Archive for giugno 2007

Vivere e morire nell’ombra di Sylvia Plath – di Daniela RAIMONDI

assia wevill

 

Si poteva credere che tutto fosse già stato scritto sulla vita di Sylvia Plath e di Ted Hughes.  Ma una recente biografia, uscita in Gran Bretagna alla fine del 2006, fa luce su un lato oscuro dell’infelice matrimonio della Plath con il poeta inglese.  Il libro, intitolato ‘A Lover of Unreason’, che traduce: ‘Un’amante Irragionevole”, è stato scritto da due giornalisti israeliani, Yehuda Koren ed Eilat Negev, e narra la tragica vita di Assia Wevill Gutman.  Assia viene menzionata nelle biografie di Sylvia Plath come la donna che causò la rottura del suo matrimonio ed è spesso accusata di essere stata la causa principale del suicidio della poetessa americana. 

Dopo la morte della Plath, Assia visse accanto a Ted Hughes per sei anni, lo stesso periodo di tempo che il poeta inglese trascorse con Sylvia ma, nonostante questo, e nonostante il fatto che gli avesse dato una figlia, Assia è praticamente assente dalle biografie di Ted Hughes.  Nei rari casi in cui il poeta acconsentì a dare notizie sulla sua vita privata, Assia e la figlia da lei avuta non vennero mai menzionate.  Hughes dichiarò che dopo il suicidio della Plath, fino al suo matrimonio con Carol Orchard nel 1970, crebbe i suoi figli da solo, che cercava una figura femminile che sostituisse la loro madre ma in tutti quegli anni, sottolineava: ‘non incontrai la donna giusta’.  Unici riferimenti ad Assia sono una plaquette di versi a lei dedicata: ‘Capriccios’, uscita con una tiratura molto bassa ed ora irreperibile, insieme alla dedica ad Assia e Shura che apre la raccolta di poesie ‘Crows’.  A parte queste eccezioni, Assia non venne mai nominata dal poeta.  La sua presenza fu praticamente cancellata dalla sua storia personale.

Assia Gutman nacque nel maggio del 1927 a Berlino da una famiglia di origine tedesca, russa ed ebrea.  Trascorse la sua gioventù a Tel Aviv e in Canada.  Sposata in terze nozze al poeta canadese David Wevill, la coppia si trasferì a Londra dove Assia lavorò per un’agenzia pubblicitaria.  Nel 1961, la casualità volle che Assia e David Wevill affittassero l’appartamento degli Hughes in Chalcot Road, mentre Sylvia e Ted si trasferivano nella loro casa di campagna appena acquistata nel Devon.  Alcuni mesi dopo il trasloco, la coppia fu invitata dagli Hughes a passare un fine settimana nel Devon.  Poco dopo iniziò la relazione tra Assia e Ted.  Scoperto l’adulterio, Sylvia cacciò il marito di casa.  Al momento del suicidio della Plath, Assia era incinta di Ted, ma abortì poco dopo.

Accenni ad Assia Wevill sono facilmente riscontrabili nelle poesie che Sylvia Plath scrisse nel periodo che seguì la separazione.  In ‘Parole sentite, per caso, al telefono’, si ripercorre in uno sfogo quasi diaristico la fatidica telefonata di Assia alla casa degli Hughes che provocò la rottura definitiva del matrimonio della Plath:

“… che cosa sono queste parole, queste parole?

Cadono con un plop fangoso.

Oh dio, come farò a pulire il tavolino del telefono?….

….Ora la stanza sibila.  Lo strumento

ritira il suo tentacolo.

Ma la poltiglia che ha deposto cola nel mio cuore.  È fertile.

Imbuto di sozzura, imbuto di sozzura – ….”

 

In inglese il verbo ‘sibilare’ è ‘ahiss’, un anagramma quasi perfetto di ‘Assia’.  Riferimenti alla rivale sono presenti in altri testi.  In ‘I paurosi’, ad esempio, la Plath ritorna alla telefonata nella quale la rivale aveva inutilmente tentato di mascherare la propria identità facendosi passare per un uomo: “Questa donna al telefono / dice di essere un uomo… .”  La Plath fa inoltre diversi riferimenti al fatto che la rivale non avesse figli: “l’idea di un bambino –/ ladro di cellule, ladro di bellezza – / per lei è meglio esser morta che grassa…”

Dopo la morte della Plath, Hughes e Assia si trasferirono insieme ai figli di lui nell’appartamento londinese di Sylvia, per poi traslocare a Court Green, la casa nel Devon.  Assia era perseguitata dal ricordo della rivale.  Leggeva ossessivamente i suoi scritti e usava oggetti che erano appartenuti alla poetessa.  In una nota diaristica scrisse: “Sylvia mi sta crescendo dentro, enorme, magnifica.  E io mi sto seccando, rimpicciolendo.  Entrambi [Sylvia e Ted] mi finiscono a morsi.  Si nutrono di me”.  Dubitava dell’amore di Ted ed era terrorizzata dall’idea che lui la relegasse per sempre nel ruolo di amante senza mai giungere a sposarla – paura che in effetti finì col materializzarsi.  Assia scrisse in una nota quelle che riteneva essere le priorità di Hughes:

            “Prima di tutto il resto c’è Sylvia, e dopo di lei, il Grande Schema, il Genio, i suoi bambini, e l’immobilità del sole, i milioni di falchi e pesci, e l’ombra della notte che io non posso vedere, né sentire…”

Assia era una donna di grande cultura e aveva ambizioni letterarie.  Il paragone con Sylvia era inevitabile e lei non poteva che uscirne sconfitta.  Paragonandosi alla rivale rifletteva:

“…con l’enorme differenza che lei aveva un milione di volte più talento, mille volte la mia forza di volontà, cento volte l’avidità e la passione che mi contraddistinguono.  Non avrei mai dovuto guardare nel vaso di Pandora […] Che razza di donna sono?  Quanto tempo mi è stato concesso? Quanto tempo prima che sia tutto finito? […] Sono abbastanza per lui?  SONO ABBASTANZA PER LUI?”

Il 3 marzo 1965, Assia dava alla luce Alexandra Tatiana Eloise, soprannominata "Shura". Ma nemmeno la nascita della bambina, figlia che Ted riconobbe, riuscì ad attenuare il suo profondo senso di insicurezza.  Assia continuò a vivere ossessionata dall’ombra di Sylvia.  Dormiva nel suo letto e usava le sue lenzuola.  Era come ipnotizzata dall’immagine della rivale, e con amara ironia annotava nel diario: “finirò per scrivere una biografia della Plath…” 

Si sentì da subito rifiutata dalla piccola comunità rurale del Devon, da molti degli amici di Ted e, sopratutto, dai genitori di lui.  Quando il padre e la madre di Hughes si trasferirono a Court Green, iniziarono una campagna di ostilità e silenzio nei confronti di Assia.  Il padre di Ted non nascondeva certo la sua antipatia.  Non le rivolse mai la parola e si rifiutava di sedere al suo stesso tavolo per consumare i pasti. 

Ignorata dai genitori di Ted, Assia passava la giornata curando Shura e i due figli di Hughes.  Cercò di assumere il ruolo di madre nei confronti di Frida e di Nicholas:

“Ho sbaciucchiato il collo di Nick ancora e ancora.  Mi fa impazzire il modo in cui questo lo fa ridere” – scriveva.  Trovava i bambini di Ted teneri e affettuosi e si calò nel suo nuovo ruolo di casalinga e madre: “È fantastico – annotava – come dei bambini, nemmeno miei, abbiano circondato la mia vita.  Questi bambini mi piacciono, mi piacciono molto.”

Ma la sua non era certo una vita idilliaca.  Si sentiva fisicamente provata, profondamente amareggiata dalla crudele guerra fredda con i genitori di Ted.  Ma, soprattutto, viveva in un costante stato di ansia, mai sicura dei sentimenti di lui.  Scrisse ad un’amica:

            “Ted è esausto per la guerra tra i suoi genitori e me, e sembra che di tutte le persone coinvolte, io sia quella di cui può fare più facilmente a meno.”

Le sue parole si rivelarono profetiche: combattuto fra l’astio dei genitori e la nuova compagna, sfinito dalle cure alla madre sofferente, e in cerca di tranquillità per esprimere la propria vena creativa, Hughes decise che sarebbe stato meglio per tutti se Assia e Shura si fossero allontanate.  Nel giro di tre giorni, Assia si ritrovò di nuovo a Londra senza né casa né lavoro, a dover ricominciare tutto da capo con una bambina ancora molto piccola.  Il solo denaro che le veniva dato da Ted era sotto forma di prestito, annotato con cura e con tanto di scadenze per la restituzione.

A Londra Assia condusse una vita isolata insieme a Shura, la figlia che Ted Hughes non considerò mai allo stesso livello dei due bambini avuti dalla Plath.  Assia vedeva Ted sporadicamente.  Dipendeva totalmente da lui, dalle sue telefonate, dai suoi umori e dalle sue visite.  Era molto depressa, tormentata dal terrore di essere abbandonata.  Si trovò ad affrontare difficoltà economiche e, negli anni, scivolò sempre più profondamente nella depressione.  Spesso diceva agli amici che il suicidio era l’unica alternativa alla mille difficoltà che costellavano il suo futuro e quello di sua figlia.  Fluttuava fra momenti di disperazione in cui decideva di porre fine alla relazione, e momenti di speranza, in cui implorava Ted di riprovare a vivere insieme come una famiglia.  Hughes non voleva separarsi, ma sembrava resistere all’idea di tornare a vivere con lei.  Il suo atteggiamento fu sempre vacillante.  Rimandava in continuazione, prendeva tempo, trovava scuse nuove per rinviare il momento in cui avrebbero vissuto di nuovo insieme.  Iniziò anche a frequentare altre donne.  Nel febbraio del 1968 Assia gli scriveva:

            “Mio amatissimo, dolce Ted,

… abbiamo permesso a così tanta sporcizia di intromettersi fra noi due.  Cose così irrilevanti, che ora mi sembrano irrilevanti.  È un miracolo che in qualche modo siamo riusciti a sopravvivere…”

 

E un anno dopo:

 

            “Ti scrivo dall’esofago, dalla mia gola e dalla mia enorme, sempre aperta ferita.  Scrivo alle tue mani grandi, alla pura bellezza all’interno dei tuoi polsi, ai tuoi occhi dei momenti felici.  Non ti scrivo dal cervello, ma da sotto il mio esofago.

Voglio sapere se vuoi riparare le cose fra noi perché mi ami ancora, perché senti ancora quella forza primitiva che ci unisce…. o se mi vuoi solo come istitutrice per aiutarti a crescere i tuoi figli.  Ho ancora la forte speranza che ci si possa costruire una vita felice, piena d’amore.  So di amarti ancora con la mia testa, e il mio corpo e la mia vita, mio adorato Ted.  Apriti, apriti a me come facevi un tempo.  E insieme a te fiorirò di nuovo, e potrò prendermi cura di te, darti tutto quello che ho…

Fino ad oggi, tutti, tranne te, hanno dettato legge sulla nostra vita.  Abbiamo bisogno di stare per conto nostro…  Sento così tanto amore per te, per la tua parte migliore.  Ti ammiro e ho paura di te, del potere che eserciti su di me.  Nessun altro uomo ha avuto tanto potere sulla donna che è in me.  Contraccambia questo mio amore e, se non ne sei capace, allora dimmelo, lasciami andare con quel poco di pace che saprò salvare.”

 

Per anni la loro relazione si trascinò in un limbo, in una terra di mezzo governata dall’ansia, senza che Ted Hughes si decidesse a formare con lei una famiglia, ma senza che prendesse la decisione di lasciarla.  In un momento di cupa depressione, Assia scrisse un testamento in cui ignorò completamente Hughes, ma non i suoi figli:

 

            “… a Nicholas, troppo piccolo per reclamare cose, lascio il mio amore più tenero…. a Frida Rebecca Hughes lascio tutto il mio affetto, e i miei pizzi, i nastri e le sete, insieme a una catenella d’oro”. 

La sera del 23 marzo 1969, Assia Wevill si uccideva insieme a Shura, che aveva da poco compiuto quattro anni, in un modo che ricorda molto da vicino il suicidio di Sylvia Plath.  Dopo aver trascinato un materasso in cucina, sigillò porta e finestra, depose sul materasso la sua bimba addormentata, sciolse del sonnifero in un bicchier d’acqua e, dopo averlo bevuto, aprì il rubinetto del gas del forno e si stese sul materasso con la figlia ad aspettare la morte. 

Il Sergente Bryan Lutley trovò due lettere sul suo comodino: una indirizzata al padre in Canada, l’altra a Ted Hughes.  Di quest’ultima, oggi rimane solo la busta vuota; il suo contenuto è misteriosamente scomparso.  La lettera al padre dice:

            “mio carissimo Vatinka…

la prospettiva di ciò che mi attende è talmente cupa, che il vivere il resto della mia vita significherebbe più dolore di quello che potrei mai sopportare.  È una vita di solitudine e di dipendenza. Dipendenza da una ragazza alla pari per le cure di Shura e dai miei datori di lavoro, un’agenzia pubblicitaria di terza categoria pronta a licenziarmi in caso di malattia.  Nessun marito.  Nessun padre per Shura.

Ho spesso contemplato il suicidio, ma nel passato, la pena che questo ti avrebbe arrecato, e il crimine che avrei commesso nei confronti di Shura, mi hanno fatta desistere all’ultimo momento.  Ho sognato di vivere con Ted e questo sogno è finito.  I motivi ora non hanno più valore.  Non ci potrebbe mai essere un altro uomo.  Mai.

Ti assicuro, carissimo Vatinka… non avresti potuto augurarmi altri trent’anni di questa vita, non credi?…. Grazie per tutto l’amore che mi hai sempre dimostrato.  Ti ho amato tantissimo, non disperarti per me.  Credimi, ho fatto la cosa più giusta… La vita sarebbe stata infinitamente, infinitamente peggiore.  Ho vissuto abbastanza a lungo.  È necessario capire quando non c’è più motivo per continuare… Ti prego, non pensare che la mia sia pazzia, che abbia fatto questo in un momento di pura follia.  I conti sono semplici e tornano.  E non avrei potuto abbandonare Shura lasciandola da sola.  È troppo grande per essere adottata.

Arrivederci, Lonya, padre mio, mio protettore.  Mi manchi moltissimo.  Arrivederci amatissimo papà.”

Il suicidio fu ignorato dalla stampa inglese, che mise a tacere ogni connessione fra la vita di Assia Wevill e quella dell’ormai celebre poeta Ted Hughes.  Solo nell’ultimo libro del poeta inglese : ‘Lettere del Compleanno’, incontriamo una poesia che narra l’incontro di Hughes e Assia.  Nel testo, non emerge ombra di responsabilità personale da parte di Hughes nel corso degli eventi.  Per il poeta, è il destino l’unico, vero colpevole delle tragedie che dovevano seguire.  Rivolgendosi a Sylvia spiega l’inizio della sua storia con Assia in questi termini:

“Non la trovammo noi – fu lei che ci trovò.

Ci scovò a fiuto. Il Destino che portava

ci scovò

e ci riunì, ingredienti inerti

per il suo esperimento.

La Favola che portava

requisì te, me e lei,

marionette per la sua rappresentazione.”

 

Nel testo, Assia viene paragonata a una ‘Lilith degli aborti che toccava i tuoi figli con unghie tigrate’.  E, più avanti, a ‘un mistero erotico un po’ sudicio [con] lo sguardo di un demone”.

L’intero archivio di documenti che Ted Hughes vendette alla Emory University di Atlanta poco prima di morire, fu aperto al pubblico nel 2000, dopo la scomparsa del poeta.  Fra le migliaia di lettere, pile di fogli, quaderni, note, lettere e carteggi, non c’era alcuna traccia della presenza di Assia Wevill nella sua vita.

Daniela Raimondi

 

 

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L’Inferno dalla Divina Commedia – di Aldo Sicurella

inferno

Il Comune di Paulilatino in collaborazione

con il GAL Montiferru Barigadu Sinis

e con la Direzione Artistica del Teatro Instabile,

insieme ai Comuni di Abbasanta, Fordongianus

Ghilarza, Norbello, Sedilo

presenta

 

 

L’Inferno…

dalla Divina Commedia

                                                 

Di Aldo Sicurella

 

con

Alessandro Melis

Emanuele Floris

Monica Pisano

Emanuela Di Biase

Roberta Lippi

Cristiana Camba

Danilo Salis

Maurizio Giordo

Barbara Caddeo

Valeria Caproni

Giuliano Pornasio

Tiziano Polese

 

e con

Cristina Greco (arpa)

Giovanni Marceddu (soprano)

 

Sandro Simonini (violino)

Fenisia G. Erdas (violino)

Sara E. Olianas (viola)

Matteo Loi (violoncello)

 

 L’ingresso agli spettacoli sarà gratuito, ma per ovvi motivi organizzativi, legati alla tutela dei siti archeologici e naturali scelti come ambientazione delle performances, l’accesso sarà consentito esclusivamente ad un numero limitato di spettatori.

Un’opera complessa, in cinque atti unici sviluppati lungo un itinerario che partirà il 26 Giugno 2007 dall’Area del Pozzo Sacro di Santa Cristina, (Paulilatino – Or), proseguirà presso il Santuario di San Costantino a Sedilo il 28 Giugno; il Nuraghe Losa, di Abbasanta (1 Luglio 2007); le Terme Romane di Fordongianus (3 Luglio) per concludersi infine il 5 Luglio 2007, sempre a Santa Cristina nell’Area della Tomba dei Giganti e del Nuraghe.

 

 

La prenotazione dei posti può essere fatta in differenti modi:

Ø      telefonando al numero 0785 566036 (Dal Lunedì al Venerdì secondo il seguente orario 9.00-14.00 / 15.00-18.00)

Ø      inviando un fax allo 0785 566142

Ø      inviando una mail a info@teatroinstabile.it

Ø      oppure recandosi personalmente presso gli uffici del Teatro Instabile siti in Vico Angioj 5, Paulilatino (Or), secondo i seguenti orari: dal Lunedì al Venerdì dalle 9.00 alle 14.00 e dalle 15.00 alle 18.00

 

Le sere delle singole recite sarà consentito l’ingresso agli spettatori entro le ore 21.30. Non saranno ammessi i ritardatari. La Direzione invita quindi alla massima puntualità.

 

Mariangela Sanna
Ufficio Stampa – Pubbliche Relazioni
 
TEATRO INSTABILE
Teatro Stabile D’Innovazione
Vico Angioj, 5
09070 Paulilatino (Or)
Tel. + 39 0785 566036
Fax + 39 0785 566142
Cell. + 39 347 0827343
www.teatroinstabile.it
ufficio.stampa@teatroinstabile.it
 

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La cura degli assenti

 

 

Ci sono cose

che tardano a venire

come figli attesi

nella notte

 

Che trovo ormai

di me

 

Meglio mettere qualcosa

in salvo

riprendere la cura

degli assenti

 

Coprirsi

del proprio corpo

alle gelate.

 

*

 

 

Sono spoglia anche di me

di questo calibro banale

dei miei chiodi

dei contrassegni sovrapposti

dalle parole

 

Non costruisco più su

cancellature avverse

Sono il grafico

bendato delle mie ginocchia.

 

*

 

E’ la memoria delle mani calde

il vuoto degli assenti

le sere che non potevano aiutarci.

 

Di tutta l’impotenza

il posto delle cose

ferma

avanti

nel buio di uno stampo.

 

*

 

Ruote spuntate

 

Staranno sedute le loro anime

sul parapetto

fino a domani

senza le madri

 

Si può stare finoa domani

se non si ha più a mangiare

se non ci si può più svegliare

 

Ma i bambini sanno aspettare

senza le madri, le madri

tra il parapetto e il cielo

gambe su ruote spuntate

 

Ma se non si può più essere vivi

fino a domani

fino alle madri

non si può più morire.

 

*

 

Generazionale

 

Cosa abbiamo creduto

 

Lasciata in piedi

non so più ricadere

né rincorrere

una croce che manca

 

Inizio come te

sdottrinata

muta a dondolare.

 

*

 

Ma questa è

 

Ma questa è

la misura

Questo dolore tutto

da attraversare

 

con occhi

che sgranano il distacco

che spaiano il mistero

alle carezze

 

Partenze consapevoli

dal corpo

in cambio di niente

compongono distanze

 

Ricompense e furti

 

Misera di me

minacciata

pelle.

*

Talìa talìa

è l’ummira ca passa

e occhiu unn’arrisedi

 

Me matri facia tanti pinzera

cummigliava la notti e lu spaventu

 

E ora

abbissa stu mmurmuriarisi

di corpu

di fogli

a li spartenzi.

 

 

Guarda guarda/è l’ombra che passa/e occhio non si ferma//Mia madre faceva tanti pensieri/copriva la notte e lo spavento//Ed ora/indovina questo lamentarsi/del corpo/di foglie/ai distacchi.

 

 

 

 

 

 

Prefazione di Maurizio Cucchi

 

E’ una parola arcaica e ricca di energia, quella di Margherita Rimi. Una parola spesso ruvida, che si incide e affonda anche nel prevalente verso breve o brevissimo, che trova qui una piena giustificazione nello scandirsi faticoso e senza automatismi letterari della sua pronuncia: “Dalla trasparenza/delle mie ossa/guardo/il mio bacino/Salgo/sui miei piedi/intitolati a me”. Ed è una parola che arriva subito, che comunica con forza perché dice cose essenziali, nella sobria concisione estrema dei suoi modi. Dice del corpo e della sua imperfetta meraviglia; e del suo problematico aprirsi al mondo, all’altro e alle cose, specchio e conferma di ogni singola esistenza. E dice della morte, che ci consuma istante dopo istante, che è un’ombra che ci accompagna, non richiesta eppure irrinunciabile quanto decisiva. Ma che è non di meno il messaggio è il richiamo costante degli assenti, verso i quali dobbiamo conservare memoria e fedeltà. Più di ogni altra cosa, infatti, sanno radicare noi stessi in noi stessi e nelle nostre origini, che riaffiorano in questi versi anche nella controllata, discreta, ma efficace ripresa del dialetto, che  non a caso è chiamato a concludere il libro, tra l’altro in uno dei componimenti più belli, con quelle presenze decisive: l’ombra che passa, la madre e i suoi pensieri, la notte e lo spavento, il corpo e il distacco.

Insomma, un’opera di sostanza, in costante tensione, capace di arrivare al cuore delle cose con una felice asprezza espressiva.

 

 

 

Nota bio-bibliografica

 

Margherita Rimi è nata a Prizzi (PA) nel 1957, e risiede in provincia di Agrigento dove svolge attività di neuropsichiatra infantile.

Ha pubblicato Traccia d’interiorità (Cultura Duemila Editrice, Ragusa 1990) e Per non inventarmi (Kepos, Castelvetrano-Palermo 2001).

Suoi testi sono stati inseriti in diverse antologie, tra le quali: Il segreto delle fragole, Agenda  2001, Lietocolle 2000;  Contributi per la Storia della Letteratura Italiana – Il secondo novecento, tomo III, Guido Miano Editore 2004; Tanto gentile e tanto onesta pare, Book 2004.

Tra i riconoscimenti: vincitrice Premio GamondioPoesia, Castellazzo Bormida 2004; menzione di merito al Premio Lorenzo Montano 2003-2005-2006; finalista al Premio Carver, Roma 2004; segnalazione Premio Maria Marino, Caltagirone 2005 e Premio Senigallia Spiaggia di velluto 2006.

Margherita RIMI – La cura degli assenti

Lietocolle, 2007

Prefazione di Maurizio Cucchi

 

Tra censimento e antologia. Per un macrotesto epocale…

libri

 

“Di ogni libro pubblicato, l’editore deve trasmettere al Sistema informatico nazionale per l’editoria  il previsto format contenente i dati dell’opera e un suo estratto, non superiore ai trenta KB. Il format sarà inserito entro quindici giorni dalla sua ricezione. I dati contenuti nel Sistema – distinti per genere (narrativa, poesia, saggistica, varia) e organizzati in modo da favorirne la più ampia elaborazione – sono accessibili attraverso Internet ai soggetti pubblici e privati.”

  

 

    Il tempo è galantuomo? Il tempo è solo “la dimensione nella quale si concepisce e si misura il trascorrere degli eventi”, e non ha di per sé “capacità d’agire”, quanto meno di attribuire valore a chicchessia; il giudizio compete solo agli uomini, coevi dell’autore o postumi. Alla base di qualunque giudizio c’è necessariamente la rappresentazione di una realtà che, in questo caso, è l’opera-libro nella sua fisicità, e la relazione emotiva e affettiva che con essa si instaura, in termini di percepita utilità, necessità e bellezza.

    Ciò che davvero necessità, in un’epoca di crescente complessità, è favorire il rapporto tra il lettore e il libro, piuttosto che confidare nella galanteria del tempo.

   

    Nelle righe iniziali ho voluto ipotizzare, provocatoriamente, un intervento legislativo che preveda l’informazione istituzionale su tutti i libri editi in Italia.

    Provo a riassumere quelle che potrebbero essere le possibili ricadute:

 

  1. Dato quantitativo e qualitativo:

·        E’ intuitivo che il possesso di un dato totale di quantità (tutti i libri editi coi dati relativi  all’opera e all’autore), e di uno indicativo della qualità dei lavori pubblicati abbatte definitivamente e storicamente degli steccati aprendo a tutto tondo alla conoscenza di un’intera realtà;

·        La banca dati così ottenuta (enorme, indubbiamente) consentirebbe, attraverso un idoneo programma di gestione, di organizzare le informazioni per una quantità infinita di esigenze, con opzioni e combinazioni di ricerca che possono riguardare l’autore quanto l’opera, e finanche l’attività editoriale; ponendo fine a ricerche basate su dati parziali o a campione;    

 

 

 

  1. Attività di ricerca:

·        Chiunque potrebbe effettuare ricerche sul Sistema attraverso Internet;

·        La più importante ricaduta si avrebbe, però, nella ricerca in ambito accademico (ma non solo) con strumenti e competenze appropriati;

·        Il dato quantitativo si presta, come accennato, a prospettive multiple di indagine (statistica, sociologica, economica etc);

·        Il dato qualitativo,  primariamente, consentirebbe invece di presidiare nel merito (seppure limitatamente all’estratto inserito nel format) la produzione letteraria edita, per genere, sia nazionale che locale;

·        Una ricerca siffatta comporterebbe un primo livello di conoscenza che, democraticamente,  accomunerebbe opere di (presunta) qualità con opere che lo sono meno o non lo sono affatto; costituendo però una base di conoscenza imprescindibile e formale (in quanto radicata a livello istituzionale e riguardando le opere edite in supporto cartaceo);

·        Grazie a un tale strumento, difficilmente sfuggirebbe all’attenzione di studiosi e appassionati l’opera e l’autore di alto livello (l’editore avrebbe cura, per ciò, di inserire un estratto significativo nel format);   

·        Quel primo livello di pubblicizzazione, per l’attenzione estesa che determina, costituirebbe una partita importante per l’autore quanto per l’editore; quest’ultimo, sottoposto alla vivisezione delle sue collane e dei suoi titoli, nonché al giudizio finale di serietà e attendibilità;

·        La ricerca per anno, per periodo e/o per territorio (i poeti nati negli anni ’40, ’60 etc e con riferimento a luogo di residenza), con la stampa finale dell’elenco, formerebbe   un’antologia a costo zero;

·        La ricerca che partendo da un primo livello ne sviluppasse poi, selettivamente, un secondo, non escluderei che possa comportare una parziale ridefinizione dell’attuale panorama letterario;     

 

 

  1. Pubblicizzazione e marketing:

·        L’inserimento nel Sistema sarebbe per il libro e per l’autore la prima forma di pubblicità. Se l’opera è una raccolta poetica, oltre ai dati relativi al libro e all’autore, sarebbero leggibili nel Sistema, gratuitamente, alcuni suoi testi;

·        La conoscenza avverrebbe attraverso l’accesso diretto alla banca dati, o con una ricerca mirata su Internet partendo dal nome dell’autore;

·        La pubblicizzazione sarebbe in misura omogenea, non diversificata per qualità dell’opera o per il nome (celebre) dell’autore o dell’editore; nessuno autore ed editore ne sarebbe però escluso;

·        La presenza nel Sistema ovvierebbe, almeno in parte, alla selettività e faziosità del sistema mediatico, corresponsabile del silenzio sul lavoro dei meritevoli quanto dell’invadenza e sopravvalutazione degli immeritevoli.

·        Le terze pagine dei quotidiani locali e nazionali avrebbero come tutti accesso al Sistema; l’ignoranza, soprattutto a livello locale, troverebbe forse ancor meno giustificazioni.

 

 

Questi appunti sono stati in parte suggeriti dalla lettura del post di Davide Nota e dai commenti pervenuti.

 

 

Giovanni Nuscis

 

 

 

 

 

 

 

“Per soglie d’increato” di Francesco MAROTTA – Recensione

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    Una sensazione di luminosa accoglienza si avverte leggendo questo libro, una scrittura la cui tensione di ricerca va di pari passo con la sua attitudine a suscitare ascolto nel lettore – spesso in debito d’ossigeno nello sforzo di decrittare il linguaggio poetico. Senza per questo ridurne la complessità ad usum delphini.

    Il titolo, Soglie d’increato, prefigura un fluttuare tra il nulla e la materia, tra il caos e l’armonia di forme e di suoni che definiremmo bellezza. Soglie, dunque, a demarcare il confine non del/col nulla, ma con la materia primigenia pervasa ancora di sogno e di luce. Le citazioni di Luzi e di Bonnefoy, in apertura, preannunciano un percorso –e/o dichiarano una poetica ideale- che annulli ogni regola, sprigioni sapienza e profezia allogando in una dimensione non storico-geografica ma di sospensione atemporale: il vero luogo è/un frammento di durata/consumato dall’eterno. Meglio chiarisce, da ultimo, il componimento che apre la raccolta: …non serve/nominare ad ogni passo/il prodigio che trascorre/in mobili immagini di evento,/epifanie di lumi/rovesciati in ombre/quando già credi/di stringere il mistero,/contemplarne il volto,/tradurre le pupille in segni/e voci/…/ per osservare la vita/nello specchio albale/di una luce/pensata prima d’ogni dire,/prima del silenzio. La poesia di Francesco Marotta sembra dunque rifuggire da contestualizzazioni storiche o cronacistiche, dall’espressione ineccepibile e icasticamente efficace, a rischio di deja vu nel confronto immancabile con le esperienze passate.

   

    Quattro sezioni (Prima d’ogni dire, prima del silenzio, Colma la mano nel buio della voce, Liquide parabole di luce malata, Il varco per il polline più fondo) contengono cinquantanove componimenti privi di titolo, tappe di un unico poema, di un solo compatto discorso.     

    E dal portale della prima poesia, con l’incipit eponimo della raccolta, lo sguardo si apre su un paesaggio inedito eppure familiare, dai confini diafani ma d’imperitura e irriducibile sostanza. Vasto, infatti, è il campionario archetipico di elementi-immagini (acqua, vento, fuoco, luce, neve, terra, deserto, muschio, brace, nomadi, fondali, vela, vuoto, lume etc.). Ricca l’aggettivazione (ad esempio. da inquiete luci: impaziente, confuse, spenti, intermittente, stupito, sorprese, certe, prossime, invernale, vociante, interminato) all’interno di versi che raramente superano le undici sillabe. Il lessico è semplice ed evocativo tra chiaroscuri in cui prevale il chiaro d’una luce aurorale, tra cenere ed humus, veglia e sonno, gelo e fiamma. Una scrittura dalla sintassi elastica e semanticamente mossa, per concatenata e motile accensione di immagini e di simboli.

 

   “Sapienza e profezia, parola e visione, “pensiero e canto”, queste le coordinate che tracciano la sfuggente spazialità di Per soglie d’increato” osserva giustamente Luigi Metropoli nella sua postfazione. Un dialogo infinito in una storia senza tempo, lungo trasparenze di ere non più ere; nella persistente luce che si fa simbolo di resistenziale speranza, di sguardo distolto dalla voragine buia e deprimente del nulla, e del male individuale e collettivo, presente e passato. La poesia di Francesco Marotta è superamento di tutto ciò, ma non nei termini di rifiuto della “verità” della storia e della cronaca, bensì di implicito rattenimento della sua lezione decantata, procedendo a ritroso lungo il crinale che riporta al sogno dell’origine, alla materica bellezza della parola: roccia grezza che va liberata dalle scorie, dalla retorica del reale-irreale, vale a dire,  inutilmente reale: “affidare pagine superstiti/al fiume che trascorre/dove la neve brucia le sue forme/per abbracciare altre spoglie/la sete del giunco e della riva -/imbarcarsi su rotte/primaverili d’aurora,/senza rinunciare all’ombra gelida/in cui covava la pioggia/la terra dei volti come un seme:-//solo allora/le parole che dai passi/narrano il cammino alla notte,/si lasciano guardare come rose/che svelano agli insetti/il varco per il polline più fondo-/prima che il cielo richiami lo stelo/nel chiuso del suo involucro/di cenere.”

    Ogni componimento è diviso in due lasse irregolari, la prima che si conclude con due punti ed un trattino – occhi e naso di un volto? – seguita dall’altra, in controcanto, come un’onda che sovrasta e si fonde con quella che precede, e con quella che segue, nell’eterna ciclicità..

    Una poesia, questa, da leggersi ad alta voce e ad occhi chiusi affinché si animi, dentro, lo spettacolo di suoni e di immagini; una poesia, allo stesso tempo, che sa fermarsi sulla soglia in attesa paziente del lettore, per accoglierlo – come detto all’inizio – e restituirlo a sé stesso con occhi dilatati, per il sogno impressovi di una bellezza possibile.

 

Giovanni Nuscis

 

 

“Per soglie d’increato” di Francesco MAROTTA (Edizioni  Il crocicchio, 2006) (marchio del gruppo in Edition). Collana Le invetriate diretta da Gianfranco Fabbri e Salvatore della Capa, con postfazione di Luigi Metropoli. 

 

munch giurisprudenza

Sulla rivista on line ITALIA LIBRI:

Riflessioni sulla poesia civile in Italia

di

Pasquale VITAGLIANO

http://www.italialibri.net/contributi/?PasqualeVitagliano&id=123

Della traduzione poetica di Marco SCALABRINO

Scrittura cuneiforme

DElla traduzione poetica

 

di Marco Scalabrino

 

 

Nat Scammacca (poeta, narratore, fondatore nel 1968 dell’Antigruppo), i cui testi ho avuto il privilegio di volgere in Siciliano (POEMS PUISII – 1999), ebbe a scrivere che la poesia “pigghia tantu di ddu spaziu nna lu chiù nicu di li cucchiarini chi ci vulissiru misati sani pi travirsàrilu di punta a punta”. E Stanley H. Barkan (poeta ed editore newyorchese) ha puntualizzato: <Translation is really transmutation. The important thing is for the poem to be a poem in the target language.>

Il traduttore assolve a entrambe le attribuzioni, soddisfa entrambe le condizioni: attraversa ovverosia “il cucchiaino” e lo riconsegna mutato eppure indenne nella lingua di destinazione. <Tradurre poesia – asserì peraltro Eugenio Montale – è uno dei possibili modi di fare poesia originale>.

Ecco quindi consumarsi, per l’ennesima volta, l’atavico, irrisolto dilemma: della fedeltà della traduzione. Della fedeltà alla parola, dell’asservimento alla materia? O della fedeltà al pensiero, dell’anelito all’essenza? Distinzione nota, da Voltaire in poi, come l’opposizione tra traduzioni “brutte e fedeli” e “belle ma infedeli”.

In realtà, non credo valga la pena ulteriormente attardarsi su questo logorato topos. La soluzione al dilemma ritengo sia scontata: la devozione all’uno e all’altro aspetto. E non tanto per codardia, per serafica salomonicità; quanto perché stimo che il traduttore debba praticare il proprio “ufficio” nel rispetto della originalità dell’autore, al contempo convogliandone la lettera e catturandone lo spirito. Ma non una devozione pedissequa, precostituita, giacché come ha rilevato Luca Guerneri <il confronto e il dialogo con l’altra lingua diventa spesso un braccio di ferro con la propria>. La percentuale – se così vogliamo definirla – della fedeltà all’una, la parola, e all’altra, l’essenza, è dunque variabile; è da valutarsi circostanza per circostanza. Deve esserlo! In funzione del risultato ultimo: la Poesia. Risultato che non lasci trasparire il lungo studio e il grande amore che sono stati necessari; che induca anzi il lettore alla considerazione che le poesie sembrano essere state concepite (nel nostro caso) in Siciliano.

Tradurre poesia è impresa nella quale è bello, gratificante, necessario riuscire. Ciò perché la traduzione (questa poco considerata, forse, faccia della letteratura) è per forza di cose re-invenzione in certa misura del testo originale, è una sorta di passe-partout che ci introduce a un diverso trip letterario, è uno star-gate che ci spalanca l’altrui universo. Un universo composito, intriso di mito e radicato parimenti nella attualità, crudo e allucinante e altresì tenero e sognante, un universo che se per taluni caratteri rinveniamo sotto casa, per taluni altri ci svela spaccati, scene, luoghi esoterici e misteriosi: la Poesia di ogni latitudine, di ogni lingua, di ogni vocazione.

 

<La traduzione di poesia – scrisse Salvatore Riolo – non è impossibile (come invece da talune parti si sostiene) ma è un’operazione delicata e complessa, che implica assai spesso complicati problemi teorici e pratici non sempre di facile soluzione. Le difficoltà, anche le più gravi e le meno sormontabili, non devono, però, indurre il traduttore ad arrendersi di fronte a esse, ma devono costituire lo stimolo e il punto di partenza per la ricerca di nuove e più avanzate strategie traduttive. In alcuni casi in cui la traduzione risultasse impossibile, se eseguita alla maniera tradizionale … si può ricorrere in alternativa ad essa alla trasposizione, al rifacimento, alla parafrasi, alla parodia, all’imitazione e all’adattamento>; operazioni caratterizzate tutte – secondo lo studio di Franco Fortini – dall’assunzione del dato da tradurre quale <struttura di riferimento o significante, per un’opera nuova>.

<Un concetto – sostenne Attila József – è lo stesso sia per un filosofo cinese che per uno ungherese o inglese. Chiunque in realtà può esporlo con le proprie parole. Il concetto quindi, in quanto spiritualità, è dell’umanità intera. Ogni filosofia infatti è traducibile in ogni lingua, perché importante è che vi sia concordanza concettuale, non verbale e se in una lingua non vi fosse una parola specifica per un concetto, noi possiamo sempre parafrasarlo ed esprimerlo, ciò nonostante, perfettamente. Quando traduciamo poesie, noi diamo loro una nuova forma mediante la visione della nostra propria nazione.>

Alba Olmi (docente universitaria e traduttrice), nel suo saggio ”Estudos de Traduçao numa perspectiva Teórico-Crítica e Interdisciplinar”, delinea, tra l’altro, alcuni aspetti specifici della traduzione: 1) l’affinità tra il traduttore e l’autore dell’opera tradotta, 2) i vantaggi e gli svantaggi connaturati al passaggio da una lingua all’altra; elabora delle considerazioni illuminanti: 3) è l’opera stessa da tradurre a suggerirci i percorsi, 4) i versi più belli del mondo diventano insignificanti o insensati una volta infrantane l’armonia o la musicalità; e, soprattutto, afferma: 5) l’iniziativa personale richiesta al traduttore, 6) che si tratta di una trasposizione di testi (non di parole o frasi) da una cultura all’altra.  

<Nel determinare il valore delle traduzioni – ribadisce ancora Salvatore Riolo – si dovrebbe giudicare la traduzione  in sé e per sé e non già, come si finisce inevitabilmente per fare, in rapporto al testo di partenza>. 

Oggi si tende a rivalutare la traduzione riconoscendole sia il carattere di opera intellettuale che di opera di creazione <benché – afferma in proposito il Mounin – derivata da un’altra opera, da quella cui meglio del termine “opera originale” si addice piuttosto il termine di “opera prima”, poiché anche la traduzione è opera originale>.