Archive for luglio 2007

poesia in 3 lingue invito 28 luglio 2007

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“Il non potere” Davide NOTA

bersaglio

Di Davide Nota, nato a Cassano d’Adda nel 1981 e residente ad Ascoli Piceno, esce la seconda raccolta poetica Il non potere; dopo Battesimo uscito nel 2005 per i tipi di Lietocolle con prefazione di Gianni D’Elia.
Nel titolo, due possibili significati: il non potere come utopia – in quanto, deandreianamente, “non ci sono poteri buoni” – e/o come rammarico di “non poter fare” alcunché per porre rimedio ad un malessere individuale, sociale, generazionale. La lettura del libro induce a non escludere alcuna delle due accezioni. Se è ineludibile il raccordo a poetiche dell’impegno di ascendenza pasoliniana, è altrettanto evidente, qui, una tensione storicizzante attraverso la carne dei vissuti individuali: quello dell’autore, innanzitutto, e di suoi coetanei, su uno sfondo di degrado – umano e paesaggistico – silente ed invasivo come una metastasi.
Quattro le sezioni della raccolta: I cadaveri, Domus, Il non potere e Controluce. La scrittura di queste poesie è prevalentemente lirica tendente “alla vera e propria prosa ritmata” – come osservava Gianni d’Elia riferendosi alla precedente raccolta – in cui le ricorrenti assonanze e allitterazioni danno ritmo e musicalità ai versi dove si inseriscono inserti di linguaggio verbale.
La doccia, prima poesia della raccolta, esprime con nettezza di pensiero e di immagine una visione della vita: No, la vita non è enorme, si incanala/come un torrente in rubinetti chiusi/e sgocciola, calcare, di doccia in doccia in vano,/si raccoglie, tra gli abusi, sciolti/dei corpi i resti in acquitrini viola/che l’estate dai finestri asciuga;/così resta, ad un sapone attiguo, un pelo/tuo ricciuto, nero; l’oggi/è quanto resta, scoria/che la fuga della storia elude: un perizoma/sgualcio ai piedi del cesso, un rubinetto/semiaperto… La vita, dunque, ci attraversa e s’incanala in noi, moltitudine di “rubinetti chiusi”, che poca (il “calcare, di doccia in doccia”) ne lasciamo sgocciolare, poca ne trasmettiamo. Resta della vita un “oggi” concreto e vitale – e simbolo ne è il “pelo ricciuto” – che “la fuga della storia elude”; la “vita” qui, sembra voler dire l’autore, non resta strozzata nel rubinetto ma scorre, scorre almeno quanto basta per dirsi tale, ogni tanto.
Un quadro epocale urbano e di periferie in degrado delineano i testi successivi (Genova, Il fiume…) tra cronaca, dolore ed urlo contenuto; metabolizzati nei versi che tutto accolgono, avvolgono e rimodulano in chiaroscuri di ragione soggettiva, auscultata sottopelle, o di lacerti storico/cronacistici: o lupa noglobalina che scambiando follia/per reazione ti precipitasti/tra le mille bandiere di Genova a gridare/il tuo bisogno di esser meno sola.(Genova). Ritroviamo poi (nella poesia Il fiume: morto fiume che penoso passi) altra metafora acquatica di vita stentata, divorata dagli oli e ricoperta dalle pile delle auto; con copertoni e batterie sul bordo sfiancato del niente. E ancora accumulo di resti, calcinacci, scarichi industriali, rifiuti ma anche rivolo di sangue, sterco, muco che scende, nel fiume e nella periferia; questo, il dono, questa, l’eredità delle generazioni adulte a quelle giovani che, ovviamente, ringraziano: dell’incubo trasformatosi,  giocoforza,  in poesie orribili, quella poesia civile non amata neppure da critici ed intellettuali militanti come Franco Fortini.
Rifiuti e scorie ogni tanto si antropomorfizzano sotto una luce di pietà in quei ragazzetti/drogati (che) si trascinano nel gelo/cittadino, fumando sigaretti,/…/tra i cosi lì del parco, un nuovo coso. (I cadaveri); emarginati che originano altra emarginazione (Così a Nicola lo metteranno dentro,/Spaccio di eroina, tentata strage. – La condanna); da ultimo, nei corpi immolatisi dei suicidi (Preghiera, Croce), corpi e pezzi di un più ampio, decomposto corpo.
Attraverso la carne, i giorni. Nelle pareti domestiche, riflessi, i pensieri e i sentimenti (Residenza: osceno letto/dove tornare alle sette di mattina; Dopo sei mesi di naufragio fai ritorno/alla porta di casa (welcome)./La croce appesa al collo/come dono non colto/o ricordo di un tradimento/…/Resta questa stanza/disseminata dalle scorie/di una fallita redenzione. – La soglia) da cui si colgono talvolta ferite più profonde (Tu pensa un po’ che bel Natale/senza albero e famiglia: grazie mille/storia d’Italia meschina, storia/di eredità contese, di cortese rovina).
Se alta, qui, è la tensione recriminativa e disperata (Come l’ultima generazione di una stirpe suicida/questo ramo non fruttifica./La storia e l’utopia non conta più/senza una fede nella vita. – La soglia) contro i “padri” – una costante generazionale, del resto – va pure detto che l’efferatezza di questi padri non ha forse precedenti. Ciò che i “figli” rifiutano, di loro, altro non è che la discarica dei loro vizi, degli eccessi di un benessere cresciuto a dismisura a partire proprio dal dopoguerra); una “ricostruzione” (su macerie e su colpe non loro) divenuta abnorme ed ipertrofica per i sogni insufflati mediaticamente su una moltitudine per lo più inconsapevole (Io mi portavo addosso la luce oltraggiosa/della colazione davanti alla tele,) imposta da oligarchie capitalistiche legate a doppio filo col potere politico; archeologia di ruderi fumanti che si vorrebbero trasmettere cinicamente alla stregua di una cambiale, affinché siano altri a pagarla. Il rimedio, è presto detto: Solo una grande esplosione (per dirla/alla Pasolini) salverà questa nazione,/o un’invasione di gentaglia, o una carestia…/Ma non lo so, ma che ne so io…/Fefo dice che bisogna essere estremamente sinceri/cioè ridere commuoversi gridare/antisociali e belli parlare/a voce alta, parlare sempre…
Ma non tutto il mondo è così, crediamo; non solo cattiveria, sete di potere e di ricchezza muovono i comportamenti umani. Ma non ci potrà essere (l’atteso e auspicato) rinascimento senza indignazione autentica, senza presa di posizione per “le cose che non vanno”; non sarà mai il muto/signore di mezza età/a sbirciare dal divano/con un bicchiere di birra in mano/il mondo rappresentato che ci aiuterà a risollevarci. E’ necessario, invece, uno sguardo acuto, un’attenzione vigile, un impegno comune, per non restare monadi perdenti. Sempre ci sarà bisogno di arte, di bellezza: chi potrà, dovrà per ciò percorrere quell’intuita via dentro di sé, senza rimpianti: Un giorno al fiume mi dicesti sono povero/perché ho tutto mal trattato/e forse l’unico peccato è proprio questo/sciupare doni, le occasioni…

Giovanni Nuscis

Davide NOTA Il non potere Editrice Zona, Civitella in Val di Chiana (Ar), 2007
Con lettera prefatoria di Luigi Alberto Sanchi
Pagg 62, euro 10,00

Sergio ATZENI (Capoterra 1952 – Isola di San Pietro 1995)

sergio atzeni

Da: Il quinto passo è l’addio

Ruggero Gunale esiliandosi dalla città
e discutendo con se stesso di principi morali
ha una visione mistica

Bocca aperta alle mosche, Ruggero Gunale guarda con occhi umidi e impietriti la città che si allontana: la croce d’oro sulla cupola della cattedrale e attorno a corona digradando i palazzi color catarro dei nobili ispanici decaduti, circondati da bastioni pietrosi invalicabili a piede d’uomo, dove pendono chiome di capperi al vento, di un verde che ride.

Guarda i quartieri moderni fuori le mura scendere dai colli al mare oleoso e verde cupo, i bei palazzi e portici dei tempi di Baccaredda (scrittore e sindaco, amato e carogna) e il lascito architettonico di quest’epoca ai futuri: il cubo luttuoso e vitreo che nasconde i vicoli del porto e offende il municipio bianco e danzante cui si è affiancato con protervia da funzionario viceregio d’altri tempi (non è escluso che i futuri decidano di amarlo e cantarlo… o lo smonteranno vetrata per vetrata e lo sposteranno in campagna oltre Palli e invece delle nere geometrie che spengono la luce e l’allegria vedranno panchine, fontane, palme e jacarandas?).

Ruggero Gunale guarda la città che si allontana. Saluta torri pisane e campanili. Sillaba a se stesso: “La mitezza non incute rispetto né suscita vero compatimento. Anzi: godono a schiacciarti.”

Con gli occhi della memoria vola per i vicoli del paese dove ha vissuto gli ultimi tre anni, gli pare di udire il ronzio di un calabrone in un pomeriggio silenzioso e di vedere i muri bianchi di calce ogni tanto incavati in portali neri o marroni, muri senza finestre, per proteggere gli abitanti dall’occhio sbavante dell’invidioso e da quello maligno della strega che passano per strada.

Nelle ultime novanta notti ha sognato di alzarsi, uscire sul tetto e tuffarsi nel vuoto. Nel sogno era mattina e Ruggero volava sopra i vicoli e i giardini murati, attorno alle campane, guardando auto e passanti, carretti e limoni, ma nessuno vedeva l’uomo planare portato dai venti. Arrivava in riva, guardava il mare, si chiedeva: “Lo attraverso?” e rispondeva: “No. E’ troppo largo.” Tornava indietro, rientrava dal tetto e si svegliava.

Pensa: “Sei figlio di puttana e intrighi, spingi e sgambetti, ti fai largo con la forza e l’astuzia e ti rispettano servili, vogliono farti fesso e se li fai fessi ti ammirano, ti imitano. Devi essere veloce nel colpire, regalare cicatrici. Se ti fermi a pensare, perdi il tempo e ti saltano addosso. Resta alla superficie delle cose e sali nella stima altrui”.

La calce dei paesi e l’acqua del mare e degli stagni riflettono la luce come aureola sulla cupola della cattedrale, attorno alla croce d’oro. Il sole del pomeriggio suscita dall’acqua vapori che imbiancano aria e mura. Luce e vapori avvolgono la città, pare staccarsi dai colli, nube guidata al cielo dalla croce. Visione da monaco medievale. Sciocchi e astuti nella Gerusalemme che sale al Signore. Così vede la città Ruggero Gunale e pensa: “E’ pulita e secca. Il sole la asciuga e il vento spazza via i fetori.”.

Ruggero parla a se stesso: “Fuggi. Dopo trentaquattro anni ti strappi alla terra dove hai amato, sofferto e fatto il buffone. Ogni angolo di strada testimonia una tua gioia, un dolore, una paura.
“In cambio sarò libero. La maschera che mi cuciranno addosso, lo straniero, l’isolano, il mendicante, mi nasconderà, occulterà il nome, sarò uomo fra uomini… Chi è mite compatisce i persecutori, ne vede la fragilità, le ferite nascoste e non si lamenta del male che subisce.
“Tu non sei mite. Ora soltanto hai percepito l’esistenza della mitezza. Perché vinto. Sei stato bestia, avida e feroce, finché avevi forza e te l’hanno permesso. Ora ti mascheri da esiliato, nascondendo il nome che per anni hai sventolato quasi fosse un merito.
“Non hai mai colpito per cattiveria. Per noncuranza, magari, o per cecità.
“Il nome sparisce, salva per un po’ la lapide in camposanto. E la vicenda presto è dimenticata, cancellata da nuove imprese di tonti e di campioni.”

Ruggero sente voci di madri che da altre finestre del porto chiamano i figli sapendo che non torneranno prima di cena, voci che modulano nomi al vento per avere un “eh!?” di risposta, prova che i figli non si sono spaccati la testa tuffandosi nella fontana vuota, non sono annegati in mare e non sono ai cessi pubblici fra le mani di un trucchista.

Carcerati cantano dietro le bocche di lupo alte sul colle: “Voglio la libertà, il mio avvocato al corno della forca e Marianna questa notte stessa”.

Coro di madri e galeotti offerto al Signore quando cala il sole.

“La spada è fatta per colpire, qualunque motivo santifichi la mano che la impugna. Fingi l’anima del monaco ma sei armato.
“Stare in basso a capo chino è penoso, anche se detto segno di saggezza.”

“La nave puzza di piscio e ammoniaca” pensa Ruggero Gunale immobile, uscendo dal dialogo interiore e guardando la città bianca di luce in volo dietro la croce d’oro, con madri e carcerati in canto sacro, profumata di salso.

*

Da: Passavamo sulla terra leggeri

Non sapevo nulla della vita. Antonio Setzu raccontò a storia e quel che seppi era troppo, era pesante, immaginarlo e pensarlo mi metteva paura dell’uomo, del mondo e della morte. Dimenticai per trentaquattro anni. Ora ricordo, parola per parola.

Nella lingua fra i fiumi. Cento e cento case di canne, paglia e fango. L’alta zicura di limo e tronchi al limite dell’acqua, trecentotrentatré scalini per arrivare all’altare dove pulsava il cuore del capro, leggevamo la parola, interrogavamo il cielo e pronunciavamo oracoli.

Nulla è tanto ordinato e perfetto quanto immotivato e misterioso come i cielo e la volta stellata che studiavamo ogni notte immersi in calcoli sulle distanze, le orbite, i cicli.

Distoglievamo il popolo dalle false certezze. Il numero spiega e aggiunge mistero, come la memoria.
Il contadino chiedeva: “ avremo un buon raccolto, quest’anno?” Sapendo la casualità della pioggia e del secco, le stagioni consuete e le infinite varianti, rispondevamo: “Oltre i fiumi, in terre non lontane, la notte incombe a mezzogiorno, forse sono le nuvole di pioggia, forse nugoli di cavallette”.

*

Nell’anno 1302, dicendosi proprietario dell’isola in virtù della donazione di Costantino (che sapeva falsa) l’episcopo di Roma all’insaputa dei giudici (1) aveva donato la Sardegna ai sovrani di Aragona dietro versamento privato e occulto di settecento fiorini d’oro. L’episcopo di Roma aveva assicurato una conquista facile, pacifica, aveva promesso sardi plaudenti. Il sovrano d’Aragona aveva atteso quarant’anni che gli ultimi giudici morissero. Temendo che Mariano secondo avesse a sua volta figli, Mariani terzi e quarti magari prolifici e rimandanti alle calende l’uso del dono papale, il sovrano chiese indietro i fiorini versati. L’episcopo di Roma invitò allo sbarco nella terra di conquista, giurò che l’isola non avrebbe opposto resistenza, promise rapida morte del giudice Mariano.

 [1] Ex luogotenenti del governo bizantino che, allontanatisi da Bisanzio, governarono le quattro partes della Sardegna (Calari, Arborea, Torres e Gallura) “nominandosi” sovrani (re giudici). I Giudicati, regni a tutti gli effetti (superiorem non recognoscens), esercitarono il loro potere dal IX al XV secolo. Il giudicato più importante, ultimo a resistere all’esercito aragonese, fu quello di Arborea, di cui furono giudici Eleonora e suo padre  Mariano.

*

Parlare. Ascoltare. Trovare racconti mai narrati, dirli con gioia. Scoprire l’altro nelle storie che racconta.

*

Ora sei custode del tempo, disse Antonio Setzu e soggiunse a bassa voce: Come coloro che ti hanno preceduto dovrai rimanere cristiano senza discussione e rispettare le leggi che ci siamo dati nella notte del tempo e abbiamo scritto e modificato durante i giudicati di Mariano e Eleonora. Più malvagi saranno in tempi più l’adesione all’antica legge parrà ribellione o sedizione.
Potrai aggiungere spiegazioni nuove dei fatti antichi narrati nella storia che ti è affidata e raccontare avvenimenti memorabili del trentennio della tua custodia, purché con chiarezza e concisione. Noi custodi del tempo, dal giorno della perdita della libertà sulla nostra terra, abbiamo preferito finire la storia a questo punto.

Indicazioni bio-bibliografiche su Sergio Atzeni in un mio articolo pubblicato da Italia Libri nel 2005, a dieci anni dalla morte.
http://www.italialibri.net/contributi/0509-1.html

Per informazioni sul periodo giudicale, la cui conclusione – non a caso – coincide con quella della storia raccontata, rimando a: http://it.wikipedia.org/wiki/Giudicati

“Ars poetica” Ezra POUND. Traduzione di Cristina Campo

ezra pound

  

I

    La poesia dev’essere scritta altrettanto bene quanto la prosa. La lingua dev’essere bella e in nessun modo allontanarsi dalla parola detta, se non per un’accresciuta intensità (cioè semplicità). Non devono esservi parole libresche, niente perifrasi, niente inversioni. Dev’essere semplice come la prosa di Maupassant e dura come quella di Stendhal.

   Non sono ammesse le interiezioni, non le parole che volano via nel nulla. Ammesso che non si può ad ogni colpo far centro, si almeno questa l’intenzione. Il ritmo deve avere un significato. Non può essere una semplice partenza, senza presa, senza stretta sulle parole e il senso.

   Niente clichés, niente frasi fatte, stereotipie giornalistiche. Il solo modo di sfuggire a questo è la precisione, che è il risultato di un’attenzione concentrata a ciò che si sta scrivendo. La prova di uno scrittore è la sua capacità di simile concentrazione e la sua facoltà di rimanere concentrato finché non sia arrivato alla fine del suo lavoro, siano due versi o duecento.

   Oggettività e ancora oggettività ed espressione. Niente code al posto delle teste, niente aggettivi a cavalcioni (come “putridi muschi fradici”). Niente, niente che non si possa in qualche momento, nella stretta di qualche emozione, effettivamente dire. Ogni letterarismo, ogni parola libresca sgretola via un pezzetto della pazienza del lettore, un po’ del suo sentimento della vostra sincerità. Quando uno sente e pensa veramente, egli balbetta le parole più semplici.

    La lingua è fatta di cose concrete. Espressioni generiche in termini non-concreti sono pigrizia; sono conversazione, non creazione.

    Il solo aggettivo che valga la pena di usare è l’aggettivo essenziale al senso del passaggio. Mai l’aggettivo decorativo.

 

II

    Concisione, ovvero stile, ovvero dire ciò che s’intende dire col minor numero di parole e le più chiare.

    Effettiva necessità di creare o costruire qualcosa; di presentare una immagine o più immagini di oggetti concreti, disposti in modo da toccare il lettore. Al di là di questi oggetti concreti si possono fare semplici constatazioni del sentimento sui fatti; come “sono stanco” o “alla morte non può seguire peggiore male”, ecc.

    Io credo vi debbano essere più, molti più oggetti che constatazioni e conclusioni, essendo queste ultime puramente ipotetiche (optional), non essenziali, spesso superflue e quindi pessime.

    Ma bisogna che vi sia l’emozione, o la cadenza e il ritmo saranno rapidi e senza interesse.

    Il compito del poeta è definire e ancora definire finché il particolare alla superficie sia in accordo con la radice nella giustizia.

    In nessun caso la costipazione del pensiero, sia pure nel particolare, consentirà bella scrittura.

    Lucidità…

 

 

III

    Poesia è l’arte di caricare ogni parola del suo massimo significato.

 

 

IV

    Buttate fuori tutti i critici che usano vaghi termini generici; non solo quelli che usano vaghi termini generici perché sono troppo ignoranti per dar loro un significato, ma quelli che usano vaghi termini per nascondere il significato; e tutti quei critici che usano i loro termini in modo così vago che il lettore può immaginare siano d’accordo con lui o gli diano ragione mentre non è così: col che intendo dire che i loro articoli possono sempre apparire in solide e rispettate riviste  senza scatenare una zuffa o provocare le proteste degli abbonati. La prima credenziale che noi dobbiamo esigere da un critico è la sua ideografia del bello, di ciò che egli considera scrittura valida e di tutti, tutti i suoi termini generici. Allora sapremo a che punto si trova.

    Non potrò mai ripetere troppo spesso o con troppa energia la mia diffidenza (caution) per i cosiddetti critici  che parlano tutto intorno all’argomento e non definiscono i loro termini e non sanno dire francamente che certi autori sono una scocciatura maledetta. Fatevi dire da un uomo prima, e con tutti i particolari, quali sono per lui i buoni scrittori: solo dopo ne ascolterete le spiegazioni.

 

 

Traduzione di Cristina Campo – in Cristina CAMPOLa tigre assenza” (Adelphi, Milano 1991)

Da Wikipedia, una breve registrazione della voce recitante di Pound:

 http://www.case.edu/artsci/engl/VSALM/mod/ballentine/ 

 

 

In terza persona

 

Sono ospite sul blog "La costruzione del verso" dell’amico e poeta Gianfranco Fabbri:

www.frucco.splinder.com  

Leggi recensione:

Giovanni Nuscis, con il suo libro “In terza persona”, lascia nella mia mente una traccia variegata, fatta cioè di più ipotesi di lavoro. Un verso, il suo, che viene come rappreso in una sorta di gelatina multi cromatica, dai toni ora immaginifici, ora invece cerebrali e metapoetici. E’ il primo tocco, quello che prediligo, anche se dichiaro la mia disponibilità a farmi permeare dalla bella intelligenza dell’amico sassarese. Gli scampoli del corredo da me preferito sono quasi tutti “eccellenti” –sia per compostezza formale, sia per tocco personale -. Già a pagina 8 mi riesce di gustare un quadro “urbano” fatto di sapori e di venti occidui; laddove il poeta scorge in lontananza l’isola dell’Asinara, persa chissà in quale caligine, secondo il punto di vista geografico di Porto Torres. Si possono leggere le staticità degli stabilimenti industriali in parziale dismissione –modi ipodinamici di un dio che stia per morire-. “ Pesco sereno nel buio: lo sguardo // rivolto all’Asinara, redenta // le spalle di San Sebastiano, oltre le nubi del bucato che il vento increspa; …”.  “In terza persona” è, in sostanza, una piccola bugia, ma potrebbe essere anche un progetto di lavoro. In realtà, Nuscis parla molto di sé e delle proprie istanze, ma rigetta subito con forza l’intenzione di voler comporre una sorta di diario personale. E ci riesce, dal momento che la raccolta viene da me assorbita come una specie di bollettino di viaggio, (montaliano talvolta, e comunque novecentesco) molto aperto alla condivisione altrui. Accanto alle immagini dei luoghi, appaiono pure i toni di un registro impegnato sul fronte sociale, se non proprio politico. Un acconsentire a diffondere la voce di tutti, l’equanimità integrale. A livello stilistico, numerose sono le allitterazioni e le assonanze, le quali sanciscono un ritmo musicale non ortodosso, seppure marcato da versi eterogenei (talvolta pregiati, a numerazione sillabica dispari, talvolta invece più lunghi e irregolari). Questo “In terza persona” obbliga quindi a viaggiare nel sali e scendi di un’altalena che comporta le folgori intimistiche (“Sei dentro di te e in ogni cosa…” … “Vedi il bianco negli occhi dell’inverno” … “Nudo è il viale. Tu di lana fino ai denti, gli canti le ossa …”), quanto le pontificali dichiarazioni logiche, di matrice metapoetica: due strade opposte –l’una afferente/creativo/immaginifica, l’altra efferente/gelificante e razionale- che credo siano le diverse facce di una stessa medaglia.

Gianfranco

 libri  GIARDINO IN POESIA
   Pomeriggio di versi e note

Presenteranno le loro poesie
Luisella PISOTTU
Luca MINGIONI
Presentazione di
Giovanni NUSCIS
Canzoni e accompagnamento musicale di
Luca CONTESTABILE
In collaborazione con
Collettivo Studentesco
Libreria Odradek

 Giovedì 12 luglio 2007

Ore 18,30
Giardini della Facoltà di Lettere e Filosofia
Via Roma/Via Zanfarino

“In vortice obliquo” di Luisella PISOTTU. Recensione

cedro

    In vortice obliquo è la prima raccolta poetica di Luisella Pisottu, nata nel 1967 a Sassari dove vive e lavora, novantadue componimenti suddivisi in tre sezioni (L’ombra del cacciatore, Passaggi e Acqua).

    Apprezzata la buona veste editoriale, già dalla copertina si presenta la poesia di Luisella Pisottu: La donna è un picco che scava dolente/fino a trovare acqua./Scava terreni argillosi, pietra/inviolabile/fango che non ci consuma./Fino a sé stessa. Natura terragna e verticalità – insistita, caparbia – di ricerca. Una dichiarazione d’identità, di appartenenza si vuole esplicitare in questi versi; e di ciò troviamo poi conferma nella dedica: A mia madre/alle mie figlie//alle donne che osano. Un aspetto fermo, imprescindibile, dunque, quella dell’identità  femminile, ma non solo; i versi e le parole ci paiono una scelta dalla valenza emotiva e programmatica nient’affatto casuale. In una terra di persistente matriarcato qual’è la Sardegna, così come la vita si trasmette di grembo in grembo potrebbe forse la poesia non farsi anch’essa – oltre che espressione di uno sguardo e di una sensibilità – veicolo di una tradizione millenaria ed ancestrale, di una percezione del mondo peculiarmente al femminile?  Ma si coglie in queste poesie pure un sentimento metafisico, una meditazione sulla vita espressa frequentemente con durezza e disillusione: vuoto di pietra/non si riempie con le parole (In ricordo); Mia vita, freccia scoccata/disincantata fuggi/mortale, orizzontale/a compiere sola il cammino (Il nostro centro); La vita che mi porto dietro,/feroce/tremito di vecchiaia (Sembra facile); Quando là, distesa/il corpo tra i vermi,/chiaro avrò il piano della vita, (Perché); Non mi aspetto niente/se non sopravvivere nella casella assegnata,/che non occupa spazio né tempo. (Barbone). Ricorrono in questi versi termini come trafitture, aculei, punture, tremito, ronzii, fattori “perturbativi” dell’esistenza – attraverso la pelle, punto di contatto e di confine tra l’esterno e l’interno corporeo – in aggiunta al “male” ad essa connaturato. Notiamo inoltre un bestiario, in queste visioni, che si fa spesso simbolo o allegoria: vermi, vespe, mosche, lepri, cavalli, gabbiani, fiere.

    Da alcuni componimenti desumiamo le ragioni, il senso dello scrivere poesia, per l’autrice: Ingenuamente tenera/la mia poesia appare//Come futuro bambino/nella fase d’embrione e  feto,/diviene anfibio, pollo e poi cane.//Infine, dalle sembianze umane/unico appare. (La mia poesia); e poi  in Vivere con la poesia, Scrivere, Finestre murate,  Il foglio bianco, Crisalidi e Poesia (Acqua calda mi contiene/ la poesia/sgorga dalla terra, si propone//socchiudo gli occhi, mi circonda/pienamente mi sostiene./Ritorno alla mia nascita/e più indietro/all’inizio del cammino,/quando morula tremavo,/con coraggio mi ancoravo/alla vita.). Nella fascinazione per “la grandezza delle idee” e per i “placidi …poeti, uomini solenni”, forse, il vortice che ha risucchiato Luisella Pisottu nell’avventura poetica e nel ritorno (o nello stazionare, ancora?) nell’amniotica “acqua calda” che la “contiene”, in quanto “la poesia sgorga dalla terra” e la “circonda pienamente”, con un   “ritorno (alla) nascita e più indietro all’inizio del cammino”.

     Tra i testi apprezzati: Silenzio, Braccati, Canto per l’otto marzo, Come carrozze, Il silenzio del cuore, Il nostro centro, Bianco, Anfibi, Donna, Primavera. 

    La scrittura di Luisella Pisottu è aspra, puntuta, dal tono sapienziale. Molto del suo sguardo, della sua esperienza di vita, della sua memoria ancestrale è qui trasfusa; spesso, con sintesi fulminea, epigrammatica, all’interno di un distico o di una terzina (Tatuati/gli amori vissuti/fuochi mai spenti (Emozioni); Sospesa la testa si perde/in vortice obliquo (Sabbia); Sei l’inchino/prima dell’applauso (Bacio); Timbri, datari di giovinezza/infido s’insinua il solco/sulla pelle (Lifting); Il silenzio del cuore/campanile senza campane,” (Il silenzio del cuore).

    L’avventura di questa prima esperienza editoriale disvela il frutto di una perlustrazione impietosa e per nulla, crediamo, indolore – nella dimensione esistenziale, contemplativa, immaginifica ed affettiva – ma proprio per questo, forse, catartica, da cui le scorie scivoleranno via, col tempo, e si ammorbidiranno i tratti, i contorni del paesaggio reale o interiore luminoso qui già presente, come presagio di un cammino possibile:

 

Il cedro

 

La punta di questo cedro sta

raggiungendo mete inaspettate.

Era un fuscello al centro del giardino.

 

E resiste e cresce questo cedro

e noi invecchiamo.

Sarà il nostro quadro, con cornice la finestra.

 

Noi

ammirando l’estro dell’eterno pittore,

sereni ci spegneremo.

    

 

Sassari, 7 luglio 2007

                                                                            Giovanni Nuscis

ScannedImage-3Luisella PISOTTUIn vortice obliquo

Il Filo, 2007 – collana Nuove Voci

Prefazione di Marina Paola Sambusseti