Archive for agosto 2008

“Dallo stesso altrove” di Marina PIZZI

dallo stesso altrove

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3.
Con servitù al séguito

Fu che pianse un sillabario vuoto
un baricentro senza corpo
una camicia senza petto
una ciotola al cantone pel micio cieco.
fu che resse una baracca
in mezzo al lusso delle residenze
per farsi chiamare quando occorreva
il disguido delle giostre sulle tombe.

*

23.
no

con una foce in testa da far paura
scantono il tono che mi diede madre
da sotto l’incudine del vento
il fischio acidulo.

*

24.

crollami nel falso crollo
lama di becero teatro
morire per non morire
così come fa tutti
nella faccenda-celia dell’occaso
giacché la gerla della nuca vuota
davvero nessuno la vuole!

*

25.

sono steccato e ti chiamo al mare
così come non senso l’abitudine
del bel tritume tutto intorno al lago
la frottola proclive della madre

*

34.

tutto declinato il verbo dello scempio
questo boomerang di risacche
sotto il sopruso del nato
accaduto dal diverbio
biologico senza l’irenico salvifico.
fatua tregua il polline
del lirico guardare controluce
le nicchie finte dalla biro in uso
disegnare sul foglio così per resistenza.

*

42.

era un’oscurazione
una sintonia nera sul corpo di pianto
sulla pagana enfasi del vento
così cattivo da sbattere nidi
da far gridare un pettirosso sul selciato

*

57.

terra di ultime steppe
brevità consunte
prati spartani in riva all’acquedotto.
in penuria di arrivo e di partenza
questa perturbata enfasi di pianto
fatica del contro stelo senza fiore.
viltà del fato indici e vacanze
dove si attenda l’eremo di almeno
uno di zero il modo.

*

61.

quale un dispetto ad uso della fionda
sino a districarmi dal folto delle scale
dalle marette nere delle oasi.
di te ricordo il simbolo di darti
dal rivierasco conto della ronda
l’occiduo scarto di calmarti il sì
il sì di darti.
venne l’alunno con il levante d’arco
ma non bastò startene con lui
dacché bastò il tonfo un’erba vuota.

*

70.

a terra questo dolore a terra
che va a moria tettoia contro grandine
al lusso delle stasi. diluvia da presso:
è senza simbolo il perché di capire
il cardo saliscendi della ruota.
genuflesse sul selciato delle rocce
le lune piene le briose specole
nulle alla pésca di scavare il varo.

*

Dallo stesso altrove
Marina Pizzi
La Camera Verde 2008

*

Chi si avvicina alla poesia di Marina Pizzi, da ultimo leggendone questa silloge dalla fine veste editoriale, Dallo stesso altrove, intuisce subito (o dovrebbe intuirlo, se lettore di poesia contemporanea) di avere a che fare con un percorso poetico ed esistenziale tra i più originali e autentici, nell’attuale panorama letterario, e dal segno inconfondibile. Un percorso saldamente radicato che se da un lato esprime un elevato grado di strutturazione formale, d’altro lato lascia filtrare dal testo tracce importanti dell’impasto di lingua, invenzione e weltanschauung che dell’autrice riassume il tratto identitario.
L’inscindibilità della dimensione etica da quella puramente artistica, in Marina Pizzi, si può già cogliere dal titolo dell’opera: il poeta (la stessa autrice e/o i poeti in generale), questo il possibile senso, sta in altro luogo, è diretto in altro luogo; ed è dallo stesso altrove che derivano le poesie di questa raccolta e le precedenti; un altrove da cui il poeta si osserva e partecipa (o non partecipa) fisicamente, intellettualmente ed emotivamente agli eventi del mondo. L’altrove è dunque il luogo-non luogo dell’alterità per eccellenza; per l’artista, forse, l’unico spazio possibile.
Il primo componimento della raccolta (Con servitù al séguito), tra i più belli e commoventi, ci permette alcune riflessioni. L’espressione La servitù al séguito definiva un tempo, in modo infelice, il personale di servizio al seguito di famiglie facoltose durante i loro spostamenti; ma qui il senso è altro, o altri, supponiamo allertati dalla lettura di altre opere dell’autrice: la coazione a continuare qualcosa di iniziato (la poesia? la vita?) a cui non è possibile rinunciare; l’obbligo, a mal grado, di andare avanti, di non fermarsi. Il primo verso, fu che pianse un sillabario vuoto, s’avvia a comporre un quadro drammatico e di forte tensione emotiva. Il sillabario vuoto, con queste premesse, non può che essere sinonimo di impossibilità/difficoltà di esprimere/cantare il mondo, per assenza o inadeguatezza delle parole, irreperibilità delle sillabe-mattoni che le compongono; assenza che nei versi successivi (un baricentro senza corpo/una camicia senza petto) si estende al corpo e al petto in cui la vita si manifesta(va) ictu oculi. Del soggetto – indicato con la terza persona e con l’uso del passato remoto – emerge negli ultimi quattro versi la dimensione eroica e resistenziale (fu che resse una baracca/in mezzo al lusso delle residenze) e quella più intima e sofferta di uno sfruttamento, con conseguente disinganno per l’amore, la disponibilità e la fiducia mal riposti, traditi… (per farsi chiamare quando occorreva); con una chiusa che fonde ironia pungente e disillusione circa l’umano destino… (il disguido delle giostre sulle tombe).
Aspetti, quelli anzidetti, che ci mostrano, pur dentro uno scenario disperante, la possibilità di una postura dignitosa e composta, seppure non salvifica, di cui si fa accenno anche in altri testi della silloge (appena di sconfitta l’ilarità del viso/ma comunque un dolore), soprattutto nell’ultimo: a terra questo dolore a terra/che va a moria tettoia contro grandine/al lusso delle stasi.
Questa mia breve e parziale lettura della raccolta – una tra le molte possibili – lungi dal voler ridurre e semplificare l’intuibile complessità del percorso poetico, o anche solo di questa raccolta, non può che rimandare alla lettura del libro, e delle altre opere di Marina Pizzi. (GN
)

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Quattro poesie inedite

peace_by_tenotti

 

 

Anche sul blog "La Poesia e lo spirito"

 

 

 

Erbe divorano corpi ormai ciechi
chinati commossi carnosi nei prati
i nuovi coi vecchi.

Non c’è aria che non sia stata respirata
anguria dai molti semi che credevamo di sputare
noi i loro ignari locatari.

Ti accarezzi le mani e s’affaccia qualcuno
dall’altro emisfero in altro giorno o secolo
s’avverte una corrente fluviale un vento di rame.

*

Ne rompono il sigillo di lumaca da ogni dove
ma l’occhio come il mondo è franto in pixel acini
pigiati per vino non bevuto per sangue non buono.

C’è un diritto nel rovescio a cui non giova
l’inverabile contrario. Si distruggono case negando il cemento
in cui fuma e s’invagina una pozza d’acqua lurida.

Il sole per facce di bronzo ha un solo occhio
chiuso, sorride ai belli ai figli di cani che rispondono,
Giani, mentre guaiscono alla luna.

Una riga bianca in mezzo segna il senso
di marcia finché un bue non la cavalca tra urla
e sangue di passanti sbattuti gli uni contro gli altri.

Una Pasqua verrà e s’apriranno uova
vuote di sorprese senza fiocchi
ne usciremo nuovi o forse più sciocchi ed assenti per sempre.

*

Sapere che sei e che resisti sul limo dei giorni
nell’abbraccio d’aria scommesso
in una santa partita senza punti e spareggio.

Nato freddo monolite o porcospino
nella distanza che non figge la carne che bacia
assetato una tazza rovente sciogliendo.

Quell’Uno che eravamo dici l’istinto
alla fusione. Cronaca fitta di sogni assassini
di ingressi a quell’uno impediti con pietra tombale.

Tenia del bicchiere mezzo vuoto
contendi l’altro mezzo con la sete
di un angelo invisibile e coppiere.

*

Se non scoglio e muro non vedremo la festa
è notte di futuro sconosciuto, il sole dietro.
Quanti eravamo e quanti adesso siamo.

Resistono i polsi a profili che mutano
schianta un paraurti nel vagito di un tegame. Leoni
di carta ruggiscono, il cuore pompato d’inchiostro.

Ci risvegliamo sauri la coda i denti freschi
a custodire chiavi e documenti. O borse o scarpe
per mani e occhi mariuoli per piedi scattanti.

Acque potabili: una cesoia modella la sete
minutissimo fogliame ingurgitato cascame
nel sogno di polla già tronco.

GN

“Undici” di Savina Dolores MASSA

Undici foto di Alessandro Melis

 

 

 Anche sul Blog La Poesia e lo spirito

 

 

 

 

 (Foto di Alessandro Melis)

 

Il libro apre con la notizia di cronaca riportata il 4 giugno 2006 sul quotidiano La Repubblica, a firma di Giovanni Maria Bellu: “ Barca di clandestini africani arriva ai Caraibi dopo 4 mesi nell’Atlantico. – Una barca di sei metri, bianca, senza nome e senza bandiera. E’ un pescatore ad avvistarla alle cinque del mattino del 29 aprile a 76 miglia di Ragged Point, la punta più orientale delle isole Barbados. Dondola tra le onde, nessuno la governa, anche se a bordo s’intravedono degli uomini. Sono sdraiati sul ponte, immobili. Il pescatore chiama la Guardia Costiera. Alle sei della sera, la piccola barca bianca, trainata da una motovedetta, entra nel porto di Bridgetown. A bordo ci sono i corpi quasi mummificati di undici uomini neri.”
Da questa informazioni scarne e raggelanti parte il viaggio a ritroso di Savina Dolores Massa, verso le ipotetiche esistenze degli undici sventurati viaggiatori che sognavano un riscatto alla povertà, forse anche alla chiusa semplicità dei loro villaggi, per vedere oltre. Undici storie e altrettante vite che rinascono, ribattezzate: Baba, Amdy, Bilal, Laamin, Momar, Pape, Ibou, Djibril, Ibra, Mor, Sajoro; pescatori, autisti di autobus, quasi architetti, griot (poeti e cantori col compito di conservare la tradizione orale degli antenati); e i cui destini s’intrecciano e si bruciano, fatalmente e contestualmente. Uomini smaliziati traditi da un venditore di sogni – uno spagnolo, con la promessa di portarli “a pascolare dove c’è erba migliore di qui” – per milletrecento euro stipandoli in una barca in cui si ruppe subito il motore, al largo dell’Atlantico, si spezzò l’albero e cadde la vela; e con essa poco a poco la speranza di scampare alla morte dopo giorni di lenta agonia, esauriti il cibo e l’acqua. Fino all’ultimo, però, vite dignitose, sfidanti, ironiche: “La morte, se proprio mi vuole, dovrà prendermi come sono: perfettamente sveglio”; “Non lo voglio pensare giusto un destino con una fine così faticosa e sento una rabbia che monta, Sayoro, mentre tu suoni verso le stelle; contro le stelle suona, Sayoro, se puoi. Contro ogni cosa creata per essere immortale scritta per essere immortale amata come immortale.”; “Morire è eccitante, mi procura un’erezione, ma essiccato come sono non posso più contare su nessuna eiaculazione.”; “Peccare qualche volta è un obbligo, per lasciare al Giusto il potere di perdonare.”
Se il viaggio è metafora della vita, e ci sovviene la splendida fiaba di Hermann Hesse “Sogno flautato”, il migrare ne è la condizione naturale e irrinunciabile, di luogo in luogo, di esperienza in esperienza, fino all’ultima, definitiva sosta. La demonizzazione che ne è stata fatta in tempi recenti va forse di pari passo col bisogno sociale e generalizzato di stanzialità delle comunità organizzate, che comporta il radicamento nel luogo, l’acquisizione di beni nel tempo (lavoro, casa, oggetti); e la conseguente paura di perderli, di dovervi rinunciare dopo averli faticosamente messi assieme. Ma i nostri undici nulla avevano da perdere, come i nostri migranti in fuga dall’Italia alla ricerca di vere o presunte americhe; come i tanti affamati che le catastrofi naturali, belliche o politico economiche sospingono dall’Asia, dall’Est e dall’Africa verso l’effimero benessere dell’occidente. Chi nulla possiede nulla ha da perdere.
Una scrittura duttile e colloquiale caratterizza il romanzo; allo stesso tempo acuminata, per nulla convenzionale per originalità e sintassi; in cui avvertiamo rapprendersi improvvisa la parola, per farsi poesia e meta letteratura: “il buono del parlare sta nel divagare; nell’aprire altre strade, percorrerle, e tornare al punto da cui si è partiti solo se se ne ha realmente voglia, o se ne ha voglia chi ti sta ascoltando. Tu dovrai incantare, e pazienza se a volte ti sentirai addosso odore di fico stramazzato…” E ancora: “Sfido la Poesia a cantare la vita, qui, se ce la fa. Ora la folla dei poeti mi incute terrore. Che cantino le loro storie, loro. Cosa sono loro, loro mi appaiono in tremori di sensi immobili, narcotizzati o pulsanti in acidi odori d’urina di paura che è stata incontinente.”
Una scrittura sorprendente, spesso, questa di Savina Dolores Massa, che entra nel gorgo ematico di esistenze sconosciute per parlare a loro, come loro, e in nome loro con sensibilità rara, di sapienza antica così affine ad esse; da ascoltare e riascoltare, anche, come un monito indiretto, forte come un urlo nella notte, di questa nostra notte epocale: “Dovevamo restare a casa, tutti. Ciascuno dei nostri sogni potevamo realizzarlo in Africa. Nessun sapere nuovo poteva arricchirci, altrove”. 
Questa è la loro lezione tardiva di sventurati; rivolta a noi per coglierla subito, per tempo, prima che sia tardi.

GN

*

Undici
Savina Dolores Massa
Il Maestrale, 2008

*

Savina Dolores Massa nasce a Oristano. Da alcuni anni è scrittrice a tempo pieno, anche di poesie e racconti. E’ attiva, con l’Associazione pARTIcORALI, nell’organizzazione di eventi culturali. Ha fondato recentemente la compagnia di spettacolo Hanife Ana assieme al musicista jazz Gianfranco Fedele e all’attore Alessandro Melis. Con il romanzo Undici è giunta nella rosa dei finalisti al Premio Calvino 2007.

“Il Libro dei doni” di Francesco Marotta

il libro dei doni

Invito a leggere sul blog "La memoria del tempo sospeso" di Francesco Marotta "Il libro dei doni", una selezione delle poesie pubblicate che uscirà in capitoli. QUI il collegamento al "Libro" che andrà a formarsi.  Un lavoro titanico e ineguagliabile quello che  Francesco sta facendo per la poesia (ben oltre questa ammirevole iniziativa) attraverso la rete, fonte ormai imprescindibile per gli autori, i lettori e gli studiosi. 

“Premio Letterario Città di Sassari”

 05-san Nicola Sassari

  

I Edizione Concorso Internazionale di Poesia

"Premio Letterario Città di Sassari"

2007/2008

Risultati

“Stanze del viaggiatore virale” di Giovanni TURRA ZAN

stanzedelviaggiatorevirale

 

 

 

 Anche su La Poesia e lo spirito

 

 

 

 

 

III
nessuno sa del treno che arriva, né del suo vento
il ritardo. salire fa stipare i pesanti corpi, le pupille
che più male vedono ora le rotte. Si ride ed è un peso
che genera fumi per i chilometri di noia. ginocchia
con ginocchia: menischi che s’arrendono al gioco
e fasciati si toccano. le mudra delle mani a ripetere
che vietati sono i ventri

*

V
nella casa il colore che suona. la donna sta
arresa e attende. l’uomo le dà il fianco
e vuole il furto dell’altro, non sanno di questo
sospeso; gli sgomenti vanno dalla terra
nei vasi, alla didattica musicale in
cries
of london
. ascoltarli fa i buchi allo stomaco
e si vuole finire così, con l’ignaro scherno,
come due coleotteri nel loro documentario.

*

VIII
ecco, tutto il vagone si svuota. c’è un ricambio
delle generazioni: giù i giovani, su le artrosi. ultimi
gli usurati pare. anche se a loro è concesso il lamento,
la finzione dell’avere per noi patito. negli occhi
dei piccoli figli si legge che domani più di oggi
saranno portanti le estensioni dei suoni, i trattenuti.

*

nel nascere chiedevi tregua agli odori
dei disinfettanti e alla perdita di umori.
stavi nella posizione che non c’entra, maria,
e niente di tuo accanto. era la condizione
dell’attendere al cenacolo in cui spartivano
i denari cavati, a te estorti. februa del ’64,
il nome scelto per quel nuovo parto, da chi
ti aveva già in madre. l‘uomo sarà stato accanto
(la storia non lo dice) e la confusione postuma
nella battaglia dei nomi messi al bando; il consegnarli
poi tutti, che non sfilavano nel registro d’anagrafe.
“dio è buono” il nome al primo atto, tre quelli dati
per l’annuncio alla città. vagare poi nei quadri
sanitari senza una memoria era chiamata mattanza
(anche qui la storia vaneggia). post partum
ti cavarono i denti, il latte dalle mammelle
e tardi ti servirono la nuova composizione dei geni.
nella reflex i ricordi, in cui si è soli, ma per sempre
in posa.

*

purché sia ragione il volo, siamo noi
ad inquinarne il lampo: o torni o vai,
o lasci l’impero nella rabbia, sfai
le vesciche, gli stomaci e con questi
reggi cornamuse. dove borbotti ora sei
bordone al servizio d’una giga. il calvario:
sul ciglio sosti a raccontare semi e gramigna,
ne fai un erbario che è croce di natura, pannello
di secchezze e mostra aperta ad un incerto orario.

*

ascolta, ma quel calmarsi del sangue
è un battito del corpo con il corpo,
come se s’investisse d’improperi
e di calpestii la punta del palo.
mio dio gridava, ecco che riparte
ancora e mi salva con quel calore
dell’organo puntellato, deriso.
come una soffice protesi arresa
sfiora il grembo la sua furia, e sa stare
vicino anche senza una voglia, senza
ribrezzo ma con la torcia che vibra,
il torso che avvolge in fondo alle scale.
si prepara una rivolta, una scossa
la giostra che sferza un battito d’ala
un gesto che fascia, che pesa i giorni.

*

la casa frena e sta su lastre di ghiaccio.
all’interno fatiche si posano, appendono
le attese e il sonno sulla stufa a legna
dove la cura del giorno s’incaglia
nei ruggiti dei transistor del dubbio.
cambiano le attitudini, le anime
attive e pare un cantico la vista
del bollito che si affastella sul vassoio
con le bisce a contorno, la scarpa
nella pentola del minestrone, l’ago
da cucito servito sulla trota salmonata,
tuffandosi dal grembiule della sarta.

ci si sta addosso a natale, come
un’ossessione della generazione
che non si estende, che non ha code.

*

Giovanni Turra Zan
Stanze del viaggiatore virale
L’arcolaio 2008
Prefazione di Luigi Metropoli

*

Giovanni Turra Zan è nato a Vicenza nel 1964. Ha pubblicato “Senza” (Agorà Factory, 2005) e “Il lavoro del luogo” (Fara, 2007).

*

Innanzitutto il titolo, che può forse aiutarci a comprendere l’essenza del libro, l’idea di fondo che lo ispira e riassume. Per stanze sovvengono nell’ordine: Hopper (Stanze sul mare), Guccini (Stanze di vita quotidiana) e, naturalmente, le strofe, l’insieme di versi che costituiscono un’unità metrica. Per viaggiatore, la condizione di viandanza propria dell’artista, e non solo; come destino genetico, o come naturale accondiscendere a una curiosità esplorante. Del termine virale sovviene l’infinitesimalità invisibile del male che s’insinua in noi uccidendo, o rafforzandoci. La poesia, dunque, quale approdo da un viaggio di sensi e mente attraverso stanze (poetiche), visitando stanze (luoghi fisici definiti), raccolti in stanze (o quadri, cornici)? Una poesia per sua natura “contagiosa”, seppure invisibile ai più, e persino agli addetti, se solo ci si dispone, pazienti, al suo ascolto? A questo riguardo sostiene Luigi Metropoli: “”…il virus non rimanda unicamente ad un contagio biologico, ma al degrado della specie umana, abbrutita dalla società meccanizzata dei consumi, e di conseguenza allo sfascio delle capacità relazionali nonché dello strumento che più di altri presiede a tale capacità: la lingua. Il suo inaridimento è dovuto principalmente alla marginalizzazione che vive nel nostro tempo la parola poetica, quell’intricato complesso di significazione che va la di là della mera funzionalità veicolare…”.
Così principia la raccolta: “il sole sbarca tra pagine di quaderno, oggi/e i nervi a bolo sono soli. soli, nella stazione/si appendono giganti schermi e sulle teste/dei viaggiatori si proiettano trailers. i pollici/hanno occhi di viaggiatori, hanno di un uomo/i movimenti prigionieri, le perdute stanze.” Questo il primo testo della prima delle quattro sezioni; l’unica senza titolo; forse proemiale, che contiene non a caso due termini compresi nel titolo: viaggiatori, ripetuto due volte, e stanze. Nessun io tra i soggetti agenti, ma il sole (che sbarca…), i nervi a bolo (che sono soli). La presenza umana, richiamata indirettamente da alcuni termini (la testa, gli occhi di viaggiatori, i movimenti) la si rappresenta soggiogata, passiva, agita (sulle teste dei viaggiatori si proiettano trailers; i pollici, riferiti allo schermo, hanno occhi di viaggiatori, hanno di un uomo i movimenti prigionieri, le perdute stanze). Più che di correlativi, si può forse parlare di elementi descrittivi dalla fredda fissità iconica, con l’effetto di un quadro desolante. In apparenza il paesaggio reso potrebbe sembrare emotivamente asettico, ma l’uso degli aggettivi soli (i nervi a bolo), prigionieri (movimenti) e perdute (stanze), ad una attenta lettura ne evidenziano invece l’accorta preordinazione all’effetto opposto. Il termine soli, anaforicamente ripetuto, apre ad un opzione di senso passando da sostantivo ad aggettivo; così per l’espressione a bolo, da intendersi sia come cibo masticato e insalivato, rimasto in gola (per tensione nervosa?), o nell’accezione “che lancia”. Il viaggio stravolge la tensione quotidiana e forse routinaria della scrittura, accendendo la giornata di inusuale solarità. Nella stazione ferroviaria, però, alla vista su un maxi schermo dei brevi filmati pubblicitari (trailers), parrebbe smorzarsi all’improvviso l’entusiasmo della partenza; così, la grana delle immagini appare a chi narra un insieme di occhi, identici, vicini, inscindibili gli uni dagli altri e, dunque, prigionieri: così come chi narra lascia intuire di vivere, ogni giorno, nella propria/e stanza/e. Una vista, dunque, che produce un effetto di regressione nella condizione alienante fin lì contenuta; ma, in un mondo siffatto, fatalmente irrinunciabile se non per brevi momenti.
Una scrittura, quella di Giovanni Turra Zan, che esige attente riletture; in silenzio e ad alta voce, per meglio coglierne e assaporarne i suoni, i silenzi, le atmosfere in un percorso ora libero, affidato all’evocatività di elementi inerti o che interagiscono dentro micro eventi; ora razionale, attento agli aspetti strutturali, linguistici.
La prima sezione del libro è un susseguirsi di atmosfere sospese all’interno di stanze di pochi versi che ritraggono, attraverso lacerti, lampi di introspezione e quotidianità, la nostra storia in divenire; personale o collettiva.
Più discorsivi paiono i testi delle altre sezioni (Contagi, Mater vaga, Rimanenze), ma dove si conferma e completa l’ampio sguardo su un mondo che incede inarrestabile; un mondo che, mentre ci scorre davanti, si fa sempre più fatica a percepire, a trattenere, pur stando lì, quasi invisibile: “cadono, le cose, non si tengono e/non invecchiano nella mano che le ospita/e trascura…”; così le generazioni, in rapida dissolvenza, sconsolatamente: “ci si sta addosso a natale, come/un’ossessione della generazione/che non si estende, che non ha code.”

GN

“Francia o Spagna…”

goffredo fofi

 

 

 

 

 Anche su La Poesia e lo spirito 

 

 

 

 

(Goffredo Fofi – La cultura uccisa dagli assessori alla Cultura )

Ci si comporta come se nulla fosse cambiato, in giro per l’Italia, e in particolare in giro per l’ostinatissima Italia dei festival, delle vacanze, del tempo libero dalla fatica del pensiero. Non è che nel resto del tempo si pensi molto, si dirà, ma ci sono momenti in cui questo è più evidente e pesa di più. E quest’estate è uno di quei momenti. 
Perché? Perché, nel mondo, le inquietudini crescono e le crisi avanzano – e se le principali sono energetiche e finanziarie, non sono da trascurare quelle politiche e, spesso, per diretta conseguenza, militari. Ma sono cose note, a cui si è fatto il callo da tempo, e che appaiono sempre lontane quando le nostre “possibilità d’acquisto” non vengono toccate. Ma, per quanto anestetizzati dal consumo e dalla manipolazione del consenso, cioè dalla “pubblicità”; per quanto sfiduciati dal fallimento dei movimenti e dalla morte delle utopie (da decenni): non sarebbe ora di cambiar disco?), per quanto storditi – la botta finale! – dal suicidio della sinistra, di tutta la sinistra ma prima di tutto tutta quella che si è voluta “di governo e di opposizione”; per quanto abituati alla “normale” corruzione di tutto e di tutti e quindi anche alla nostra, che ci appare ormai così normale che nessuno ne parla mai e la prende mai nella debita considerazione; per quanto isolati nelle nostre sofferenze e insofferenze prive di degni obiettivi collettivi – tuttavia qualche cosa di nuovo è pur successo, che dovrebbe farci riflettere e che dovrebbe preoccuparci non solo come individui e come “famiglie” e clan e corporazioni, anche come collettività.
E’ successo che la lunga storia della miseria politica della sinistra ha prodotto quel che doveva produrre, e che da brave cassandre abbiamo, in pochissimi, da tempo previsto e denunciato. È successo che la destra – e che destra! – è andata al potere maggioritariamente e massicciamente e fa i suoi sporchi giochi senza che, si direbbe, al paese anestetizzato interessi poi molto: “Francia o Spagna purché se magna”, si diceva nel lontano (lontano?) Seicento, anche se sono in pochi ad avere il coraggio di gridarlo spavaldamente.
La destra è al lavoro e ce ne farà vedere ancora tante e tantissime – in quel chiaro sistema di potere che consiste nell’alleare i privilegiati “storici” e gli arricchiti, dovunque essi siano insediati, nell’alleare i “poteri forti” più o meno occulti (per sintetizzare, nell’ordine: le banche, le mafie, le leghe – in un sistema economico che è da tempo, e mondialmente, più criminale che legale) e nell’occupare il disprezzato Centro, lo Stato, Roma, le istituzioni, piegando tutto ai propri privati e magari “federali” interessi.
La sinistra, quel che ne resta e se è possibile chiamarla così tanto appare dimentica dei suoi caratteri costitutivi, annaspa appresso alla destra, e si direbbe che l’unica preoccupazione di suoi vari funzionari sia quella di conservare i privilegi acquisiti, e null’altro, non una parola di autocritica è venuta dagli artefici del disastro – e che in altri tempi e luoghi si sarebbero sentiti moralmente costretti a fare harakiri. Non una parola di revisione, di analisi, di progetto: una perdita di identità secca e assoluta e, come regalo residuale, una piccola scomposta canea di scomposti barzellettari ed ex carabinieri, che pretendono di essere migliori della destra e osano farle la morale.
In tutto questo – ci avviciniamo alla nostra questione – sarebbe difficile pretendere qualche resipiscenza non dettata dall’opportunismo da parte dei funzionari dei festival che da decenni riempiono l’estate (ma anche ogni altra stagione e ogni piazza, teatro, arena, campo sportivo di ogni città e ogni paese) e che hanno seguito la linea del veltronismo, il cui trionfo sembrava eterno, del divertimento a oltranza, la linea che sembrava loro modernamente anzi eternamente vincente della cultura-spettacolo o dello spettacolo fatto passare per cultura, del “due al costo di uno” (arte più piadina), dell’accontentamento dei più e dei meno con fumanti e gorgoglianti minestroni indistinti, di “tutto fuorché pensare”, considerando il pensiero come il peccato più abominevole, della dittatura degli assessori alla cultura (in tantissimi casi i nemici principali di ogni cultura) in nome del consenso certificato come d.o.c. dai giornalisti (chiamarli critici è da tempo un’assoluta menzogna, e i critici lo sanno meglio di tutti) di “la Repubblica” e del “Corriere” (ma non più di quel “manifesto” che ha potuto tranquillamente unificare e far suoi per lunghi decenni i precetti di Zdanov e di Disney).
Ma, in tutto questo, gli artisti? Possibile che rinuncino così facilmente alla loro sacra funzione, che dovrebbe essere insita nel loro dna ed essere la loro prima vocazione, dell’osare, del dire il profondo e l’oltre e la disperazione o la speranza? Possibile che non si rendano conto dell’aria che tira?
Sono convinto che in realtà, sì, se ne rendono conto, ma che vale anche per loro il motto “Francia o Spagna purché se magna”, nei più “furbi” senza remore e senza dubbi, nei migliori con la bella antica scusa che l’arte è al di sopra della parte, che “io da solo che posso?”, che ci sono sempre stati per forza di cose committenti e padroni (e grazie all’accettazione di questa logica l’arte è oggi condannata ad avere sempre più padroni e sempre meno committenti), che ognuno per sé, che si può sempre puntare sui Super-Classici, che chi se ne frega della politika e dell’antipolitika, che il mondo va avanti e non c’è, a ben vedere, nulla di nuovo sotto il sole. E invece no, il mondo va avanti ma in modi nuovi e pessimi, e c’è anche chi dice che presto potrebbe anche incepparsi definitivamente; e ognuno di noi, ma soprattutto gli artisti veri, deve sentirsi responsabile come non mai nei confronti del disastro, e reagire in modi più chiari e più esemplari, imparare a dire di no e a non-accettare, a non-collaborare, a disobbedire, a rischiare, a collegarsi, e soprattutto a pensare nei modi adeguati ai problemi nuovi. Sono pochissimi a farlo, e naturalmente gli assessori e i festival continuano a spingere nella direzione della continuità e della complicità: tra produttori, distributori e consumatori di loto.
Forse, ce ne ricorderemo di quest’estate, così simile e così diversa…

(da: La Nuova Sardegna del 30 luglio 2008)