Archive for dicembre 2010

2010 – 2011

Natale-2010-a-New-york-e-capodanno-20111

E’ sempre un anno in meno.

Montagne di parole e gesti

cari o miserrimi

sull’orlo d’un burrone

da cui non è dato risalire.

Il cielo rosso e frizzante

di botti e luci colorate

ha però la carne e gli occhi

di chi promette e mantiene.

Vivremo nella fede scanzonata

del giorno dopo giorno

mai troppo leggeri:

la morte in una tasca

la vita nell’altra.

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“Poesie per un no” di Roberto ROSSI TESTA

 poesieperunno 

 […] “puntare l’indice sull’argomento vero dei testi, quel “no” che la vita sovente ci dice in viso a marcio dispetto del nostro eventuale “sì”, e che si fa tanta fatica prima  a capire e poi ad accettare. […] Non che in questo modo, peraltro, si raggiunga una chiarezza vera e completa. Che significa Poesie per un no? Quel per è causale o finale, cioè queste sono poesie che nascono dallo sconforto e dal dispetto causati da un diniego o al fine di provocarlo? Si consideri in proposito che un “no” dà adito a piagnistei e defilamenti assai più comodi da sostenere della libertà/responsabilità che accollano certi sospirati ma terribili “sì”.[…]  Da Nota dell’autore di Roberto Rossi Testa.

*

E’ la condizione umana, nella sua essenza, quella che viene tracciata dalle poesie di questa raffinata raccolta – composta da sei poemetti di versi in prevalenza settenari, levigati e sorvegliatissimi – quanto di più profondo muove e viene mosso al di qua del mutevolissimo contesto in cui viviamo. Detta condizione ci appare  non per deduzione da un affresco repertoriale –  con sequenze di cronaca o descrizioni di luoghi ed oggetti –  ma con la selettiva  e rabdomantica sensibilità di chi molto ha veduto con sguardo attento, e sofferto, letto e capito.  Aspetto caratterizzante di detta condizione –  che è del poeta e delle persone più sensibili –  è la solitudine, da intendersi però non come condanna, ma come status peculiare dell’uomo. Ma può aggiungersi a ciò un precipitare, un lasciarsi andare sicché “Chi è sceso non risale/da solo o con trofei,/né condivide spazi:/nuota nel proprio acquario,/rari guizzi, iridate/ gocciole nel silenzio.”.  Eppure, ciò non ostante, ci è data la faustiana opportunità di una “stagione” “di forza, di bellezza,”/persino d’innocenza,” che non  è  “l’ultima” tra le diverse stagioni dell’esistenza terrena, ma coincide con la vita stessa nella sua interezza, e non ha senso perciò “contare le ore,” che vanno invece vissute, finché è possibile. Una solitudine che la fede e una speciale apertura possono qualche volta smorzare e ribaltare in compresenza, percependosi non lontano da noi creature speciali e silenziose: “Cavalieri invisibili:/solamente chi muore/o chi prega da solo/forse a volte li scorge/volteggiare nel cielo.” Ed è forse nell’accettare consapevolmente il quotidiano carico di fragilità e di avversità – senza illusioni, senza narcisistica temerarietà,  senza autosuggestioni – che può stare la nostra salvezza:  “Ché chi trema ogni giorno/non tremerà nell’ultimo:” E quando “l’immane sbadiglio/spegnerà gli astri e i lumi;/mentre tutti all’intorno/penseranno a fuggire/lui, caduto in ginocchio/e le dita ad artiglio,/radioso griderà:/“Sono qua, sono pronto”. GN

 

*

NON SOLITARIO, SOLO

Risvegli con sorrisi

non più che immaginati,

con le parole giuste

non dette o dette male:

alla lunga scavarono

cunicoli lunghissimi,

che all’inizio sembravano

di sicurezza ma

quando franò la sabbia

più nessun spazio per

un avanti o un indietro;

soltanto per un dentro.

*

Non solitario, solo.

Un maledetto errore,

un maledetto imbroglio:

un giorno girò l’angolo,

andò sotto la soglia;

e tutto fu diverso,

irreparabilmente:

una benedizione

di cui non si giovarono,

che non gli gioverà.

Se anche tornasse indietro,

se pure risalisse,

non riconoscerebbe;

non riconoscerebbero.

Oh più non si saprebbe

celare la distanza;

e il vuoto, il vuoto, il vuoto.

*

Quel “no” a lungo e spesso

ripetuto nei fatti

adesso è fatto suo:

unica proprietà

per chi non può più averne,

dopo avere perduto

con se stesso ogni altra

relazione possibile.

Ma è il no più affermativo,

di chi più non vedendo

né io né tu può dire

“finalmente a noi due”.

*

Giorni andati a venire:

questo bilico arresta

lo sventato avventarsi

del sangue e del respiro.

*

Ormai si resta senza

seguire né precedere,

convincere o convincersi.

Chi è sceso non risale

da solo o con trofei,

né condivide spazi:

nuota nel proprio acquario,

rari guizzi, iridate

gocciole nel silenzio.

 *

E tuttavia non c’è

che un diaframma di sabbia:

se un singhiozzo l’infranga

il budello già salta:

e fa uscire vicini,

giusto al foro d’entrata;

ma a nuove stelle ed aria.

*

Da CANZONI DI PRIMA DEL RISVEGLIO

18.

Dalla coltre di polvere

ti sei levato incredulo,

hai chiesto: “Proprio a me?”

Sì, proprio a te è concessa

ancora una stagione

di forza, di bellezza,

persino d’innocenza,

in cui vagare ancora

come l’aereo seme

del dente di leone;

ed intanto cantare,

ciò che è stato e che forse

forse ancora sarà.

Solo l’età ora vieta

che l’elegia si muti

e questo è bene, è meglio.

“Ancora una stagione;

grazie… E’ l’ultima?” insisti.

Perché, sciocco, domandi?

Non pensi a quanti vivono

senza nemmeno questo,

senza neppure mai

la speranza di un raggio?

Con questa tua fiammella

riaccendi i lumi stanchi

di chi ti trovi accanto,

e con lui, com’è inciso

sulla tua vecchia pendola,

“non contare le ore,

vivile, finché puoi”.

*

27.

Cavalieri invisibili:

solamente chi muore

o chi prega da solo

forse a volte li scorge

volteggiare nel cielo.

Per onorarne l’opera

nei propri ranghi qui

occorre una bilancia

fra dire e suggerire,

fra grida sopra i tetti

e vita clandestina,

di slanci e di tremori.

Ché chi trema ogni giorno

non tremerà nell’ultimo:

la luna sarà sangue,

e l’immane sbadiglio

spegnerà gli astri e i lumi;

mentre tutti all’intorno

penseranno a fuggire

lui, caduto in ginocchio

e le dita ad artiglio,

radioso griderà:

“Sono qua, sono pronto”.

*

Da L’AMORE DEL TEMPO

5.

Io scenderò da questa

giostra infernale, e ancora

e ancora la mia testa

continuerà a girare

e il mio occhio a invidiare

i dannati che girano

come fusser beati.

6.

Tu che hai fatto letame

della mia vita allietati:

sparso in poderi d’altri

il nome sparirà,

ma fra zizzania e loglio

i rossi fiori e il grano.

7.

Giù in ginocchio a tremare

cosa più salutare

possa mai capitare:

il desiderio e il mondo

quasi già trapassati,

nemmeno più poesia,

solo un po’ di dolore.

Ma lungo la tua via

si vedon la gallina

randagia ed una cagna

passeggiare appaiate,

fanciulline filosofe.

*

Roberto ROSSI TESTA

Poesie per un no

Nino Aragno Editore (2010)

*

Roberto Rossi Testa è nato nel 1956 a Torino dove vive. Traduttore e saggista, ha pubblicato le raccolte di poesie Stanze della mia sposa (1987), Poca luce (2002), Eunoè (2005), Sposa del vento (2007) e la raccolta di racconti Storie di dei e di animali (1995).

Interventi di Fabrizio Centofanti  e Nadia Agustoni sul blog La poesia e lo spirito 

“Dismisure” di Matteo BONSANTE

dismisure Con nitore e linearità i versi di Matteo Bonsante idealizzano un tempo e una distanza a misura d’uomo, blandi, interiori, non dunque istantanee di mondo senza sfondo né distensione cardiaca, e cosmica. Scenari albali dagli elementi riposizionati con sguardo creaturale, dov’è l’esperienza del reale a cingerne l’edenico disegno, a separarlo e proteggerlo da frastuoni e sovraffollamento, dall’invadenza dei corpi gli uni contro gli altri, doloranti e feriti; per dismisura del rapporto tra loro, e con le cose, col tempo assoluto, con le distanze astrali all’interno dell’universo imperscrutabile, col destino ultimo del tutto; chiaroscuro in cui in evidenza è la luce (“…giorno che di sé inonda/tutto il mare e tutta l’estate…”) in quanto “la luce non conosce/il buio, così l’eternità non conosce/il nulla”.

Colpisce di questa raccolta l’equilibrio tra discorso alto, escatologico, e forza icastica nei quadri descritti, pervasi di una luce anche metaforica di fede nell’oltre, nell’apertura e abbandono assoluti di un Io senza più pareti, disciolto nell’infinito.  GN

 

 

 

Sentivo scorrere lietamente

il giorno

e di tanto in tanto il disteso

cinguettio d’un passero.

Una lama di luce giungeva

dall’alto.

Assorto nel segreto dell’Ora,

il solare silenzio mi slega

dal tempo e

mi porge le dune sabbiose

dell’eterno.

 

 

 

*

 

 

 

 

 

In tanto io sono, in quanto tu sei con me

Nicolò Cusano

 

 

In questo giorno che di sé inonda

tutto il mare e tutta l’estate,

si disgela la tinozza dell’eterno.

Qui, sotto il mio segreto sguardo.

 

Le cose, al largo, si raccontano in luce

e golfi di luci, vibranti e deliranti.

L’armonia è nell’attimo che, pur brivido,

sembra fermarsi a contemplare.

 

– severo diapason della mente

che come treno al palo

osserva, accoglie, registra.

 

Ed è l’eterno che, uscito in strada da me,

da te,… da tutti… qui, ora,

si lascia cogliere nel suo abito di fuoco

del mezzogiorno estivo.

 

-Ferro rovente del fabbro che batte

sull’incudine. Cuore orfico dell’etere

pulsante in ogni fibra a modellare il cielo

e la terra. Sagace fucina d’un forte narcisistico

specchiarsi. Trasparenza e agio del mondo

liberatosi dalla culla del nulla e

rivelatosi in noi.

 

E specchiandoci… tutti a bere, anche Dio,

l’intenso fulgore del giorno quando l’anima

e le cose

cantano l’inno-ferita dell’esistenza.

 

 

*

 

 

Forse sto parlando con voce

che ricade inerte sulla terra.

 

Forse la dismisura che ci spaia

e ci lega è chiodata in uno dei

tuoi eterni editti.

 

Forse scrivo parole sperse,

senza lena.

 

                    *

 

E corro ad osservarmi nel ciliegio

sfiorito,

          in attesa che torni primavera.

 

 

 

*

 

 

Solo nel pensiero

l’idea del nulla può

rivaleggiare

con l’idea di Dio.

 

Dio in sé brucia il nulla.

 

                   *

 

-Come la luce non conosce

il buio, così l’eternità non conosce

il nulla.

 

 

*

 

 

Apologo

 

 

la brezza    – come mai, passante, ti agiti da mattina a

                     sera per le vie del mondo?

 

passante     –  sono stato inviato dall’Eterno.

 

la brezza     –  e per che fare?

 

passante      – per liberare l’Essere dalla culla del nulla.

 

la brezza     – e poi?

 

passante     – ritornerò all’Eterno, portando in dono il

                     senso della terra.

 

la brezza    – amen

 

 

*

 

 

Matteo Bonsante

Dismisure

Manni, 2010

Prefazione di Stefano Guglielmin

 

 

Pret(re) à porter di Fabrizio CENTOFANTI

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Fino in fondo

Credi che non abbia dubbi? Che non sia angosciato dall’idea che tutto finirà, che questo corpo, come il tuo, sarà corrotto lentamente dal tempo spietato, che l’affetto, i sogni, l’infinita catena della gioia e del dolore, e tutto quanto ci ha tenuti sul filo del rasoio nella tenace speranza di un riposo, ogni risata, ogni pianto, ogni fiato sospeso, siano destinati a spegnersi in un silenzio senza volto, finita la felice e terribile avventura che chiamiamo coscienza? Eppure so, e stamattina l’ho ripetuto a bassa voce mentre il mondo si svegliava pigramente intorno, eppure so che in qualche luogo, in qualche modo, riprenderemo il filo, sorrideremo come allora e ci diremo l’un l’altro: Lo sapevamo, hai visto? Qualcosa, contro tutto, ci prometteva questo, e la vita, anche piangendo e bestemmiando, mantiene le promesse fino in fondo.

(Da Pret(re) à porter)

*

In un crinale di follia, nella minestra serale d’una vecchia, nel fiato mancante d’una corsa, nella sontuosità d’un letto di cartoni… Ecco, lo scrittore può avere questa capacità, di comprendere tutto sapendo essere tutto, e ovunque: uomo, animale, pianta, minerale. Ciò nelle espressioni più alte non può non sancire una maggiore prossimità al Dio o all’Assoluto a cui ci si rivolge da millenni, alla sua perfezione ideale, alla sua ubiquità e onniscienza, alla sua creatività incessante e imperitura; lo scrittore, naturalmente, coi suoi limiti, la sua fragilità e finitezza. Verità, giustizia, bellezza: le prime due che sono anche la terza, ché un’umanità giusta, saggia, consapevole e altruista è anche bella, così come brutta ci appare spesso quella attuale, responsabile o corriva delle molte ingiustizie compiute da piccoli e grandi (pre)potenti.

Quando poi la prossimità a Dio è anche imitatio Christi, come nel caso di Fabrizio Centofanti, scrittore e sacerdote, sulla pagina è dato cogliere una tensione particolare. “Ogni atto di bene è una luce che si accende sulla tenebra nel caos originario. Collaboriamo a un’opera preziosa: perché perdere tempo? Il peccato è negare che, gesto dopo gesto, assecondando l’energia che Dio ha donato al tutto, possiamo costruire il paradiso che vedevamo all’inizio della storia, ma che ora scorgiamo profilarsi all’estremo limite di essa, come sbocco finale di una tensione verso ciò che non è più imperfetto. Amo questo mondo che ha fatto di me una persona responsabile. Amo chi mi ha graziato con offerte di vita, rendendomi persona libera. Libero è solo chi ha ricevuto doni, senza che si chiedesse un contraccambio. Libero è chi lascia spazio al Bello, al Bene, al Vero.” (Evoluzione).

Ci domandiamo allora con Riccardo Ferrazzi, nella sua postfazione a Pret(re) à porter, edito da Effatà, “Che senso avrebbe incapsulare Fabrizio Centofanti e il suo ultimo libro negli schemi di una scuola critica…” Perché l’aspetto distintivo rispetto a tanti altri libri “non è una cifra stilistica, ma un atteggiamento: l’autore si schiera. Entra nella testa e nel cuore delle vittime, legge il mondo con i loro occhi, senza pretese di obiettività, senza dare spazio alle ragioni degli altri.” “Fabrizio Centofanti” scrive Tiziano Scarpa nella sua introduzione “ è uno scrittore cristiano, o meglio, è un cristiano scrittore, e dunque è un genere speciale di cristiano.” E “…La scrittura è la zona di affondo nell’impasto di vita e eternità, è la sua zona isterica.” Perché “beati i miti”, certo, ma per esprimere la propria umanità, la propria vocazione e il proprio destino fino in fondo – con le sue istanze talvolta gravosissime, nel dono quotidiano di sé, nella coerente rappresentazione sulla pagina del mondo veduto e percepito, nell’affermazione e difesa dei propri valori e della propria fede, come nel caso di Fabrizio – bisogna portare la “spada” dei combattenti (“La verità è nel combattimento logorante, quello che Giacobbe sostenne una notte intera sulle rive dello Jabbok. La sorpresa è che l’angelo ti lascia vincere…” – Al centro del mondo). Non solo raccoglimento, dunque, ma esposizione, confronto, lotta, guardandosi intorno senza pregiudizi, con sguardo vigile e libero al contempo, proponendo apertura dove c’è chiusura, contenimento e regola là dove il dilatarsi incontrollato comporterebbe perdita di sé.

Questo libro di centoventisei racconti è dedicato a don Mario Torregrossa, sacerdote, maestro e amico insostituibile di Fabrizio, scomparso circa due anni fa. Il villaggio in cui/da cui si vive e si osserva il più vasto mondo è la parrocchia di S. Carlo di Sezze alla periferia di Roma: ventimila anime e punto di riferimento per giovani, extracomunitari e poveri. Un’umanità varia, pulsante, in continuo cambiamento al pari delle attese; quelle rivolte in particolare ai curatori di anime, a cui si chiede spesso l’impossibile, vale a dire, sostegno morale e materiale in massima misura; i giorni si fanno così vortici risucchianti e imprevedibili in cui, per sopravvivere, è necessario rompere barriere e schemi precostituiti, in una sfida continua: “Cerchiamo inconsciamente le sorprese, perché sappiamo che la vita è rompere gli schemi, uscire dai binari che l’abitudine dei giorni trasformerebbe in fossili muti se il vento dello Ionio non spalancasse le porte e facesse irrompere la novità che non ti aspetti..” (Al posto mio). Un compito gravoso e spiazzante, in cui ci si ritrova spesso soli e scarsamente compresi: “…quelli che dovrebbero aiutarti sono in giro per il mondo, in posti ameni. L’idea stessa ti solleva: ‘Stiamo riposando per voi’. Anche questo è solidarietà. Il problema vero è quando tornano: rigenerati, pieni di energie, pronti a notare ogni mancanza, mentre tu stai esalando l’ultimo respiro. Però non muori mai, sarebbe troppo semplice. E’ il bello del prete.” (Rose) “…Sento gli sguardi che mi sfiorano per le ragioni più diverse: chi si preoccupa per me, chi cerca spazi inaspettati, chi fiuta l’aria per capire cosa possa cambiare; io continuo a dare, come ho sempre fatto, ma mi accorgo che le forze a volte scemano, qualcuno potrebbe approfittarsene, e non c’è più il mio amico [don Mario] a discernere con certezza la sincerità dalla furbizia.” (Solo una promessa)

Questi racconti non sono però soltanto diario personale, ma narrazione di fatti reali o inventati (Io sono Obama, America, Sono un Rom, Mineo, Una serata diversa, etc.), riferiti per lo più alla cronaca; dove si sta nel mondo sapendo di essere di questo mondo, pur sognandolo migliore, pur sognandovi il ritorno di un Gesù redivivo: “Che bella sorpresa: Gesù è tornato, è venuto a vedere come procedono le cose. Deve adattarsi alle tecnologie, ai ritmi inediti, al tempo concentrato di comunicazioni e spostamenti rapidissimi…” (E’ come se ci fosse sempre stato). La vita è suzione di vita, amore che si riceve e che si rende (“Mi hanno detto che vivere è restituire l’amore ricevuto…” – Per ora); senza credersi dalla parte giusta, onnipotenti (“…se avverti un senso di’incertezza perenne, vieni con noi, fragile amico, qui c’è posto per te.” – Campo giovani); e senza ipocrisia: “Certi poveri fanno paura: gente dell’est dalla faccia affilata che ti ha visto aiutare gli altri e viene a chiedere soldi con aria inconfondibile…” (Da tanto lontano).

A lettura ultimata, resta di queste storie ricche di umanità e saggezza un senso profondo di gratitudine e ammirazione verso il suo autore, messosi in gioco fino in fondo con rigore e autenticità, con amore smisurato verso i propri simili, maledettamente imperfetti come lui. GN

*

Fabrizio CENTOFANTI

Pret(re) à porter

EFFATA’ EDITRICE (2010)

Prefazione di Tiziano Scarpa

Postfazione di Riccardo Ferrazzi

Anche sul blog La poesia e lo spirito 

Alfabeto di strade (e altre vite) di Alberto MASALA

alfabetodistrade

[…] Masala è un poeta dell’esortazione, un anarchico con coscienza di livello culturalmente internazionale, ed una produzione di tale ispirazione e tanto catalisticamente “avanti” da essere progenitrice come lo sono stati Antonin Artaud in Francia e Julian Beck con il Living Theater negli U.S.A.

In breve, è coinvolto in una poesia di provocazione – come, dice, Pasolini – ma con questa differenza: dove Pasolini portò le sue idee di provocazione sullo schermo e fu in altro modo intenzionalmente e intensamente un intellettuale attivista, o un attivista dell’intelletto, Masala ha insistito nella carica orale della performance pubblica del suo lavoro, che in gran parte è in forma omaggiante e litanica, e, sì, esortativa è la parola giusta […]

(Jack Hirschman – Introduzione a Taliban – i trentadue precetti per le donne (2001))

A Gilberto Centi

Una cosa sola era certa, perché inequivocabile:

eravamo giovani . [ 1]

 

tu ci hai lasciato un segno

e non andrà perduto [ 2]

la sera sta indossando veloce

una notte già insonne

trascinando nel naufragio di una luce

fissa e televisiva

i nostri occhi offesi

amico mio

non ti porto notizie confortanti

avevi visto giusto

purtroppo l’ipnosi ha funzionato

e non gli basta catturarci vivi

vogliono farci scrivere

e perfino cantare come loro

le finestre sprangate

tutte le chiese aperte e funzionanti

le strade chiuse tutti i ponti crollati

i matti ritornati nelle gabbie

ed attorno i turisti

della democrazia

resta qualche sperduto dissidente

una scintilla estranea

un fuoco che rifiuta l’invito

e si muove infiammando con spinta irriverente

intimiditi incendi inadempiuti

già consumati in fretta

troppo in fretta

e la città li vide

ma non ne riconobbe il passo

questa città si assonna si abitua si distrae

e va con la sua solita prudenza

o contrasta e contrae

con l’angoscia di peste

che vorrebbe da sempre allontanare

in cerimonie di dimenticanza

come te… lo sai… o con Patrizia…

ogni particolare è già previsto:

distendendo catrame sui sentieri

li si trasforma facilmente in strade

e tutto scorre via nelle cloache

senza infangare chiese né vetrine

dunque la patria è questa?

un feroce paesaggio inospitale

che confonde impunito i suoi ricordi sfuocandone le orme

che li conserva come sedimenti con strati di menzogna

sempre dimenticando e sottraendo

finché con la realtà

ne inghiotte anche le tracce più innocenti

dunque la patria è questa?

non la nostra Gilberto

in tempo l’avevamo restituita

scandendo le parole ad una ad una

scampando alla sua scena

a quel ritmo automatico incalzante

al frastuono assordante dell’orchestra

questa città si applaude

nel suo stesso teatro d’ovvietà

mangia la propria morte

e non smette di urlare novità

sfidando anche la nausea e questa nebbia

annusa… senti? puzza di carogna

se non ci sarà altro da ingoiare

mangeranno la nostra biografia

hanno già cominciato…

addestrati a lanciarsi nell’amore

attaccavamo sempre corpo a corpo

però non sapevamo prevedere

l’urto del paradosso armato

che non lasciava trasformare in sogni

i nostri tentativi ci coscienza.

E loro combattevano per soldi…

vi prego – disse – non soffiate

a me piace tenere il passo incerto

farmi ubriaco e le certezze

trattenere in lisergico equilibrio

aggrappate alle corde dei miei dubbi

la verità che ci abita lo sguardo

è negli occhi sbarrati sugli abissi

mentre l’affanno che ci crepa il cuore

accumula ossessione di distanza

il dolore che spezza lo taciamo

oppure lo chiamiamo volontà

per vicinanza per assimilazione

ma tu piuttosto.. dimmi…

la morte

è quel trasloco triste dalla forma

alla scomposizione di una fine

dove andiamo a raggiungere dei nomi?

lo so, lo so…

oltre i progetti

ma…

dove avviene il congedo?

in quale fine necessaria? In che teatro?

infine?

noi sogniamo la morte…

ma la morte… ci sogna?

[7 settembre 2007]

Note

 

[1] Per il resto di noi risultava soltanto la pervicace proiezione mentale dei Vecchi Geometri del Tempo circa una condizione estraenea che credendo di capire si ostinavano a spiegare.

Poi dal fastidio passai al sorriso.

Ci “pedinavano” annotando i nostri “segnali” che diventavano dissertazioni sulle terze pagine e gli special televisivi. Ci definivano per possederci e nell’ovvia impossibilità della riuscita, come defraudati, caparbiamente si avventuravano in zone intravviste solo dall’aereo.

Così quando scendevano e si inoltravano in piazze, strade e vicoli perdevano l’orientamento, aggravando il loro stato confusionale, utilizzando le sole mappe in loro possesso: quelle “fuori corso” del loro tempo. Così mostravano a noi quel che non eravamo, irriconoscibili, con radi agganci alla realtà, complessivamente stravolta. Talmente lontani non se ne accorgevano. Nella convinzione non dico d’averci sfiorato ma d’essersi calati in un’età dell’Oro e del Buio che non gli apparteneva.

 

Eravamo un colorito allarme avanzante, con suddivisioni manichee neanche tra buoni e cattivi.

 

Leggevano in aramaico quando noi scrivevamo in cirillico. (Gilberto Centi)

[2] Gilberto era un poeta ed un caro amico. Inventò, coordinandolo, il censimento della poesia a Bologna. Tra le altre cose, fu iniziatore e mente dell’operazione letteraria e mediatica “Luther Blisset”. Il messaggio nella sua segreteria telefonica diceva: “Seiquattro quattro otto, cinquecentotrentuno. Lascia un segno. Non andrà perduto”.

*

Da: Non è la nostra aria…

(Resoconto a Pier Paolo Pasolini sulle odierne ceneri di Gramsci)

1

Non è la nostra aria questa vigliacca

aria che il prudente poeta

occupa con flessibile mestiere, o guasta

con pratiche alleanze… questo vocio

di schiume compiacenti sopra schemi

spenti da congegni ordinati di lusinghe.

Stupefacenti roghi di apparenze,

opinioni… trasuda una monotona

tensione, costante e tempestiva come

fatalità, che ha ispirato ai poeti trascendenza

per frustrazione sottomessa.

Un pallido e insaziabile fantasma

concreto e irraggiungibile

difende quel giardino dal pericolo alieno.

Io sto tra le incolte barriere. Assente

l’alfabeto, soltanto il dire muto.

Nell’abisso del petto almeno serbo

l’orizzonte salmastro di Sardegna.

Io nervo in questi versi dell’errore,

sebbene il vento porti alla deriva

dei crudeli ascendenti, tramandati

nel mio sangue ad inciderne il senso.

Tutto cadde insensato, marcito

cautamente, qui nessuno ne è immune:

è previsto che andremo

in una sola morte. Tutti.

Questo canto non piace. Non possiede

la tortuosa retorica, che spande

ma non s’incolla, e glissa

fra assopiti reclusi, travestiti,

complici a volte

di morale assassina. Vedo…

lo vedi tu? Scrivere in questo tempo

ancora come tana. E l’avversario

lugubre ne sorveglia l’ingresso. Aspetta,

inghiotte qualche scossa di sorpresa

da inevitabili affamati. Apparizioni,

di deboli figure. Poveri oggetti

di conversazioni. Ipocrisia

di volontà che alla platea conviene.

E ogni volta richiede spettatori.

Tra i due destini – il loro, il mio – rovine.

Ne abbiamo perso anche le parole.

*

4

Si spalanca puntuale la ferita

dell’essere volati troppo in fretta:

ora non siamo più gli stessi:

abbiamo visi di naufraghi ingrassati

in devastate isole di niente.

 

Qui, nel mio scosceso spazio, oggi

attraversate ebbrezze

ed una fastidiosa nostalgia,

sull’anima, così, io scrivo il libro

degli analfabeti. Il libro della festa

oppressa da una vita di bisogno,

perduta fra sporchi appassimenti.

La barbarie

è per me eredità. Non la compassione

è lotta. Non la sfortuna è forza, ma la sua

visione. Sacre non sono mistiche entità,

ma grattare le tenebre indagando,

leggendo il tutto come non appare.

Sempre in ritardo ci si aggira dove

le arroganze della religione

ci minacciano con incandescenti

demoni che non ci piegheranno.

Altri nuovi, altrettanto grotteschi ed esaltati,

li importiamo. Mancano di pane. Migrano

per volare, mirando alle speranze

a caso. Addosso a schiene bisognose.

Calvario di oppressione, ansie.

ognuno si trascina la paura

con al forza di voci incatenate

gridando in europa la sua fame.

Vanno in marcia ontologica,

avanzano verso la sventura, ma

non hanno scarpe adatte per la marcia.

Stare in quale equilibrio di poesia

quando è illegale anche dignità

e si riapre il niente? La mia felicità

meridionale mi trascina all’eccesso.

Quello che ancora lascia

non si rassegna, canta, umana esiste…

è la mia voce. La parola distesa

A volte corre, si diffonde, a volte

si annoda al vento. E dentro

ho qualche ragionevole entusiasmo

che non tocca la storia: la rispecchia.

Ma a che serve la legge? Chi la fa?

*

Alberto MASALA

Alfabeto di strade (e altre vite)

Edizioni Il Maestrale, Nuoro 2009

A cura di Giancarlo Porcu

Prefazione di Alberto Bertoni

Introduzioni di Jack Hirschman

Traghetti di poesia. Cagliari 1-2-3 febbraio 2010

MANIFESTO  Traghetti di Poesia febbraio e mail

Comunicato stampa del 25 gennaio 2010.

Tre giorni di versi: a Cagliari dall’1 al 3 febbraio

la seconda edizione del festival “Traghetti di poesia”.

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Forte del riuscito debutto dello scorso novembre, riattracca a Cagliari “Traghetti di poesia”. Fra l’1 e il 3 febbraio, il festival diretto dal poeta milanese Guido Oldani (curatore della collana “Argani” della casa editrice Mursia),affiancato dalla poetessa Lorena Carboni, sfoglia le pagine della sua seconda edizione.

  

Come nella prima, sarà un piccolo viaggio nei territori della poesia in tre serate di letture, incontri e riflessioni in compagnia di autori e testimoni della scena nazionale e isolana, non senza uno sguardo anche oltre confine. Con una dedica speciale a Franco Loi, il poeta grande poeta milanese di origini sarde (il padre era cagliaritano) che pochi giorni fa ha compiuto ottant’anni (è nato a Genova il 21 gennaio del 1930, ma si è trasferito a Milano a soli sette anni).

 

 

L’epicentro ruota idealmente attorno alla capitale, si sofferma sull’estremo sud, fucina di iniziative editoriali e talenti noti ed emergenti, e dà ampia voce alla Sardegna dove il dialetto con i suoi suoni, ritmi a volte aspri e sempre incisivi, assurge a stato di limba. Senza trascurare il nord, rappresentato anche nella variante dialettale.

 

Così, dopo aver ospitato nomi del calibro di Tiziano Rossi, Patrizia Valduga, Ida Andersen e Ersi Sotiropoulos, “Traghetti di poesia” imbarca ora Maria Luisa Spaziani, Elio Pecora, il premio Viareggio 2009 Ennio Cavalli, Luca Morricone,  Francesco Piscitello,  Sandro Boccardi, Franco Dionesalvi, Lino Angiuli, l’italo-ungherese Tomaso Kemeny, il siro-libanese Fuad Rifka. E poi, naturalmente, i poeti locali: tre scrivono in sardo: Giovanni Fiori,  Vincenzo Pisanu e Paola Alcioni; gli altri in italiano: Giovanni Nuscis, Rossana Abis, Ennio Meloni e Maria Grazia Esu. 

 

Il cuore dell’iniziativa sono gli incontri coordinati da Guido Oldani: letture di versi scelti e brevi istantanee su ogni autore. Anche l’esperienza delle riviste poetiche, Lìnfera, Controverso e Incroci trova spazio all’interno della rassegna.

 

In programma anche tre approfondimenti letterari: con Maria Luisa Spaziani e la sua riflessione sulla poesia del Secondo Novecento; la dissertazione sull’“utopia” di Arrigo Colombo, il “Tommaso Moro del terzo millennio”; e l’omaggio a una delle voci più limpide del Novecento, il grande poeta perugino Sandro Penna, da parte del suo amico e biografo Elio Pecora.

 

A far da cornice alla manifestazione – allestita anche stavolta nello spazio SEARCH, nel sottopiano del Palazzo Civico in Largo Carlo Felice – gli scatti d’autore del romano Dino Ignani: fotografie in bianco e nero dedicate ai poeti. La cantante e attrice Simonetta Soro  presta invece la sua voce e il suo talento per le traduzioni in italiano delle poesie di Fuad Rifka e Paola Alcioni.

 

L’appuntamento, organizzato dalla Provincia di Cagliari (Assessorato al Turismo, Politiche Culturali e Promozione Sportiva) con il Patrocinio del Comune, è la seconda sezione di un più ampio progetto che prevede ancora un terzo ciclo, sempre di tre giorni, ad aprile.

 

 

·         I poeti sardi

 

Anche il secondo ciclo di “Traghetti di Poesia” dedica uno spazio particolarmente significativo alla scena poetica della Sardegna. A partire dall’atto inaugurale: lunedì 1 febbraio alle ore 17,30 saranno infatti gli autori isolani già ospiti della prima edizione ad aprire la nuova tre giorni cagliaritana, leggendo ognuno una propria poesia: Paolo Zedda, Anna Cristina Serra, Giulio Angioni, Alberto Lecca, Roberto Belli, Lorena Carboni, Antonio Fiori e Franco Fresi.

 

Replicata anche la formula che vede i poeti sardi in cartellone (sette, in questa seconda tranche del festival), riuniti in due sezioni ideali: da un lato quella degli autori che compongono in limba, dall’altro quella dei poeti che eleggono invece l’italiano come lingua in cui comporre i propri versi.

 

I cantori della tradizione e della sperimentazione linguistica che si esprime con le parole antiche de sa limba avranno il compito di rompere il ghiaccio in apertura di ogni serata, alle 20.30. Ad applicare per primo la regola, lunedì 1 febbraio, sarà Giovanni Fiori (Juanne Fiori), poeta identitario nato a Ittiri, nel Sassarese, nel 1934, allievo ed erede del leggendario poeta improvvisatore Remundu Piras di Villanova Monteleone. A introdurlo, il giornalista ed esperto di letteratura e di lingua sarda Paolo Pillonca, con Vincenzo Pisanu e Paola Alcioni.

 

Quest’ultima sarà invece al centro dell’incontro d’apertura la sera dopo, martedì 2: cagliaritana, poetessa e scrittrice in lingua sarda, Paola Alcioni ha visto alcune sue poesie pubblicate e tradotte in inglese, in tedesco e in galiziano. Il “testimonial” della poesia in sardo nella terza serata, mercoledì 3,  è invece Vincenzo Pisanu, autore che utilizza la variante del Campidano, attivo da anni e vincitore di numerosi concorsi letterari, tra cui, nel 1978, il premio Città di Ozieri.

 

Puntuale anche lo spazio giornaliero dedicato ai poeti sardi che compongono in italiano, il secondo appuntamento di ogni serata. Ad aprire la serie, lunedì 1 febbraio, sarà Giovanni Nuscis, reduce dalla pubblicazione della silloge “La parola data” (per L’arcolaio, Forlì, 2009), e attivo anche su Internet con un proprio blog, “Transito senza catene” (www.giovanninuscis.splinder.com).

 

Martedì 2 febbraio è protagonista invece un’autrice: Rossana Abis. Poetessa e performer cagliaritana, quarantenne, uscita nel 2007 con la silloge “La cifra del Nulla” (Zonza editore). Due ospiti per la serata conclusiva (mercoledì 3): Ennio Meloni e Maria Grazia Esu. Il primo, classe 1946, dopo aver scoperto la scrittura nella maturità, ha pubblicato nel 2009 la sua prima raccolta: “Centellino amore” (LietoColle Editore). Musicista e operatrice culturale, la seconda ha invece esordito nel 2008 con la raccolta poetica “Nuda, Cruda Poesia” (LietoColle).

 

 

·         Gli ospiti italiani e stranieri

 

Ad aprire la prestigiosa lista di nomi in arrivo dall’altra parte del mare, lunedì 1 febbraio, è Luca Morricone, direttore editoriale del quadrimestrale “Línfera”, organo del “movimento della ‘neorinascenza della letteratura’”, vivace progetto editoriale che ospita nomi prestigiosi del panorama letterario nazionale.

 

Sulle ali del recente successo riscosso col Premio Viareggio 2009 per la poesia, con “Libro Grosso”, edito da Aragno, approda a Cagliari Ennio Cavalli: cinquantadue anni, nato a Forlì, romano di adozione, caporedattore culturale del Giornale Radio Rai, è autore di opere poetiche, romanzi e racconti.

 

Poi la scena sarà tutta per un’indiscussa protagonista di una lunga stagione letteraria, Maria Luisa Spaziani. Classe 1924, torinese trapiantata nella capitale, è voce critica e testimone dei fermenti e rivolgimenti della poesia italiana contemporanea dell’ultimo settantennio. Tre volte candidata al Nobel, Premio Viareggio nel 1981 e “Dino Campana” nel 2009, tra le sue importanti frequentazioni la Spaziani annovera quella con Eugenio Montale: un sodalizio intellettuale e un’intima amicizia attestata anche da un fitto carteggio, 360 lettere custodite presso l’Università di Pavia. Vastissima la sua produzione tra poesie, il poema-romanzo Giovanna D’Arco, racconti, lavori teatrali e saggi.  Le sue opere saranno pubblicate quest’anno nei “Meridiani” di Mondadori.

 

La sera dopo, martedì 2, “Traghetti di poesia” approda idealmente in terra lombarda con i versi dialettali di Francesco Piscitello, cardiologo, giornalista e poeta. Ha pubblicato “Tra el lusch e ’l brusch”, una raccolta di versi in dialetto milanese e “M’affumico d’incenso”, una rivisitazione in chiave irriverente e licenziosa delle principali liriche della poesia italiana.

 

Dall’Italia all’Ungheria, culla della vecchia Mitteleuropea: il grande poeta magiaro-milanese Tomaso Kemeny legge le sue poesie in ungherese e affida la versione italiana alla voce di Simonetta Soro. Classe 1938, nato a Budapest, Professore Ordinario di Lingua e Letteratura Inglese all’Università di Pavia, è firmatario nel ‘98 di un manifesto che ripropone il ritorno alla Bellezza.

 

Si prosegue con Elio Pecora, “poeta di nascosta classicità”. Romano d’adozione, classe 1936, é autore di raccolte di poesie, racconti, romanzi, saggi critici, testi per il teatro e promotore di iniziative letterarie. Il suo esordio poetico risale al 1970 con “La chiave di vetro”. Con “Simmetrie” (Mondadori 2007) ha vinto il premio Mondello. Amico e biografo di Sandro Penna, ha istituito la fondazione a lui intitolata. Curatore di antologie di poesia, dirige la rivista internazionale Poeti e Poesia.

 

L’ultima serata, mercoledì 3 parte dal nord di Sandro Boccardi con i suoi versi connaturati nel paesaggio lombardo. Nato a Villanova Sillaro (Lodi) nel 1932, Boccardi ha esordito in poesia con “A dispetto delle sentinelle” (Magenta, 1963). Appassionato di musica colta, ha fondato e curato per trent’anni, dal 1976, la rassegna “Musica e Poesia a San Maurizio” del Comune di Milano.

 

Si ritorna al sud e al tema legato all’editoria col cosentino Franco Dionesalvi, redattore di “Capoverso”, semestrale di poesia e punta di diamante del gran fermento poetico calabrese. Classe 1956, Dionesalvi è redattore del “Quotidiano della Calabria”.  Oltre a diverse raccolte di poesia, tra cui, “La fragola e il pianoforte” ha scritto un romanzo, saggi e un poemetto drammatico.

 

Dall’esperienza editoriale calabrese a quella pugliese con Lino Angiuli, classe 1946, fondatore di una rivista semestrale, “Incroci”, che dirige con Raffaele Nigro. Un progetto editoriale che dà voce e spazio alla produzione poetica che viene dal sud Italia. Angioli, che vive e lavora a Monopoli, ha pubblicato più di dieci raccolte poetiche in lingua italiana e dialettale.

 

Con il poeta siro-libanese Fuad Rifka, “Traghetti di poesia” getta uno sguardo sul Medio Oriente. Nato in Siria nel 1930 ma emigrato da giovanissimo in Libano, vive a Beirut e fa parte di una minoranza nella minoranza, quella cristiani ortodossi. Il suo lavoro poetico ruota intorno all’idea del poema assoluto: Rifka dice infatti che tutte le sue poesie potrebbero essere un solo poema. Nel 2008 ha vinto la prima edizione del Premio Mediterraneo per la poesia con il libro “L’ultima parola sul pane”. Grazie alle sue traduzioni in arabo ha fatto conoscere la poesia tedesca nel mondo mediorientale.

 

 

·         Approfondimenti

 

Tra i protagonisti assoluti della poesia del secondo Novecento Maria Luisa Spaziani apre (lunedì primo febbraio alle 18) la pagina dedicata agli approfondimenti critici con un excursus che dalla fine dell’ermetismo giunge alla nascita del neorealismo, la neo-avanguardia, fino alla fine dei movimenti e alla morte del canone nell’arte.

 

Martedì 2 (sempre alle 18) è la volta invece di un omaggio a Sandro Penna, una delle voci più limpide del secondo Novecento. Sarà Elio Pecora, amico e biografo del grande poeta perugino nato nel 1906 e scomparso nel ’77 e di cui ha istituito la fondazione, a parlare del “canone di Sandro Penna”.

 

Chiude la serie di approfondimenti (mercoledì 3) Arrigo Colombo, membro e anima del Centro di ricerca sull’Utopia dell’Università di Lecce. Intellettuale e filosofo controcorrente, Colombo affronterà un tema a lui caro: “Poesia e Utopia: ipotesi per un manifesto”. Il manifesto è quello per la riumanizzazione dell’arte che lui propone per dimostrare come il mondo stia andando verso una società umana, giusta e fraterna.

 

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27 gennaio 1945 – 27 gennaio 2010

ebrei

I nomi, tutti,
pronunciati all’indietro,
l’ultimo, fatto re
con i nitriti
dinanzi agli specchi di brina,
assediato, accerchiato
da plurinascite,
la fenditura sul colmo,
che attraversa lui e implica
te, isolato.

 

(Paul Celan)

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Sull’olocausto

Sulla soluzione finale

(Il verbale della conferenza di Wanssee)

Vivalascuola per il giorno della memoria, su LPELS