calvino ha insegnato valori – la leggerezza, per esempio – che vanno in direzioni cui tu riesci a dare un sigillo convincente: Ci sentiamo leggeri avvertendo / il respiro che si ferma / si pensa e si riprende / dove e quando non sapremo. La poesia ha il dovere di indicare un vuoto, una mancanza, di denunciare l’incapacità di una cultura menzognera di nutrire l’anima: Fame siamo / e briciole che restano del pasto. Mai come oggi fare versi è politica, mostrare che il re è nudo, oltre la cortina della sarabanda mediatica e pubblicitaria: Molte parole e poche azioni/ incomprensibili. E ancora parole / come coriandoli di terra / che ci seppelliranno. Politica autentica è anche riconoscere l’impermanenza del potere, la discontinuità dei passaggi di coscienza e di maturità, che suggeriscono di mettere ogni volta in discussione le certezze granitiche e patetiche: Vecchi ormai vi incrocio, / e ad ascoltarvi mi fermo curioso, / e commosso dai racconti che mi fate / di voi di me dell’estraneo che divento / poco a poco. Salvo scoprire che la massa si arrende alla legge del più forte, rischiando di cancellare ogni orizzonte di luce o di voce: Se fossimo uniti / i pochi condomini che siamo / sarebbe una battaglia vinta. / Ma non c’è grido che si somiglia. Eppure, dallo scacco e dal dolore è possibile che sorga un mondo nuovo, l’utopia necessaria, grondante del sangue che comporta ogni speranza, altrimenti non sarebbe tale, in faccia al mondo: Il tempo è appeso alla tua gola / le lancette del quadrante / vi si figgono e ritrovi / dell’ora più ferita / sulla carta una parola. La parola di poeta lacerato e redento dal futuro che ti scava senza fare sconti, senza mentire, rivelando lo spessore di una storia e, Dio lo voglia, di ogni storia. (Fabrizio Centofanti)"