Archive for dicembre 2006

Auguri di Buon Anno!

Le_Persiane_Verdi

 

Te Deum

 

 

Un anno è passato (quello segnato

dal calendario, e poi ce n’è un altro

e un altro ancora) e per vedere

quel che è accaduto esco sulla porta

di casa e guardo che succede: e

non succede veramente niente di nuovo.

E allora me ne sto tra me e me e

lungamente m’interrogo su quanto

mi è accaduto e qui scopro un cantiere

in fermento una ribollente officina

E vedo quanto ho costruito quest’anno

appena trascorso quali mura o torri

ho innalzato per giungere fino a Te

e vengo a ringraziarTi nella tua dimora

perché Tu solo mi hai aiutato a salire

così in alto con i miei poveri materiali

che i più competenti e saggi di oggi

dicono obsoleti o temerari.

 

 

Angelo Mundula – da: Il Cantiere e altri luoghi (Carlo Delfino Editore, 2006)

 

Kolbein Falkeid (traduzione di Luigi Di Ruscio)

orme6

 

Døden er ikke så skremmende som før.
Folk jeg var glad i
har gått foran og kvistet løype.
De var skogskarer og fjellvante.
Jeg finner nok frem.
Kolbein Falkeid
 
La morte non mi mette più paura.
Ci arriva continuamente tanti compagni.
Troverò la strada
seguendo tranquillamente
le loro fresche tracce.

Legno

 

Falegnami, ascoltavamo il legno

la fatica del germoglio

lo schianto d’un albero.

Lenta la mano dai nodi

intuiva l’età, la destinazione.

Pochi anni, ora, per scoprire

fili su fili tra le cose,

e una moria incessante,

nella vita impassibile.

E in ogni tempo un vuoto,

e l’insostenibile peso.

Anche se pure scalzi poi si arriva,

e tutto pare possibile,

    a cose già fatte.

Braccia conserte, spalle alla bottega,

da un fiume ci si sente attraversare.

In esso tracimando. E in chi sta accanto,

e mai si può sapere in che misura

si è rimasti.

 

 

 Giovanni Nuscis – da: "In terza persona" (Manni, 2006)

 

L

Catasto ed altra specie di Antonella Pizzo – Recensione di Marco Scalabrino

PIZZO - Catasto

Catasto ed altra specie

 

Antonella Pizzo

 

Fara Editore 2006

 

 

 

         Catasto, come da acconcia definizione, è l’insieme di documenti, desunti tramite rilievi fotografici e altre indagini, che costituisce un vero e proprio inventario generale delle proprietà immobiliari.

         È altresì l’ufficio pubblico, articolato in diversi settori, i cui addetti (il badge una <piccola porzione astrusa da dimenticare / sopra al bancone del bar / un lunedì mattina … volture da fare … moduli fitti da compilare / e i notai che sbagliano>, nel <timore dell’automazione / che al collo ci stringe> e nelle procedure che <si fanno e si annullano / e la seguente sostituisce sempre la precedente>, tra <seggiole, video … cartelle … lente d’ingrandimento>, al bercio di <Étagère! Étagère! Étagère!>) soddisfano i compiti d’Istituto.

         Ma catastu, nella locuzione avverbiale dialettale siciliana a catastu, intende anche: letamaio, rogo, graticola.

Per il momento comunque accantoniamo (la riffa del) le definizioni – salvo nel prosieguo, per una visione complessiva del libro (<ed altra specie>), magari recuperarle.

 

         Antonella Pizzo è un vulcano in eruzione, incontenibile.

         Dal Marzo 2004, dopo l’esordio con una eccellente prova in dialetto siciliano STRATI, Edizione CDB Ragusa, (che sebbene sia passata pressoché inosservata si colloca a mio avviso, nell’ambito della poesia dialettale siciliana, tra le opere più significative di questo abbrivio di millennio), ha pubblicato nel Luglio di quell’anno il romanzo DI ROSSO SMUNTO, per i tipi della Prospettiva editrice di Civitavecchia, e nel Novembre successivo FRA POCO L’AUTUNNO, con la KULT Virtual Press di Modena, e ancora, nel Gennaio 2005, auto-prodotta, una seconda raccolta in dialetto siciliano con traduzione in Italiano E SU PAROLI NUOVI, nel corso del medesimo 2005 A FORZA FUI PRECIPIZIO, edizione LietoColle, e ora questo florilegio, con la Fara Editore. Nel frattempo non ha lesinato di collaborare con qualificati siti e riviste (POIEIN, Scriptamanent, Rottanordovest, eccetera), non si è sottratta dal partecipare (e ottenere affermazioni e riconoscimenti) a svariati concorsi letterari nazionali (il Turoldo, il Marineo, il POESI@ & RETE, ed altri), ha steso un paio di sceneggiature per cortometraggi.

 

         Non si creda, per carità, il mio l’atteggiamento dell’incensatore: questo ampio preambolo è puramente funzionale alla introduzione motivata del personaggio Antonella Pizzo.

         Ho scritto già sulla sua poesia: del clima di mestizia che l’ha determinata, della diffusa liricità, calibrata dovizia; degli assetti linguistici e della taumaturgia di quel dettato e dell’eco che ne propaga. Posseggo i suoi lavori editi e parecchi degli inediti, siamo ambedue Siciliani, per giunta in contatto con regolarità a mezzo posta elettronica, abbiamo avuto la ventura di conoscerci di persona. Non ho nessuna remora a dichiararmi suo strenuo ammiratore.

         E dunque, esclamerete voi, bella forza: siete amici, conterranei, familiari è normale, addirittura d’obbligo, che io ne debba scrivere favorevolmente.

         Ebbene, queste ammissioni mea sponte tendono giusto a falciare alle radici tale pregiudizio, si propongono di dimostrare, unitamente agli argomenti della nostra cornice, vale a dire la Poesia, che l’ammirazione, la stima, il credito sono dovuti unicamente in virtù di talento, di qualità, di stoffa, e non già per mere piaggeria, affinità, solidarietà tra Isolani.   

 

         L’incontro reputo sia stato propizio per entrambi:

         la Pizzo nel suo continuum creativo s’avvalora quale voce tra le più innovative dell’attuale scena poetica nazionale (e ciò malgrado – non me ne voglia la cara amica – non sia più anagraficamente verdissima <ci chiamavano giovani / ed oggi quasi non ci chiamiamo più>);

         Alessandro Ramberti, da Rimini, incarna uno tra gli editori più avveduti delle ultime generazioni, (mi si passi il termine un po’ demodé) un talent scout, uno che sa discernere a fiuto e a “mestiere” – fra tanta diuturna mediocrità – i sentimenti, l’estro,  l’arte. D’altronde egli stesso è poeta.

 

         Il testo di ingresso alle pagine 15 e 16, in corsivo e in carattere ridotto, consiste, sulla falsariga dell’acrostico, dei titoli di tutti i componimenti – eccetto il primo – che si succederanno, e va a delineare una sorta di codice di accesso, di fugace colpo d’occhio, di furtivo assaggio di temi e contenuti, loro fattezze e intensità, nei quali di lì a poco ci imbatteremo.

 

         <È tutto confuso … il fracasso é di un oceano che strepita / di un’onda che si schianta … un lucido, la penna, un ventaglio, il taglierino … giacciono … sul tavolo da disegno … Mi fai uno squillo e io ti rispondo / (se lo sento)>.

La formula della accumulazione, del procedere in modo destrutturato, la rassegna cioè scomposta di oggetti, prerogative, archetipi, nonché il gusto del paradosso (del concetto ovverosia contrario a quanto comunemente ritenuto vero, ma che ha un fondo di verità) sono cifre distintive della poesia di Antonella Pizzo, benché lei ami con nonchalance attribuirli al <vento (che) … fa volare … gli appunti>.

         Di fatto questa sconta, con la sciente complicità di una sintassi che decisamente si divincola dall’ortodossia e addosso alla quale si impernia l’intera divinazione, e mediante il filtro del sentire umano, o come adeguatamente statuì Franco Fortini: “l’esperienza che si tramuta in coscienza”, la lacerazione, il bailamme, lo strappo dei ritmi della vita odierna, contempla la realtà, la quale non è mai compatta, piana, precostituita, come ad una rapida carrellata si dipinge, bensì dialettica, critica, dinamica.

         E allora questa ingegnosa bretella <fra la schiena e il foglio>, questa succulenta spezzettatura (ricordate la pasta rotta di una volta), questa scrittura per schegge altro non sono che la proiezione vergata di uno stato d’animo frastagliato, la variopinta icona di una improba contingenza dell’essere, il prodotto dei fattori del “normale” nostro vivere: la fatica di cucire i giorni l’uno sull’altro, di scalare uno ad uno i gradini dell’esistenza, di appaiare un arcipelago sfaccettato, gli atolli in superficie tra loro slegati, indipendenti, sconnessi.

         E quel <tavolo>, che percepiamo quale il <volo a raso> che innegabilmente stiamo vivendo ma dal quale vieppiù andiamo prendendo le distanze, il caos in cui sempre meno ci identifichiamo, è il legno tarlato, il palco su cui scricchiolano, evanescenti come <un neo finto … maschere … travisamenti>, le persone, le loro emozioni, vicissitudini, speranze.

         E nondimeno quelle “cose” paiono chiederci che le si “leggano” con attenzione e interesse reali, con intelligenza (da intus legere, leggere dentro, nel profondo), perché in loro <puoi sentirci la storia>, puoi vederci scorrere l’impeto del tempo mirabilmente racchiuso tutto in <ventiquattro righe>, puoi inseguirci un sogno nel quale i campi di girasole dei quadri di Van Gogh si offrono coltivati a broccoli e fave, e <uova sode / e pane e … quella sputacchiera / con preghiera di centrare>.

         Ché la Poesia: Non è con le idee che si fanno i versi: è con le parole, Stéphane Mallarmé, e per conseguenza la parola, la quale per citare sommariamente Ludwig Wittgenstein è deputata a rappresentare il “mondo” in ogni suo ambito, celano rapporti, richiami, analogie. E occorre quindi che ci si <appoggi l’orecchio> per rimetterne in sesto i nessi, riallacciarne i link, riattraversarne i passaggi segreti.

 

         La Poesia, è risaputo, è difficile; ha in sé “la propria autonoma giustificazione” asserì Callimaco; la sua bellezza, aggiungo senza pretesa alcuna di rivelare alcunché, è ovunque. E non di rado la si deve cercare oltre i canoni della tradizione, scovare tra le asperità, decifrare ai sensi della <circolare n. 3 del dopoguerra>.  

         <In un saluto sottile, in uno spigolo aguzzo / (custodivamo il resto nelle tasche) / qui non si parte e si vagheggia l’america>. Una vita anonima ci ammala; e tuttavia il miraggio lo si rimanda al mittente: l’america (l’iniziale minuscola palesemente a ricondurre il mito ad una dimensione provata, dimessa, minima) rimane là fuori, prossima e mai raggiunta, vista e mai toccata, come nell’amaro caso del protagonista del monologo di Alessandro Baricco: Novecento. Una gemma, l’invenzione dello spigolo di saluto il cui grosso si attarda nelle tasche, o nella ripresa dell’immagine <all’angolo del ciglio>;   

         <al centro della mappa … un’isola … un grande mare>. Già in STRATI, con rapita meraviglia, il mare era stato <‘u mari … raaaanni! … ‘u mari fattu ri làcrimi ri fogghi>. Il confessare adesso <che non l’avevo visto mai> e lo sbalordimento espresso <Il mare è la fine della terra / e dopo il mare cos’è?> tradiscono l’attesa di un aldilà, l’anelito ad una sfera ultraterrena, l’impellenza di un luogo ove regni una felicità azzurra, incontaminata, infinita;

         in <una filastrocca / (che) potrei tirarla in cielo per appiglio> e salvare il mondo dal <nero (che) sgorga dai tombini … confluisce nelle strade … arriva alle finestre … oscura gigli e fiordalisi>. Cosa si alluda per <nero> è demandato “alla responsabilità e alla capacità del lettore di leggere i segni del tempo”, ci avvisa in altre circostanze Gianmario Lucini. Ciononostante, basta guardarsi intorno, esso ci ha concupito: ci ha svilito a miserevoli errabondi alla incessante caccia di ogni moderna riedizione del “vello d’oro”, ha lubrificato per la nostra voluttà vecchie e nuove armi, ha eretto palizzate fisiche, socio-culturali e tecnicologiche tra ciascuno di noi e i nostri simili.

 

         “Ognuno sta solo sul cuor della terra”. Ma, come per Salvatore Quasimodo, la Poesia è al nostro fianco e ci salva: la Poesia che al pari del mondo non si ferma mai, non si sollazza sui traguardi acquisti, non si appaga nel reperirsi inchiostrata. Ché dalla pagina, piuttosto, essa schizza e ci investe, ci scuote e ci fa male, ci costringe a scrollarci di dosso la vantaggiosa catafratta da individuo e a ripensarci come elemento organico ad una comunità, ingranaggio di un universo, soffio, in uno con la natura e tutte le sue meraviglie, di un alito superiore.

 

         La poesia di Antonella Pizzo la si apprezza inconfutabilmente per la perizia della costruzione, per la felice trasposizione del magma/fermento dell’anima in una materia/parola che riversa pulsione, restituisce calore, effonde passione e non regredisce ad arida roccia nera e fredda, per le suggestioni metriche e foniche che l’inusitato accostamento lessicale genera, per la maestria (e mastru, maestro, è in dialetto siciliano l’appellativo che si antepone al nome e col quale ci si rivolge agli artigiani) che sprigiona.

E tuttavia è l’attitudine a tenerci insistentemente all’erta, a coinvolgerci, lo sconcerto in cui ci ammolla a spiazzarci, a sbigottirci: 

         <Capisci l’otto?>

         <pensare che i numeri primi sono dispari>

         <i dati … c’è una incoerenza insita / che non si può epurare>.

         Dispute sconclusionate, accademiche in apparenza, non rilevanti nel bilancio di un ordinario vissuto, che somatizzano un lancinante torchiare se stessa e l’interlocutore, esibiscono il sintomo inequivocabile di uno spirito inquieto, preso a ghermire in ogni anfratto della vita le soluzioni ai dilemmi che essa pone e, finanche partendo da quelle questioni peregrine, districare il <viluppo di piume / che fa soffocare>, guadagnare il grimaldello per esperire le “risposte” ai perché dell’esistenza, ai suoi fatti, negozi, enigmi.

 

         I dati, i media, la società dell’opulenza, della tecnologia avanzata. E giustappunto per ciò configura un impareggiabile dileggio, assume le connotazioni della <disperazione>, le proporzioni della calamità il perdere un foglio non girato perché non bene umettato il dito, ovvero un file perché <capita che la mente sia altrove>. In tale apocalittico contesto (invero non così remoto – chi non rammenta la recente vicenda in cui la banale caduta all’estero di un albero che tranciò un cavo causò la mancanza della energia elettrica in vaste aree della penisola con conseguente ineluttabile pandemonio) gli strumenti dell’ironia, i toni sottilmente agrodolci ci soccorrono, <papera di carta / book antiqua …piuma per scrivere> li esorcizzano. L’alternativa, alla faccia della ragione e della scienza, è farsi <un solitario … che se viene …> o, spes ultima dea, ricorrere a <Virginia l’indovina>, che seduta nel corso principale mille anni-luce dal mondo di schede al silicio, marchingegni wireless, nano-secondi e gigabyte, sembra per assurdo l’unica ad avere le <tre carte buone> da cui trarre positivi auspici.

 

         <Vorrei scrivere di un giorno qualunque … quando … >.

         “Quel” giorno però, <quando d’improvviso si spezzarono / le ossa e si rammollirono le cartilagini>, evidentemente qualunque non è! Né è stato tuttora tacitato, assorbito e <perpetuo rimuginare … interferisce, interferisce>. Tant’è che si insinua sordido, si sostituisce fortuito al rutinario menage che smussa balsamico ogni afflizione, si sovrappone ai <mattini bofonchi accanto alla macchinetta del caffé>, e allorché torna <mastica carta, colori e toni>, torna con furore a spuntare la matita, a smarrire un volume, torna per <stanare … il mio refuso>.

         Nascondersi? Dileguarsi? <acquarello mi farei che cola>.

         Arrovellarsi? <Chiederne / conto in … dimensione sesta o settima>?  

         Più <non c’è minuta / da salvare>, maggiormente utili <i misteri / dolorosi che recito una tantum>, e le colpe <a ciascuno … i propri errori >, le colpe poi <quale … fu l’errore>, le colpe <il rigo che racconta / di una svista> presunte o reali non è detto che ci siano, che siano imputabili a noi.

 

         Il tempo – abbiamo letto – è cagliato in una pregevolissima <ventiquattro righe> e si puntualizza, nel frammento di chiusura della silloge, la vocale o in esso contenuta <segna l’oggi e l’ora>.

Come (tentare di) interpretare questo assunto?

          I siciliani – ci suggerisce in proposito Paolo Messina – sono padroni del tempo o, per dirla con Tomasi di Lampedusa, sono Dei. Ma essere (o ritenere di essere) padroni del tempo può voler dire dominare mentalmente la vita e la morte, avere la certezza della propria intangibilità solo nel presente, un presente che si appropria del tempo futuro per scongiurare la morte, ombra ineliminabile dell’esserci. Quello che conta è il presente. Essere e divenire, insomma, nell’ansia metafisica si fondono o si confondono”.

 

         <Idee nuove / nella logica della continuità / un programma vero / soggetto predicato complemento / mi giro e scelgo / è solo un caso / se tutto resta immutato / o senza senso>.

         Questa speculazione condensa il manifesto della poetica di Antonella Pizzo:

         la libertà, < le mie parole / e contorcerle a piacimento>, che compiutamente lei integra all’urgenza dello scrivere <lampante e incontestabile / che m’attraversa>, la prerogativa di innovare che coniuga alla disciplina <soggetto predicato complemento> e, prioritaria, la consapevolezza della <dimensione straordinaria> della Poesia e di sé come Poeta: <domani il mio sentiero si disegnerà>.

         L’amalgama ineffabile che ne lievita <acqua viva che scorre / dentro … ma fuori / naufraghi sperduti … colpi di tosse … rabbia che si fece salto … compulsione … carta ruvida e matta …> è vita, pathos, liricità.

 

         Avvertenze in calce:

ü      attenti alle pratiche (cioè alle pagine) 23- 47- 50- 54- 58;

ü      la Poesia e i Poeti sono vivi e vitali come non mai;

ü      Antonella Pizzo siede a pieno titolo fra questi.

 

 

                                                                Marco  Scalabrino

 

PHYGÈ di Giusi Maria Reale – Recensione di Marco Scalabrino

REALE - PHYGE

PHYGÈ

 

Giusi Maria Reale

 

Campanotto Editore – Pasian di Prato UD 2006 

 

 

Il Signore disse: <Vattene dal tuo paese, dalla tua patria / e dalla casa di tuo padre, / verso il paese che io ti indicherò>. Genesi 12, 1.

Rispondendo (Inanì = Eccomi) alla Sua chiamata, Abramo partì allora da Carran in Mesopotamia, con Sara, Lot, tutti i loro familiari e i beni che si erano procurati, alla volta di Canaan, spingendosi fino a Sichem, presso la Quercia di More. Correva l’anno 1850 a.C. circa; ebbe così inizio la diaspora degli Ebrei.

 

         Quella del popolo ebraico è la più antica, duratura, sintomatica delle PHYGÈ.

Giusi Maria Reale ne tratta diffusamente nella sua plaquette: <questa notte che mi canta in gola / il respiro di Canaan … il novilunio dei cedri / sulle alture del Betel>, ove Betel è la città della Palestina nella quale, stando alla tradizione, Giacobbe ebbe in sogno (Genesi 28, 10 e segg.) la visione della scala sulla quale gli angeli salgono e scendono dal cielo.

La PHYGÈ, nondimeno, è trasversale ai tempi, alle latitudini, ai popoli, si protrae nei secoli fino ai nostri giorni; e anzi giusto negli anni più recenti, con i massicci sbarchi sulle coste europee e siciliane in prevalenza, ha registrato un considerevole inasprimento. Giusi Maria Reale non tarda perciò di contemplarne altre articolazioni.

 

Da queste prime esemplificative tracce è già possibile intuire di che stiamo trattando, dedurre cosa significa, cosa è la PHYGÈ.  

Occorre invero un po’ rispolverare le nostre reminiscenze di studio.

Ci aiuta inoltre, per meglio comprendere lo spirito del lavoro, sapere che Giusi Maria Reale – docente di Latino e Italiano nelle Istituti Superiori – si è laureata in Filosofia a Catania con una tesi sull’umanesimo di Jean-Paul Sartre e che la scrittura, la traduzione dal Francese, la critica letteraria sono tra i principali suoi interessi culturali.

PHYGÈ, Plotino (Enneadi, VI, 9, 11), è <fuga di un solo presso un solo>.

Giusi Maria Reale ne recepisce, amplia, procrastina lo spettro delle definizioni. Ed ecco essa diviene: <il vincolo disciolto / dello straniero>, il <silenzio di pece della fuga>,  lo <sciame dei giorni /chino sul bordo dell’erranza>.  

Il tema dunque è quello dell’erranza, dell’esilio, della proscrizione; in bilico tra l’ieri remoto e l’oggi presente, tra pregressi e prossimi fondamentalismi, tra società primordiale e villaggio globale.

Protagonista, <lungo vie di sabbie inviolate>, ne è l’esule che <traversa terre e si offre nudo>, il proscritto che si dibatte per <una strada data al vento>, il fuggiasco che più <non torna>.

L’ambiente da cui questi muove è basilarmente quello delle <geografie transumanti>, siano esse le regioni del Medio Oriente che quelle dell’Africa; ambiente prospiciente il Mare Mediterraneo, presso le cui rive e nelle isole che racchiude sono sorti e si sono succeduti più imperi e più civiltà che in qualsiasi altra area del globo; ambiente consolidato nelle unità distintive che, disseminate per tutta la silloge, vi si possono individuare: sabbia, duna, deserto, Nilo, wadi (corso d’acqua temporaneo delle regioni desertiche), cavalli, sterco, acrocoro (altopiano dai versanti scoscesi), luna, stelle;

negli oggetti che lo compendiano: tende, bivacchi, cetra, sistri (antichi strumenti musicali egiziani);    

nella fauna e nella flora che lo rivestono, lo colorano, lo profumano: aironi, corvi, calendula, croco (dal tipico colore giallo), sandalo (il legno profumato da cui l’essenza), sicomori, acero, ebano, sambuchi, fico, cardi, cedri.      

 

         PHYGÈ <ai lombi della terra>, è detto testualmente a pagina 12. Fuga in una dimensione nella quale <non ci sono porte aperte al vento>, <non pace sanno i vivi / e ai morti memoria nega>, il sapore è quello della <carne salata del male>, l’eco che ne propaga è lamento <delle cose care / oltre le liturgie dell’abbandono>.

Il simbolo, poc’anzi abbiamo riscontrato la scala (il connotato della congiunzione tra cielo e terra, la testimonianza della comunicazione tra Dio e l’uomo), il ricorrere ossia a dei “segni” grazie ai quali decifrare una realtà assoluta, è cardine del dettato di Giusi Maria Reale. 

La superficie geografica sopra delineata è stata, nella classicità, depositaria di più centri (Delfi, Roma, Gerusalemme) denominati l’“ombelico del mondo”. L’“ombelico”, il punto cioè della creazione, il punto in cui nacque il cosmo.

La PHYGÈ viceversa è centrifuga; è <ai lombi della terra>. Nel senso che l’effetto che ne discende è la migrazione, la dispersione, la deriva di intere popolazioni (dall’originario loro “ombelico”) nella direzione della periferia, dei fianchi, del nuovo “ombelico” del mondo, ora costituito dai paesi dell’Europa Occidentale e Settentrionale e dal Nord America, dal miraggio della ambigua loro opulenza.   

Un <andare amaro>, oltre che nello <spazio bianco di destino>, nel <tempo altro che non gli appartiene>:

dal passato, nostalgica <dimora / di tutti gli echi della fanciullezza>,

al futuro, la cui cupa prospettiva è <ombra di un puro nome>, <bosco fitto che si oscura>, <giro di ruota senza cieli>.

Un itinerario, dal <verde affanno / della giovinezza>, ineluttabilmente indirizzato, <sui crinali dei venti contrari>, a vestire <le bende dell’addio>, locuzione che evoca il prontuario della imbalsamazione in voga tra i faraoni egizi, la mummia, la morte. Ma che nella fase della contingenza, <presente assente / senza fine / senza ritorno / senza nodo>, pone la questione della precarietà del vivere, dell’impossibilità di condurre uno straccio di vita che sia appena decente, dignitosa, “normale”. Questione adeguatamente sintetizzata nel verso e nel gesto di <chi si china … agli acini dei giorni>; immagine che assai bene effigia lo scorno di colui che, suo malgrado, è intento a strappare, uno ad uno, i grani al graspo acre della vita.

   

         Nei componimenti che aprono ciascuna frazione acquista solenne risonanza il vocabolo “soglia”: <ti fu avara la soglia>, <la smemorata soglia del tempo>, <la soglia antica della mancanza>, <bianca di soglia>, <Anima mia / poggiata sulla soglia>.

         La soglia simboleggia il varco, il passaggio, il guado fra due stadi: un aldiquà e un aldilà. Un aldiquà certo, conosciuto, duro, e un aldilà ignoto, con ogni probabilità precario, perlopiù rischioso, ma che altresì vagheggia una alternativa, si carica di attese, alimenta fantasie. <La soglia è un segno di confine (altro termine, assieme con frontiera, adottato da Giusi Maria Reale – n.d.r). Attraversandola, per entrare e per uscire, si accede a condizioni diverse dell’esistenza, a un altro stato della coscienza e ciò perché essa conduce dinanzi a persone diverse e in una diversa atmosfera>, Algernon Blackwood. La soglia è il <dentro e il fuori dell’andare>; ci permette di uscire da un luogo, da una situazione, da una esistenza e al contempo ci consente di affrancarci da una orbita di sofferenze, ci introduce ad un inedito altrove. Giacché le reali frontiere, nella nostra era, non sono affatto quelle naturali, orografiche, idrografiche (mari, monti, fiumi …), né quelle artificiali (muri, presidi, fortificazioni), che comunque (lecitamente o meno) vengono valicate, aggirate, eluse; bensì sono le negazioni razziali, sociali, religiose ingiunte dal pregiudizio, l’inadeguatezza culturale a confrontarsi con le “diversità”, la paura dell’“altro”. Ed esse tutte attengono al più complesso contesto dei rapporti tra Sud e Nord del pianeta, Oriente ed Occidente, nazioni ricche e ricchissime e nazioni povere e poverissime.

 

         La struttura allungata (che eccede la mera suddivisione del libro in due segmenti), il sostanziale impianto monotematico, l’uso (ampio ma non esclusivo) dell’endecasillabo, la periodicità dell’enjambement (per cui la fine del verso non coincide con la conclusione logica della frase che si prolunga nel verso successivo) e dell’anastrofe (procedimento sintattico per cui si inverte l’ordine abituale delle parole: <questa d’abbagli frontiera>, <di questa che si leva nuova luna>, <che il fuggire maschera di viaggio>) sono fra le notazioni retoriche più immediate.

 

         Quanto agli esiti strettamente lirici del volume, se ne riportano alcune, più felici soluzioni: <la sera posata sui covoni>, <i ponti infranti / dei congedi>, <l’abbaglio nitido del sogno>, <la sera spenta di riposo e luna>, <il breve fuoco / dell’afa nel bicchiere>, <scia / che altri inverni disincaglia>, <si ode tra le canne / un supplizio di sistri>, <le bianche chitarre dell’inverno>.

 

         La luna, pure nella sua forma aggettivale lunare: <il nomade tamburo della luna>, <viaggio dell’anima lunare>, il <gozzo slavato della luna>, <come raggi di luna agli appestati>, più che ogni altro astro, più che ogni altra sorgente, più che l’altra “lampada”, il sole, illumina con la sua gelida ma tangibile luce la PHYGÈ.

Non a caso la luna, misteriosa lei che da sempre ci preclude uno dei due suoi profili (la così detta altra faccia della luna), serba gelosa il suo aldilà, quasi volesse con tale sua azione favorire, solidarizzare, mostrarsi compassionevole con … talune speciali figure di fuggiasco.

<Zahir, il meteco>. Meteco, dal greco métoikos, era lo straniero libero, residente stabilmente in una polis, ove fruiva di una particolare condizione giuridica. I meteci erano considerati parte effettiva della polis, erano integrati in essa e partecipavano, sia pure in misura limitata, alla sua vita economica, sociale e politica.

         <Elissa>. Didone, il cui nome tirio era Elissa (o Elisa), era figlia di Mutto, re di Tiro, città fenicia situata lungo la costa libanese a sud di Beirut. Quando Mutto morì il figlio Pigmalione gli succedette sul trono. Elissa sposò Sicarba; ma Pigmalione, per impadronirsi dei suoi tesori, fece assassinare Sicarba. Elissa, inorridita, fuggì e raggiunse prima Cipro e poi l’Africa. Lì divenne Didone, l’errabonda, e fondò Cartagine. Secondo Virgilio, Enea, profugo da Troia, approdò a Cartagine. Didone se ne innamorò e, allorché egli levò le ancore per adempiere al suo destino, abbandonata, si diede la morte tra le fiamme.

         <Cassandra>. Figlia di Priamo e di Ecuba, la leggenda narra che avesse ottenuto da Apollo, invaghitosi di lei, il dono di predire il futuro. Quando Cassandra non volle più concedersi al dio, questi le sputò in bocca, privandola non tanto del dono della profezia, quanto della facoltà di persuasione. Cassandra così, subendo l’onta della derisione e dello scherno dei suoi concittadini, predisse la venuta di Paride, la rovina di Troia a motivo del rapimento di Elena, il suo saccheggio conseguente all’introduzione del cavallo di legno, senza che nessuno le credesse. Rifugiatasi dopo la caduta della città nel tempio di Atena, ne fu strappata da Aiace e assegnata, durante la spartizione del bottino, ad Agamennone. Agamennone e Cassandra vennero poi, al rientro a Micene, assassinati dalla moglie di lui, Clitennestra.

 

         Aggiuntiva conveniente osservazione (quantunque ulteriori costrutti, valori, accenti ciascuno dei lettori potrà di sicuro integrare) riguarda i canti di lamento (la seconda delle due sezioni, la prima è titolata: sul bordo dell’erranza) espressi tutti in prima persona: <Sono l’intruso … Sono chi dice …>, <A passo di capra salgo Ahpat>, <Ho bruciato le mappe>, <Sono l’uccello selvaggio>.

 

         Lettura decisamente impegnativa: per i correlati rimandi storici/geografici/ ambientali, per il copioso ricorso al simbolo, per l’impiego di un lessico munificamente ideale/mitologico/accademico. Dispositivi unanimemente volti al solido edificio della scrittura, alla virtuosa realizzazione del testo, alla confacente affermazione del messaggio. Che è quello dell’esercizio alla tolleranza, dell’accettazione dell’“altro”, del superamento del pregiudizio e della paura; è quello della civile convivenza, dell’anelito alla fratellanza universale, del traguardo della integrazione planetaria dei singoli e delle genti.

 

Abramo e per lui il popolo ebraico ubbidirono ad una chiamata.

La PHYGÈ dei nostri tempi è piuttosto determinata dalla esigenza di scampare ad una realtà di tirannia, di miseria, di ignoranza, di malattia, di fame, di sete, di guerra, di restrizioni imposte alle libertà individuali primarie … e aprirsi alla speranza.

 

         <Benedirò coloro che ti benediranno / e coloro che ti malediranno maledirò>. Genesi 12, 3.

 

 

                                                           Marco Scalabrino

 

arazzo francese del XVIII secolo Il malato perseguitato dagli speziali1

Mastica la notte

il pane della veglia;

il letto la mattina è dilavato

quello di un fiume dove

molta acqua ha scorso;

nell’aria il mucido d’un bosco

incendiato. 

Vite che non amano  

i tempi morti né i vivi

morenti nella gabbia 

di un inutile tempo;

spreco da lavare senza

clamore: con un’epidemia

una guerra salutare ogni tanto.

Il banco vuoto 

di alterna leggerezza.

Giovanni Nuscis