Posts Tagged ‘poesia’

Paolo MESSINA (Palermo 1923 – 2011). Nel ricordo di Flora Restivo

Due parole su Paolo Messina

Di più non le avrebbe gradite.

 

Domenica è mancato il poeta, drammaturgo, saggista, uomo di cultura ad amplissimo raggio, Paolo Messina. Non me l’aspettavo, non ce l’aspettiamo mai dai grandi personaggi, li si vorrebbe eterni, ma non è così che funziona.

Non era malato, se non di quella immensa malinconia che era impastata col suo essere, tuttavia, non c’è più ed io ne sentirò la mancanza.

Persona non facile, sincero fino all’osso, talvolta scontroso, forse anche duro, ma talmente grande che il tempo trascorso ad ascoltarlo, sembrava sempre poco.

Ti strabiliava con la sua cultura, mai esibita, ti destabilizzava con quell’amarezza che traspariva, malgrado il suo “aplomb” da gentiluomo d’altri tempi, da frasi, parole, accenti.

Non farò un “coccodrillo”, non amo questo genere di omaggi e, sono certa che lui ne riderebbe, parlerò dell’uomo, con cui ho tante volte conversato, della sua grandezza, non abbastanza riconosciuta nella sua terra, ma accreditata altrove, persino all’estero. I suoi lavori teatrali, in specie “Il muro del silenzio” e “Le ricamatrici”, sono state ampiamente rappresentate in tutto il mondo, altre quattro ne ha scritte, fino al 1985, poi si è occupato solo dei suoi studi.

In poesia e parlo di poesia in dialetto, è stato un grande innovatore, sfondando il muro delle ovvietà e delle insulse cantilene che avevano impantanato (e, ahimè, ancora impantanano, cosa che lo faceva imbufalire), l’espressione poetica in siciliano. Non voglio infilarmi in un’indagine sul come, perché, con chi, Messina ha mosso i suoi passi nella direzione in cui li ha diretti e che non mutò mai per tutta la vita, questo, mi auguro che ci saranno altri a farlo.

Io voglio andare al di là di notizie che, con metodo e buona volontà, si possono trovare abbastanza facilmente, e mi richiamo, nella fattispecie, ad un attento saggio che il poeta e sicilianista Marco Scalabrino, ad esempio, gli ha dedicato, non molto tempo fa, desidero, piuttosto, esprimere quanto mi abbia gratificato l’apprezzamento che ha sempre mostrato per i miei scritti e le parole lusinghiere che non mi ha mai fatto mancare, lui, il “babau” di tanti e tanti, i libri che mi ha mandato e dedicato e che io tengo infinitamente, cari.

Era un momento di gioia pura quando, ogni tanto, a sera, squillava il telefono e, al mio “Pronto?” m’arrivava l’inconfondibile voce, con quella particolare cadenza che, poco o nulla, aveva di palermitano. Allora, si parlava di tutto, ma, soprattutto, ascoltavo.

Parlava di sé, della guerra, di quell’esperienza terribile, vissuta in un modo che ricordava il famoso film “Mediterraneo”, degli insulti e critiche feroci che provocò la sua visione della poesia, quasi fosse un iconoclasta, pochissimo del suo privato, solo della moglie tanto amata, di cui si occupava con abnegazione ammirevole, dei soggiorni in Francia (parlava un francese perfetto, oltre al tedesco), della vita di ogni giorno, la sua, la mia.

Non potrò farlo più, ma ciò che ha scritto continuerà a parlare, nei decenni e secoli a venire, ciò che mi ha detto, resterà nel mio cuore, finché avrò vita e mente per ricordare.

Parole semplici, quelle che usiamo per chi ci è veramente caro, così desidero omaggiare un grande e con questa sua poesia, che lui non ha tradotto e che mi permetto di tradurre io, scusandomi se non avrò saputo renderla al meglio, ma l’ho fatto all’impronta.

VERSI PI LA LIBIRTA’

Ammanittati lu ventu

si criditi

ca vi scummina li capiddi

lu ventu ca trasi dintra li casi

pi cunurtari lu chiantu.

Ammanittati lu chiantu

si criditi

di cuitari lu munnu

lu chiantu ca matura ‘ntra li petti

e sdirrubba li mura

e astuta li cannili.

Ammanittati la fami

si criditi

d’addifinnirivi li garruna

ma la fami nun havi vrazza

lu chiantu nun havi affruntu

lu ventu nun sapi sbarri.

Ammanittati l’ummiri

ca di notti vannu pi li jardina

a mettiri banneri supra li petri

e chiamanu a vuci forti li matri

ca nun hannu cchiù sonnu

e vigghianu darreri li porti.

Ammanittati li morti

si criditi.

*

Ammanettate il vento

se pensate

che vi scombini i capelli

il vento che entra nelle case

per consolare il pianto.

Ammanettate il pianto

se vi illudete

di chetare il mondo

il pianto che matura nei petti

e abbatte i muri

e spegne le candele.

Ammanettate la fame

se vi sta a cuore

di proteggervi i polpacci

ma la fame non ha braccia

il pianto non conosce vergogna

il vento non tollera barriere.

Ammanettate le ombre

che di notte vanno per i giardini

a mettere bandiere sulle pietre

e chiamano con voce forte le madri

che senza più sonno

vegliano dietro le porte.

Ammanettate i morti

se ne siete capaci.

1955. Paolo Messina aveva 32 anni.

Anna CASCELLA LUCIANI – Poesie

rain in the mountains of Anthony Benton Gude

Poesia versicolare, frammentata da una crescente interpunzione, sempre abitata dalla rima, spesso dedicata in calce al testo, raccolta sotto titoli per lo più enfatici (Le tese braccia, Migrazioni, Discendenze, Luna mutante, Amate assenze, Le aperte stanze, Vaganti stelle, Solo l’amore, Dalla finestra del cielo); paiono difetti, invece è una poesia che arriva come poche altre, che mantiene una disperata fedeltà alla vita, che riesce ad essere diario rimanendo poesia.

Ogni tanto affiora l’eco di altri poeti: l’ironia della Lamarque (Tu vedi in me l’eguale/ e io il diverso:/ per favore,/ potremmo amarci adesso?; non lo conosco/ e non lo conoscerò:/ questo è rassicurante – / non lo perderò; ritrovo intatto/ il vocabolario/ d’amore: mi viene/ da ridere/ di tutto cuore), la speculazione di Caproni (Se l’anima stanca/ si raccoglie, e ancora/ stanca, ancora/ stanca sceglie, è allora/ che passate le soglie,/ avremo diritto a/ Perfezione; il mio interlocutore/ è solo/ l’assoluto,/ solo con lui io fotto/ solo con lui/ mi illudo) e poi, immanenti o dedicatarii, Franco Fortini, Giovanni Giudici, Sandro Penna, Dario Bellezza e le amiche Luciana Frezza, Amelia Rosselli e Giovanna Sicari, ‘ tre “compagne di poesia”…icone e muse silenziose ’, come annota Massimo Onofri nella sua accurata e intensa introduzione. Sono però moltissimi, in quest’opera omnia, i testi che brillano di luce propria, specialmente quelli amorosi e quelli del disincanto. (Antonio Fiori)

*

caro ho bisogno

dei tuoi ostacoli

dei tuoi tragitti

a ritroso dei tuoi

labirinti secolari,

troppo in fretta

da sola arriverei

fino al fondo. Caro

ho bisogno

dei tuoi passaggi

umettati dall’aurea

ammissione del bordo,

dei tuoi fraintendimenti

dei tuoi spaventi serrati,

troppo in fretta da sola

traverserei l’acre mondo

***

deve essere bello oggi

in montagna

qui piove

è l’ultimo giorno di marzo

alzo lo sguardo

a fianco del tetto

e la getto la palla dorata

che mima lo scettro, ci fosse

per caso un bosco di lato.

***

c’era un cielo di tulle

dietro villa Borghese,

era dicembre, la spesa

delle feste il cielo la

faceva lancinante, celeste.

***

Stringimi.

Al tuo petto io darò

corona.

Ti amerò per sempre.

Sprona il mio giudizio

al tuo.

Sei l’unico.

Tacendo, livelli

ogni diverso.

In te trovo parole

in te converso.

***

Mi piace questo baciarci

come bambini – questo

stare stretti

vicini –di nuovo

l’albero è verdino –

il pesco è in rosa –

il velame dei petali

coincide con le labbra –

chiedi una mano –

non sento patimenti –

la carità si sposa

ai nostri eventi –

***

torna prima

della morte

raccoglimi

di nuovo –

ti abbraccerò

più forte

ti convincerò

di quel che provo –

***

dorso scintilla

solidificata

meraviglia – briglia

tesa e resa – pietra

scavata in forma

di fontana – anima

non illesa – barlume

cigno sul fiume

– albergo – rifugio –

incavo cessazione –

ombra pianeta

nuova ripetuta

formazione – creta

argilla movimento –

suono – conto

fino a cento (cento

e cinquanta la gallina

canta – animala vagula

blandula – passa e scola

l’orto di un’infanzia)

***

(vita)

mi conquistano le date

migratorie – quel partire

in volo degli uccelli –

quei viaggi celesti –

sortilegio resistente –

istintivo – sapiente

del dirigersi – andare

quel venirci a trovare

pur senza conoscerci –

miracolata specie – immune

dalla certezza fatale

del tracciato –

*

Anna CASCELLA LUCIANI

Tutte le poesie

Gaffi, 2011

Introduzione di Massimo Onofri

*

Anna Cascella Luciani è nata a Roma nel 1941 

Fabio PUSTERLA – Le terre emerse

E poi qualcuno va, tutto è più vuoto.

Se ci ritroveremo, sarà per non conoscerci,

diversi nei millenni, nella storia

faticosa di tutti; e intanto arretrano

i ghiacciai, s’inghiotte il mare

lo stretto, ed il passaggio

è già troppo profondo, impronunciabile,

sepolto nel passato il tuo viaggio. Se ci ritroveremo

non ci sarà memoria per me, insetto,

per te, fatto farfalla tropicale.

D’altra parte, lo sai, non ci vedremo

più. Nessun colombo verrà, nessuna pista

a ricucire lo strappo, la deriva

di morte.

*

Al castello

Dentro le case, al nocciolo dei giorni,

tira un vento impetuoso. Sulle pietre

lise della cucina scorre l’acqua, nella casa

scricchiola il legno, l’ora;

fuori, la notte, un uomo che non vedi

strascina il proprio sacco di fatica:

foglie secche. Ci osservano le cose, il loro immobile

resistere a quel vento. Alari, mensole.

Una scintilla pazza

imbocca la sua gola di camino

e poi scompare.

*

Le terre emerse

Là, dove nidificheranno molti uccelli.

Insisti nello scrutare a lungo il mare

diffidando del tuo sguardo disabile.

No, niente di maestoso, per fortuna.

Piuttosto una nuova calma, una diversa

geometria della spuma.

Si vorrebbe raggiungerle

proprio nei giorni peggiori, quando le onde

sembrano ghiaccio azzurro, il cielo pesa

più grigio, e unico scampo

rimane l’improbabile.

Se ci sono,

se brillano sotto il pelo

dell’acqua, inconosciute

eppure attese, fuori vista,

saranno lastre verdi di sasso,

lievemente inclinate.

L’emersione

si addebita alle forze

e alle frizioni che sconvolgono in assenza

di ogni altra possibilità.

Un lunghissimo periodo di mestizia

si può considerare inevitabile.

Avranno freddo anche loro, intirizzite,

e forse pioverà, ci sarà il vento.

dovremo accoglierle bene, riconoscerle,

scostare adagio il buio dai loro brividi,

convincerle dolcemente a rimanere.

La geografia e tutte le coordinate

cambieranno da sole, senza fretta;

ci vorrà un po’ di tempo per capire.

E poi non devi illuderti: vedremo

al massimo l’inizio,

la timida colonia dei molluschi, un po’ di bava

d’alga bagnata nelle scanalature,

la sosta di un gabbiano, un grido roco

che sembra senza senso o troppo fragile,

eppure si propaga si moltiplica.

I fiori, l’erba e le altre cose bellissime

verranno forse dopo, ma ci basta.

*

Arte della fuga

Resisti a tutto, fuggi. Fallo in nome

di niente. Lascia i nomi

ai nuovi costruttori di bandiere.

Dai, topolino: è ora.

Guarda: questo è un bosco, e questa

una lattina di carne. Questo è un fiume.

Dal ponte vedi una città bianchissima,

una polla di sangue raggrumato. E gli anni,

gli anni sui loro cavalli neri. La città

è fatta di calce e gesso, di silenzio.

Il passo è qui, la fuga un’altra strada.

*

A quelli che verranno

Allora voi, che volgerete

lo sguardo verso di noi dalle vette

dei vostri tempi splendidi, come chi scruta una valle

che non ricorda neppure di avere percorsa:

non ci vedrete, dietro lo schermo di nebbie.

Ma eravamo qui, a custodire la voce.

Non ogni giorno e non in ogni ora

del giorno; qualche volta, soltanto,

quando sembrava possibile

raccogliere un po’ di forza.

Ci chiudevamo la porta

dietro le spalle, abbandonando

le nostre case sontuose

e riprendevamo il cammino, senza meta.

*

Lettera da Nikolajevka

Sento urlare in tutti di dialetti, è un urlo solo

Nuto Revelli

Se c’è stata una colpa, credo,

dico di noi fuscelli,

è stata l’ignoranza. Il non potere,

il non voler capire. Trascinati

da un vento troppo forte, e ogni domanda

era domanda d’ansia: ci bastava

un urlo di risposta, un po’ di caldo.

Non solo allora, sempre, chi ne è uscito:

l’abitudine

a chinare la testa, o a rialzarla

solo in un moto d’ira rovinoso. Ma voi, adesso,

siete molto diversi? Te lo chiedo

davvero, te lo chiedo

sapendo già che non potrai rispondere,

che non vorrai rispondere temendo

di sbagliare, o di ferirmi

ancora. Ma è questa

l’unica nostra speranza, brucia e insiste

qui, sotto neve e fango, sola brace.

Altri capirono, forse, non noi: colpa e condanna,

ecco l’eredità. Questa manciata

di terra magra e povera, un passato

di fumo. Raccoglietelo nel palmo di una mano,

fate fiorire qualcosa di non guasto,

se può crescere ancora. Diffidate

d’ogni risposta. Con fiducia e sospetto

riscattateci. Capite anche per noi, se lo potete.

Fabio PUSTERLA

LE TERRE EMERSE

POESIE SCELTE 1985-2008

Einaudi, 2009

INTERVISTA

UNA MIA INTERVISTA E' PUBBLICATA SU MARGO

IL BLOG DI MAURO GERMANI,

CHE RINGRAZIO

Pietro PANCAMO – Poesie

Midnight-Sun-Norway-II

Da: «Manto di vita» (LietoColle)

Spiegazione di un giorno

Il giorno che saltella

lungo le impronte delle mie scarpe;

il giorno che saluta frantumato,

quasi appostato

fra le dita.

Ogni minuto è fluido di rumori:

sbattono le ali

contro pannelli d’aria. L’impatto

vibra di scherno:

è un lazzo di sdegno

voluto dalla mia notte.

*

Confronto

S’alza al mattino

un fumo di tigri

dalle iridi aperte,

in campagna;

un’espressione grinzosa

rimbocca la faccia

dei contadini.

E mentre il fiume

s’accalca ai loro piedi,

si spulciano gli occhi

scrupolosamente

trovandovi affogate

zampette di ragno.

Io invece,

montanaro del cuore che batte,

m’inerpico per un letto castano

di mie pietruzze in salita.

Poi, di sera,

– tornando a zonzo verso casa –

sembro un fantasma nero che,

appuntito come un ago,

viaggio sui trampoli del buio.

*

Da: “Gli intercalari del silenzio” – silloge inedita in quattro parti-

Filosofia

Parole e frasi sono gli intercalari del silenzio

che smette, ogni tanto,

di pronunciare il vuoto.

Allora qualche indizio di materia

deforma l’aria,

descrivendo le pause del nulla

prima che il silenzio

si richiuda.

(Le mani s’infrangono

contro un gesto incompiuto)

*

Il nulla

I miei sogni leggeri, scanalati

fra ombre creole di tenera luce

e foglie di facciata

(ovvero blande

come ballerine

morse dal vento).

E quando l’incubo arriva

il nulla esce dal suo fuori

per annuire agli occhi del presente;

«io sono» – dice –

«un barbaglio di notti camuse

e la pioggia di quel che verrà:

del futuro mi rivelo

l’unica, insomma,

l(’)abile traccia!».

*

Nausea

Morbido silenzio, soffice

come una preghiera del sonno.

Il buio che adora fruscii e parole:

il buio, affannato dal mio respiro,

può solo accarezzare la

nausea di questa vita.

Nel giorno,

sputo della notte,

fiori freddi

come steli di pioggia.

Un’orma di luce

imbavaglia lo spazio.

*

Da: “I sottomultipli delle ore” -silloge inedita-

Trattatello

PREFAZIONE :

le parole seguenti

sono un fango di cellule nervose,

tenute insieme dal silenzio.

Il silenzio è un’isteria di solitudine

che genera e accumula:

prodotti temporali,

energie cinetiche,

reazioni di gesti a catena.

I sogni, inseriti nella rassegnazione

come in un programma di noia pianificata,

sono gli arti di questo silenzio;

o, se preferiamo,

gli organuli ciechi del silenzio

che lavorano a tastoni

dentro il suo liquido citoplasmico.

Il silenzio può anche essere

la cellula monocorde

di un sentimento spaventato,

di un amore rappreso,

di un guanto scucito:

in tal caso

trasforma la solitudine

nella raggiera cerimoniosa

d’una nausea che procede,

maestosa,

con moto uniformemente accelerato.

(Si registra un’accelerazione a sbalzi

solo quando

un’effervescente disperazione

s’intromette con scatti sismici

a deviare il corso

dell’accelerazione stessa).

Per concludere,

l’evoluzione della nausea

può secernere un vuoto,

avente più o meno

le caratteristiche della morte;

o germogliare per gemmazione

quella strana forma di vita

identificata col nome di indifferenza,

la quale risulta essere (da approfondite supposizioni)

il chiasmo di paura e odio.

POSTFAZIONE:

le parole precedenti

sono un fango di cellule nervose,

tenute insieme dal silenzio.

Ogni allusione

a sentimenti e/o fatti reali

è voluta

silenziosamente.

*

Pietro Pancamo (1972) coordina il portale «L(’)abile traccia» (citato in un volume della Zanichelli); è redattore del blog collettivo «Viadellebelledonne», nonché direttore editoriale e conduttore di un programma che, intitolato Poesia, l(’)abile traccia dell’universo, va in onda ogni giovedì alle 22:30 su Pulsante Radio Web, emittente digitale di Milano.

È autore di Manto di vita (LietoColle, 2005), una silloge di versi che ha suscitato l’interesse di Giancarlo Pontiggia. Compare nelle antologie Poetando. L’uomo della notte (Aliberti editore, 2009) e Mentre un’altra pagina si volta (Giulio Perrone Editore, 2010) curate rispettivamente da Maurizio Costanzo e Walter Mauro.

Fra le riviste da cui è stato pubblicato, talora in inglese, o recensito figurano «La poesia e lo spirito», «Tuttolibri» (inserto de «La Stampa»), «Poesia» (Crocetti Editore), «Poesia» (blog del canale televisivo Rai News), «Scriptamanent» (Rubbettino Editore), «Gradiva», «Atelier», «La Mosca di Milano», «Stilos», «El Ghibli», «Corpo12», «Lettera.com», «Subway Letteratura», «Sagarana», «Il Paradiso degli Orchi», «BooksBrothers», «TerraNullius», «Progetto Babele», «Tangram», «InFonòpoli», «Filling Station» (quadrimestrale canadese) e «Snow Monkey» (periodico statunitense).

Recensioni a sua firma sono uscite sia nel sito della rivista «L’Indice dei libri del mese», che in quello dell’edizione fiorentina del «Corriere della Sera». 

Mario BERTASA – Tiro con l’arco

mario bertasa

Da:

un’altra,

                       un’altra volta

.IV

Fu una stagione in cui credevo

che le parole non mi bastassero.

Da allora ne ho imparate di nuove, ne ho pure inventate.

Oggi che provo scipito, e non l’avrei mai immaginato possibile, quel senso

trasecolato d’amore che sentivo diffuso in me per sempre,

sono voci a vuoto.

La menzogna più indecifrabile mi ha assalito, e scarnato – le parole

non servono più per gli oggetti, peggio quelli che non si toccano con carne

l’attimo in fuga mi interessa meno del vecchio infinito, nella scrittura

ne abbozzo un contorno una volta ma la volta dopo rinuncio e non ho rimpianti

in queste ore dovevo essere altrove, sono qui

, quando poi sarò altrove, magari per un oggetto più bello

che ho visto alla fiera, dovrò lasciare qui la scrivania

disabitata – vivere è moltiplicare le proprie assenze

ogni volta che si deve scegliere se partire o restare.

soltanto la morte è l’affermazione della presenza: ho, esistito.

eppure, come un bambino che vuol fare tutto da solo

mi lascio ad immaginare che la prossima stagione accadrà qualcosa

*

: III

Anche alcuni insetti hanno sbagliato stagione,

si sono svegliati in questo fragore di gennaio

ronzando presto contro i vetri dell’aula.

hanno insistito che mi affacciassi:

allora mi impressionò una polvere di sole che stemperava

il giardino in un bigio pastello

e la memoria di chi ci ha lasciato.

credevo che fosse primavera. Era invece un’altra

la presenza, e io segnato da quei sensi brulicanti

che mi avevano accennato a breve distanza

Non loro, ma compiangerei noi per queste requiemeternam,

poche

*

,

guardando alcune fotografie

con G** in università

non è vero che non c’è stagione

con colori più belli dell’autunno –

c’è una stagione che ha colori

ancora più belli e non è l’estate

né primavera né inverno

*

Da:

un’altra volta #5 (tavole d’espansione)

: I, 1

In primavera mi si sputtana il sistema immunitario

poco ossigeno permea fra le sbarre della gabbia toracica

quando le brezze pazzerelle si contaminano

di polveri e pollini sottili

mi alzo, mi sdraio, in preda alla paura di schiattare aggrappato

alla bocchetta del cortisone che mi corrompe lo scheletro

eppure

eppure

puntuale ai primi scorci

di vie soleggiate a gennaio

ai primi tramonti che

riversano nell’aria tersa

tutti i gradienti fra il giallo e il magenta

l’umore che s’addensa nell’addome fugge in prospettiva là

a quanto si potrà fare nel golfo della stagione che si schiude all’estate

Poi rammento la ciclicità del malanno che là mi attende

e tra i due estremi dell’arco, l’oggi agognato e il domani scomodo,

di tanto in tanto mi si affaccia l’elastico

varianti per “golfo”: vallo, catino

*

guardando alcune lastre delle mie vertebre

con un giovane dottore in una clinica

per sempre

il fisiatra mi ha detto

che questi esercizi dovrò

farli per sempre. Nella voce

aveva un che di dispiaciuto

, qualunque movimento

mi aiuti a vedere più a lungo amabile questo cielo che dovrò lasciare:

è vero, uomo di scienza, lo ripeterò per sempre, magari non in fretta,

prima di andarmene a dormire dopo

aver consumato la mia scienza quotidiana

o con in pancia il miele centellinato del mattino

o raccogliendo conchiglie

o sulla panchina di una stazione

(qui

centellinare il miele del mattino

raccogliere conchiglie

stare sulla panchina di una stazione

versi gesti omaggi faremo un Gran Finale al poetese unto e bisunto al più

scapicollato versificare occasionale pulsionale sciamannato

le carte cambiate non si rinserrano – a ritroso quante altre potrei tornare

a frullare a frollare. Ma no, per ora mi do pace.

*

Da: “[…] alle mie dislocazioni”

[tema]

ogni volta che riparto, cielo scremato o nebbia,

ritroverò i parchi dove mi sono disteso

anche il randagio conosce insenature fisse

nel suo andirivieni lungo la circonvallazione

le valli sparse dei teneri occhi

ritorno a quei luoghi per pregarli intatti

e se li desideri vissuti riconosceremo

la strada per una passeggiata in centro

*

[5]

sono stordito dall’immenso che si acquatta

nel palmo di un uomo; non riesco a rileggere

ogni parola che ho sottratto alla necessità

della consunzione se non mi inceppo a leggere

una vita da un’anatomia plantare – incespichi

malattie stati psichici topografia di callosità

eppure nessun fuoco è più ignoto ai chiromanti

e agli oroscopi di quello che sfuoca sul vespro

*

[19]

E’ così che ci vedo: piccoli in una

cartolina: due alberi si sono sformati

per anni alle raffiche, su un fianco,

ma le punte dei rami inorgogliscono di foglia;

due colline hanno ceduto molta argilla

e roccia al pianoro, ma sono più dolci

E’ così che ci vedo: il recinto è alle spalle

e i rami spogli per l’arte dei fiori.

*

Mario BERTASA

TIRO CON L’ARCO

LAMPI DI STAMPA (Milano, 2011)

*

Strumento antico e ricco di metafore, l’arco: tensione, resistenza, concentrazione, mira, volo, centratura dell’obiettivo. Ognuno ha il suo, di arco, come quello di Ulisse, in grado lui soltanto di (im-)piegare ai suoi obiettivi. Così la vita di ogni giorno ("e tra i due estremi dell'arco, l’oggi agognato e il domani scomodo”), e la scrittura, piegando e vincendo la resistenza della non-vita, dell’inerzia, della non-scrittura, della non-bellezza, nella tensione del fine o del sogno da realizzare?

L’arte, in questo caso la letteratura, nel suo farsi richiede inevitabilmente una tensione, per vincere la resistenza della lingua  – sempre più consunta e povera – per superare i déja vu dei discorsi, delle immagini, delle descrizioni e dei suoni abusati.

Il bel libro di poesia di Mario Bertasa, “Tiro con l’arco”, rende evidente questa tensione che anima ogni ricerca, coglibile anche sul piano formale nella titolazione delle sezioni e dei testi, nell’interpunzione originale: Continue to search. (John Cage), recita l’esergo che apre la raccolta.

Il racconto di giorni e di stagioni, di un vissuto personale ma declinabile su un piano generazionale, ma non solo, fa da sfondo a queste poesie distese che vedono alternarsi stati d’animo, meditazioni e quadri descrittivi; nel tempo dilatato e assorto che solo l’arte può creare, ben altra cosa da quello fuggevole della quotidianità; e del resto: “l’attimo in fuga mi interessa meno del vecchio infinito”. L’uso della prima persona e gli inserti di vissuto (“il fisiatra mi ha detto/che questi esercizi dovrò/farli per sempre”; “In primavera mi si sputtana il sistema immunitario/poco ossigeno permea fra le sbarre della gabbia toracica/quando le brezze pazzerelle si contaminano/di polveri e pollini sottili/mi alzo, mi sdraio, in preda alla paura di schiattare aggrappato/alla bocchetta del cortisone che mi corrompe lo scheletro”) contribuiscono a rendere viscerale e persuasiva questa scrittura,  preludendo a versi che fissano pensieri (“qualunque movimento/mi aiuti a vedere più a lungo amabile questo cielo che dovrò lasciare:/è vero, uomo di scienza, lo ripeterò per sempre, magari non in fretta,/prima di andarmene a dormire dopo/aver consumato la mia scienza quotidiana”) e squarci di bellezza (“eppure/puntuale ai primi scorci/di vie soleggiate a gennaio/ai primi tramonti che/riversano nell’aria tersa/tutti i gradienti fra il giallo e il magenta”). Meditazione e bellezza, dunque, s’intrecciano nelle delicate descrizioni della natura, e aleggia su tutto un respiro metafisico (“sono stordito dall’immenso che si acquatta/nel palmo di un uomo;”; “vivere è moltiplicare le proprie assenze/ogni volta che si deve scegliere se partire o restare./soltanto la morte è l’affermazione della presenza: ho, esistito.”; “credevo che fosse primavera. Era invece un’altra/la presenza, e io segnato da quei sensi brulicanti/che mi avevano accennato a breve distanza//Non loro, ma compiangerei noi per queste requiemeternam,//poche”).

“Un libro compiuto”, questo di Mario Bertasa, come si dice giustamente in copertina, “che ad ogni pagina però sembra ancora volersi espandere, saltar fuori, riprendere la riflessione, tornare indietro, un libro liquido…”, ragion per cui le riflessioni anzidette non hanno alcuna pretesa definitoria. gn

Maria Grazia CALANDRONE – “Sulla bocca di tutti”

Quando non eravamo

 

 

La terra era bellissima, conoscevo ogni appezzamento d’er-

   ba, l’area dei formicai come un soglia

di solitudine prima

del bosco e serpentine di calore terrestre e venti in rota-  

   zione.

Camminavo col passo e col pensiero quando comincia a

   scendere

dalle montagne e avvicina la cronaca domestica ed era alta

la probabilità che avrei ucciso, ora non dubitavo che avrei

   ucciso

per venire da te, nascondendo nel petto un lago sistematico

   di pianto.

 

Qui niente è lieve, siamo larve

dolorose – eppure

alla sventagliata di schegge

segue l’istinto verso la salvezza

della testa. Altrimenti osserviamo che la vita ricolma gli

   abissi

che si sono aperti

nel corpo con filamenti rossi

e con la colla della granulazione:

le proteine fondono e si sdoppiano

in mute cuciture prenatali

tra i bordi di lesioni provocate

da uno sgomento

sproporzionato alla fragilità del corpo.

Ma la natura conserva per noi

tanta dolcezza e tanta

lungimiranza da non avere occhi per il dolore e quasi

pazza d’amore perdutamente incatena

cellula a cellula sopra la circostanza, ogni volta il suo ago

ci ricrea mentre ci trafigge. La vita cresce contro l’imme-

   diata

volontà. Dico dell’anima

e del corpo dico

che quasi niente

uccide e ciascuno comprende la sua soglia.

 

Uomini e donne sono alberi degni di innalzarsi nei boschi

   colpiti da immortali

raggi di sole, ponti d’argento con cifre rosse inclinati in tut-

    te le direzioni e nonostante

l’epidemia delle trincee, sale al colmo calcinato della Viola

   Magna

celeste una lauda

su lontananza, amore e tradimento

perché ognuno porta nel petto la torcia bianca di un nome,

   la meta.

 

Le fiamme consumavano il sottobosco e i simulacri in pie-

   tra. Nessuno

-prima-

aveva nel cuore una parola

per significare guerra, eppure la violenza era l’alfabeto

di tutte le mani: pietra

focaia-acciarino-miccia-gusci di mine.

Depongo stanotte nelle tue mani l’insieme delle mie ossa

come una candela che rimane accesa

sotto la direzione del tuo amore.

 

Alcune venivano per identificare

corpi ai quali avevano consegnato il respiro

dell’unica notte

d’amore e con esso

la bocca da fuoco di tutte le armi.

Sei caduto e cospargi la terra

del bruno che è colato dalle semine

e dalle stimme

addominali. Solo tu

sai che sfioravo il cuore con la bocca, tanto

era fragile il costato sotto la percussione delle parole:

senza neanche essere vicini eravamo il solco

e la frana – il tremito

e la scossa inumana della struttura

sotto un urto che non si può ripetere e adesso

tu non sei più

circonfuso di luce sei freddo

e la macerazione del tuo corpo

ha il suo corrispettivo nel mio cuore che si va spegnendo e

   non

dà quasi più sole e porterà fino alla fine del mondo

la cicatrice immatura del tuo nome

poi che avrò conosciuto con la vita intera

quello che insieme sapevamo.

 

La contrazione e il biancore degli scomparsi, il loro corpo

coperto di lacune con lo sguardo che termina

a valle nella terra vangata. L’ultimo della fila

innalza i muri della casa con un’occhiata

che è quasi terra e sulla soglia

ricorda lei già quasi inginocchiata

per il dolore – e per l’acuto e per il profondo

e a causa dell’altezza

del suo dolore, lei si è avviluppata

come un tralcio a un cuore lontanissimo

dal sedimento molle nel loro petto d’angeli, lontanissima

dai pilastri centrali delle loro ossa

rivolte come assi

verso il centro perfetto

del cielo. Niente andava perduto, nemmeno un petalo ca-

   deva

inosservato, eravamo

Attenzione-e il mondo era bellissimo

e chiaro. E la mia larva adesso

non sa morire, è già terra

e non muore, la carcassa non schianta per lo scherno i suoi

   lombi

sotto i piedi del bosco fatto sangue, nel bosco

azzurro che abbiamo versato dal petto mentre ci chiama-

   vamo.

 

Le armate degli scomparsi hanno passato la frontiera

a est, grattano le pareti delle celle-diseredati

e lievi

con un cuore caldissimo: ora

vediamo con i nostri occhi le nostre case

abitate da altri, vediamo l’arroganza di altre mani

sopra quello  che per eccesso d’amore non osammo nem-

   meno

sfiorare e vi seguiamo, vi seguiamo sempre

sotto forma di un niente senza voce. I nostri corpi

sono evaporazioni del superfluo

dalla cella del mondo e crediamo di essere evidenti

e siamo inafferrabili e invisibili

come un cielo velato che per amore porta le sue lacrime.

 

Roma, 13 febbraio 2008

 

*

cover_sulla_bocca_di_tutti

 

Maria Grazia CALANDRONE

SULLA BOCCA DI TUTTI

Crocetti Editore (Milano, 2010)