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Maria Pia QUINTAVALLA “CHINA”. Recensione di Antonio Fiori.

ChinaCHINA

Maria Pia Quintavalla

Effigie, 2010

Per China sono stati già ricordati i nomi di Attilio Bertolucci, Mariella Bettarini e Livia Candiani, perché anche questo lavoro è da collocare nel solco delle biografie in versi, frutto di un insaziabile sguardo filiale. Aggiungerei Giorgio Caproni: Maria Pia Quintavalla inizia infatti come Caproni un impervio cammino dal lutto materno, da quel vuoto 'che 'dilatava altrove'  anche se, per  indiretta ammissione dell’autrice, un ruolo nella elaborazione del lutto è qui assolto, oltre che dalla scrittura, dalla terapia analitica.

Così dunque questa generazione di poeti un po’ trascurata dalla critica ha saputo regalarci una poesia biografica d'alto livello, fortemente connotata ed insieme spontanea, sorgiva, con sapienti intrecci di vaghezze e dettagli, sensualità e ragionamenti. I ricordi si inanellano nel filo della memoria: dagli ‘svolazzi’ nel ricettario all’ ‘impudenza’ incontrollata, dai giorni dell'infanzia  ai giorni in cui  ‘ti tenevamo le mani che tremavano ’:   

‘ Dove ti trovi oggi, madre,

sei nell’ineffabile dell’aria tra i campi,

vicino alla zolla misuri lo spazio

fra un albero ribelle e un filare tranquillo,

o resti qui tra noi diversi, divisi ancora

dalla tua grande, e atroce vita ‘ 

La mamma Gina dagli occhi al nero di china – China, appunto, per affetto paterno – è la fonte amatissima, la ragione stessa di questa poesia. L'autrice ci riporta addirittura al suo primo incontro con lei, al momento emozionante della nascita: 

‘ Quando mi hai messa al mondo,

il parto è stato travagliato e lungo

….

C’ero, ero nata, sana e viva,

mi adagiarono sul tuo cuscino, mi donasti

un dito da afferrare

cosa che feci prontamente. ‘

Una donna che si rivela pian piano agli occhi della figlia:

‘ Cara madre,

dai foulards in pervinca azzurro,

o rosa fucsia pallido, che in ampio nodo

incoronavano il tuo viso come un manto ‘ 

Che dopo una vita fatica, dall'infanzia infelice, arriverà a dire:

‘ sono qui inchiodata,

né resurrexit, dolorosa donna di via crucis. ‘ 

Ma sarà anche Maria Pia a raccontarsi; intense le parti dell’infanzia e dell’adolescenza, quando ‘ Tacevano squittivano nel buio/ dei quaderni i versi ‘ e ‘ A fumetti rinominavo il mondo /antidoto segreto alle mie pene.’ Una vera e propria ferita è rappresentata dal falò dei libri e delle carte voluto dal padre, tanto da farle dire in seguito che ci fu un tempo in cui ‘ nella vita ancora nessun falò mi minacciava ’: 

‘ ma in sogno le parole morte

non scortate, a brandelli e in bocca,

cercavano un sentiero.’

‘ “Le antiche vigilie/ i cuori appesi “,

unici versi avrei salvato,

un’infanzia felice che non ho più visto.’

Tante le figure di parenti ed amici fatte rivivere con grande intensità affettiva, ricordando episodi quasi sempre formativi, talvolta toccanti talvolta scherzosi. Ma è su China che si chiude, giustamente, il poema:

‘ Per una vita ti ho cercata,

in luoghi già vissuti, del tuo viaggio di nozze,

o gite di fidanzamento….

che tutto questo e altro, in questo spazio

dev’essere esistito se dentro

l’anima non muore,

se non per pochi istanti, o anni

prende a essere storia che ci lega

invisibile ai più.’

Grazie dunque a Maria Pia Quintavalla per questo libro, che come pochi consente l'alchimia del rispecchiamento e dell'empatia. 

Antonio Fiori

(una recensione apparirà sulla rivista milanese 'La mosca', n.25, dicembre 2011)

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Anna Maria CURCI sul Quaderno di POIEIN

Nuscisquadernopoien GRAZIE INFINITE AD ANNA MARIA CURCI PER LA SUA PUNTUALE RECENSIONE DEL "QUADERNO", PUBBLICATA OGGI SUL SUO BLOG "CRONACHE DI MUTTER COURAGE"  E SU "POETARUM SILVA"

Giovanni Nuscis. La parola e lo spessore

Ri-flette il tempo, specchio e, insieme, parola soppesata, la poesia di Giovanni Nuscis, che si snoda nel n. 4 de I Quaderni di Poiein, in un originale contrappunto tra i versi dalle raccolte pubblicate e da quelle inedite e le letture di numerose altre voci: a partire dalle note critiche di Gianmario Lucini, che introducono e affiancano l’intero percorso del Quaderno, gli interventi di Roberto Rossi Testa, Marco Scalabrino, Antonio Fiori, Giovanni Campus, Gian Ruggero Manzoni, Stefano Guglielmin.

Ne Lo specchio è lo stesso Giovanni Nuscis a consegnarci la sua ‘professione di fede’ e a dar conto del suo procedimento compositivo, così come della ‘necessità’ che lo anima: “Credo nella parola, nella capacità di addensare significati molteplici e suoni, di rappresentare o evocare mondi fisici o interiori, chiaroscuri di senso e silenzi, visione e assenza. Il lavoro sulla singola parola è dunque fondamentale, assieme a quello sul verso, in una concatenazione armoniosa di musica e senso, valutando innanzitutto la sua necessità, le sue implicazioni semantiche e foniche. Leggo e rileggo fino a quando non mi convinco della loro adeguatezza e insostituibilità. Nella parola e per la parola, in poesia, ci si gioca tutto, o quasi.” (p. 9)

Leggo, nel dialogo con il tempo, un procedere coerente e “sorgivo” (Gianmario Lucini), il manifestarsi di uno sguardo diverso e divergente, ma non per questo meno autentico; ascolto la voce pacata e ferma di una “tensione etica” che non si esaurisce nello sfogo del momento, ma resta sempre vigile, pur nella consapevolezza che la veglia comporta dolore.

Riconosco un filo conduttore che collega questi componimenti scritti in tempi diversi:

Vecchie e nuove fiere

Quale bestia

Dall’antro catodico

Ci parla

Bevendo i nostri occhi?

Non un dio pagano

Con la coda

E il grappolo d’uva

In testa

Ma un garbato Battista

Che annuncia la nostra salvezza

Se solo gli si presta fiducia.

Ah, le fiere di una volta

E le nuove

Con l’imbonitore che ti offre

La magica pozione

O la pignatta.

Ma sì, ascoltalo:

Accerta la tua guarigione

La tua fortuna nel lavoro

Nel gioco, nell’amore

Effettua la prova del fuoco.

Nella tua idiozia sta la sua eccellenza

Come nella veglia

La tirannia improbabile

Del sogno.

(da Il tempo invisibile, Book editore, 2003)

Si facevano d’oro

buttando mani dove capitava,

case su case e buone azioni

e lo Stato: bue grasso

da squartare e dividere.

La sveltezza sempre in basso

lucente come fondo di bottiglia.

Con le piccole astuzie di bottega:

i grammi rubati, la merce scaduta. Mai

ciò che spetta. Impunibili, e sottili

come tela che veleggia

a ogni cambio di vento.

Noi guardavamo il cielo

il volo in caduta dei giorni,

tra lampi di generazioni.

Ci contavamo, ogni tanto, urlavamo

ma indietro tornava la voce.

Si poteva fare di meglio…

sarebbe bastato volerlo…

dicevamo, subito smentendoci:

lingue di un fuoco che langue

in un inverno che allunga.

(da In terza persona, Manni 2006)

Se fossimo uniti…

Se fossimo uniti

i pochi condomini che siamo

sarebbe una battaglia vinta.

Ma non c’è grido che si somiglia.

Un’auto abbandonata nel cortile.

Le ruote, prima, poi il motore

rubati, spartiti. Rimane

la carcassa, da anni, ad arrugginire

tra proteste continue.

Nessuno che chiami un carro attrezzi

cerchi il proprietario, l’amministrato-

re, spariti chissà dove.

(da La parola data, L’arcolaio 2009)

Caldaie

A vent’anni i coetanei

andavano per piazze e discoteche

noi si andava invece per caldaie

d’ospedale: io, Luigi

Giuseppe e Francesco.

Ad accoglierci l'altro Luigi

in tuta da lavoro alle pendici

dei monti in cemento delle cliniche.

Mangiatori di patate e laureandi

tra i chiaroscuri di un ventre pulsante e reietto,

dai borgorismi di calore sparati

in tubi enormi fino ai caloriferi remoti.

Si ragionava ore di libri e di politica.

C’era qualcosa di kafkiano

ci ripetevamo scherzando in

in quel misto di unto, discorsi

cambi di turno.

In un mondo più umano si sperava

già allora con poche illusioni.

Mi segno mentalmente

ogni volta che passo davanti

a quella chiesa dismessa

senza ministranti e fedeli

di una qualunque fede.

(da Transiti, in Giovanni Nuscis. La parola e lo spessore. Quaderni di Poiein n. 4, puntoacapo, p. 30)

Narda FATTORI sul “Quaderno di Poiein”

NuscisquadernopoienRINGRAZIO DI CUORE NARDA FATTORI PER LA BELLA NOTA  DI LETTURA DEDICATA  AL "QUADERNO ", PUBBLICATA IERI SUL BLOG VIA DELLE BELLE DONNE 

Giovanni Nuscis, La parola e lo spessore, note critiche di Gianmarco Lucini, puntoacapo Editrice, 2010

Questo libretto intende proporsi come analisi critica di tutta l’opera fin qui prodotta da Giovanni Nuscis ; la cura è di Gianmario Lucini, attento critico e fine poeta egli stesso.

L’opera vuole dunque fissare un punto di vista analitico ed esaustivo sulla poetica nel suo affinarsi nel tempo e , contemporaneamente, restare incompiuta così come deve restare per un poeta parco di opere ma ancora giovane e con una voce fertile in grado ogni volta di ri-generarsi. La sua struttura articolata vede il critico prendere in esame le opere edite da Nuscis sotto vari aspetti ma soffermandosi in particolare sulla parola e lo spessore che acquista nei versi , parola mai superflua, mai compiaciuta, al contrario parca, vigilata, necessaria al messaggio, alla completezza e alla coesione di ogni singola poesia . A riprova di quanto va affermando Lucini inserisce , fra i vari paragrafi critici, alcune poesie che sono anche come testimonianza del percorso compiuto dal poeta dalla prima pubblicazione “ Il tempo invisibile” del 2003 all’ultima raccolta che troviamo qui edita per la prima volta “Transiti” ; nell’intervallo temporale sono state edite le opere “Il tempo invisibile”, “In terza persona” e “La parola data”.

L’attenzione che pone Lucini alle tematiche proprie del poeta si intersecano con quelle della poetica più in generale; tuttavia, screditato ogni canone fisso, il critico deve utilizzare dei principi saldi e certi entro i quali operare la sua analisi. Questa operazione è compiuta con chiarezza, cura e scelte precise : analisi del contenuto , del dettato, della prosodia, della versificazione, del lessico.

Nuscis viene da lontano e comunque come tutti viene dalla sua esperienza e dalla sua sensibilità; si sa che minore è l’età e meno certo è il dettato; anche il questo caso vediamo una poesia che addenta il proprio tempo e ne coglie gli angoli scuri, le ombre che poi ombre non sono ma si fanno paesaggio umano , desolato spesso, sempre meno dono per l’uomo, ma in potere dell’uomo che dimentica la precarietà del suo esistere e anziché affratellarsi si pone in opposizione al fratello, perché Caino non è mai morto e costruisce il mondo.

E tuttavia mi pare che mai la poesia di Nuscis si erga a giudice severo, punti il dito indicando; egli censisce in poche visioni e /o riflessioni, non orfiche o misteriche, ma esemplarmente reali uno stato delle cose, che non è un buono stato, salubre e salutare. La sua poesia denuncia , quindi, seppure con sobrietà di linguaggio, di scelte metriche e lessicali, di contenuti ma anche indica un’oltranza riconoscibile e riconducibile all’essere uomo: “ Vita non è solo quella che vedi/ Ce n’è un’altra nascosta/ Pudica / Talvolta a fatica, o per gusto/ Situata tra il pube e il cuore./ ….. e ancora : “ Là, dove origlia il vento, si raccoglie/ Il tempo: presto o tardi, cosa importa?” Accanto a questi versi che ci conducono ad un’accorata speranza, nella stessa opera “Il tempo invisibile” leggiamo anche : “ Quale bestia/ Dall’antro catodico/ Ci parla/ Bevendo i nostri occhi? /( ………………)/ Ah, le fiere di una volta / E le nuove / con l’imbonitore che ti offre/ la magica pozione/ O la pignatta./….”

Ma ancora nella raccolta successiva “In terza persona” , Nuscis osserva e interpreta il presente; la sua poesia immalinconisce, si disincanta ma resta ancora incernierata sul quotidiano io-noi-esistere: “ …./ Un camion della spazzatura precede/ un’interminabile fila che/ pazienta ogni notte, senza suonare/ senza svegliare chi dorme./ Fiume Santo …)

Potrebbero questi pochi versi esprimere un “correlato oggettivo” alla Eliot o alla Montale?

Potrebbero, certo, ma Nuscis, a mio parere, è poeta bordeline: oscilla fra una tensione etica e sociale riconoscibilissima e un personale senso di insufficienza dell’esistente così come lo si incontra e lo li vive. Sottostante si riconosce quella tensione all’oltranza più esplicita nella prima opera dove anche la lettera iniziale di ogni verso era maiuscola. Dal maiuscolo il poeta è passato ad una sintassi regolata e rispettosa, e anche questo sostanzia un senso di delusione e di impotenza di fronte all’immane peso e all’immane dolore che abita l’uomo e ammorba l’aria che respiriamo.

Nuscis non lo esplicita se non per fugaci cenni eppure il dolore personale e civile è perfettamente inscritto nei suoi versi.

Ma esaminiamo la nuova opera “Transiti”; silloge parca per numero di poesie ma intensa, coesa, ormai perfettamente conquistata dalla scelta tematica di un qui pur “Sapendo che l’istante in cui siamo/ è già passato e non torna indietro.”

La parola che dà il titolo alla raccolta esplicita il contenuto: transiti sono passaggi: di eventi e persone, di stati dell’animo e di condizione, sono minutaglie dell’esistenza che ugualmente l’hanno qualificata. Qui il tempo non ha scansioni sebbene sia il protagonista, ovvero i transiti avvengono sempre in un tempo e in un luogo, che tuttavia sono indifferenti rispetto agli esiti prodotti.

Fu un transito anche una esperienza di lavoro giovanile, rude e scherzosa, densa di senso oggi riscoperto se può affermare : “ Mi segno mentalmente/ ogni volta che passo davanti/ a quella chiesa dismessa / senza ministranti e fedeli/ di una qualunque fede.” Si abbia presente che quella chiesa dismessa era il locale caldaie di un ospedale dove un gruppo di giovani lavoravano e sudavano e si guadagnavano chi il pane chi il salario per gli studi; ma il lavoro nobilita, diventa sacro quando è comitale. Ma la vita che ha operato dismissioni di ideali , che si è appiattita su un desolante paesaggio umano , ritrova un brivido adrenalinico quanto riconosce il nemico . Eppure c’è una bellissima lirica titolata “Matrioske” di conoscenza, di smarrimento e di sperdimento perché i vecchi che restano a raccontare trasformano la curiosità dell’ascoltatore nella percezione “di voi di me dell’estraneo che divento/ poco a poco.” Estraneo a chi? E che cosa? E perché? Fa male sentirsi sempre all’interno delle situazioni in atteggiamento compulsivamente attivo, ma fa male anche assentarsi all’esterno, estraniarsi da se stessi, percepirsi altro da quanto si era immaginato.

Ho parlato di poesia lirica, ed è tale quella di Nuscis, ma il lirismo è così contenuto, così lontano da ogni compiacimento che ci si stupisce quando, rarissimamente, si incontra un’assonanza, un’interna rima; è lirica perche il dettato fluisce per immagini e visioni pur essendo poesia , e convengo in parte con Lucini, riflessiva intendendo con tale termine l’accuratezza e la sorveglianza del dettato e del contenuto, e riflessiva anche perché non si abbandona né al canto né al lamento, anzi si ritrae da ogni eccesso : è il pensiero che si fa visione , pensiero agito anche linguisticamente per restare nell’ambito del comunicabile . Naturalmente la scelta di un linguaggio alto per cultura ma non ostico, ambiguo, appartiene anche alle scelte etiche che opera l’autore nell’ambito del possibile.

Infatti ci dice Nuscis in “Lama di luce”, titolo che contiene un universo di significati se seguito dai versi che intitola: “ Tutto torna/nella gabbia sfondata del tempo/ lineare, senza preveggenza./ ( ……..) / E tu ricordi certo mani / che ti cullavano / la voce che ti accompagnava / credendo/ che non t’avrebbe mai abbandonato.”

La fragilità è confessata senza pudori, no, egli non ha imparato a dissolversi, come la neve, senza farsi male, senza dissolversi; e anche la miseria dell’uomo non poteva essere meglio detta che da questo distico di suprema significazione: “ Fame siamo/ e briciole che restano del pasto.”

Tutte le poesie che compongono l’opera si muovono dentro questa aura di vinto senza colpe all’interno di un destino che è deciso altrove, forse, che qui ci lascia insaziati , al buio: “L’amore minuto/ nei minuti che giungono/ e cadono rapidi/ nella notte senza fondo.”

Narda Fattori

 

“Poeti in assemblea” di Giovanni CAMPUS

poeti in assemblea

SE NESSUN DIO CI ASCOLTA

Ascoltatemi. Io credo

che non abbiamo ancora superato

una prova più alta

di coraggio. L’estrema solitudine,

l’ultimo vuoto, il nulla

che avvolge la fatica del poeta.

Perché se nessun Dio

sopra le nubi ascolta

queste parole umane, la tua voce

ricade nell’inutile silenzio.

Non rimane che un gioco

di sillabe, ogni ritmo

è sterile richiamo che accarezza

e illude sorridente i morituri…

Nulla pesano i versi tormentati

dei poeti, non contano

nulla davanti a Lui,

l’Assente.

Tutte le prove, le dimostrazioni

di quella sua famosa, incomprensibile,

divina provvidenza fatalmente

le insidia la falange

dei tarli roditori

del dubbio. Se c’è Auschwitz, non c’è Dio:

l’abbiamo udito tutti questo grido! 

Forse, allora, dobbiamo rassegnarci. 

Se Dio non c’è… dunque nessuno, mai,

nei deserti di gelo interminato

fra le galassie, muto, invalicabile

silenzio eterno, udiva

l’Adagio della Nona, la Canzone

del Salice, i corali appassionati

di Bach. Negli alti cieli

dove esplodono immense, solitarie

Supernovae nei giorni del Dies Irae,

nessuno intese l’alta fantasia

di Dante, la dolente

dolcezza di Virgilio, la sublime

semplicità di Omero. E il Budda, e Cristo,

e Maometto e Mosè furono eroi

generosi e illusi. Ogni preghiera,

ogni verso, ogni musica

è solamente vano

gioco, polvere, scherno…

Se Dio muore per sempre, quale artista

mi consola? Ogni canto

tace, non dà speranza la Pietà

scolpita da un divino Michelangelo

venticinquenne… (forse solamente

i suoi Prigioni, chiusi dentro il marmo,

mi ascoltano, in silenzio).

Se nessun Dio ci ascolta

sopra le nubi, un volo disperato

sono i grandi poemi, e gli infiniti

poeti di ogni tempo

affollano, esaltati, interminabili

pianure, dove sembra

che parlino da soli… Non c’è nulla

più da scrivere, ormai. Taci, poeta.

puoi solamente dire:

“Se Dio non c’è, è colpevole: la colpa

più grave, non esistere”.

Eppure, insopprimibile, rinasce,

nel profondo di te, l’altra risposta.

Anche se Dio non c’è, quale conforto

più nobile di un gesto

d’amore fra le nostre solitudini?

Ricordate il sorriso luminoso

di Charlot che ritrova la fioraia

che una volta era cieca, fra le luci

della città? Perfetta

letizia, solo paga di sé stessa.

Gesto d’amore sempre è la poesia,

mistero irriducibile che vive

dentro il cuore dell’uomo, orma segreta

di quel Dio che cerchiamo, prova certa

del suo passaggio fra di noi. Resisti,

dunque, poeta. Come il vecchio cane

Argo, caro ad Ulisse, logorato

dagli anni, emarginato dai potenti,

rimani ancora, tu, resta in ascolto

di quella voce, di quel passo. Forse

quello che attendi, il tuo signore, forse

è vicino. Poeta, non arrenderti.

*

Giovanni CAMPUS

Poeti in assemblea

EDES – Editrice Democratica Sarda (Sassari, 2010)

(Collana La Biblioteca di Babele)

*

“Siamo in un’epoca in cui, più o meno esplicitamente, dedicarsi alla poesia viene considerato spesso una attività improduttiva, inutile, ingenua, ed è oggetto, quindi di malcelata sufficienza, se non proprio di sopportazione, di impazienza, o addirittura di derisione”, sostiene tra l’altro Giovanni Campus nell’intervista che introduce la sua ultima raccolta poetica “Poeti in assemblea”. Un lavoro che vuole testimoniare in forma poetica il senso e la ragion d’essere della poesia, considerato che “…siamo tutti poeti,/che siete tutti poeti, nel senso/che siamo e siete tutti esseri umani,/ e l’uomo è un animale poetico,/e non soltanto politico – come diceva Aristotele -/e il segno che distingue la nostra specie/dalle altre di questo pianeta/non è la tecnica, non è la politica,/non è nemmeno la guerra,/ma è proprio la poesia, l’arte, la musica,…”

Una raccolta dunque di metapoesia, con componimenti di varia misura e datazione, alcuni già pubblicati. Il primo testo, un poemetto proemiale, Poeti in assemblea, immagina una discussione tra i poeti sulla crisi della poesia e sull’esigenza di rinnovamento; e si richiamano i versi di Domenico Gnoli (“Giace anemica la Musa/sul giaciglio dei vecchi metri:/a noi, giovani, apriamo i vetri/rinnoviamo l’aria chiusa…”). Discussione in cui poeti che si avvicendano esprimono i loro punti di vista sulla poesia ”…la vera poesia deve torturare,/deve scavare, ardere,/e rendere l’anima incandescente,/e rivelando, infine,/che cosa potrebbe essere l’umanità/se voi e noi, tutti insieme, poetassimo,/costringendo ogni grande ideale/ad incarnarsi, puro/dal sangue e dalla sopraffazione,/costringendo a farsi storia,/costruendo un mondo nuovo,/migliore di tutte le utopie,/costringendo il grande Platone a riconoscere/che doveva dare il potere ai poeti/nella sua repubblica!”). I testi che seguono offrono ognuno aspetti della multiforme natura del poeta (giovane, zingaro, muto, cieco, timido etc.) e della poesia, soffermandosi anche sul ruolo del critico: “E il critico, il famoso/e rispettato critico, non faccia/cassa di risonanza, non si senta/un pontefice massimo, ma resti/più di tutti in ascolto, e parli solo/se gli sembra di udirla, quella voce,/e distinguerla in mezzo al gran vociare/rumoroso, indistinto, del marasma/letterario – ai confini d’ignoranza/e vanità, e follia -/dei sentimentalismi o raffinati/cupi intellettualismi,/o solamente astuzie per far soldi.” Il libro è dunque un’ampia e variegata riflessione in versi tra realtà e viaggio a ritroso, tra sogno e disillusione: “In certi giorni, se mi guardo intorno,/sono tentato dal silenzio. Inutile/scrivere, se nessuno legge. I tempi/non ti sono propizi. Dovevamo/scegliere un altro secolo, per nascere,/non questo panorama di cespugli/assetati, che tolgono il respiro/agli alberi che cercano la luce.” (Horror vacui); “Ho il timone inchiodato ad una fede:/che nulla in questo mondo si distrugge/del bene che facesti, e che resiste/al di là d’ogni assedio/beffardo, arido, ingrato./Nutrite da radici/invisibili, arcane,/fra tante inenarrabili macerie/dormono gemme innumeri – sepolte/sotto la neve e il fango della storia -/d’innocenza ferita, di giustizia/offesa, sopraffatta, ed infiniti/pensieri, opere, gesti/ribelli, volti a sollevare il peso/greve, opaco del male,/a rompere la tenebra tenace.” (Rileggendo i miei versi); “Poesia/non è contemplazione solitaria,/ma vive solamente se tu cerchi/nel silenzio l’ascolto/dei tuoi simili, uniti alla tua sorte/umana: ogni parola/dentro di te sofferta,e misurata/nel canto, è pura offerta/d’amore che fruttifica lontano/nel tempo.”; “tu che volevi veramente/l’immaginazione al potere,/quella mattina tu, alzandoti,/t’accorgesti, d’un tratto,/d’esser rimasto solo a marciare,/mentre già tutti, o quasi tutti, intanto/già s’erano seduti,/attorno a te, dietro di te, nell’apparato/efficiente, nella nuova burocrazia,/nella routine quotidiana, nella grigia/normalità del sistema.” (processo a Majakovskij).

La discussione tra i poeti giunge infine alla conclusione: “Ognuno è andato via, portando con sé il peso della sua prosa e della sua poesia. La prosa dei suoi problemi pratici, la poesia delle sue speranze, o delle sue utopie. […] Sfortunato quell’uomo che nella sua fatica terrestre non sentisse il bisogno del canto, suo o di altri; sventurato e destinato ad appassire quel mondo dove si fosse inaridita o spenta, nelle stagioni della sua storia, la voce della poesia.” “Prosa avara del vivere, ne leggi/ogni giorno una pagina. Tu stesso/Devi aggiungere i versi, per resistere.” (Epilogo) gn

*

Giovanni Campus, nato in Romagna, a Cervia, nel 1930, da famiglia sarda, dopo l’infanzia trascorsa fra Romagna e Toscana (nel Casentino), compie gli studi in Sardegna, laureandosi a Cagliari in Lettere Classiche con una tesi sul Problema della morte nei Ricordi di Marco Aurelio. Ha insegnato a lungo nei licei. Vive a Roma. Ha sempre svolto intensa attività pubblicistica su quotidiani e riviste specializzate, sia nel campo letterario sia come critico cinematografico.

Dopo le prime Undici poesie (in Ichnusa, segnalate nel 1960 al Premio Cervia), ha pubblicato Salmo notturno (Laterza 1983, entrato nella terna finale del Premio Viareggio Opera Prima 1984), Mediterranee (Edes 2003, vincitore nel 2004 del XIX Premio di Poesia “Giuseppe Dessì”) e Quotidiane (Edes, 2007).

Sebastiano AGLIECO “Radici delle isole” – I libri in forma di racconto

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“Vorrei che questo libro fosse letto come un racconto dell’attenzione e della cura, non come un saggio letterario. Non si discute alcuna teoria. Si indica, piuttosto, un compito: il racconto dei libri, degli incontri che li hanno preceduti e accompagnati, come ci cercano e ci accompagnano le presenze nel corso dei nostri anni”. “(Il libro) è dedicato al lettore: un lettore responsabile, che sa leggere con libertà, che costruisce le sue parole intorno ad altre parole, alimentandole della fiducia del senso e riportandole al duro cemento.”

Radici delle isole di Sebastiano Aglieco (La Vita Felice, Milano 2009) è dunque ben più di una raccolta di scritti – saggi, recensioni, note di lettura; è una riflessione ininterrotta sulla scrittura, sulla vita, sui libri letti, con l’impiego d’una prosa intensa e poetica. Ed è questa la ragione della sua attualità, a distanza di due anni dalla sua uscita, della sua probabile tenuta nel tempo. Un libro profondamente etico: “Meglio un poeta in meno se egli si fa servo del mondo, dei suoi riti millenari di morte e asservimento.” “Scrivere è, per me, una specie di esercizio spirituale. Cerco di scrivere tutte le mattine, con la stessa regolarità con cui si pronunciano le preghiere.” “Spezzare i legami coi padri e coi fratelli. Essere autenticamente liberi. E’ l’unico modo per fondare un giudizio che non debba più niente a nessuno.” Anche se “Siamo tutti fatti di ciò che ci donano gli altri.”, dice Tzvetan Todorov richiamato dall’autore.

Emerge da questo libro una fisionomia del poeta: “Noi non siamo i tappeti della modernità. Siamo una stanza, una piccola stanza grigia e spoglia, con una sedia. Noi offriamo il silenzio necessario che la modernità rifiuta.” La poesia, però, “non è il mondo e non deve coincidere col mondo. Il mondo è il suo campo di battaglia, non può allearsi col mondo. Poesia è coscienza del mondo. E’ il mondo che si pensa. E’ il grande Narciso pensante e senziente che la modernità ha cancellato, riducendo il suo sguardo a moncherino, a protesi di se stesso. Se questo sguardo coincidesse con il mondo, totalmente, sarebbe condannato ad annegare come il Narciso moderno.” Perché “alla poesia compete il rischio necessario del dichiarare, che è cosa diversa da ricostruire dei fatti.” Anche se “La parola è condannata a tornare ai suoi ranghi, alla preghiera quotidiana. Gli occhi ciechi devono guardare, percepire con prepotenza i pochi lacerti di luce se non vogliono annegare nell’illusione che il mondo è solo ciò che si vede. Perché non può esserci distanza tra le parole e le cose.” “Vorrei parlare dell’ombra come del luogo in cui le cose si formano; ma anche del luogo in cui le cose, le parole, decidono di abitare per ritegno, in onore della sottrazione. /…/ Una poesia che si espone alla piena luce è condannata a bruciarsi. /…/ e quando si compie il passaggio necessario del mostrarsi, del venire avanti, al poeta non spetta più il giudizio; al poeta è dato solo il tempo del morire un poco. Ogni poeta, è vero, conosce una solitudine tutta particolare che gli deriva dalla convinzione di avere creato qualcosa di assoluto; assoluto per sé, prima che per gli altri, quindi autenticamente tragico; esposto, nudo. E’ questo atto inaudito della creazione che ci autorizza a chiedere il pegno dell’attenzione. Prima del rientrare, prima dell’esporsi nuovamente all’ombra, questa attenzione da parte degli altri è dovuta.”

Si parla di poesia, che mai prescinde dalla dimensione umana e terragna dello scrivere, e cosmica, del vivere: “Scrivere è un peso, non un passatempo. E’ duro scontro con la pietra viva delle nostre ossa. Quando un poeta muore ci consegna il dono dell’incompletezza. Sta a noi proseguire da dove egli si è fermato. […] Un elenco telefonico di nomi che mai si leggeranno, persi nell’indifferenza e nel silenzio, sacrificati per uno solo di loro, in nome di un atto antico come il mondo: occorre che tanti muoiano perché uno sia salvato. Piccole afasie, sviste, slittamenti, dimenticanze: sono gli atti di chi legge: omertà della Storia, vigliaccheria della Storia.” Cosa è in fondo la grandezza? “I grandi sono dei gran bastardi. Prendono senza dire. Hanno bisogno di fagocitare per diritto a esistere. In questo modo noi santifichiamo la violenza del mondo, autorizziamo il metodo, le epurazioni della Storia. I veri grandi si spogliano, rimangono nudi e si fanno guardare: “Sono tutto qui. Mi vuoi?” Il compito della poesia allora è anche: “essere nel tempo, all’altezza del tempo, pena il silenzio. Essere luogo e fiato. Lacerarsi nell’impoetico. Accettando il tempo, accetto di morire, accetto di essere divorato con tutte le mie parole. Accetto di non essere potente.” Allo stesso tempo “scrivere poesie presuppone il gesto della consegna, che è dono nella gratuità, e investe il lettore di un compito. […] La scrittura è ancora atto del graffiare sulla materia sensibile, dello sporcarsi le mani nei segni e disegni incisi nel grande libro dove la foglia, il foglio e il figlio sono la stessa cosa. La scrittura è transeunte: permette il passaggio e non rimane, ma rivive, nell’urgenza del nostro tempo, del nostro essere qui, ora.” Un gesto della consegna non isolato, ma dentro un percorso infinito di dono e restituzione: “Io chiamo te, lettore, nella trama della mia storia che può esistere solo perché un altro lettore ha aperto la porta, ha permesso che io entrassi. Il testo, quindi, ci chiama al compito di rievocare – nel tempo presente che infinitamente si ripete e chiede senso – un nome.”

Sebastiano Aglieco è un maestro, un maestro vero, e speciale, per sensibilità e cultura, la cui didattica non potrà mai trovarsi in un programma ministeriale: “Ciò che si ottiene, insegnando, non è certamente quello che i professori pretendono e prevedono. Insegnare vuol dire leggere nell’altro la propria sete, la propria perdita. Insegnare, oggi, vuol dire abitare lo stato di precarietà insito nel divario tra la richiesta di una prestazione sociale – il contratto che l’insegnante firma davanti alla comunità – e il viaggio solitario negli abissi dell’anima. Senza reti di protezione e senza conforti. Anzi, assumendo spesso il ruolo di un guerriero compassionevole. Perché solo il guaritore ferito può guarire.”

Il libro racconta le opere di novantuno autori italiani contemporanei, un lavoro ragguardevole ma senza azzardo di antologizzazione; che non vuol essere neppure “la stesura di un catalogo di giudizi”; bensì il tentativo di “una mano gentile e acuta che conduca i poeti e la poesia verso la propria chiarezza.”: per “l’obolo che dobbiamo quando qualcuno ci parla”.

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Sebastiano AGLIECO

RADICI DELLE ISOLE

I libri in forma di racconto

La vita felice (Milano, 2009)

“TRANSITI”. Recensione di Marco SCALABRINO

Nuscisquadernopoien

Ringrazio di cuore l'amico Marco Scalabrino per il suo intervento critico su "Transiti"

 

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Un fausto incontro quello fra Giammario Lucini, avveduto editore valtellinese, e Gianni Nuscis, talentuoso autore sardo. Tanto che Lucini ha scelto Nuscis, che “mi ha sorpreso per rigore stilistico e spessore tematico”, e lo ha inserito nel novero dei primi cinque autori da pubblicare nella collana a sua cura denominata I QUADERNI di POIEIN: Arnaldo De Vos, Annamaria Ferramosca, Valeria Serofilli, Daniela Raimondi e Gianni Nuscis appunto. “L’obiettivo della collana – illustra Lucini – non è di presentare dei nomi particolarmente importanti fra i poeti di oggi ma piuttosto di avanzare delle considerazioni peculiari sulla poesia attraverso aspetti che un poeta contemporaneo rende evidenti nella sua opera”; aspetti che ogni quaderno, “oltre a fornire alcuni elementi interpretativi della poetica degli autori, cerca di tematizzare”. 

Transiti è la raccolta inedita di Gianni Nuscis, la sua quarta raccolta, inclusa nella monografia numero 4 de I QUADERNI. 

La scelta del titolo del volume, Giovanni Nuscis la parola e lo spessore, non è casuale. Su entrambi i termini costituenti il dettato del Nostro, parola e spessore, così intrinsecamente legati, sia Lucini che lo stesso Nuscis si soffermano con convincenti esposizioni. Afferma Lucini: “Si dice che un’opera ha spessore quando la sua lettura provoca, nel lettore, una reazione duratura nel ricordo e significativa per la sua sensibilità. Lo spessore dell’opera d’arte consiste nel redimere le visioni della realtà banalizzate o comunque lise dalla frequentazione culturale, presentandole in una veste originale, da altre prospettive, per mezzo di invenzioni capaci di liberarle dalle incrostazioni delle interpretazioni sedimentatesi nel tempo, per restituirle cariche di ulteriori significati. Questa diversità dello sguardo è la cifra, la forza dell’opera d’arte, il suo spessore, e tanto più essa investe gli aspetti più convenzionali della cultura, tanto più il suo spessore è rilevante; non in argomentazioni oggettive ma nella sua capacità di tradurre in un linguaggio appropriato un mondo diverso, vero per sé stesso e non per dimostrazione logica. Nel pensiero poetico [difatti] il ragionamento non viene esplicitato perché il poeta non ha bisogno di dimostrare nulla, ma soltanto di alludere alla verità soggettiva che egli sente. Nuscis è uno che riflette molto e questo suo tratto è ben visibile nel suo lavoro. La tensione etica che si rileva nei suoi testi è frutto di questa sua riflessione, di questo confronto interiore e sofferto con il mondo, di questo dialogo problematico fra emozioni, sentimento, sensazioni, pulsioni e razionalità. Il ribollire di Nuscis è a fuoco lento, è segnato dall’osservazione, dall’interrogazione, da una calma più disciplinare che caratteriale. La sua scrittura sembra lasciar trasparire questa tensione fra energia creativa ed esigenza della misura, dell’equilibrio e anche del trovare la forma appropriata ad esprimere un verso armonizzato col senso del messaggio poetico.”

E Gianni Nuscis puntualizza: “Credo nella centralità della parola, nella sua capacità di addensare significati e suoni, di rappresentare o evocare mondi fisici e interiori, chiaroscuri di senso e silenzio, visione e assenza. Il lavoro sulla singola parola è fondamentale, assieme a quello sul verso, in una concatenazione armoniosa di musica e senso; valutando innanzitutto la sua necessità, le sue implicazioni semantiche e foniche. Nella parola e per la parola, in poesia, ci si gioca tutto. Leggo e rileggo fino a quando non mi convinco della loro adeguatezza e insostituibilità. La poesia nasce dal quotidiano, originata da incontri, letture di giornali e di libri, fatti e situazioni personali o collettive; nasce dalla parola, dalla sua musica combinata con quelle di altre parole; nasce nell’abbandono, nella libertà di spaziare nei paesaggi della fantasia seguendo un susseguirsi di visioni, un ritmo, una melodia che le attraversa. Ciò che ne deriva, rompendo percorsi fono-sintattici convenzionali, ha talvolta una bellezza, una verità e un’originalità inaspettate, rivelando un volto inedito del mondo e di noi stessi”.  

E veniamo infine allo specifico di Transiti. Gianmario Lucini asserisce: “Giovanni Nuscis è uno abituato a chiedersi la ragione della sua scrittura (attento ossia alla deontologia del suo essere poeta). La poetica di Transiti, il suo messaggio ideale, è duplice: da una parte la riflessione sul passaggio (“transito”, appunto) dall’età del protagonismo e della esuberanza, all’età della consapevolezza e della maturità segnata dal disincanto, dall’altra di nuovo una riflessione sul tempo e il senso del tempo, come passaggio da senso a senso dell’uomo nel mondo. Lo stile appare svincolato da qualsiasi forma e sembra cercare più una consonanza emozionale con il contenuto che con una qualche forma di abbellimento estetico. La parola è sempre affilata e talvolta secca e dura ma non cerca mai di arruolare artifici retorici per accreditarsi più valida e più incisiva. Siamo di fronte a una poesia scarna, sobria, asciutta, preoccupata, quasi con orgoglio, più della qualità dei suoi indumenti che delle trine e dei merletti: stoffa buona, più che fronzoli”. 

Quanto esposto mi pare sufficientemente emblematico della poesia di Gianni Nuscis, ne dà un quadro abbastanza esauriente, definito, e pertanto non ritengo di dovervi aggiungere alcunché. Tuttavia, partendo dalle centrate osservazioni sopra esposte, giusto per avvalorarne la bontà, desidero riportarne talune delle formulazioni, delle invenzioni liriche, degli esiti più felici. 

Transiti consta di soli trentuno brevi componimenti. E nondimeno sono parecchie le esemplificazioni convenienti, in ognuna delle quali sta a noi rinvenire le attinenze relative alla esperienza individuale, i rimandi alla attualità sociale, la visione del mondo del nostro autore: puntare / al chiarore che giunge dai vetri; si andava per caldaie / d’ospedale … mangiatori di patate e laureandi / tra i chiaroscuri di un ventre / pulsante e reietto … in quel misto di unto, discorsi / cambi di turno; ci fermiamo o incespichiamo / ovunque con una smorfia … nessuno più è maestro per sempre; l’autunno coi baffi nevicati … disarcionati spesso al primo tuono; occhi che s’incrociano / dalle tribune precarie di due corpi; violenza garbata siede / ora sui troni di parole … animale impalpabile e concreto … fintamente dimesso / gigiona minaccioso tra i sondaggi; voli col tuo sogno di polline / e il corpo niveo resta immobile / ad accogliere la cesoia dall’alto … una farfalla si posa / e ti si annuncia come un angelo; vedo dai tuoi occhi / il mio salto di rana sugli anni; vecchie girandole / che sembrano nuove / dove a cambiare / è solo il fiato / che le fa andare; molte le braccia intorno / setole di scopa a mondargli / umore e coscienza. / Sui bordi  della piazza / nei volti smagriti degli astanti / il piacere di predirgli una fine / non diversa dagli altri … parole / come coriandoli di terra / che ci seppelliranno; tutto torna / nella gabbia sfondata del tempo … e tu ricordi certo mani / che ti cullavano / la voce che ti accompagnava / credendo / che non t’avrebbe abbandonato; arrivano gli altri, tanti, / scollati dalle sue tivù / per trascinarsi in stampelle / fino a Piazza del popolo … “per la sua fede certa / per gli ideali alti / avrà un posto / di ministro o senatore”; la bocca del vento / bacia i nostri passi; gli aghi del maestrale / sul viso smunto dell’inverno; tovaglia scossa dopo il pasto / e poi rimessa / per nuovi clienti; quindici rami dove / cantavano molti uccelli / dalle mete imprevedibili; ali d’aquila sono / le bianche camicie dei padri / sospese nell’aria … e s’impennano gli sguardi / cercando la ragione del salire / della molta fatica richiesta. 

In chiusura, ben meritevole, a mio avviso, di essere riportato per intero è il testo a pagina 33 Matrioske: Vi tengo tutti dentro / con amore e rispetto voi / che col mio nome / vi siete divisi il mio sangue / il mio tempo. / Vecchi ormai vi incrocio, / e ad ascoltarvi mi fermo curioso / e commosso dai racconti che mi fate / di voi di me dell’estraneo che divento / poco a poco. (Marco Scalabrino)

TRANSITI

Giovanni Nuscis

puntoacapo 2010  

 

 

Luisella PISOTTU “Graffiti”

graffiti di luisella pisottu

 Di Luisella Pisottu, nata e residente a Sassari, esce nel 2010, dopo i libri di poesia In vortice obliquo e Tra spirito e  respiro entrambi editi da Il filo, la raccolta Graffiti, per i tipi di Albatros.

I graffiti sono pitture murali o, in senso figurato, segni lasciati da un civiltà scomparsa. Ma al di là dell’etimologia (graphium=stilo) il termine  evoca anche i graffi lasciati sulla pelle da qualcosa o da qualcuno; è nostro destino di viventi e di artisti riceverne  prima di tracciarne sulla pagina, o su una tela,  su uno spartito? Forme alte di consapevolezza passano infatti spesso attraverso l’esperienza del dolore. A questo riguardo calza a proposito la bella citazione di Walt Whitman a inizio del libro (Lettore, in te palpita la vita, tu fremi d’orgoglio e amore:/sei come me, lettore/Ed io perciò ti dedico i miei canti”). Il poeta non è dunque diverso dal lettore sul piano del sentire.  Il lettore potrebbe anzi “fremere d’orgoglio e d’amore” ben più del poeta.

Il libro è suddiviso in tre sezioni (1° Dee, voci del femminile; 2° Solitudini metropolitane; 3° Terra sarda), la prima, preceduta da tre poesie. Nella prima sezione, diverse sottosezioni sono titolate a deità al femminile: Ishtar, Afrodite, Era,Persefone Kore, Demetra, Artemide, Estia e Atena.

 “Nati per accarezzarci/in pelli di luce, aria salmastra/incunearci nella danza/del respiro pausa respiro./Ritrovare la magia/del sole disteso tra spighe e fiato.” Questi versi ci fanno subito intendere la forza vitale dell’autrice, la sua idea sulla nostra naturale vocazione di umani, che è anche il nostro sogno immarcescibile.  “Frugare dunque nelle tasche della vita/…/come bambino che rapito dal gesto/segua il movimento delle mani”. Un accondiscendere alla vita che va  al di là della ragione, assecondando uno sguardo creaturale sulle cose come fanno i bambini. Quello di Luisella è uno sguardo a tutto tondo; ma anche uno sguardo che si sofferma, che sembra cercare e cercarsi, assumendo talvolta lo stupore e il  linguaggio degli antichi adoratori delle divinità: “Natura, dea dimenticata//rimossa nei giri di ruota del giorno/quotidiano delirio/di mete virtuali…”; il rifiuto pure solo parziale dell’“oggi” può portarci così a rimpiangere quelle che pensiamo essere state le sensazioni di chi ha vissuto in tempi lontani. Ma il ritorno può intendersi non soltanto al passato, ma anche al tempo prossimo e personale della propria infanzia: ”ricordati solo//bambino//Restituisciti libertà/di pulsare vita”.  Un cammino verso ciò che l’esperienza ci rivela, col passare degli anni, essere stato essenziale per noi, tolto il contingente e il superfluo:  “Non aver necessità d’altro/che essere/pienamente, intensamente come/destino chiede/e quasi mai ognuno risponde.”

Restare dunque dentro la natura, non rifuggirla, all’unisono col suo battito impercettibile; serbando memoria di ciò che siamo stati individualmente e collettivamente; ricordando il senso di altre vite e della nostra, per non disancorarci in una alienazione disperante.

Se la storia è maestra, la natura è madre, e dalla madre e nella madre inizia e si conclude il ciclo della vita. Il concepimento, l’attesa e la nascita trovano qui un loro spazio di rappresentazione, specie nella Sottosezione dedicata a Demetra (Madre terra" o forse "Madre dispensatrice", probabilmente dal nome Indoeuropeo della Madre terra *dheghom mather") che nella mitologia greca è la dea del grano e dell'agricoltura, artefice del ciclo delle stagioni, della vita e della morte, protettrice del matrimonio e delle leggi sacre). “Accendo candele per propiziarmi/la dea dell’attesa, del viaggio senza fine/intorno a te che ogni volta si compie.” “Osservo senza esser vista/il ciclo naturale che si compie/così, con la naturalezza di una risata./Donna di pensieri io, assorbo dagli occhi/luce che dono al presente,/mio ventre”. Ancora: “La donna gravida, corpo-mistero/porta dentro/il bene che non può vedere./E’ la domanda,/trepidazione”. E questa poesia toccante: “Mia poesia/mi raggiungi nel sospiro insonne/della notte/buio e sillabe/perduta io nel terrore dell’imprevisto./Ho temuto per la vita/dolce angelo.//Questo spazio è per te, piccolo guerriero/questo stare e crescere insieme/cui mi affido”.

 La sezione Terra sarda, ultima delle tre,è invece dedicata alla Sardegna, a iniziare da Sassari: “Ombra di febbraio scivola discreta/sui muri di via Luzzati, un passante./…/E’ tutta qui raccolta nel suo/centro di palazzotti ermetici/parla il linguaggio della solitudine fiera/prima che mercatini urlanti/ne svendano i sogni.” Ma vengono qui descritti altri luoghi definiti (Monte Oro, il viale dei Pini, dove l’autrice vive, Golfo dell’Asinara, Orosei, Cala Ginepro, la 131-Carlo Felice), o indefiniti ma intuibili, segnati dalle stagioni, a iniziare dall’invernale (e apparente) ritrarsi della vita: “Resistere all’abbandono/tendere mani all’universo/lasciare il campo/quando tutto è compiuto.” Stagioni, quelle descritte, dove da ultimo non sembrano primeggiare le brume, il freddo, ma il risveglio imperituro a nuova vita, dove “la fioritura si fa strada nel silenzio”, dove “Il bocciolo offre il nucleo al tepore./Non sappiamo quale regalo/per chi saremo”.

La scrittura di Luisella Pisottu ha una sintassi lineare, con uso frequente di aggettivazione e di verbi declinati all’infinito, praticando spesso l’elisione degli articoli dai sostantivi. Si nota una ricerca di immagini efficaci attraverso l’impiego di metafore e sinestesie.  Un percorso poetico, quello dell’autrice, fatto innanzitutto di vita e di esperienze, dell’ascolto di sé e del mondo per  una consonanza profonda con esso, per un’esistenza vissuta fino in fondo. GN

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Luisella PISOTTU

Graffiti

Albatros (2010)

Prefazione di Lucia Antista

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Incontrarti

quando il mondo perde margini

sospesi sul vassoio di sguardi

a catturare il suono del possibile

la carezza conosciuta

il battito che insiste

quando già e ancora lo penserei disperso.

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Persefone

Madre

ho visto la morte

era fredda

abbandonata ogni dolcezza

nei tratti

parole di pietra

nei sogni

carezze

usci socchiusi.

I tuoi figli scatole di ventre

pezzi d’occhi lasciati al ricordo

sospesi da un dio che non vediamo.

Le tue iridi

quali campi hanno raccolto?

E se il viso si scompone

in un sorriso

da che parte voltarmi

per vederlo e non sentirmi sasso?

*

So che esiste

il luogo di luce in cui riporre

dilemmi, angosce d’inesistenza.

Carne, ossa, sangue. Vita che amiamo

e ci sgomenta.

Cellule in cerca di pace

su immagini oniriche che ancora stupiscono.

La vita è pianto silenzioso, ingegno

sapere che tutto passa

in un velo, in un battito sospeso.