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Voci della poesia romena contemporanea: Robert ŞERBAN

Robert Serban foto 1 (2)

Per presentarmi un po’

vengo da un paese

in cui le croci

non fanno

mai

le ragnatele

agli

angoli 

desiderio

voglio scrivere

come se nascessi

pieno di sangue di pezzi di pelle e resti di carne

come il grido forte

prolungato

di un barbaro che ha rinnegato i suoi

in una foresta di statue romane

che lo guardano con disgusto e disprezzo

voglio scrivere

con un rotolo di parole

versi che escano dalle pagine

e si aggrappino alle pareti alle finestre alle porte

come fili d’un ragno che acchiappa l’insetto gigante

che si sta preparando a divorarlo

e

impazzito dalla paura

tesse senza posa incessantemente

finché si fonde

nei fili che si tendono – una camicia della morte

troppo grande

e

troppo sottile

Vita in una città

la vita in una città

dove nessuno ti conosce

non ha un cuore

gli unici battiti che senti

sono quelli delle campane che annunciano

le ore esatte

nessuno ti conosce qui

e quelli che ti sorridono

sono soltanto allegri o stupidi

o neanche sorridono a te

ogni volta che attraversi la città

il tuo cervello si ammorbidisce un po’

e dimentica

così come l’asfalto fuso su cui cammini

non ricorda

nessun’orma tua

per quanto fosse forte

o sicura

Luogo

conosco il luogo

dove il vento

gonfia

i polmoni dei morti

e poi

li alza

al cielo

Litania

Dio buono,

che fortuna che sei lassù

tutto il tempo

perché mi possa aggrappare

a Te

di tanto in tanto

giocattolino da un soldo

spesso mi rallegro di cose così insignificanti

che sospetto me stesso

di non sapere bene cosa voglio dalla vita

sono alla sua metà e

mi piace credere che

ciò che vedo lontano lontano lontano lontano

piccola

come un giocattolino da un soldo

è la mia propria morte

In alto il cuore

sono salito sul tetto della casa

in cui mio padre

il nonno

il bisnonno

sono nati

e

hanno vissuto la loro vita

l’ho cavalcata

come si cavalca un cavallo

se si ha mai questa fortuna

e mi sono aggrappato con entrambe le mani

alla chioma del tetto

ho sentito il cuore in alto

come mai prima

e dovetti chiudere gli occhi

perché non schizzasse da lì

e cominciasse a volare

Da Morte ultrafine (Moartea parafină, 2010)

Versi di Robert Şerban

Traduzione italiana di Afrodita Carmen Cionchin

Robert Şerban

Nota biobibliografica

Robert Şerban, nato nel 1970 a Turnu Severin (Romania), è poeta, scrittore e giornalista, membro dell’Unione degli Scrittori di Romania. Nome affermato della poesia romena contemporanea, è vincitore di importanti premi letterari. Ha pubblicato le raccolte poetiche: Fireşte că exagerez (Certo che esagero, 1994), Odyssex (1996), Cinema la mine-acasă (Cinema a casa mia, 2006), Moartea parafină (Morte ultrafine, 2010). È coautore dei volumi di poesia: Pe urmele marelui fluviu / Auf den Spuren des grossen Stroms (Sulle tracce del grande fiume, insieme a Nora Iuga, Ioan Es. Pop, Werner Lutz e Kurt Aebli, poesia e prosa, 2002), Timişoara în trei prieteni (Timişoara in tre amici, insieme a Dan Mircea Cipariu e Mihai Zgondoiu, 2003), O căruţă încărcată cu nimic/ Ein karren beladen mit nichts (Un carro carico di nulla, insieme a Ioan Es. Pop e Peter Sragher, 2008). Nel 2009 ha pubblicato in Germania il libro di poesia Heimkino, bei mir (Pop Verlag) e nel 2010, in Serbia, il volume bilingue Биоскоп у мојој куђи/ Cinema la mine-acasă (Meridijani). 

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“u principinu” di Mario Gallo. Recensione di Marco Scalabrino

U PRINCIPINU

L’immagine scelta per la copertina è quella del principinu sull’asteroide B 612, il pianeta d’origine del principinu che è stato visto al telescopio, una sola volta, all’incirca nell’anno 1920 da un astronomo turco. Altrove abbiamo rintracciato quella del principinu che “approfittò, per venirsene via, di una migrazione di uccelli selvatici” o quell’altra del principinu nel “miglior ritratto che riuscii a fare di lui più tardi”. Quale comunque che essa sia, sono tutte immagini assai belle, le quali, è risaputo, sono creazioni dell’autore stesso di LE PETIT PRINCE, ovvero dell’aviatore-scrittore francese Antoine De Saint-Exupéry.
Per questa illustrazione e per le successive, la più parte a colori, assodata la felice collocazione rispetto al progredire della narrazione, un primo aspetto che ci colpisce (che c’entri la globalizzazione?!) è che questo volume, pubblicato in settecento copie col patrocinio della Regione Siciliana, dell’Assemblea Regionale Siciliana e della Fondazione Ignazio Buttitta di Palermo, risulta essere stato stampato in … Germania, dalle Edition Tintenfass.
Non i contenuti e le forme de LE PETIT PRINCE, né i contenuti e le forme della versione in lingua italiana a noi più vicina saranno all’attenzione di questa breve testimonianza, quanto piuttosto i temi e soprattutto gli esiti di questa ennesima versione. Come non mai possiamo affermare ennesima versione, giacché LE PETIT PRINCE, che ci risulti, è stato tradotto ad oggi in oltre 220 idiomi, dall’afrikaans allo zulu, dal bengalese allo yiddish, passando per l’armeno, il bielorusso, il croato, il coreano, il lituano, lo swahili, il tahitiano, il tamil, e perfino l’esperanto, il gaelico, il latino, il provenzale, e ciò fa di LE PETIT PRINCE un’opera universale, una tra le più diffuse, conosciute e lette al mondo. Tant’è che, soltanto in Italia, essa è stata adattata, oltre che nella lingua nazionale, altresì nei dialetti bergamasco, bolognese, friulano, milanese, napoletano, piemontese, sardo, veneziano e, ora, anche siciliano. Alla edizione in italiano curata da Nini Bompiani Bregoli ci rifaremo, comunque, per quegli accostamenti fra gli esiti in lingua e quelli in siciliano realizzati da Mario Gallo dei quali ci occuperemo.
Conosciamo da parecchi anni Mario Gallo, quale Siciliano autentico (benché abbia trascorso grande fetta della sua esistenza fuori dai confini del Triangolo), quale appassionato direttore del periodico fiorentino LUMIE DI SICILIA, quale autore di alcune pubblicazioni tra cui I VESPI SICILIANI, pungente satira di costume; ma in verità egli ci ha sorpreso allorquando, qualche tempo fa, ci partecipò di avere concepito e intrapreso questo progetto e non meno adesso che il progetto vediamo compiuto. Ci viene da supporre che, oltre alla predisposizione dell’animo, oltre all’interesse per la Cultura, il frangente di avere dei nipoti in età adolescenziale possa avere favorito questa impresa.
La lettura della traduzione eseguita da Mario Gallo, che per quanto di nostra conoscenza è la prima in siciliano e quindi essa pure da considerarsi un originale, mentre il testo LE PETIT PRINCE di Antoine De Saint-Exupéry è da intendersi quale l’opera prima alla quale la traduzione fa riferimento, ci fornisce il destro per numerose notazioni sul dialetto siciliano, talune delle quali di seguito riporteremo.
Ad iniziare dalla didascalia relativa alla illustrazione che per prima incontriamo all’interno, la quale, a ben leggerla, si mostra come una sorta di identikit del traduttore e ne “tradisce” nettamente la provenienza. La frase in argomento è: “Jò criu chi iddu, pi jirisinni, apprufittau di na migrazioni d’aceddi sarvaggi.”
Ìu, èu, iè, ièu, iù sono solamente alcune tra le svariate tipologie, qua e là usate in Sicilia, per esprimere il pronome personale “io” e ognuna di esse gli studiosi hanno attribuito a una determinata localizzazione geografica. E così, per dirla col VOCABOLARIO SICILIANO Piccitto – Tropea, “iò” appartiene preminentemente alla circoscrizione “TP 20”, ovvero, verifichiamo nel reticolato della cartina ivi inclusa, alla punta più occidentale della Sicilia, alla provincia di Trapani. Un percorso così sinuoso per proclamare che Mario Gallo è trapanese e che a motivo di ciò le peculiarità che ne denunciano tale provenienza sono insite nella sua parlata e correnti nella sua scrittura; l’impiego esclusivo del pronome “iò” ne è palese riprova. E, per chiudere questo capitolo introduttivo di impressioni, accogliamo la voce di Alberto Criscenti, responsabile culturale della A.L.A.S.D. JÒ, Associazione di Lettere, Arti e Sport Dilettantistici JÒ, di Buseto Palizzolo, il quale, in un suo vecchio pezzo del 1987 di recente ripreso sul numero di Gennaio 2010 del periodico trapanese EPUCANOSTRA, sostiene in proposito che “jò, la forma dialettale del pronome personale io, è diffusa nell’aria della Sicilia nord-ovest, area rappresentata dai comuni di Buseto Palizzolo, Custonaci, Erice, Favignana, Paceco, San Vito Lo Capo, Trapani e Valderice.”
Quella posta in essere da Mario Gallo, apprendiamo, è “traduzioni dû francisi ‘nsicilianu”.
Ecco, notiamo, Mario Gallo utilizza le preposizioni articolate contratte, che egli caratterizza con l’accento circonflesso, per cui troveremo: dû francisi, ê picciriddi, ntô munnu, dâ natura, â storia, pâ virità, nnâ me vita, ô stessu liveddu, pî ranni, nô misteru, cû tiliscopiu, dî cosi, câ so pecura, chî matiti, pû culuri, dî baobab, ntê visciri, eccetera. Forme che sono in buona sostanza quelle proprie della parlata e di questa trasmettono l’immediatezza; mentre, per contro, il siciliano letterario lascia separate le due parti morfologiche e preferisce la soluzione preposizione più articolo.
Il dialetto siciliano: i suoi lemmi che tuttora noi adoperiamo con naturalezza, con proprietà di significato, con i quali assolviamo egregiamente l’esigenza sociale della comunicazione, che fanno parte a pieno titolo dell’odierno, nostro, quotidiano conversare. Orbene, quantunque pregni di vitalità, di attualità, essi sono antichi di secoli, quando non addirittura di millenni; ma di ciò non abbiamo consapevolezza, perché, invero, forse mai ci siamo interrogati in tal senso.
Il siciliano, infatti, le cui radici (diciamo così ufficiali) affondano nel lontano 424 a.C. con la virtuale costituzione ad opera di Ermocrate della nazione siciliana, “Noi non siamo né Joni né Dori, ma Siculi”, è un organismo vivo, palpitante, un organismo capace di resistere alle influenze delle disparate altre culture con le quali si è “incontrato”, capace di acquisire da ognuna di esse quanto di volta in volta più utile al suo arricchimento e di stratificare tali conquiste sulle proprie, originarie fondamenta. E così si avvicendano in epoche successive il greco-siculo, il latino-siculo, l’arabo-siculo, il franco-siculo, l’ispano-siculo, ma in definitiva sempre una lingua, una sola: il siciliano. Le genti Sicane e Sicule che abitavano l’Isola (i primi nella parte occidentale, i secondi in quella orientale) disponevano, osserva Nino Pino “sebbene non sopravvivano tracce”, di uno strumento di comunicazione ben prima che il latino nel III secolo a.C. vi giungesse e dunque il latino e ogni altra influenza, modificazione, arricchimento nei secoli susseguitisi si sono sovrapposti a quel substrato preesistente; “nella conquista della Sicilia – ribadisce Salvatore Giarrizzo – i Romani si scontravano con due popoli che da secoli si contendevano il dominio: i Greci e i Cartaginesi”; e Lucio Apuleio, scrittore siciliano del II secolo d.C., registra che i Siciliani parlavano tre lingue: il greco, il punico e il latino. Ma da allora, e fino al XIX secolo, nei nostri lidi ne sono passati di “ospiti”!
Tra le notazioni doverose su questo lavoro di Mario Gallo è da rilevare, pertanto, quella afferente alla scelta lessicale; scelta che, estraendo appunto dall’incommensurabile patrimonio del nostro dialetto voci, espressioni, soluzioni assai felici, impreziosisce alquanto la traduzione. Ne proponiamo solo pochi eloquenti esempi, con a fianco in parentesi il corrispettivo in lingua italiana: passatera (incidente), ‘nfastiriatu (di malumore), crastu (ariete), prescia (fretta), ‘nfrinzai (tirai fuori), m’abbaggianava (ero molto fiero), tistiannu (scrollò il capo), ntracchiatu (elegante), arrunchianu i spaddi (suggestivo ed efficace persino nella postura che ci sembra proprio di vedere, alzeranno le spalle), na larma chiù ranni (letteralmente una lacrima, poco più grande), pirciannu i cascittini cu l’occhi (per vedere attraverso le casse), scantu (paura), cuddata dû suli (letteralmente tracollo del sole, tramonto), alluccutu (stupefatto), zicchiava (sceglieva), munciuniatu (sgualcito), tampasiari (indugiare), fa attaccari i nervi (è irritante), siddiarsi (letteralmente scocciarsi, annoiarsi), pinnuliannusi (sporgendosi), vavusu (vanitoso), quannu ammicciau (appena scorse), arrusciu (innaffio), astuta (spegne), vecchiu bonentu (vecchio signore), mazzacani (grosse pietre), abbanidduzza (semiaperte), sdirrupatu (in rovina), additta (in piedi).
Prepotentemente nota, mercé la ribalta televisiva spalancatane dal commissario Montalbano di Andrea Camilleri, ma sempre intrigante, la locuzione ci spiai nell’accezione di: gli domandai; da rimarcare altresì l’invariabilità dell’avverbio quantu: quantu pisa, quantu varagna, quanto pesa, quanto guadagna, e parimenti quant’anni avi, quantu frati, quanti anni ha, quanti fratelli, nonché la circostanza che il siciliano difetta del segnacaso da e il segno del genitivo vale per l’ablativo: di nautru pianeta, da un altro pianeta, di luntanu, da lontano, di unni veni?, da dove vieni?, di cinquantaquattranni, da cinquantaquattro anni.
Sin dalle battute d’esordio, queste pagine di Mario Gallo sono una vera e propria miniera di suggerimenti, che ci consentono di argomentare su parecchie delle peculiarità del dialetto siciliano. Una tra esse, saldamente legata al latino, è costituita dalla perifrastica (da perifrasi: giro di parole, circonlocuzione), che in siciliano non è passiva come nel latino e viene resa mutando il verbo Essiri in Aviri. Il latino mihi faciendum est, difatti, in italiano si volge con la perifrasi io debbo fare, o consimili, mentre il siciliano lo rende con aju a fari. E, nel principinu: aviti a pinzari, dovete pensare, si ci avâ diri, bisogna dire, m’appâ fari vecchiu, devo essere invecchiato, tu m’â discriviri, tu mi devi descrivere …
Come del resto è già avvenuto in altre lingue, nel siciliano il verbo Essiri ha perduto, in favore del verbo Aviri, le funzioni di verbo ausiliare: m’avissi piaciutu, mi sarebbe piaciuto, avissi statu, sarebbe stato. Si è verificato inoltre l’evidente ripiegamento del modo Condizionale a vantaggio del Congiuntivo: truvassiru, troverebbero, fussi, sarebbe, facissi, farebbe, lassassi, lascerebbe, l’avissivu vui, l’avreste voi, e del tempo Passato Prossimo a beneficio del Passato Remoto: ‘ncuntrai, ho incontrato, campai, ho vissuto, caristi, sei caduto, vi cuntai, vi ho raccontato, vitti, ho visto, accattai, ho comperato …
Nel dialetto siciliano manca il tempo futuro dei verbi. “Come interpretare (quasi filosoficamente) questa anomalia? Ecco lo spunto – asserisce Paolo Messina – per un nesso fra lingua e cultura, modi di essere e di pensare. È la consapevolezza storica dell’esserci heideggeriano a produrre la riduzione continua del futuro a presente, all’nuhic et nunc, e ciò nel pieno possesso del passato ormai definitivamente acquisito. I siciliani sono padroni del tempo o, per dirla con Tomasi di Lampedusa, sono Dei. Ma essere (o ritenere di essere) padroni del tempo può voler dire dominare mentalmente la vita e la morte, avere la certezza della propria intangibilità solo nel presente, un presente che si appropria del tempo futuro per scongiurare la morte, ombra ineliminabile dell’esserci. Quello che conta è il presente. Essere e divenire, insomma, nell’ansia metafisica si fondono o si confondono.” Manca il tempo futuro e ogni proposizione riguardante un’azione futura viene costruita al presente e al verbo si associa un avverbio di tempo. Il principinu non deroga a tale precetto: ti pozzu aiutari ‘n jornu, potrò aiutarti un giorno, tu rumani sî luntanu, tu sarai lontano, capisci allura, capirai, ci sugnu stanotti, ci sarò questa notte, aiu chiù scantu stasira, avrò più paura questa sera …
Largo è, in Mario Gallo, l’uso della desinenza in “a” per il plurale dei sostantivi: jocura, maruna, miliuna, culura, munna, putruna, fuculara, jorna, libra, cunta, spuntuna, diserta, ‘mmriacuna, viaggiatura, lampiuna, liama, cacciatura, labbra, puzza, vrazza, disigna, prugetta, migghia, munzedda. Beninteso, anche il numero dei nomi è soggetto alle norme; e allora vediamole: “Il plurale dei nomi, sia maschili che femminili – scrive Salvatore Camilleri sulla sua ORTOGRAFIA SICILIANA del 1976 e riprende nella sua GRAMMATICA SICILIANA del 2002 – termina in “i”; ad esempio: quaderni, casi, pueti, ciuri. Un certo numero di nomi maschili terminanti al singolare in “u” fanno il plurale in “a” alla latina; sono nomi che di solito si presentano in coppia o al plurale: jita, vrazza, labbra, corna, ossa, vudedda, coccia, gigghia, mura, linzola, dinocchia, cucchiara. Molto più numerosi sono i plurali in “a” dei nomi maschili terminanti al singolare in “aru” (latino arius) significanti, in gran parte, mestieri e professioni.” Tra i più comuni se ne elencano: aciddara, birrittara, carvunara, ciurara, dammusara, furnara, ghirlannara, jardinara, jurnatara, libbrara, marinara, massara, nutara, picurara, pisciara, quadarara, ricuttara, ruluggiara, scarpara, tabbaccara, uvara, vaccara, vitrara, zammatara.
È del tutto assente, e dunque non si vede e perciò è viepiù necessario che venga sottolineato, nel dialetto siciliano occidentale (ossia delle parlate del trapanese, dell’agrigentino centro occidentale e di parte del palermitano) il dittongo metafonico, ovvero la dittongazione della vocale accentata: vientu per ventu, fierru per ferru, buonu per bonu, truonu per tronu, che è invece presente nelle parlate della Sicilia centro-orientale, ossia nelle zone del sostrato siculo. Per l’assenza della metafonesi, osserva Giorgio Piccitto, il dialetto siciliano-occidentale si distacca da tutti gli altri dialetti centro-meridionali.
Capita persino nelle migliori famiglie, e neppure stavolta, probabilmente a causa della nefanda precipitazione di chiudere che sopravviene ogniqualvolta si è alle stampe, vi si è sfuggiti, di inceppare in qualche svista. Convinti come siamo che viceversa, con un pizzico più di attenzione, vi si sarebbe potuto ovviare provvedendo alla loro corretta distinzione ortografica, rileviamo nondimeno l’incongruenza nella scrittura di cu sî? chi sei, cu veni, chi verrà, cu siti?, chi siete? pronome, e cu tia, con te, cu l’occhi, con gli occhi, cu iddu, con sé, preposizione.
E caliamo il sipario su queste succinte esplorazioni richiamandoci alle due lettere che caratterizzano l’alfabeto siciliano: la DD, da non confondere con la doppia “d” che è un segno diverso, e la J, una consonante, da non confondere con la “i” che è una vocale. La DD, citiamo ancora Salvatore Camilleri, derivante dal tardo-latino (capillus, caballus, nullus, etc.) è talmente fuso nella pronuncia da essere considerato un segno a sé stante e non il raddoppiamento di due “d”; infatti, la suddivisione sillabica di addivintari, ad esempio, è ad-di-vin-ta-ri, mentre quella di cavaddu è ca-va-ddu. Da rimarcare in aggiunta che il suono di “d” è dentale, mentre quello di DD è cacuminale e gli infruttuosi tentativi di sostituire nel tempo il segno DD con DDH o DDR e con i puntini in cima o alla base di DD. Salvatore Giarrizzo, nel DIZIONARIO ETIMOLOGICO SICILIANO, definisce la J “semivocale latina”. Se fosse, come da altri sostenuto, una vocale la J dovrebbe ubbidire alla regola di tutte le vocali, a quella cioè di fondersi col suono della vocale dell’articolo che lo precede, dando luogo all’apostrofo. Così come noi scriviamo l’amuri (lu amuri) dovremmo pure scrivere l’jornu, l’jiditu … cosa che nessuno si sogna di fare, giusto perché, non essendo la J una vocale, non vi è elisione e quindi non è possibile l’apostrofo, il quale si verifica all’incontro di due vocali e mai di una vocale e di una consonante. Il segno J si caratterizza perché assume nel contesto linguistico tre suoni diversi e precisamente: suona “i” quando segue una parola non accentata (ad esempio, quattru jorna) e altresì quando ha posizione intervocalica (ad esempio, vaju, staju); suona “gghi” quando segue una parola accentata o un monosillabo o dopo “ogni” (ad esempio, tri jorna, ogni jornu); suona “gn” quando segue in, un o San (ad esempio, un jornu, san Jachinu). Mario Gallo, nel principinu, sfodera fra gli altri: chiddu, capiddi, nuddu, idda, stiddi, beddi, picciriddi, liveddu, coddu … jorna e ghiorna, ‘n ghiornu.

Dulcis in fundo, un plauso a Mario Gallo e buon principinu a tutti.

MARIO GALLO
u principinu
Edition Tintenfass 2010

“A PIRRA” di Quinto Orazio Flacco. Adattamento in dialetto siciliano di Marco Scalabrino

quinto-orazio-flacco

Cui è, Pirra, lu picciottu

chi nna un lettu di pampini di rosa

t’abbrazza a l’ummira frisca di la grutta?

Pi cui allisci, cu la to liena grazia,

li biunni toi capiddi? Ah, quantu voti,

traduta la fidi, cuntraria la sorti,

avi a chianciri mischinu

e maravigghiarisi di li furturati niuri

cui godi astura di la to biddizza,

cui ti cridi divota sempri e giniali

e, sincirazzu, nun sapi l’aria

prestu comu cancia. Amari chiddi

chi tu latina abbagghi e nun ti sannu!

Ju prennu mi la scampai

e ci fici votu di li mei robbi

a lu diu putenti di lu mari.

*

Quis multa gracilis te puer in rosa / perfusus liquidis urget odoribus /

grato, Pyrrha, sub antro? / cui flavam religas comam /

simplex munditiis? heu quotiens fidem /

mutatosque deos flebit et aspera / nigris aequora ventis /

emirabitur insolens, / qui nunc te fruitur credulus aurea, /

qui semper vacuam, semper amabilem / sperat, nescius aurae /

fallacis. miseri, quibus / intemptata nites: me tabula sacer /

votiva paries indicat uvida / suspendisse potenti / vestimenta maris deo.

*

Chi è, Pirra, il giovane sottile / che ti stringe, umido di profumi, /

sul letto di rose della tua grotta? / per chi con grazia misurata annodi /

i tuoi capelli biondi? Quanto dovrà / lamentare

la tua infedeltà, l’avversità / degli dei e osservare stupito le acque /

agitate da un vento oscuro, / se ora senza sospetto ti gode dorata /

e sempre libera ti spera, degna d’amore, / ignaro dell’inganno

che respira. / Sventura a chi risplendi sconosciuta. /

Per me su una parete sacra / la tavola votiva testimonia /

che al dio potente del mare / le vesti bagnate ho consegnato.

(Trad. Mario Ramous)

Marc Porcu – Poesie (1)

Vieilles femmes de Sardaigne

Elles ont vidé l’eau des fontaines
Et sculpté leur visage en des miroirs de glaise
Loin des reflets aux trahisons certaines
Sans le regard d’un faux jour qui pèse
Où perche la parole au bord de l’effritement.


Elles ont brûlé leurs doigts
A l’arête des pierres
Limé leurs ongles
Aux écailles du ciel
Et dans leur main fermée
Tremblent
L’ombre des bois
Le gong des artères
Et les ruisseaux de fiel.

Cicatrices d’argent élargies de soleil
L’haleine du silence aux soies des plaies cousue
Par l’épine du figuier de barbarie vêtu
Aux rails de sang sec sur des bavures d’acier.

Sous les pans de la nuit
Glissent leurs cheveux de neige
Saupoudrée par le temps
En ce pays torride
Et de leurs jupes longues
Dépliant les falaises

Noircies de veille à la lueur des morts
Repoussent le rêve encore
De dissoudre le sel de leur ventre
De l’absoudre au grés compact des marées
Sous la croix étoilée d’une mer emmurée.

*

Vecchie donne di Sardegna

Hanno vuotato l’acqua delle fonti
E inciso il viso sopra specchi di creta
Lontano dai riflessi di sicuri tradimenti
Senza lo sguardo di un giorno falso che pesa
Dove ai bordi della rovina la parola si annida

Hanno bruciato le dita
Agli spigoli della pietra
Limato le unghie
Alle scaglie del cielo
E trema
Nelle mani serrate
L’ombra dei boschi
Il gong delle arterie
E i ruscelli di fiele

Cicatrici d’argento dilatate dal sole
Alito di silenzio cucito dalla spina
Del ficodindia vestito di barbarie
Alla seta delle piaghe alle rotaie
Di sangue disseccato su sbavature d’acciaio

Sotto i lembi della notte
Scivolano i loro capelli di neve
Sparsi dal tempo
In questo paese arroventato
E dalle le lunghe gonne
Dispiegando le scogliere

Annerite di veglie alla luce dei morti
Respingono ancora il sogno di dissolvere
Il sale del loro ventre
Di assolverlo all’arenaria compatta delle maree
Sotto la croce stellata d’un mare murato vivo

*

Recluses entre paupières
Et mémoires
La gorge offerte avec son poids de vigne
Quand l’étranger y mord
Leur espace gisant
Entre les points cardinaux de la souffrance.

Gardiennes de mon pays
Bafoué de désir
Pour vous
et l’olivier qui regarde la mer
Dans l’attente tordue de ses bras grands ouverts
La force
A l’étranger parmi l’ombre des femmes
A l’enfant révolté par la douleur des mères
D’assassiner DIEU un jour en plein midi
Quand l’air tremble au bord de l’agonie
Jour de marché sur la place publique
Entre criée de l’aube
Et bouche affamée pleine d’un fruit pourri.

La force
A l’un ou l’autre
Sans espoir au trépas
Exilés volontaires
Sachant bien qu’ici bas
Est la seule lumière
Et que le jugement
N’est jamais hors du temps.

Ce jour voyant DIEU mort
Parmi les invendus
L’inventaire de la terre
Sera beaucoup plus clair
Sans ave sans remords
Nue devant l’inconnu.

*

Recluse tra palpebre e memoria
Il seno offerto col suo peso di vite
Quando lo straniero vi morde
Il loro spazio che giace
Tra i punti cardinali della sofferenza

Guardiane del mio paese
Beffato dal desiderio
Per voi
E per l’ulivo
che guarda il mare
Nell’attesa contorta delle sue braccia spalancate
La forza
Allo straniero tra l’ombra delle donne
Al ragazzo
In rivolta per il dolore delle madri
Di assassinare DIO un giorno in pieno sole
Quando l’aria trema al limite dell’agonia
Giorno di mercato sulla pubblica piazza
Tra vendite dell’alba
E bocche affamate piene di frutta marcita

La forza
All’uno o all’altro
Senza speranza nel trapasso
Esuli volontari
Sapendo bene
Che quaggiù soltanto
È’ l’unica luce
E che il giudizio
Non è mai fuori tempo

Quel giorno vedendo DIO morto
Tra le merci invendute
L’inventario della terra
Sarà molto piu chiaro
Senza ave né rimorsi
Di fronte all’ignoto Nudo

*

La peine de ce crime pour une résurrection
Ce léger fait divers
En mon pays d’été
Pour que l’eau aux fontaines ressource la beauté
Pour que les pierres brûlantes se noient en son regard
Pour que les doigts oublient toute idée de clôture
Et se consacrent enfin aux caresses en retard
Pour que le sel des ventres étincelle dans l’ombre
Et guide les amants aveugles jusqu’alors
Pour que la plaie fermée sur le temps du malheur
Ne soit que souvenir sur un vieux corps qui meurt.

Que le jeu d’un rayon de soleil
Et d’un cristal de givre
Fasse un collier si riche à ces esclaves libres
Pour qu’elles s’offrent leur vie au lieu de la souffrir.

*

La pena di questo crimine per una resurrezione
Questo piccolo fatto di cronaca
Nel mio paese estivo
Perché l’acqua nelle fontane faccia risorgere la bellezza
E le pietre riarse anneghino nello suo sguardo
E le dita dimentichino ogni idea di chiusura
Consacrandosi finalmente alle carezze rimandate
E il sale delle viscere risplenda nell’ombra
E guidi gli amanti ciechi fino allora
Perché la piaga richiusa sopra un tempo di disgrazia
Non sia che un ricordo su un vecchio corpo che muore

Che il gioco di un raggio di sole
E di un cristallo di brina
Faccia una ricca collana a queste schiave liberate
Per offrirsi la vita invece di soffrirla.

Marc Porcu

(Traduzione dal francese di Giovanni Dettori)

Breve meditazione su Callimaco, di Marco Scalabrino

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Callimaco, 310 ca. a.C.

“O tu ca passi … / ricordati ca sugnu … patri / d’un Callimacu natu nta Cireni / … pueta”;
“Passanti, tu si’ accantu di la tomba / di lu figghiu di Battu, / bravu comu pueta.”

Biografia essenziale – luogo di nascita, paternità e (ribadito) status di poeta – fornitici di prima mano, rispettivamente dagli epitaffi per il padre, Batto, e per se stesso.
A corredo di questo succinto elaborato su Callimaco, poeta, erudito, precettore, catalogatore della Biblioteca di Alessandria d’Egitto, ricorreremo a taluni convenienti cenni e, quanto a ciò che più ci preme in questa sede: la poesia, come egli la percepì e la realizzò, al supporto dello stesso autore.
E ci avvarremo – in apertura un anticipo – di un risicatissimo numero di versi, per giunta nella loro traduzione in Dialetto operata da Salvatore Camilleri, poeta e letterato siciliano tra i più insigni del secondo Novecento, il quale in proposito appunta: “Con Callimaco la poesia greca si rinnova, e per le mutate condizioni politiche, quali sono quelle che seguono il grandioso sogno di Alessandro, e per una nuova concezione della vita, a misura d’uomo, più legata alla realtà, al contingente. Di questa poesia, egli è il poeta più alto, il teorico più illuminato, l’artista più completo.”

La poesia di Callimaco rompe col “canto unico e continuato”, non celebra più il mito degli dei e degli eroi. Essa predilige “la brevità e la leggerezza”, congiunte alla raffinatezza dello stile, e per prima intese indirizzarsi non alla moltitudine ma a un uditorio selezionato che ne cogliesse e apprezzasse lo spirito, l’erudizione, la grazia, l’ironia.
Ma l’aspetto più rimarchevole, determinante, che in definitiva ci incanta, è quello del poeta dalla consapevolezza e dalla originalità assolute, dell’innovatore il quale concepisce che la poesia deve inoltrarsi per i sentieri inusitati e non già ripercorrere le piste battute, deve trovare in sé la propria autonoma giustificazione – la nozione dell’arte per l’arte – e sottrarsi ad ogni finalità morale, pedagogica, civile, religiosa …

“Pueta, si addevi / ‘n-animali pi fari un sacrifiziu, / criscilu beddu grassu. / Però la puisia l’hâ fari sèngula. / Pi di chiù ti cumannu di non fari / la stissa strata di li carriaggi / unn’è ca tutti passanu a fudduni. / Non mettiri li roti / di li to’ carrioli / unni ci sunnu già li ntacchi fatti, / nta la carrata granni. / Pigghia trazzeri novi / puru si sunnu stritti.” E ulteriormente proclama: “Odiu la puisia fatta a stigghiola / e la strata cumuni, ca la fudda / scarpisa d’ogni parti. Non m’attira / n’amanti ca si duna a chistu e a chiddu. / Non bivu a la funtana di la chiazza. / Disprezzu chiddu c’apparteni a tutti.” Quest’ultima altresì nella versione in lingua allestitane da (un altro illustre siciliano) Salvatore Quasimodo: “Non amo la poesia comune e odio / la strada aperta a chiunque. / Odio un amante goduto da tutti / e non bevo a una pubblica fontana. / Odio ogni cosa divisa con altri.”

Non senza ragione dunque, Callimaco fu definito il più moderno tra i Greci, si è parlato della sua quale l’archetipo di una visione nuova della poesia, antesignana quasi di quella moderna.

In polemica con le accuse mossegli: “Dicinu ca non aju / mancu scrittu un puema, granni e grossu, / di milli e milli canti, / dicantannu li re / o li superbi eroi di lu passatu, / ma sulu puisii di pocu versi, / com’è ca li po fari un picciriddu”, egli ribatté: “Canciati sistema; / mparati a giudicari / la puisia cu l’arti, / non cu la longa ammàtula / pertica pirsiana, / e non m’addumannati / canti comu li trona ca ribbùmmanu! / Non è còmpitu miu, / ma còmpitu di Giovi truniari.”

Callimaco, dopo oltre duemila anni, ancora esemplare.

Marco Scalabrino

(Nell’immagine: Frammento della Chioma di Berenice, di Callimaco, presso la Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze)

Johnnie Sayre di Edgar Lee Masters. Versione in dialetto siciliano di Marco Scalabrino

edgar lee masters

 

 

 

 

Father, thou canst never know
The anguish that smote my heart
For my disobedience, the moment I felt
The remorseless wheel of the engine
Sink into the crying flesh of my leg.
As they carried me to the home of widow Morris
I could see the school-house in the valley
To which I played truant to steal rides upon the trains.
I prayed to live until I could ask your forgiveness—
And then your tears, your broken words of comfort!
From the solace of that hour I have gained infinite happiness.
Thou wert wise to chisel for me:
“Taken from the evil to come.”

Versione in dialetto siciliano
di Marco Scalabrino

Patri, tu nun sai
l’assaccuni chi mi munciu lu cori
pi la me bigghiulata, dd’attimu chi sintivi
la rota spietata di lu vapuri
affunnari nna la carni viva di la me jamma.
Mentri mi purtavanu ‘n casa di la viduva Morris
nna la vaddata vitti la scola
chi ju facia Sicilia
pi curriri e acchianari ammucciuni ncapu a li treni.
Prijai di campari nfina chi
t’avissi pututu addumannari pirdunu
e li toi lacrimi, li toi palori, lu to cunfortu
mi vuscaru la filicità eterna!
Facisti bonu a scriviri pi mia:
“Scansatu a tutti li mali a veniri.”

Da: Quinto Orazio Flacco. Versione in dialetto siciliano di Marco SCALABRINO

orazio

 

 

 

 

 

 

 

( I, 7. )

Cantassiru napocu la bedda Rodi o Mitilene
o Efeso o li mura di Corinto vagnata di dui mari
o Tebe ancora e Delfi divoti a Baccu e Apollu
o pansina la valli di Tempe; e autri,

cu puemi distinati a l’eternità
e ramiceddi d’olivu ‘n-frunti,
Atene, la città cara a la vergini Pallade;
e nun su’ picca chiddi chi, a onuri di Giunoni,

celebranu li cavaddi di Argo e la ricca Miceni.
A mia nun m’attalenta né la gnirriusa Sparta
né la flòria campagna di Larissa
ma la grutta risunanti di Albunea,

l’Anieni chi s’allavanca, lu voscu sacru di Tiburnu
e l’arvuli di frutta tutt’attàgghiu a li ciumi.
Lu biancu Sciroccu assicuta li nuvuli niuri di lu celu
ma nun sempri porta l’acqua

e tu, Planco, fatti spertu,
e arrassa la picònia e li camurrìi di la vita
cu lu vinu bonu, quannu si’ in battagghia
e macari quannu si’ a l’ùmmira di la to amata Tivoli.

Teucro, scappatu di Salamina e di so patri,
si cunta chi si misi nna li sònnura umiti
na cruna di chiùppuru e accussì parrau a l’amici:

IX

Lu vidi quantu è biancu e autu di nivi
lu Soratti chi nun ni tennu chiù lu pisu
l’arvuli e lu ghiacciu
citrignu attassa li ciumi?
Arrassa lu friddu, Taliarcu,
mittennu ligna e ligna supra lu focu
e abbunnanti sdivaca lu vinu
di quattru anni di lu bùmmalu sabinu.
Lu restu làssalu a li dei
chi ammànzanu li venti furiusi e li mari
e li vecchi chiuppi
e li fràssini ponnu, ora sì, scialari.
Di lu futuru nun ti dumannari
e li jorna chi la sorti t’accorda
aggarratilli, comu puru li ducizzi di l’amuri
e li jochi, sennu chi si’ picciottu
e la vicchianìa smanciusa ancora addimura.
Chistu è lu tempu di li chiazzi e di l’ariu,
lu tempu di li ciuciulìi ntra la notti,
lu tempu di la carusa e di li risati,
tradituri mentri idda s’agnunìa
darrè la cantunera e tu ci ascippi
di li vrazza un pignu d’amuri,
e di li jìdita soi chi fannu finta di anniccari.

Bandusia

Fonti Bandusia splinnenti chiù di lu cristallu
cu vinu duci e ghirlanni di ciuri
dumani t’aju a offriri un ciaraveddu
cu li corna giustu giustu spuntati
ma già allungati ammeri li battagghi di l’amuri.
Ammàtula però: chì, vastaseddu figghiu
di na mànnara, lu russu di lu so sangu
avi a ‘llurdari l’acqui toi gnilati.
Tu chi lu chiù tintu càudu
nun ti tinci, tu chi arricrìi
li tori stanchi di lu vòmmiru
e li pecuri quannu si sbànnanu,
tu macari arresti pi sempri
sennu ca ju cantu l’ìlici ‘n-capu dda rocca
d’unni l’acqui toi,
carcariànnusi, scìddicanu.