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Massimo SANNELLI: un Maestro. La sua Scuola di poesia

simposio

Di rado capita di incontrare dei maestri autentici  per  sapienza e altezza dei loro insegnamenti. Massimo Sannelli, poeta, critico e studioso, lo è.  

Cura da mesi sul blog collettivo "La Poesia e lo spirito" una scuola di poesia. Ne propongo la sua 11° lezione (qui  la restante parte del post che comprende i commenti)(Qui le lezioni  precedenti)

L’ascolto è forse il migliore modo di ripagarlo della gratuità e generosità del dono. 

1

Lettore, leggi questa dichiarazione di Milo De Angelis: «[…] il mio primo maestro fu Franco Fortini, uomo inflessibile, ossessionato dal giorno del giudizio. Con lui, per anni, ho trascorso interi pomeriggi a discutere un andare a capo, come se dalla riuscita di quella poesia dipendesse il destino del mondo. Ancora di più: dipendesse la felicità di chi *in quel momento* passava per strada, ci sfiorava sui marciapiedi. Folle e preciso intreccio di esistenze. Era il tribunale delle parole, il luogo a cui presentarsi senza colpa, il luogo in cui tutti i poeti venivano chiamati a rispondere delle proprie pagine, venivano chiamati a giudizio. E d’altra parte il discorso giuridico continua ad accompagnarmi. Oggi insegno in un carcere di massima sicurezza» («Italian Poetry Review», 2 [2007], p. 475). Tanto può l’*imprinting*, dopo anni, e non era altro che la riscoperta della parola come légge. E poi ascolta: «Una guaritrice, con le sue formule mormorate il cui significato nemmeno lei capisce, o un sacerdote che pronuncia preghiere, parti delle quali sono a lui stesso incomprensibili, non sono affatto fenomeni assurdi, come superficialmente può sembrare. Non appena quella formula viene pronunciata, è indicata e fissata la relativa *intenzione* – il *proposito* di pronunciare la formula. Si stabilisce così il contatto tra parola e personalità, e dunque è compiuto l’atto più importante» (Pavel A. Florenskij, Il valore magico della parola, a c. di G. Lingua, Medusa, Milano 2003, p. 74). Tanto basta a dire qualcosa di utile, rispetto ad identificazioni troppo facili della *cosa* con la *chiarezza*. Il performer religioso – guaritrice o sacerdote – non capisce le sue formule e le sue preghiere; quindi non gli sono chiare, e ancora meno saranno popolari; eppure la guaritrice e il sacerdote fissano «il proposito di pronunciare la formula», che sarà efficace all’esterno della bocca.

Così la formula è stata *pronunciata* [non solo *pensata*]. La «volontà di dire» compie [nel sistema di fede di Fortini e di Florenskij] l’azione. La parola giusta funzionerà, e l’enjambement a cui si dedicano «interi pomeriggi» sarà valido su due piani: per dignità estetica e per importanza [e per impegno *totale*, compreso il corpo] della «volontà di dire». E quell’importanza è *magica*. Io ci credo? E tu?

2

Lettore, quello che dice De Angelis è inquietante. Perché ci costringe ad un aut aut: O il «destino del mondo» – meno enfaticamente: la felicità dell’uomo in strada – è legato ad una NOSTRA espressione (non del mondo e non dell’uomo della strada); O non lo è, non è vero, e non è sano pensarlo. Qui non posso insegnarti nulla. Devi scegliere, e la tua risposta non può essere né bigotta né materialistica. Devi dire perché condividi questa idea dell’uomo inflessibile (Fortini) e del servo fedele (Florenskij); non basta enunciare la tua accettazione; oppure: devi dire perché la rifiuti, non solo enunciare il tuo rifiuto. Io accetto l’idea, ma – ripeto – in questo caso non posso insegnarti nulla [ma credo che Florenskij abbia colto nel segno: l’efficacia esterna corrisponde ad un’adesione interna, che non è l’«esecuzione [farisaica, formalistica] di un’esecuzione», ma la vera pura onesta esecuzione di *quel* gesto *quella* parola e *quell’*«andare a capo»]. L’ho scritto in un testo per Federico Federici, anno 2006: «Al suo orecchio la parola non è più una serie di lettere. Ora la lingua si muove per se stessa. Scrive, e ha l’impressione che sbagliare una parola, un suono, un ritmo, porti dolore ad altri. Non dubita che *dall’altra parte del mondo* qualcuno morirà, se sbaglia una parola. Sulla tastiera, per una lettera imprecisa, cancella l’intera frase, anche più volte. Pronuncia poco i nomi propri, anche quello della donna che ama, perché *il nome è sacro*. […] Se la non-ragione gli permette di credere alla parola sacra, ogni parola è un’icona. Venera la poesia». Queste cose sono diverse dalla poesia che conosciamo. Credendoci, non da oggi, ho sempre detto che non sono un poeta. E poi: se la poesia non è questo, e non è ciò di cui parlano De Angelis e Florenskij – a me della poesia non importerebbe nulla. Davvero: nulla.

Il paradiso e la felicità *altrui* sono garantiti da una tua parola poetica *corretta*, ma il «tribunale delle parole» ti giudica, se sbagli. Quell’«intreccio di esistenze», che comprende la tua parola e la mente dell’estraneo «sui marciapiedi», è vero o falso. E queste parole di De Angelis, e di Fortini da lontano, e di Florenskij che le precede e le integra – tu puoi considerarle la più alta sapienza del mondo o la più demenziale superbia. Il salmista chiede all’Eterno: «Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi?» (Salmo 8,5); e che cosa è la parola dell’uomo per salvare estranei e sconosciuti? E può, secondo te? Può *veramente*? E Dio si ricorda *veramente* dell’uomo? E che la parola abbia o meno effetti – perché un «uomo inflessibile», un comunista, un traduttore di Brecht *ci crede*? Perché ci crede De Angelis, che non è un bigotto? E se avessero ragione – oseresti ancora scrivere senza «il contatto tra parola e personalità»? Se una tua frase riuscita rendesse felice anche chi non ti conosce e non ti legge – come scriveresti? Perché qui non si tratta di autori e lettori, ma di rendersi angeli per sconosciuti, in quanto autori. Non è facile dirlo, e ancora meno crederci. Se non ci credi – come spieghi questa fede in un uomo come Fortini? Ecco, la ragione è ferita un’altra volta.

[25 marzo 2008, giorno dell’Incarnazione]

                                                                                         Massimo Sannelli

Notizia.
La bio- è tutta spostata sulla -grafìa dei libri firmati da Massimo Sannelli (nato nel 1973, vive a Genova). Gli ultimi sono "Venti sonetti" (La Camera Verde, 2006); "Lo schermo" (Feaci, 2006); "Philologia Pauli. Il corpo e le ceneri di Pasolini" (Fara, 2006); "Nome, nome" (Inedition, 2007); "Huit poèmes" (trad. di A. Raos e E. Suchère: Contrat Maint, 2007); "Amanuense" (Cantarena, 2007); "inversiOn" (trad. di C. Daino: Dusie, 2007) e la traduzione di "Su un Io Colonna" di Emily Dickinson (La Camera Verde, 2007). Di prossima pubblicazione traduzioni da Susana Gardner e da classici indiani, più la raccolta delle interviste ("Al popolo futuro. Dialoghi", Cantarena, 2007). Vive a Genova.

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